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Franco Sale Musio salemusio@tiscalinet.it
Piccola guida pratica all'intervento educativo.
Le Vostre lettere e le mie risposte.
Sommario:
- Introduzione. - Il "Si" ed il "No". - Premi e punizioni.
- Incoraggiare le caratteristiche positive della personalità.
- Complimenti e critiche.- Due genitori, due stili educativi? - Conclusioni.
Nella mia esperienza di psicologo dell'età
evolutiva mi sono spesso trovato davanti alla richiesta dei genitori di avere indicazioni
pratiche su come è meglio affrontare alcune delle consuete difficoltà che educare un
bambino comporta. Essi mi chiedono di andare oltre la lettura psicodinamica della
situazione per avere anche dei consigli concreti ed operativi da poter utilizzare nella
vita di tutti i giorni.
Questo scritto, offrendo indicazioni semplici, chiare e facilmente trasferibili nella pratica, è una raccolta di alcune tematiche che sovente mi trovo ad affrontare con i genitori e che ritengo possa essere utile trasferire nero su bianco per dare loro maggiore risalto e permanenza.
Non affronterò le numerose sfaccettature del rapporto affettivo con i figli e sono consapevole che le informazioni che darò potranno essere parziali o frammentarie, ma ho cercato di restare nei limiti di alcune indicazioni pratiche che possano essere di aiuto se applicata con correttezza.
La letteratura è ricchissima di testi importanti ed approfonditi sulla delicata relazione genitori/figli e sulle sue valenze affettive, ed è a questa letteratura che rimando chi voglia approfondire l'argomento.
Le indicazioni contenute in questo scritto possono essere utilizzate con bambini dai due anni in su, adattando naturalmente i contenuti ai livelli di maturazione raggiunti.
Educare è una parola dal significato molto ampio, qui intendo riferirmi solo a quanto riguarda l'apprendimento delle regole, quel continuo oscillare dell'individuo tra l'esigenza di autonomia da una parte e le richieste sociali di controllo dall'altra. L'educatore deve continuamente gestire queste due istanze incoraggiando il bambino a sviluppare l'autonomia ed insegnandoli ad accettare le regole. L'aspetto più delicato è proprio nell'importanza di salvaguardare la fiducia in se stesso, e nelle proprie capacità di scegliere e decidere autonomamente (autostima), ed al contempo aiutarlo ad accettare di buon grado le rinunce ed i compromessi che la vita impone.
Quante volte diciamo al nostro bambino "Non toccare..." , "Non correre...", "Non allontanarti...", eccetera? Se contassimo tutti i "No" che si sente dire in un giorno dai genitori, dagli insegnanti, dai nonni e da altri probabilmente questi sarebbero molti di più dei "SI", dei "BRAVO" e degli "HAI FATTO BENE".
Volendo applicare un rapporto matematico il totale dei "NO"
ed il totale dei "SI" giornalieri
dovrebbero essere almeno alla pari, meglio
ancora se ci fosse una superiorità dei "SI", ma questo purtroppo non accade
spesso.
Ecco perché dobbiamo utilizzare i "NO" con parsimonia. E' meglio dire pochissimi "NO" ma farli rispettare con estrema fermezza.
SE NON MI SENTO DI FARE RISPETTARE SINO IN FONDO UN "NO" E' MEGLIO CHE DICA SUBITO "SI" O SEMPLICEMENTE NON INTERVENGA, così facendo mantengo nelle decisioni il mio potere di genitore. (Ho usato deliberatamente la parola "potere", anche se può avere un suono antipatico, perché quando parlo di potere del genitore intendo un potere buono che unito all'amore diventa "PROTEZIONE".)Ecco perché prima di rispondere o di intervenire con un "NO" è necessario valutare rapidamente se riusciremo a farlo rispettare sino in fondo. Se siamo impegnati in qualcosa di importante, se siamo troppo stanchi o non siamo nel luogo e nel momento adatti a sostenere un eventuale braccio di ferro con il bambino, in questi casi è molto meglio DIRE SUBITO "SI", anche perché probabilmente il bambino otterrebbe comunque un "SI" ma dopo avercelo estorto con mille capricci o semplicemente ignorando il divieto, svalorizzando così le nostre parole e privandoci del "potere".
La tendenza ad avere più potere dei genitori è un fatto naturale, ma se questo potere viene realmente raggiunto il bambino finisce col perdere le sue più importanti figure di contenimento e non gli resta altro che un'amara riflessione
: "Se io sono più potente dei miei genitori chi avrà abbastanza forza per proteggere me dai pericoli esterni?"E' SEMPRE MEGLIO DIRE SUBITO DI "SI" PIUTTOSTO CHE DIRE DI "NO" E POI NON FARLO RISPETTARE A CAUSA DEI CAPRICCI.
Se il bambino riesce ad averla vinta e impara che facendo i capricci ottiene quello che vuole la prossima volta che vorrà qualcosa farà i capricci sino a che non la ottiene (ha scoperto che questo metodo, alla lunga, funziona!) e per noi diventerà sempre più difficile far rispettare le nostre decisioni, anche perché i capricci saranno sempre più ostinati, e così via!
"MA ALLORA DEVO DIVENTARE UN EDUCATORE RIGIDISSIMO?"
Siccome non possiamo, ne vogliamo, trasformarci in una sorta di "Gerarca Nazista" e dare una grande quantità di divieti facendoli rispettare tutti, è necessario ridurre al minimo indispensabile il numero degli ordini e dei divieti limitandoci a quei pochi, veramente necessari, che siamo sicuri di poter far rispettare. (Stiamo attenti a non cadere nella sfida che il bambino ci propone vietando qualcosa solo per dimostrare che comandiamo noi!).
