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Riforma pensioni: i contenuti della delega

Garantire la sostenibilità del sistema previdenziale, soprattutto nella previsione, a medio termine, dei negativi effetti demografici derivanti dai pensionamenti dei baby boomers e dal restringimento della platea dei lavoratori che sostengono finanziariamente il sistema; garantire maggiore equità intra e intergenerazionale; sostenere lo sviluppo della previdenza complementare; ridurre le aliquote contributive.

È puntando al conseguimento di questi quattro obiettivi che la delega al Governo in materia previdenziale delinea le linee di intervento. Ecco in sintesi i princìpi e i criteri direttivi della delega.

Tfr e fondi pensione - Per favorire il decollo del "secondo pilastro" il governo ha deciso di mettere sul piatto dei fondi pensione tutto il Tfr "maturando". Il dirottamento del Tfr - contrariamente alla formula iniziale del "silenzio-assenso"- diventa obbligatorio. I lavoratori saranno liberi di decidere solo verso chi indirizzare le somme accantonate, ma se taceranno il Tfr andrà automaticamente verso i fondi "chiusi". L'obbligo di indirizzare verso i fondi le somme accantonate non scatterà in alcuni casi particolari. Ad esempio per i lavoratori oramai prossimi alla pensione che dovrebbero versare somme troppe esigue per costruire una vera pensione alternativa.

L'attività di vigilanza sui fondi continuerà ad essere esercitata dalla Covip, che dovrà tuttavia garantire anche la trasparenza dei piani pensionistici individuali oltre che collettivi. Il Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, non ha infine escluso un ricorso allo strumento della cartolarizzazione per consentire ai fondi di disporre da subito di una massa finanziaria consistente con cui partire.

Le compensazioni per le aziende- Per compensare la perdita di una fonte gratuita di finanziamento qual è il Tfr le aziende otterranno: agevolazioni fiscali e per l'accesso al credito (soprattutto per le Pmi), l'eliminazione del prelievo dello 0,20% per finanziare il fondo di garanzia Inps del Tfr e, soprattutto, la contestata decontribuzione tra il 3 e il 5% dei contributi previdenziali dovuti dal datore di lavoro per i neo-assunti a tempo indeterminato. Scompare dalla delega il paletto che limitava la decontribuzione ai giovani al loro primo lavoro. Ora i decreti delegati -come ha specificato lo stesso Ministro del Welfare- potrebbero estendere il taglio dei contributi anche ai lavoratori che trasformano il proprio contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. La decontribuzione -ha replicato sempre Maroni a chi nel sindacato lo accusava nei giorni scorsi di voler favorire i lavoratori del Nord- si somma alla decontribuzione totale già approvata per i giovani del Sud con la finanziaria.

Il taglio dell'aliquota contributiva non avrà tuttavia alcuna ripercussione negativa sulle pensioni che resteranno invariate. A compensare le minori entrate -assicura il Governo-  ci penseranno le maggiori entrate conseguenti alla crescita del numero degli occupati favorita dagli stessi incentivi e l'aumento dell'aliquota contributiva a carico dei parasubordinati. Restano critici i sindacati, i quali temono che la decontribuzione crei con il passare del tempo una voragine nei conti Inps con conseguente taglio delle pensioni per chiudere il buco.

Liberalizzazione dell'età pensionabile- Il lavoratore che pur avendo maturato il diritto alla pensione di anzianità vorrà restare al suo posto di lavoro potrà farlo senza dover chiedere autorizzazione all'azienda. Che sarà invece necessaria per i lavoratori che abbiano raggiunto i limiti di età per ottenere la pensione di vecchiaia. Chi dopo aver maturato il diritto alla pensione di vecchiaia decide di restare potrà ottenere dal proprio ente previdenziale una "certificazione" del diritto alla pensione maturato, con la quale sarà al riparo da qualsiasi eventuale taglio alle pensioni successivo all'opzione.

