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Le proposte di riforma
Si tratta della riforma fondata sull'estensione a tutti i lavoratori del sistema contributivo pro rata, con il passaggio al calcolo della pensione sulla base dei contributi versati e non sulla base delle ultime retribuizioni anche per i lavoratori che al 31 dicembre 95 avevano più di 18 anni di anzianità contributiva. Permetterebbe di anticipare gli effetti della riforma Dini, applicando il sistema di calcolo contributivo anche ai lavoratori per i quali era escluso, ovviamente solo per i contributi versati dal momento dell'entrata in vigore dell'eventuale riforma (per i contributi versati prima, continuerebbe ad applicarsi il sistema retributivo). Tra le ipotesi di riforma, c'è anche l'eliminazione del diritto dopzione a favore di uno dei due meccanismi (contributivo o retributivo). Secondo l'Isae, il contributivo pro rata consentirebbe di realizzare risparmi modesti all'inizio (nel primo anno poco più di 100 miliardi) ma via via crescenti nel tempo, fino ad arrivare a un massimo di circa 8 mila miliardi di tagli nel 2015, realizzando anche un effetto di equità rispetto alle nuove generazioni (vedi scheda su chi ci perde e chi ci guadagna). La proposta piace alla Cgil, a parte della sinistra (Veltroni, Amato), a Confindustria e ai ministri di Forza Italia, mentre incontra l'opposizione di Cisl e Uil.
Una parte della maggioranza di governo (Tremonti, Fini) preme per accelerare l'abolizione delle pensioni di anzianità (legate alla durata del periodo contributivo e non all'età anagrafica) che, secondo le regole attuali, dovrebbe scattare nel 2008. La proposta Tremonti prevede la definitiva abolizione delle rendite di anzianità quattro anni prima, cioè nel 2004. Secondo i calcoli dell'Isae leliminazione immediata delle pensioni di anzianità (fatta eccezione per alcuni lavori particolarmente usuranti) frutterebbe, nel 2002, circa 3.500 miliardi di lire. La commissione Brambilla ha comunque verificato che, grazie alla riforma Dini, un notevole risparmio nella spesa per pensioni di anzianità c'è già stato e ammonta finora a 24 mila miliardi. Nella maggioranza, però, c'è chi frena, come il ministro delle Riforme Bossi, anche perché la maggior parte dei titolari delle pensioni di anzianità (che sono in tutto 2.447.932) è concentrata al Nord (Nord 61%; Centro 18,9%; Sud 17,5%; residenti all'estero e altri 2,6%). Per approfondire, leggi la proposta dell'ISAE e la scheda sulla commissione Brambilla
Si progetta ormai da anni di destinare una quota parte del trattamento di fine rapporto (vedi scheda sul Tfr) al finanziamento dei Fondi Pensione. Dopo il tentativo fallito del governo D'Alema, anche il centrodestra ci prova. Però secondo il ministro dell'economia Tremonti e il vicepremier Fini la riforma del Tfr deve prevedere la «libera scelta dei lavoratori» che potranno lasciarlo in azienda come «vogliono in molti», trasferirlo ai fondi collettivi oppure ai fondi aperti. Ma i fondi collettivi ha sostenuto Tremonti in dissonanza le precedenti bozze normative prodotte dai governi del centrosinistra non devono godere di incentivi.
L'aumento delle pensioni minime è uno dei temi caldi del dibattito politico economico. Il Governo si è impegnato ad elevarle a 1 milione di lire. Le pensioni interessate allaumento dovrebbero essere 4.700.000 circa, di cui 3 milioni 300 mila al minimo e 1 milione 400 mila superiori. Le pensioni al minimo (attualmente 740 mila lire al mese) avrebbero un aumento di 260 mila lire che per 13 mensilità è pari a 3.380.00 lire lanno, con una spesa di oltre 11 mila miliardi. Le pensioni superiori al minimo e fino a un milione di lire avrebbero (dato medio) un aumento di 130 mila lire al mese (1.690.000 lanno). A conti fatti la spesa ammonterebbe a 13.500 miliardi. Una cifra che mal si concilia con il bilancio pubblico, tanto che il governo sembra orientato ad accontentare, per il momento (dal gennaio 2002), solo i più anziani: cioè i pensionati con più di 75 anni di età e con determinati livelli di reddito. Attualmente questi pensionati incassano una rendita di 918.900 lire. In questo caso la spesa sarebbe di circa 4.000 miliardi.
Il Governo progetta di abolire il divieto di cumulo tra pensione e reddito da lavoro autonomo o libero professionale anche parasubordinato per gli ultrasessantacinquenni (60 anni per le donne) e per i pensionati di anzianità con 37 o più anni di contribuzione (35 per coloro che sono andati in pensione entro il 31 dicembre 2000).