Per il resto impariamo a dire subito di "si"; lasceremo a lui maggiore libertà di esprimere la sua volontà ed i suoi desideri, contribuiremo a creare un clima più disteso in famiglia e manterremo il potere di autorizzare le sue decisioni.
Il bambino non agirà più determinati comportamenti nonostante il nostro divieto, ma attraverso il nostro consenso, imparando così a rispettarci (e forse anche ad amarci) un poco di più.
La punizione è inevitabile!
Con il termine "punizione" intendiamo un atteggiamento negativo del genitore conseguente ad un comportamento che è necessario scoraggiare.
Le punizioni più tipiche sono la sculacciata o
lo schiaffo, essi spesso ottengono l'immediato effetto di scoraggiare un comportamento
mostrando al bambino chi è il più forte fisicamente. Picchiandolo gli mandiamo un
messaggio simile a questo: "Se vuoi evitare dolore ed umiliazione devi fare come dico
io!". Probabilmente così facendo raggiungiamo il nostro scopo ma GLI INSEGNIAMO CHE PER RAGGIUNGERE UN'OBIETTIVO E'
NECESSARIO PICCHIARE, SOPRAFFARE E UMILIARE; imparerà a
picchiare gli altri bambini per ottenere ciò che vuole e potrà persino rivoltarsi contro
di noi. Sicuramente non è questo ciò che vogliamo da lui!
MA COSA SI PUO' FARE IN ALTERNATIVA ALLA SCULACCIATA?
Certo in quel momento siamo arrabbiati (specialmente perché non ci sentiamo rispettati) e poi la situazione può essere effettivamente pericolosa per lui... possiamo intervenire senza picchiare ma BLOCCANDO FISICAMENTE IL BAMBINO, TENENDOLO POSSIBILMENTE PER I POLSI. Lo guardiamo negli occhi e, con voce ferma e autorevole, gli diciamo che non vogliamo che lui faccia quella determinata cosa SPIEGANDOGLI LE CONSEGUENZE CHE QUELL'ATTO AVREBBE POTUTO AVERE PER GLI ALTRI E PER LUI STESSO (è molto importante spiegare sempre le conseguenze che un gesto può avere) e, quando è possibile, gli proponiamo qualcos'altro da fare o, meglio ancora, un modo diverso di fare la stessa cosa. (Ad esempio: "Non tirare le costruzioni in aria, perché puoi colpire qualcuno o rompere qualcosa, piuttosto cerca di fare canestro in questo cestino...").
L'aspetto più delicato di questo intervento è calibrarne i tempi. Se il bambino, nonostante il nostro divieto, continua in un determinato comportamento (per sfida o perché non è daccordo con le nostre ragioni) e la nostra voce, che gli dice di non farlo, diventa solo un fastidioso rumore di fondo, imparerà che il nostro "NO" non ha grande valore... almeno per le prime 15/20 volte che lo ripetiamo! Ecco perché è determinante che, dopo il primo avvertimento, il genitore intervenga per bloccare il comportamento indesiderato, tenendolo per i polsi e spiegandogli cosa non deve fare e perché. E' importante cercare di intervenire al più presto senza aspettare che il bambino vanifichi il nostro avvertimento continuando a fare ciò che intendiamo vietare. Imparerà così che i divieti non sono dati tanto per dire, avrà l'opportunità di capire subito quale è il comportamento sbagliato e quali possono essere le alternative, ed infine il genitore non si caricherà lentamente di una tensione insopportabile (dovuta al non essere obbedito) che rischia di esplodere tutta assieme in un comportamento eccessivamente aggressivo.
Il bambino spesso ci sfida, lo fa per vedere sino a che punto noi siamo determinati ma anche per mettere alla prova se stesso e la propria capacità di autoaffermazione. Dobbiamo rispettare i suoi sforzi e cercare di non cadere nella trappola emotiva che ci porta a rispondere con "rabbia" alle sue sfide, al suo voler affermare la propria volontà. Cerchiamo di non far montare dentro di noi un sentimento vendicativo ma, serenamente e con fermezza, aiutiamolo a capire che cosa vogliamo da lui, comprendendo i suoi sforzi e la fatica che deve compiere per piegare la propria volontà al volere altrui.
Ritengo possa essere utile un esempio di una situazione tipo: il bambino si sta divertendo in un determinato luogo ma è tardi e si deve andare a casa; inizialmente gli diciamo che ci dispiace ma è giunta l'ora di andare via e che dopo un certo periodo, che può essere stabilito in accordo con lui (5 giri di giostra, 5 minuti, quando si spengono le luci, quando va via l'amichetto, ecc.), dovremo andare; se quando giunge il momento lui non accetta comunque di andarsene bisogna mostrare con decisione la nostra intenzione di rispettare gli accordi e, se necessario, portarlo via di peso. Anche in questo caso è importante che la nostra voce non diventi una monotona litania ma che, attraverso l'interazione costruttiva con il bambino (fermezza, spiegazione dei motivi, suggerimento di comportamenti alternativi), sia indicazione e guida verso il comportamento atteso.
