Pensioni, allItalia il record dei contributi
Il prelievo raggiunge il
32,7%. Letà per il ritiro anticipato è di 56 anni, la più bassa nella Ue
di Enrico Marro
ROMA - LEuropa delle pensioni non esiste. Non cè alcuna armonizzazione tra
le regole previdenziali vigenti nei 15 Paesi dellUnione europea e neppure tra i 12
delleuro. AllItalia spettano due primati: quello dellaliquota di
contribuzione più alta (il 32,7%) per i dipendenti privati (autonomi e parasubordinati
pagano meno della metà) e quello delletà più bassa per andare in pensione
anticipata: 56 anni per i dipendenti privati e 55 per i pubblici. La giungla delle regole
è tale che la commissione europea ha creato il Missoc (Mutual information system on
social protection), un sistema informativo che offre per ognuno dei 15 Stati membri un
monitoraggio costante delle norme in vigore.
I RECORD ITALIANI - Le aliquote di contribuzione sono le più diverse. Si va dal 14,75%
della Francia al 32,7% dellItalia (massimo europeo), passando per il 19% circa di
Germania e Paesi Bassi e il 28,3% della Spagna. Il confronto con Belgio e Portogallo, che
in apparenza presentano aliquote più alte, è falsato dal fatto che in questi due Paesi
si paga unaliquota complessiva sulla sicurezza sociale allinterno della quale
è compresa la voce previdenziale. Differenti anche le età di pensionamento di vecchiaia:
60 anni in Francia per uomini e donne, 67 in Danimarca (sempre senza distinzione di sesso)
e 65 in tutti gli altri (ma in Germania, Grecia, Francia, Italia, Austria e Regno Unito 60
anni per le donne e in Belgio 61). In Austria, Germania, Regno Unito e Belgio è previsto
il graduale aumento delletà per le donne a 65 anni.
Nessuna uniformità, infine, sui requisiti per le pensioni anticipate. In tutti i Paesi
europei è possibile utilizzare questa possibilità, tranne nel Regno Unito. Il record
delletà più bassa spetta allItalia: 56 anni nel privato (57 dal 2002) 55 nel
pubblico. È facile andare in pensione danzianità anche in Francia: bastano 58
anni. E in Lussemburgo (57 anni) e in Grecia (60 anni per gli uomini e 55 per le donne).
In tutti gli altri Paesi ci vogliono 60 anni, tranne in Germania (63 anni) e in Svezia
(61). Regimi diversi, infine, anche per quanto riguarda la previdenza integrativa privata.
Ovunque poco sviluppata, ad eccezione del Regno Unito, dove tuttavia, come nella gran
parte dei Paesi, è volontaria. È obbligatoria, invece, in Danimarca e in Olanda, per i
dipendenti del settore privato in Francia e per quelli del settore pubblico in Germania e
Irlanda.
LA SPESA SUL PIL - La stessa commissione europea ha fatto un primo punto della situazione
nel «Progress report» per il consiglio Ecofin dello scorso novembre, concludendo che in
tutti i Paesi sono necessari interventi, più o meno decisi, per frenare la corsa della
spesa dovuta allinvecchiamento della popolazione. Qui, lItalia, nonostante
abbia già fatto la riforma, sfiora un terzo record negativo: il peso maggiore della spesa
pensionistica sul prodotto interno lordo. Il rapporto confronta i dati 1998 per tutti e 15
i Paesi. Al primo posto cè lAustria col 14,6%, ma subito dopo lItalia
col 14,2%. Francia e Germania sono fra il 12 e il 13%. I Paesi Bassi sono invece
all8,2% del Pil, grazie allo sviluppo della previdenza integrativa. Tutti i governi,
comunque, devono fronteggiare proteste di piazza quando vogliono intervenire sulle
pensioni.
IL CASO TEDESCO - Alla fine il cancelliere Gerhard Schröder ce lha fatta, ma la
riforma delle pensioni approvata l11 maggio scorso dal Bundesrat e che entrerà in
vigore dal prossimo primo gennaio è meno ambiziosa del progetto inizialmente presentato
dal governo. Contiene però una importante novità: per la prima volta viene introdotto un
pilastro privato accanto a quello pubblico. E questo avviene proprio nel Paese che alla
fine dellOttocento, con il cancelliere Otto von Bismarck, creò il primo sistema
generale di previdenza gestito dallo Stato. La riforma tedesca, prevede la graduale
piccola riduzione delle prestazioni pubbliche (da una copertura che oggi può arrivare al
70% della retribuzione a una del 67% nel 2030), il contemporaneo aumento dei contributi
(dal 19% attuale al 22% nel 2030) e la nascita di una previdenza integrativa privata
(finora quasi inesistente), con forti incentivi fiscali per spingere i lavoratori a
investire fino al 4% dello stipendio nei fondi pensione. La riforma tedesca, passata dopo
un lungo braccio di ferro con le opposizioni di centro-destra, non ha invece modificato
letà pensionabile.
IL CASO FRANCESE - Negli ultimi anni cè stata una pioggia di rapporti governativi
per suonare lallarme sui conti previdenziali. Nel 1999 il «Rapporto Charpin»
prevedeva il collasso entro il 2020. Nel 2000 la spesa è cresciuta del 6,3% e nei primi
quattro mesi del 2001 del 4,7%. Nessun dubbio sulla necessità dintervenire nel
Paese che ha il record della più bassa età per la pensione di vecchiaia: 60 anni, grazie
alla poco lungimirante riforma del Régime Général del 1982 che abbassò appunto
letà da 65 a 60 anni. Lo scorso gennaio il governo socialista di Lionel Jospin è
sembrato pronto a cedere alle richieste degli industriali di riportare il limite a 65
anni, ma ha dovuto fare immediatamente marcia indietro davanti ai 250 mila francesi scesi
in piazza il 25 gennaio. Se ne riparlerà dopo le elezioni del 2002.
LA PROPOSTA BLAIR - È arrivata anche questa allinizio dellanno e ha fatto
molto discutere. Per il primo ministro inglese, Tony Blair, sarebbe ora di consentire, a
chi vuole, di lavorare anche dopo i 65 anni. Secondo le indiscrezioni della stampa
inglese, il governo avrebbe in mente di proporre una fascia detà flessibile fino a
70 anni. Quella della flessibilità è in effetti la strada più gettonata dai governi che
vogliono far digerire le riforme. LItalia nel 95 ha aperto la strada
stabilendo, con la riforma Dini, che per tutti i neoassunti dal primo gennaio 1996
letà di pensione varia a scelta tra 57 e 65 anni. Ma anche questo rischia di
restare un record negativo.
(Corriere della
Sera, 28 agosto 2001) |