Si fa strada l'idea della via inglese al pensionamento. Superare cioé il pensionamento danzianità per arrivare a una sorta di quiescenza flessibile, dove il lavoratore sarebbe in condizione di programmare luscita dal servizio senza avere più come limite letà ma semplicemente il proprio tornaconto. Si tratta in pratica della flessibilità dell'età pensionabile, che premia chi resta più a lungo in servizio e penalizza chi (tranne i lavoratori precoci e chi fa lavori usuranti) deciderà di andarsene prima di una certa età. Il progetto del governo si pone lobiettivo di abbattere definitivamente i muri detà dei 57 anni (età minima) e dei 65 anni (età di pensionamento). Come spiega un documento che è circolato nel ministero del welfare, una flessibilità in base alla quale ogni lavoratore deve poter scegliere quando andare in pensione; ovviamente lammontare della prestazione, oltre che correlato ai contributi versati, dipenderà dalletà del soggetto al momento del pensionamento che potrà avvenire tra i 57 e i 65 anni e oltre". Per approfondire, leggi l'intervista a Fiorella Padoa Schioppa Kostoris (Isae)
L'armonizzazione avviata dalla legge n. 335/95 e proseguita dai decreti legislativi di attuazione delle deleghe della riforma stessa e dallart. 59 della legge n. 449/97 (collegata alla finanziaria 1998) ha prodotto, sia pure gradualmente, una decisa unificazione delle regole. Non può dirsi, però, unopera del tutto completa. Occorre tenere presente, infatti, che alcuni regimi ed alcune regole sono rimaste escluse dallarmonizzazione e continuano a godere di privilegi (vedi scheda).
Il ministro del Welfare Roberto Maroni ritiene che dal 2010 la spesa pensionistica esploderà con un rapporto sul Pil che volerà, per colpa delle pensioni dei baby-boomers, ad oltre il 16%. Come intervenire? Maroni pensa all'estensione del metodo contributivo pro rata a tutti i lavoratori, al possibile adeguamento delle aliquote contributive (oggi più basse per i lavoratori autonomi e i parasubordinati) e a dare più forza alla previdenza integrativa. Il ministro dello Stato sociale ha anche annunciato che proporrà di inserire nella Finanziaria un contributo di solidarietà sulle rendite più elevate a favore delle pensioni minime. «Proporrò di mettere un contributo di solidarietà ha detto sulle pensioni di chi prende 10, 20, 30 milioni al mese, così troviamo i soldi per elevare le pensioni minime». Per approfondire, leggi il servizio su Maroni
La proposta di riforma del sistema pensionistico del sottosegretario al Lavoro Alberto Brambilla si articola su quattro punti: 1) l'aliquota INPS dei lavoratori parasubordinati dovrebbe salire al 19% entro il 2004; 2) anche l'aliquota contributiva dei lavoratori autonomi (artigiani e commercianti) dovrebbe aumentare di 2 o 3 punti percentuali; 3) per i lavoratori dipendenti invece è prevista la riduzione del 10% dell'aliquota contributiva (oggi si versa all'INPS il 32,7% della retribuzione lorda); 4) contemporaneamente il 4 per cento dei contributi verrebbe destinato alla previdenza complementare obbligatoria. Per approfondire, leggi l'intervista a Brambilla
Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti vorrebbe accelerare l'abolizione delle pensioni di anzianità che, secondo le regole attuali, dovrebbe scattare nel 2008. La proposta Tremonti prevede la definitiva abolizione delle rendite di anzianità quattro anni prima, cioè nel 2004. Contestualmente sono previsti il passaggio al metodo contributivo e non più retributivo (con la pensione commisurata ai contributi versati) e l'abolizione del divieto di cumulo tra redditi da lavoro e redditi da pensione (chi è in pensione potrebbe svolgere unattività autonoma senza dover restituire allInps, come accade ora, il 50% della rendita). Allo studio infine un intervento sulla previdenza complementare: potrebbe essere ridotta laliquota fiscale dell11% che oggi grava sui fondi pensione. Tre le ipotesi allo studio:
Per approfondire, leggi l'intervista a Maroni
Il viceministro dell'Economia Mario Baldassarri propne una ricetta fondata su tre pilastri: 1) gli sconti fiscali e contributivi a chi resta volontariamente al lavoro, per favorire l'innalzamento dell'età pensionabile; 2) l'incremento dei fondi pensione, attraverso l'utilizzo del TFR (trattamento di fine rapporto); 3) l'azzeramento dell'Irpef e dei contributi previdenziali per due anni per i neoassunti. Per approfondire, leggi l'intervista a Baldassarri