E' importante cercare di essere sempre coerenti negli interventi educativi
, ovvero se ci troviamo più volte di seguito nella stessa situazione non possiamo un giorno punire quel comportamento ed un altro giorno tollerarlo, rischieremo così di disorientare il bambino che, non capendo da cosa dipende il poter o non poter fare una determinata cosa, tenderà a farla sempre più frequentemente.Come abbiamo detto precedentemente non possiamo vietargli rigidamente tutto annichilendolo (e forse non ne avremmo neanche la forza), perciò sarà necessario
ridurre al minimo il numero dei divieti tollerando senza intervenire quei comportamenti che non è strettamente necessario disapprovare.NELL'EDUCAZIONE NON FUNZIONA SOLAMENTE LA REPRESSIONE, c'è un potente motore educativo che non dobbiamo dimenticare: IL PREMIO. Il premio incoraggia un comportamento desiderato e motiva il bambino a migliorarsi; ma affinché sia veramente efficace è importante seguire alcune regole:
Il premio può essere una piccola cosa ma deve sempre essere accompagnato da complimenti autentici e dalla gioia del genitore. I complimenti e l'approvazione devono diventare, con il tempo, il premio stesso per il bambino.
Non perdiamo l'occasione di dare un premio anche quando non è stato promesso o concordato precedentemente. Capita spesso di pensare: "Adesso che sta giocando bene da solo non lo disturbo!", oppure, "Finalmente si è messo a fare i compiti, meglio non distrarlo!". E' invece importante far capire al bambino che abbiamo notato e apprezzato il suo buon comportamento e siamo pronti a premiarlo, anche solo con un bacio.
E' molto educativo per lui ricevere un piccolo premio per un comportamento che sta eseguendo spontaneamente gli insegneremo così che a comportarsi bene si possono avere dei vantaggi e ne rafforzeremo l'autostima.
E' IMPORTANTE PREMIARE I COMPORTAMENTI SPONTANEI!
INCORAGGIARE LE CARATTERISTICHE POSITIVE DELLA PERSONALITA'.
Spesso capita di presentare il bambino agli altri dicendo che è monello o altri appellativi poco edificanti. Per quanto possa essere piccolo il bambino sente, memorizza la definizione che diamo di lui, e si convince di essere proprio così... Monello!
Gli stiamo dando la "patente" per comportarsi male. In un certo senso gli stiamo dicendo: "Io mi aspetto che tu ti comporterai male e sto avvisando anche gli altri così non si stupiranno di vederti così cattivo!". Inoltre gli stiamo fornendo un'identità e un ruolo ben definiti che per lui sarà facile impersonare (sappiamo che, a prescindere dalle punizioni, per un bambino è molto più facile comportarsi male piuttosto che bene). Si genera quindi un circolo vizioso simile a questo: più il bambino si comporta male più noi diciamo che è cattivo, a lui stesso ed agli altri, più si sente dire che è cattivo più si sente autorizzato a comportarsi male, e così via. E' come se per non deludere le nostre aspettative in qualche modo si sentisse obbligato a comportarsi così.
Spesso, al termine di questo iter, ci capita di vedere dei bambini incontenibili che sembrano molto soddisfatti di essere e di fare i monelli.
Ci sono delle situazioni in cui un comportamento sbagliato (una parolaccia, una disobbedienza, un gesto aggressivo o altro), che in altre circostanze sarebbe stato duramente scoraggiato, suscita invece il sorriso ed il divertimento dei presenti. In questo caso il bambino verrà magari sgridato ugualmente ma sarà enormemente gratificato dall'essere stato "divertente", e sappiamo bene quanto piaccia ai bambini catturare l'attenzione degli adulti. A volte poi quello stesso gesto viene raccontato all'altro genitore con toni divertiti, il bambino si sente descrivere come monello, ma un "monello divertente", e scopre che grazie a quel comportamento è riuscito a stare a lungo al centro dell'attenzione. Come è facile immaginare il comportamento "divertente" avrà quindi molte probabilità di essere ripetuto, magari nei modi e nei tempi meno opportuni, meno divertenti! Non solo, il bambino si metterà in testa di poter essere interessante agendo dei comportamenti inadeguati che tenderà a ripetere esagerando sempre di più.
Quella descritta sopra è sicuramente una situazione limite, ma può ben esemplificare quali siano le conseguenze dell'accumularsi di tanti piccoli apprendimenti che contribuiscono a costruire per il nostro bambino unidentità negativa.
Se ci capita di parlare del bambino in sua presenza, con un parente, con un insegnante o con un altro adulto, è molto importante evitare di lamentarci di lui CON GLI ALTRI, anzi, queste dovrebbero essere delle occasioni per tessere le sue lodi, magari raccontando qualcosa di buono che ha fatto ultimamente. Il bambino sentirà la definizione che diamo di lui e si convincerà di avere delle doti, di poter avere un'identità positiva. E' come se gli dicessimo "IO TROVO IN TE DELLE COSE BUONE E LO STO COMUNICANDO ANCHE AGLI ALTRI, COSI' ANCHE LORO SI ASPETTERANNO DELLE COSE BUONE DA TE!" Il circolo vizioso di cui si diceva prima verrà così trasformato in un circolo virtuoso, il bambino si sentirà in dovere di non deludere le aspettative positive dell'ambiente e si troverà più disposto a comportarsi bene.
Ancora oggi è convinzione di molti che lodare troppo i bambini contribuisca a far si che, sentendo di aver raggiunto un traguardo, questi si disimpegnino "cullandosi sugli allori", e si ritiene invece che la critica possa stimolare maggiore rendimento. QUESTO E' ASSOLUTAMENTE ERRATO!
Purtroppo i nostri padri, ed i padri dei nostri padri, ci hanno educato
facendo grande ricorso alla critica
negativa ed alla punizione più che al
complimento ed al premio, ed è per questo che, negli altri come in noi stessi, riusciamo
più facilmente a riconoscere i difetti piuttosto che i pregi.
