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La commissione Brambilla Istituita presso il Ministero del Welfare dal ministro Maroni, e presieduta dal Sottosegretario Alberto Brambilla, aveva il compito di esaminare il sistema previdenziale italiano. Ha concluso i suoi lavori nel settembre del 2001. Ecco il testo completo del rapporto, in formato pdf:
Qui di seguito, una sintesi dei dati:
La spesa previdenziale nei prossimi anni, fino al 2015, potrebbe crescere rapidamente passando dal 14% al 15,1% del Pil, fino a raggiungere il 15,9% nel 2030. È quanto emerge dall'analisi dei dati sulla spesa per le pensioni della Commissione Brambilla. Fino al 2010 la spesa crescerà in media al ritmo del 3,6-3,8% annuo (2,3-2,5% al netto dell'indicizzazione), con un punta di circa il 7% per le prestazioni di artigiani e commercianti. Anche l'aliquota di equilibrio, senza interventi correttivi, salirà di 3-4 punti. La Commissione ha confermato nella sostanza i dati sulla dinamica futura della spesa previdenziale della Ragioneria generale dello Stato. Secondo i dati della Ragioneria il rapporto spesa pensioni / Pil, presenta una rapida crescita tra il 2001 e il 2015 passando da valori intorno al 14% al 15% circa. L'aumento - secondo il documento - proseguirà nei 16 anni successivi ad un ritmo più contenuto fino a raggiungere il punto massimo, pari al 15,8%, nel 2031. Dopodichè la spesa decrescerà rapidamente attestandosi al 13,5% nel 2050.
Nel 2002, sotto la spinta dell'onda lunga delle pensioni di vecchiaia, le uscite complessive dovrebbero subire un'impennata di oltre il 5,8% (più del 3% al netto dell'indicizzazione).
Per il passato (il periodo analizzato è il 1996-2001) la Commissione, presieduta dal sottosegretario Alberto Brambilla, ha calcolato un risparmio di quasi 60mila miliardi, grazie al rallentamento delle uscite per anzianità eal mancato utilizzo degli sgravi per la previdenza integrativa (a fronte di sconti fiscali previsti per 4.677 miliardi infatti sono stati utilizzati solo 650 miliardi). Altrettanti miliardi dovrebbero arrivare di qui al 2005. In tutto, su dieci anni i risparmi dovrebbero ammontare a oltre 100mila miliardi. Il raffreddamento della spesa è progressivo (al ritmo di 8-10mila miliardi l'anno fino al 2000 e di 12-15mila fino al 2005) e ha permesso di contenere le uscite per trattamenti di anzianità (che restano comunque elevate) in modo leggermente più stringente rispetto alle previsioni.
A confermare che la sostenibilità del sistema previdenziale è a rischio sono anche le nuove elaborazioni sulle aliquote di equilibrio, ovvero sul tasso di contribuzione necessario per assicurare la stabilità all'impalcatura pensionistica: già dal 2010 il prelievo contributivo necessario per evitare il crac al sistema è stimato in una quota superiore al 47% per poi oltrepassare abbondantemente il 48% nel 2030: 15-16 punti in più dell'aliquota massima (32,7%) prevista per i lavoratori dipendenti.
Già dal 2020 il tasso di natalità (circa 300mila figli l'anno) annuo risulta dimezzato rispetto alla fine degli anni 80. Nel 2040 il rapporto tra pensionati e lavoratori attivi potrebbe arrivare dal l'attuale 90% al 120 per cento.
Secondo il documento elaborato dalla Commissione Brambilla, la spesa previdenziale per le pensioni di anzianità è stabile, anzi rispetto alle stime iniziali del governo elaborate sulla base delle riforme Dini e Prodi, è scesa di 240 miliardi nei cinque anni che vanno dal 1996 al 2000. In altre parole in cinque anni le pensioni di anzianità sono costate 24.380 miliardi in meno. Le tabelline allegate al rapporto, indicano che il totale dei risparmi effettuati sulle pensioni di anzianità tra il 1996 e il 2000 è stato di 24.380 miliardi, circa 240 miliardi in più rispetto alle ultime stime disponibili sulla base delle riforme Dini e Prodi e pari a 24.140 miliardi. Nel dettaglio, gli effetti maggiori e i maggiori risparmi sulle pensioni di anzianità sono giunti dai lavoratori autonomi: le previsioni di risparmi per 8.613 miliardi nel quinquennio 1996-2000 si sono rivelate pessimistiche giacché i risparmi sono saliti fino a 11.887 miliardi. Minori del previsto invece i risparmi dell'aggregato dei dipendenti pubblici e di quelli privati: per i privati si prevedevano risparmi per 8.055 miliardi ed invece se ne sono realizzati 6.350; per i pubblici da circa 7.500 miliardi previsti si è scesi a circa 6.000. I risparmi effettivamente realizzati complessivamente su tutte le pensioni di anzianità hanno avuto, secondo i dati della Commissione Brambilla, una progressione nel tempo: nel 1996 si sono risparmiati 3.164 miliardi; nel 1997 sono stati risparmiati 3.507 miliardi; nel 1998 si è saliti a quota 5.199 mentre nel 2000 si è saliti a quota 8.348. Dal rapporto, però, emerge che la fase transitoria della riforma Dini è "troppo lenta", sia per quanto riguarda l'arco di tempo necessario per arrivare all'abolizione delle pensioni di anzianità (2008) sia per l'ammontare dei trattamenti.
Fino al 2005 le uscite del sistema previdenziale per le prestazioni dei lavoratori autonomi cresceranno al ritmo del 4,2-4,5% con punte del 7% (quasi al 5,5% al netto dell'indicizzazione) per artigiani e commericanti)
Sono 8 milioni e 800 le donne pensionate contro i 7 milioni 600 mila uomnini: in totale quindi 16 milioni e 400 mila con 23 milioni di trattamenti per 329 mila miliardi di lire. Il 72% dei pensionati riceve un solo assegno al mese. Il 23% ne cumula due e il 5% almeno tre. Sono 6,2 milioni i pensionati con meno di un milione al mese. Solo 328 mila coloro che superano i 60 milioni.
Un campanello d'allarme molto forte viene invece suonato dalla Commissione Brambilla sulla previdenza complementare: il confronto tra le previsioni e le stime effettive indicano un mancato decollo. La riforma Dini contava infatti di indirizzare, attraverso sconti fiscali e contributivi, risorse per 4.677 miliardi alla previdenza complementare, ma i fondi pensione non sono decollati anche per la mancata adesione dei lavoratori e il minor gettito per lo Stato si è rivelato di soli 650 miliardi. Le cause - si evidenzia nel rapporto - sono da addebitare alla mancanza di adeguati incentivi fiscali, al mancato utilizzo del Tfr ma anche l'alto carico contributivo per la previdenza pubblica. Introdotte dalla riforma Dini, le pensioni complementari sono ancora una rarità. Appena 23 fondi negoziali con 782.821 iscritti. E 99 fondi aperti con 223.032 adesioni.
Per accelerare la fase transitoria il rapporto lascia intendere che occorre anzitutto puntare all'innalzamento dell'età pensionabile. Necessarie vengono anche considerate l'estensione a tutti i lavoratori del metodo contributivo, l'eliminazione delle persistenti sacche di privilegio, rafforzando il processo di armonizzazione e, soprattutto, il decollo dei fondi pensione. Altra proposta è quella del taglio delle aliquote contributive, troppo alte.
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