Il presidente dell'Inps Massimo Paci ritiene che la riforma del sistema pensionistico dovrebbe prevedere: il passaggio al sistema contributivo (con il metodo "pro rata"); la destinazione obbligatoria di 3-4 punti del TFR ai fondi pensione, in modo da incentivare la previdenza complementare; più flessibilità in uscita (e quindi nessun obbligo al reintegro da parte delle imprese) quando il datore di lavoro trasforma i contratti a termine o di collaborazione in contratti a tempo indeterminato, in modo da far aumentare il monte contributi e ridurre gradualmente le aliquote contributive per i lavoratori subordinati. Per approfondire, leggi l'intervista a Paci
La riforma del sistema pensionistico per
Confindustria si deve incardinare su un principio: quello della riduzione del carico
contributivo e della spesa per la collettività. Tre i punti centrali: scoraggiare il
ricorso al pensionamento di anzianità, ridurre le aliquote contributive dal 32,7 al 25%
per i neo-assunti ed estendere a tutti il sistema contributivo pro rata. Vediamo in
dettaglio cosa propone Confindustria:
Incentivi per prolungare lattività lavorativa. Secondo la Confindustria la revisione dei criteri per il pensionamento anticipato andrà accompagnata da meccanismi di incentivazione fiscali e contributivi, sia nei confronti delle imprese che dei lavoratori anziani, che consentano di articolare con maggiore flessibilità la continuazione del rapporto di lavoro con la pensione, per esempio attraverso contratti part time, a termine, forme di collaborazione. Ovviamente, va prevista la possibilità di cumulare integralmente i redditi di lavoro (autonomo e subordinato) con quelli da pensione. (il Nuovo, 29 agosto 2001) Per approfondire, leggi la scheda del Corriere della Sera
Secondo il governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio è giunto il momento di intervenire soprattutto su pensioni e sanità. Attenzione però ai conti pubblici. Per poter aumentare le pensioni minime come promesso in campagna elettorale, il Governo dovrà tagliare i vitalizi più elevati e aumentare l'età pensionabile a quarant'anni di contributi.
Reddito minimo garantito anche per gli
anziani al posto delle pensioni sociali; credito d'imposta e salario minimo per i bassi
salari; un sistema di sussidi di disoccupazione con copertura universale per chi perde il
posto di lavoro; un buono per i servizi dell'infanzia per bambini sotto sei anni per le
famiglie a basso reddito. E' questa la rivoluzione del Welfare proposta dalla Fondazione
Rodolfo Debenedetti. L'idea è che per risolvere il problema delle pensioni bisogna
cambiare strada. Fino ad oggi si è agito inserendo barriere sull'età e ostacolando
l'uscita dal lavoro, con meccanismi come quello delle «finestre», aperte e chiuse nel
corso dell'anno. Invece, dallo studio di Agar Brugiavini, Franco Peracchi e David Wise,
emerge una soluzione diversa: si tratterebbe di agire sul meccanismo di incentivi e
disincentivi. Negli Stati Uniti, ad esempio, dove l'ammontare della prestazione è legata
a meccanismi attuariali (chi anticipa la quiescienza riceve importi più bassi) i
lavoratori tendono a restare nel mercato del lavoro più a lungo. Viceversa dove gli
aggiustamenti attuariali non si applicano, come in Italia, i lavoratori si avvantaggiano
della generosità del sistema in età relativamente giovane: la ricerca spiega infatti
che, nel nostro paese stando al campione esaminato dagli autori, il 50 per cento di coloro
che hanno più di 50 anni e meno di 56 risulta inattivo. La soluzione? Anticipare gli
effetti a regime della riforma Dini, previsti per il 2030, quando il sistema contributivo
esteso a tutta la platea dei lavoratori penalizzerà con una decurtazione dell'assegno
pensionistico di circa il 6 per cento annuo chi anticiperà l'uscita dal lavoro. L'altra
metà della riforma è costituita dalla proposta di Tito Boeri, direttore della Fondazione
Debenedetti, e di Roberto Perotti: si tratta di sostituire le pensioni sociali, e parte di
quelle di invalidità, con il reddito minimo garantito (non solo dunque di inserimento) in
modo anche di ridurre la portata dell'istituto delle pensioni di reversibilità. Il
reddito minimo garantito dovrebbe essere graduato in base alla dimensione e alla
composizione del nucleo familiare oltre che ai redditi e ai patrimoni. Completa il quadro
il credito d'imposta accessibile solo da parte di chi accetta impieghi a bassi salari e
graduato in base al numero e all'età dei figli che dovrebbe sostituire i diversi tipi di
assegni familiari fino ad oggi esistenti.
Appunti sulla riforma delle pensioni (Fondazione Rodolfo Debenedetti) Appunti sulle pensioni (Associazione magistrati italiani, a cura di Mario Cicala)
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