Al contrario, per quei meccanismi d'identità positiva di cui abbiamo parlato sopra, è evidente l'importanza che ha il sentirsi gratificati per la formazione dell'autostima e per costruire una rete di aspettative positive che incoraggino i comportamenti adeguati.
Non dobbiamo avere paura che il bambino possa prendere il sopravvento se saremo più generosi nel sottolineare tutte le piccole cose buone che lui fa.
Non dobbiamo temere di generare in lui troppa "presunzione". Spesso ciò che negli altri chiamiamo presunzione non è altro che una lettura distorta dovuta ad un nostro senso di inferiorità. Come se, a causa della nostra debolezza, ci sentissimo minacciati dall'eccesso di sicurezza altrui ("Quello crede di essere migliore di me... ed io ho paura che lo sia veramente!) ed invece fosse più rassicurante per noi l'essere tutti allo stesso livello.
Questa tendenza a svalutare l'altro per non sentirci inferiori a lui può diventare estremamente pericolosa se applicata all'educazione.
Nostro figlio dovrà crescere sicuro del suo valore, sostenuto e contenuto da un genitore che, incoraggiandolo ed apprezzandolo per ciò che è e ciò che fa, non si senta assolutamente minacciato dal rafforzarsi della sua fiducia in se stesso.
La lode è l'elemento costruttivo fondamentale per l'autostima, cioè per quella importante qualità che rende un individuo più sereno e socialmente integrato, e che gli permette di affrontare la vita con coraggio, successo e determinazione.
Attenzione però ai "falsi complimenti", cioè quelle lodi che appaiono come un apprezzamento ma che diventano invece uno strumento per sottolineare i difetti e ribadire le caratteristiche negative.
Può capitare di voler sottolineare ed incoraggiare un comportamento positivo del bambino usando delle parole che, se da una parte sembrano essere di gradimento, dall'altra comunicano una malcelata critica.
A volte non ci si accorge neppure di fare un "falso complimento".
Un esempio macroscopico, ma molto frequente, di complimento ambiguo può essere utile per spiegare meglio cosa intendo dire: un alunno ritardatario un giorno arriva puntuale a scuola e l'insegnante gli dice, con tono ironico, "Come mai oggi sei arrivato puntuale?! Domani nevicherà!". Così facendo l'insegnante ha commesso una serie di errori: ha sottolineato l'abitudine dell'alunno al ritardo (ricordandogli l'identità negativa di ritardatario), lo ha ridicolizzato davanti alla classe per un gesto che era adeguato ed ha perso l'occasione di lodare lo sforzo da lui compiuto per arrivare puntuale. Dopo questa risposta probabilmente quell'alunno non rischierà più di arrivare in orario alle prossime lezioni!
Un altro piccolo esempio: un bambino non riordina mai la sua camera dopo i giochi, un giorno riesce a riordinare tutto da solo ed il genitore gli dice "Bravo, vedi che quando vuoi la sai tenere in ordine la tua camera!". Qui l'errore sta nel rispondere ad un comportamento adeguato ricordando al bambino la sua abitudine a non riordinare la camera e ribadendo che è proprio questo disordine ciò che ci si aspetta da lui. Sarebbe stato molto più efficace ed incisivo se avesse detto semplicemente: "Sei stato bravo a riordinare tutto da solo, sono fiero di te!".
A rendere un complimento falso e privo di efficacia spesso sono proprio le nostre aspettative, quei cattivi comportamenti che oramai ci attendiamo da lui. E' vero che con il tempo certe abitudini del bambino si consolidano e noi tendiamo ad aspettarcele sempre ma, se vogliamo veramente scoraggiarle,
più che sottolineare i comportamenti negativi dobbiamo lodare i comportamenti positivi, stando attenti a non far credere al bambino che sono proprio i comportamenti inadeguati quelli che in un certo senso pensiamo che lui metta in atto più spesso.Un complimento deve comunicare reale e totale apprezzamento se vogliamo incidere positivamente sull'autostima e fare si che il comportamento incoraggiato si verifichi con più frequenza. Le lodi autentiche sono quelle che non sono inquinate da riferimenti a comportamenti passati o futuri ma comunicano stima per ciò il bambino ha fatto in quel momento, come se da allora in poi noi ci attendessimo sempre da lui dei comportamenti così adeguati.
DUE GENITORI, DUE STILI EDUCATIVI ?
E' ovvio che ognuno di noi è diverso dagli altri ed anche in una coppia si possono avere opinioni differenti. Tutto ciò contribuisce certamente a rendere più varia ed interessante la vita, ma nell'educazione può essere pericoloso.
Le semplici regole educative di cui abbiamo
parlato sino ad ora dovrebbero essere applicate da entrambi i genitori con la massima
coerenza; un disaccordo tra i due può vanificare completamente un intervento.
Per quanto riguarda i "NO" ed i "SI" o i premi e le punizioni ovviamente l'intervento deve essere attuato dal genitore che è presente in quel momento, ma quest'ultimo deve essere sicuro che avrà (almeno davanti al figlio) l'accordo dell'altro genitore.
In tutte quelle occasioni in cui il genitore non ritiene di sapere con sicurezza quale sia la scelta più giusta, o ritiene importante conoscere l'opinione del partner, deve comunicare serenamente al bambino l'intenzione di confrontarsi con l'altro. Ad esempio: "Non posso risponderti adesso devo prima parlarne con la mamma (o con il papà) per decidere insieme".