Incentivi per chi resta- Per spingere il lavoratore a ritardare l'età del pensionamento il governo arricchisce la busta paga di chi resta con un regime fiscale di favore e azzerando i contributi previdenziali: un 33% del quale metà andrà al datore di lavoro e "almeno" la metà al lavoratore. E fin qui tutto bene per tutti. Le contestazioni sindacali scattano però al momento in cui per continuare a lavorare e beneficiare degli incentivi il lavoratore deve dimettersi ed essere riassunto con un contratto a tempo determinato di due anni, trascorsi i quali il contratto può essere rinnovato per periodi anche inferiori. A garanzia del lavoratore il testo specifica tuttavia che il trattamento dovrà essere almeno uguale a quello del contratto a tempo indeterminato. Il lavoratore che decide di restare non potrà andare in pensione prima di due anni.

Abrogazione del divieto di cumulo- La cumulabilità tra reddito e pensione, oggi possibile solo per chi percepisce la pensione di vecchiaia, sarà possibile - in misura graduata e in funzione dell'età e dell'anzianità contributiva- anche a chi percepisce la pensione di anzianità. L'abolizione del divieto di cumulo non si applica ai dipendenti pubblici, per i quali si applicano invece tutte le altre disposizioni, anche se "gradualmente". Il Ministro Frattini era contrario ad estendere il campo di applicazione della delega anche ai pubblici dipendenti per ragioni di tenuta del bilancio dei ministeri e degli altri enti pubblici.

Parasubordinati- Il crescente esercito dei "cococò" ( i lavoratori a collaborazione coordinata e continuativa) vedrà lievitare la propria aliquota contributiva dall'attuale 12,5% al 16,9%, la stessa dovuta dai commercianti iscritti all'Inps.

Lotta al sommerso- Spetterà ai decreti delegati attuativi delle legge-delega trovare gli strumenti per combattere il fenomeno del lavoro nero diffuso tra i pensionati.

Decontribuzione anche per i contratti aziendali- Sale dal 3 al 4% la quota di esenzione contributiva per la quota salariale legata alla contrattazione aziendale e decentrata.

Riforma degli enti previdenziali- Il riaccorpamento degli enti previdenziali "doppione" o non essenziali resta, ma scompare la previsione di compattare la galassia previdenziale intorno agli unici tre soli dell'Inps, dell'Inail e dell'Inpdap. In altre parole i piccoli enti che dimostreranno di avere i conti in regola e di essere efficienti resteranno in vita.

Per il resto il testo è quello della vecchia delega che il governo dell'Ulivo aveva lasciato decadere nella scorsa legislatura. In particolare resta la netta separazione delle funzioni di gestione amministrativa -affidate ad un unico organo "snello" nominato dal Governo- da quelle di vigilanza e controllo che resterebbero affidate ai vecchi Civ. Per i lavoratori dei fondi speciali Inps, che dovrebbero essere riaccorpati nel fondo lavoratori dipendenti, scatta anche l'operazione di riallineamento delle aliquote contributive.

La fase due: pensioni di anzianità - Per il momento nessun riferimento a disincentivi per frenare i trattamenti di anzianità. Il documento messo a punto dal ministero del Welfare parla solo di incentivi per ritardare i pensionamenti e sviluppare la previdenza complementare. Una riforma soft, insomma. Ma il testo lascia anche aperta la strada a una cosiddetta "fase due", in cui dovrebbero essere affrontati i temi più caldi: riduzione dei contributi; estensione del metodo contributivo a tutti i lavoratori; e se ci fossero i margini anche i disincentivi sulle "anzianità". Non a caso il documento prevede che i sindacati possano essere chiamati a verificare la sostenibilità di alcune voci anche nell'ottica di un rilancio della competitività. In questo caso si andrebbe a una seconda verifica approfondita e poi si procederebbe con il metodo dell'avviso comune.

info.gif (232 byte) per approfondire:

Previdenza, ecco la riforma delle polemiche (il Nuovo, 20 dicembre 2001)

Restare in servizio? Meglio andarsene (il Nuovo, 20 dicembre 2001)

Pensioni, ora spunta la mobilità lunga (La Stampa, 5 dicembre 2001)

Ecco la riforma delle pensioni targata Maroni (il Nuovo, 3 dicembre 2001)

Previdenza: il piano del Governo (Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2001)

Pensioni di anzianità, se ne parla nella «fase due» (Il Sole 24 Ore, 23 novembre 2001)

 

 

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