Non bisogna vergognarsi di collaborare. Mostrare la propria capacità e necessità di confrontarsi con gli altri significa dare al bambino un esempio edificante di collaborazione e mostrare l'unità dei genitori nel prendere le decisioni importanti.
Quando un genitore prende una decisione e l'altro invece dice il contrario il bambino viene messo nella pericolosa condizione di poter scegliere da quale genitore farsi appoggiare, ottenendo così il "potere" di allearsi con chi gli fa più comodo. In questa situazione potrà gestire, maldestramente, la sua educazione vanificando l'autorevolezza dei genitori ed esercitando una forte pressione di divisione all'interno della coppia.
Se non siamo daccordo sul comportamento educativo del nostro partner non dobbiamo mai contestarlo davanti ai bambini, dobbiamo attendere un momento in cui siamo sicuri di non essere ascoltati per confrontarci sul metodo educativo e, possibilmente, trovare un accordo di compromesso.
Siamo diversi gli uni dagli altri ma dobbiamo riuscire a trasformare questa differenza in una ricchezza per i nostri figli e non in un ostacolo.
I concetti che ho esposto non hanno la pretesa di essere delle parole magiche con cui risolvere tutti i problemi educativi. Se il bambino ha qualche anno d'età, avrà sicuramente già acquisito e consolidato degli schemi di comportamento che oramai gli sono propri e dai quali non si libererà facilmente.
NON SCORAGGIATEVI SE GLI INTERVENTI, ANCHE SE ATTUATI ALLA PERFEZIONE, NON DANNO ALCUN EFFETTO IMMEDIATO!
Il bambino continuerà a comportarsi come ha sempre fatto sino a quando non assimilerà profondamente che le reazioni dell'ambiente ai suoi comportamenti sono cambiate, che siamo più fermi nei "NO" e più generosi con "SI", che lo puniamo con maggiore coerenza ma sappiamo anche premiare i comportamenti adeguati, che le nostre lodi sono autentiche e che c'è più accordo tra noi genitori.
Non possiamo aspettarci che un bambino rinunci in un momento ad una serie di abitudini consolidate nel corso degli anni, potranno essere necessari molti mesi prima di osservare un sensibile cambiamento; non dobbiamo assolutamente scoraggiarci ma continuare ad applicare con coerenza le nuove metodologie educative.
Sappiamo bene che è pressoché impossibile seguire sempre alla lettera tutte le regole educative di cui abbiamo parlato; nella quotidianità può sfuggire un falso complimento, uno schiaffo o un "NO" che diventa un "SI". Non è grave che questo accada. Anche per noi può essere difficile cambiare degli schemi in poco tempo ma, acquisendo una maggiore capacità di riconoscere i nostri errori, questi andranno man mano riducendosi spontaneamente.
L'atto educativo non è mai separato dal vissuto emotivo, le
caratteristiche personali e la qualità della
relazione sono in esso determinanti. Le regole
che ho suggerito sono indicate in situazioni emotive relativamente equilibrate e sono
orientate a ridurre certe disfunzioni comportamentali che possono accentuare le
difficoltà affettive. Quando le emozioni del genitore (rabbia, competizione, rivalità,
insicurezza o altro) diventano prevalenti e ci si accorge che queste influiscono
pesantemente nella gestione del rapporto educativo, allora la migliore soluzione sarà
quella di rivolgersi ad uno psicologo per avere un aiuto più mirato.
Il genitore perfetto non esiste ed è meglio che sia così. I figli avranno in questo modo più spazio per migliorarsi e migliorare il modello educativo appreso dai genitori, non dovranno confrontarsi con figure di identificazione troppo perfette che finirebbero per annichilire la loro possibilità di imitarle e di superarle.
In fin dei conti per un genitore l'importante è sapere di aver cercato di dare ai propri figli, in buona fede e nel migliore dei modi possibile, tutto l'amore e le regole di cui hanno bisogno per vivere.
Ci sono sicuramente tanti temi educativi importanti (come la rivalità fraterna, la separazione dalle figure di riferimento, la motivazione all'impegno scolastico ed altri ancora) che sarebbe certamente utile approfondire ma, per adesso, ritengo sia meglio fermarmi qui, con la speranza che la sinteticità di questa piccola guida possa dare maggior rilievo e pregnanza ai concetti espressi.
LE VOSTRE LETTERE E LE MIE RISPOSTE:
Ho selezionato alcune delle e-mail che mi avete gentilmente inviato, ho tolto i riferimenti personali, e le ho riportate qui di seguito con le mie risposte.
Premi o ricatti? Che fare? I nonni! Bambini e religione. Cercasi informazioni per fare del proprio meglio anche con una bambina un po' difficile! Critica. Quanti figli? Film o favola?
Premi o ricatti?
Gentile dottore: sono il papà di una bimba di 3 anni e mezzo; ho letto il suo contributo e l'ho trovato molto stimolante.
In particolare sono d'accordo con lei nel pensare che lo sviluppo dell'autonomia del bambino sia più importante rispetto all'apprendimento delle regole sociali (Marcello Bernardi scriveva che imparare queste ultime fa parte dell' "addestramento" mentre l' "educazione" ha come scopo la formazione di uomini liberi).
C'è un punto sul quale vorrei avere da lei qualche chiarimento (e anche, magari, una bibliografia in proposito), e cioè dove lei parla dei premi: mi capita a volte di dire a mia figlia: "se mangi la verdura, poi andiamo a mangiare il gelato" "se vai a letto senza far storie, ti leggo 3 racconti invece dei soliti 2" e di pentirmi subito dopo, pensando che, se sto consigliandole un comportamento corretto, allora non ci dovrebbe essere bisogno di premio.
Ho lavorato in azienda nel settore commerciale e ho avuto modo di convincermi che i premi e gli incentivi sono i motori delle attività degli uomini; mi pare però di percepire, seppure confusamente, che non sia giusto cercare di instaure un meccanismo azione - premio, un comportamento per così dire pavloviano, nel bambino.
Leggo invece che lei è molto favorevole a dare premi per ottenere determinati comportamenti da parte del bambino. Mi può spiegare meglio la sua posizione ? (Non mi fraintenda, ho l'abitudine di fare molto spesso degli apprezzamenti a mia figlia per quello che fa o per come si comporta; soltanto mi sembra che il meccanismo del premio, quindi promesso anticipatamente e non ricompensa per una cosa fatta bene, sia una forma di ricatto).
La ringrazio per l'attenzione che vorrà dedicare a questa mail e la saluto cordialmente.
Egr. Signore, ho trovato la sua lettera molto interessante e non le nascondo che le Sue perplessità sono anche le mie, come psicologo e come padre.
I comportamenti "corretti" che ci attendiamo dai bambini sono a noi ben chiari ma non altrettanto a loro, anzi spesso sono contrari alla loro natura. Pertanto non vedo altra strada oltre a quella dell'incentivo o della punizione. E' importante sottolineare la necessità che il premio "materiale" sia accompagnato dall'apprezzamento e da tributi di "stima" che trasmettano al bambino la sensazione della sua competenza ed adeguatezza nel comportamento incentivato. L'obiettivo è quello di sostituire gradatamente la materialità del premio all'immaterialità del complimento così che possa, in seguito, essere sufficiente solamente quest'ultimo. Non è facile ma non è impossibile! Naturalmente ben venga il premio per un buon comportamento anche quando non è stato promesso anticipatamente.
Ritengo (a volte con grandi perplessità) che il nostro intento di educatori debba essere quello di aiutare il bambino ad adattarsi alle "leggi" del vivere sociale. Senza entrare in una ingarbugliata disquisizione socio-politica sul valore di queste leggi, dobbiamo prendere atto che la vita sociale è dettata anche dalle leggi del mercato. Quindi, a mio avviso, non è un delitto se per il bambino diventa ben presto chiaro che per avere qualcosa dobbiamo dare qualcosa! Naturalmente sarà compito del genitore insegnare al figlio, nella teoria e nella pratica, anche i più nobili sentimenti, come la generosità, la solidarietà e l'altruismo.
Spero di essere stato esauriente e colgo l'occasione per porgerLe i migliori saluti.
Gentile Dottore,
Ho letto con grande interesse la Sua guida pratica all' Intervento Educativo e condivido
il Suo approccio ma ciò nonostante mi trovo in difficoltà a seguire una linea educativa
coerente.
Mio figlio in alcuni casi non lascia spazio a spiegazioni sul perché non deve fare
qualcosa. Federico, 3 anni e mezzo, é un bambino molto sensibile e affettuoso, ha un
intelligenza vivace ed analitica, é simpatico ed estroverso, ha molte qualità ma é di
una cocciutaggine a volte disarmante. Se si fissa su qualcosa non accetta di essere
contraddetto. la sua reazione é lanciare offese (sei stupido!) e sputare.
Ho provato a lungo a intervenire con fermezza ma senza schiaffi o punizioni. Non ottenendo
risultati ho provato a ignorarlo ma anche così non c'é stato un grande miglioramento. Se
nel dire "Sei stupido" a me o a suo padre o ai nonni veniva ignorato, passava
agli sputi o ancora peggio a calci e pugni.
A questo punto abbiamo optato per le maniere forti, i castighi. Questo ha portato un clima
teso in famiglia e il risultato é che Federico viene spesso messo in castigo in camera
sua e fa dei gran pianti, o magari chiede scusa e poco dopo ripete esattamente il copione,
oppure stà buono un pò fino alla prossima occasione per il prossimo capriccio.
Risultato: soffre lui e soffriamo noi.
Riconosco gli aspetti positivi di un carattere forte e volitivo e ritengo che la
legge del più forte possa alla lunga reprimere delle potenzialità o favorire la
prepotenza.
Al momento però non trovo il giusto modo di affrontare le sfide continue che mio figlio
mi lancia, vorrei che certe regole di base, come ad esempio il rispetto delle persone, non
diventassero un un campo di battaglia ma occasioni di dialogo.
Dove stò sbagliando, C'é un modo "giusto"?
Gentile Signora, la situazione che Lei mi descrive non
lascia molto spazio a dei "consigli in pillole". Cosa posso dirLe? Sono solo due
gli aspetti sui quali posso offrirLe uno spunto di riflessione:
Vorrei ringraziarla per il servizio che mette a disposizione, sembra una banalità, ma questioni delicate come quelle dell'educazione dei bambini spesso non vengono affrontate nel modo migliore, o restano insolute e peggiorano per la mancanza di pochi ma validi consigli.
Internet è un ottimo mezzo per raggiungere molte case, e molti genitori che come me a volte sono disorientati sul da farsi...
Se posso vorrei darle un suggerimento: credo che sarebbe interessante per molte mamme, avere qualche indicazione di comportamento per risolvere i problemi di conflitto fra l'educazione data dai genitori e quella dei nonni (in particolare paterni) del bambino; noto con un po' di conforto, che come me, la grande maggioranza delle amiche con figli piccoli lamenta il vanificarsi degli sforzi compiuti per educare i figli piccoli (dai due anni ai quattro, l'età forse più delicata, perchè non ancora in grado di esprimersi bene), dal comportamento dei nonni ai quali per necessità, i genitori che lavorano lasciano i bambini.
Al di là dei piccoli "vizi" dati (che si possono tollerare), come comportarsi quando la nonna sembra in ogni modo voler "conquistare" l'amore esclusivo del bambino concedendogli quasi appositamente tutto cio' che la mamma nega, dandogli vinta ogni richiesta oppure quando vengono contestati continuamente (davanti al bambino) i rimproveri fatti al bambino difendendolo o facendogli capire che "non è poi così grave quello che ha fatto"?
E' frustrante per una mamma che faticosamente cerca di trovare il giusto modo di educare il figlio, vedersi preferita dalla nonna che per la bambina "è più brava", e che ovviamente preferisce come compagnia.
Mi sembra superfluo dire che la cosa è già stata fatta presente sia da me che da mio marito, e tranquillamente ignorata.
Forse è meglio scegliere una soluzione diversa, come una baby sitter per coprire le ore in cui il bambino non va all'asilo, ma il problema si ripropone alla prima visita ai nonni, che giustamente hanno il diritto di vedere la nipotina. Come far capire ad una bimba di 2 anni che la mamma non è "cattiva" quando non le permette di versare l'acqua sul tavolo, di prendere lo zucchero a manciate, di mettere le sedie sul divano o di camminare a piedi nudi per casa?
Mi scusi lo sfogo, ma è un problema talmente ridicolo agli occhi di un estraneo quanto doloroso ed esasperante per me.
Mi creda siamo in molte ad avere problemi simili, e tutte con gli suoceri... !!
Se vorra' rispondermi mi farà cosa davvero gradita, altrimenti capirò che avrà cose ben più importanti da seguire!!
Grazie comunque per l'attenzione,
Quello dell'ingerenza dei nonni nell'educazione dei nipoti sta diventando un problema sempre più attuale, specialmente da quando le donne che lavorano non riescono a godere appieno i figli quando sono piccoli e quindi... si rifanno con i nipoti. L'unico consiglio che posso darLe è quello di affidare i bambini ad un Asilo Nido o ad una baby-sitter. Per quanto riguarda le visite sporadiche diciamo che il viziare i nipoti è un po' il ruolo dei nonni e che se questi interventi restano limitati nel tempo non credo ci siano "danni" permanenti per il bambino.
Gentile dottore, ho trovato il suo scritto molto interessante e mi domandavo se potesse essere così cortese da inviarmi alcuni titoli riguardanti il tema dei bambini e il loro rapporto con la religione.Ho un bimbo di 5 anni e comincia a fare delle domande alle quali spesso trovo difficoltà a rispondere. La ringrazio fin d'ora e le porgo i miei più distinti saluti
Gentile Signora sicuramente la religione trova un ampio spazio nel mondo magico/concreto del bambino, pertanto apprezzo la sua sensibilità ad un tema così importante. La comprensione del soprannaturale non è difficile per il bambino ma l'aspetto per lui inusuale è che sia proprio l'adulto, solitamente portatore di concretezza, a presentargli questi aspetti in parte "magici". E' quindi determinante il linguaggio con cui il messaggio religioso viene comunicato al bambino, ed è importante calibrare bene gli elementi del discorso per evitare di scatenare in lui ansie persecutorie o di colpa. Purtroppo al momento non mi sovviene alcun testo specifico sul rapporto tra bambino e religione.
Cercasi informazioni per fare del proprio meglio anche con una bambina un po' difficile
Le scrivo in quanto ho una bambina un po' particolare, con
problemi di contatto, specialmente con i bambini della sua eta'. Adora
gli adulti e pero' non sa ascoltarli o dare la giusta importanza alle cose che le dicono,
come a scuola.
Spero lei abbia nuovi appunti, soprattutto per chi e' madre come me di una
bellissima , ma difficile bambina di cinque anni.
Qui in Olanda tutto e' burocraticamente perfetto, in quanto l' abbiamo gia'
inscritta in una scuola, dove verra' osservata, ma io ho bisogno di informazioni, su come
devo comportarmi, visto che in casa c'e' tensione, o forse depressione.
La ringrazio, anche se non pretendo di avere tutte le risposte da lei, ma il suo modo di
scrivere per me e' chiaro.
Una mamma quasi disperata...
Gentile Signora sicuramente Lei è una madre
molto sensibile ai problemi
di sua figlia ed apprezzo il desiderio di informarsi per fare del suo
meglio. Purtroppo non mi è possibile darLe delle indicazioni a distanza
perchè ogni essere umano è diverso dagli altri ed ognuno ha diritto di
essere rispettato e compreso nella sua unicità. Come anche Lei afferma credo
che in Olanda ci siano dei validissimi servizi per l'età evolutiva (come i
nostri Consultori Familiari) dove potrà avere indicazioni specifiche per la
situazione di sua figlia. I problemi di socializzazione non vanno
trascurati, ma non si preoccupi dato che spesso sono di facile soluzione.
Mi permetto solo di suggerirLe di affrontare questi passaggi evolutivi
con serenità, i bambini hanno degli "anticorpi psicologici" che li aiutano e
li proteggono dalle difficoltà, stia tranquilla e si rivolga ad un centro
specializzato per avere qualche consiglio specifico.
Per quanto riguarda i miei scritti purtroppo non ho avuto ancora tempo
di affrontare altri temi, quando riuscirò a produrre qualcosa La informerò
sicuramente.
Le scrivo per dirle che mi è piaciuta molto la sua guida all'educazione, l'unica parte che mi ha colpito "in negativo" è quella riguardante le punizioni; vorrei sottolineare che sono un'assidua lettrice di libri che riguardono appunto l'educazione e il punto che più mi incuriosisce in particolar modo è quello riguardante le punizioni o la maniera per farsi obbedire che è sempre molto severa.
E' un campo che mi affascina molto, per svariati motivi uno dei quali è il fatto di essere mamma di due bimbi e l'altro è quello di essere una insegnante di scuola materna per il momento ancora disoccupata ma che occupa il suo tempo libero in queste letture.
Ritornando alla mia critica volevo dire che comunque è abbastanza brutto da vedersi una mamma che per farsi obbedire deve prendere con forza i polsi del suo piccolo, secondo me è un attegiamento molto aggressivo che il bimbo comunque percepisce come un'aggressione e quindi in negativo.
C'è da dire però che in qualche maniera ci si deve fare obbedire e questa è più accetabile di quella proposta da SUE JENNER non so se la conosce è una psicologa clinica che si occupa da oltre venticinque anni del rapporto con i bambini e ha scritto un libro intitolato IL SEGRETO DELLA FAMIGLIA FELICE dove riguardo alle punizioni adottava la tecnica del TIME OUT che consiste nel far sedere il bimbo in una sedia specifica per almeno cinque secondi per farlo calmare e anche questo era un'atteggiamento un po' troppo severo.Gentile Signora, la ringrazio concordo pienamente con lei sul fatto che il processo educativo spesso diventa violento, la ricerca del soddisfacimento immediato del piacere, così tipica nei bambini, si "scontra" con le regole sociali e da qui si genera inevitabilmente violenza. La punizione è sempre una sopraffazione sull'altro (almeno dal punto di vista del bambino che la subisce), il time-out presuppone già una certa capacità di autocontrollo che è già un traguardo educativo, peraltro, se è attuabile, è certamente "meno peggio" del contenimento fisico.
Volevo, se posso, farle una breve domanda: mia figlia, rimarra', con molte probabilita', figlia unica ( lo sono anch'io). Quali saranno i problemi principali e cosa fare per tamponare la sua "solitudine"? Io, da piccola, avrei voluto un fratello o una sorella, ma ora, anche sentendo storie di amici e conoscenti che con fratelli e sorelle hanno pessimi rapporti, non ne sento piu' di tanto la mancanza.
Gentile Signora, come sicuramente comprenderà rispondere in modo esauriente alla sua domanda richiederebbe molto tempo, quindi La prego di accettare queste poche note.
Non esiste una "combinazione" di fratria priva di potenziali effetti collaterali! Non c'è una posizione di genitura ideale, essere figlio unico, primogenito, secondogenito od ultimogenito comporta sempre dei vantaggi e delle sofferenze, il nostro compito di genitori è quello di porvi rimedio per quanto ci è possibile. La volontà di avere più di un figlio deve nascere solo da noi stessi e non da un presunto bisogno di nostro figlio. Nel bambino il desiderio di un fratellino e/o sorellina è spesso legato all'idealizzazione di un potenziale compagno di giochi che, nella pratica, è ben lontano dalle aspettative originarie; è un desiderio infantile che può essere soddisfatto in altri modi. Solo l'amore, il desiderio di genitorialità ed altri bisogni profondi devono muoverci verso la programmazione (sinchè si può programmare!) di una famiglia più o meno numerosa. La sua bambina non corre alcun "rischio", basta essere consapevoli della sua condizione di unicogenito e porvi serenamente rimedio. Sarà quindi necessario incoraggiare i rapporti sociali con i coetanei e cogliere al volo qualunque situazione che le permetta di sperimentare la condivisione dell'attenzione e dell'interessamento degli adulti (ad esempio può essere utile lasciarla a dormire da una zia che ha dei figli della sua età o più piccoli, oppure invitare a casa cugini ed amici con cui condividere, a piccole dosi, l'attenzione dei genitori).
Mi scuso per l'estrema sinteticità ma spero comunque di esserLe stato di qualche aiuto.
Ciao, è giusto portare i bambini al Jurassic Park (il film)? Non mi riferisco ad una fascia di età precisa, ma si paragonano le fiabe raccontate ai bambini (come strumento pedagogico di insegnamento), dove l'interessato si crea una propria immagine del suo lupo cattivo, ecc.. mentre farli vedere un film con determinate scene secondo lei è sbagliato oppure no?
Non ho purtroppo degli elementi bibliografici o una cultura specifica riguardanti il quesito che lei mi pone. Posso solo dirle la mia personale opinione. Io credo che sia indispensabile conoscere l'età del bambino che dovrà assistere al film in questione, al di sotto dei 7/8 anni lo sconsiglierei vivamente per l'incapacità del bambino di fare una netta distinzione tra realtà e fantasia, ed anche in seguito io sono contrario, se possibile, ad esporre i bambini ad immagini ansiogene e violente. Bisogna però tenere conto dei fenomeni di moda e di quanto l'essere "l'unico della classe a non avere visto il film" possa incidere sulla sua esigenza di conformismo. Non credo che il racconto orale delle favole (molto importante per tantissimi motivi) escluda la possibilità di vedere un film o un cartone animato, nei quali certamente la fantasia viene sfruttata di meno ma non per questo ritengo debbano essere banditi.
Franco Sale Musio
psicologo, psicoterapeuta
Disegni di Adriana Bruno
Qualunque comunicazione riguardante questo scritto sarà estremamente gradita. Ecco il mio indirizzo E-Mail: salemusio@tiscalinet.it. Grazie!