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Degrado economico e decadenza religiosa tra XII e XIV secolo

        Intorno agli ultimi anni del XII secolo i domìni dell'Abbazia pomposiana hanno già superato i confini locali espandendosi verso Asti, Verona, Vicenza e Perugia con una strutturata rete di dipendenze, ma lo stato abbaziale è gradatamente indebolito dai contrasti politici provenienti dall'esterno e da una incipiente spirale di corruzione proprio tra le mura claustrali.

        Gli Estensi, signori di Ferrara, per consolidare il loro potere esercitano pressioni al fine di ottenere terre; la guerra tra guelfi e ghibellini stravolge a ondate successive tutta l'Italia settentrionale; inoltre, la cattiva amministrazione di alcuni abati rende ancor più precaria la condizione economica del complesso benedettino.

        Dopo il governo di Anselmo, eletto nel 1192 e deposto per lassismo, e la parentesi di Alberto (1230-1245) che dilapida una parte dei beni del monastero a proprio vantaggio facendo precipitare ulteriormente la situazione, l'abate Corrado cerca di risollevare le sorti di Pomposa promuovendo nuovi contratti agrari per incamerare subito denaro da investire.

        Ma anche l'osservanza monastica subisce una lamentevole flessione: nella seconda metà del XII secolo l'abbaziato di Ventura e di Pietro se cerca di controllare l'alienazione dei beni al punto da accettare la protezione della casa d'Este, deve far fronte anche alle discordie interne e soprattutto alla mollezza dei costumi. una letteraIl campanile dell'Abbazia visto dalle arcate del Palazzo della Ragione del 1291 inviata dal monaco Antonio all'Arcivescovo Bonifacio di Ravenna, contro l'elezione dell'abate Giacomo, denuncia con toni tragici il clima di scandalo e lussuria che aleggia nel convento; solamente l'abate Enrico (1302-1320) cercherà di imporre la disciplina con l'autorizzazione di Papa Bonifacio VIII e di restaurare l'ordine, sebbene i monaci siano ridotti a 12 nel 1306. La promulgazione di nuovi statuti sulla vita monastica, tesi a regolare i rapporti con la dimensione temporale, e una saggia amministrazione (nel 1317 Enrico fa compilare un elenco delle chiese e monasteri dipendenti da Pomposa) sembrano regalare al cenobio un momento di rinascita. A questo periodo si ascriverebbero gli affreschi dell'aula capitolare e ai primi del Trecento la visita di Dante Alighieri nel suo viaggio a Venezia come ambasciatore dei Da Polenta.

        Continuano intanto le vessazioni dei nobili, consci della crisi dell'autorità ecclesiastica, ed i provvedimenti di moralizzazione rivolti alla Chiesa locale, che tuttavia non toccano Pomposa, del tutto autonoma. Subito dopo e per qualche anno il governo del monastero e dei suoi beni è affidato dal Papa al Vescovo Simone di Pisa in forma di ammenda. Tale istituzione consisteva nella concessione dell'uso di un beneficio ecclesiastico vacante senza assumerne la titolarità. Il Vescovo a sua volta affida l'incarico ad un suo vicario il quale però non se ne occupa affatto, tanto da accelerare la decadenza dell'intero complesso.

        La nomina ad abate di Andrea (1336-1361), che aveva diretto la comunità di S. Giustina a Padova, segna una fase significativa per la cellula pomposiana: i monaci lasciano al nuovo reggitore la facoltà di scegliere una nuova strategia d'intervento poiché i debiti incalzano.

        Nel 1338 per ordine di Papa Benedetto XII due abati si recano in visita a Pomposa in virtù della recente riforma generale monastica. La situazione che si presenta è disastrosa: da tutto il cospicuo patrimonio fondiario il cenobio riceve appena 100 moggia (il moggio è un'antica misura agraria) di frumento e la metà del reddito è costituita dagli introiti derivanti dalle selve, inoltre i pochi monaci (sono 11) sono tormentati dall'aria mefitica dell'acqua paludosa e da mosche e zanzare che non permettono nemmeno di celebrare con dovuto raccoglimento l'ufficio liturgico.

        L'alluvione del Po nel 1344 modifica spaventosamente la già sconvolta morfologia del Delta: i boschi distrutti e la prospettiva del raccolto di grano mancato per tre anni spingono i monaci a non accettare nuove vocazioni per almeno un quinquennio. A ciò si aggiunge la peste nera del 1348, che semina nella sola Ferrara 25 mila vittime, e la grande carestia del 1353 che colpisce tutta l'Italia.

        Malgrado la depressione economica Pomposa riceve dal papato avignonese e dal Cardinale Albornòz la minaccia di interdetto (pena canonica che consiste nella privazione dei diritti spirituali) per il mancato pagamento delle decime, quindi risulta ancora  appetibile e forse proprio per i suoi possedimenti diffusi in molte parti d'Italia; inizia comunque una fase diversa della storia del monastero caratterizzata da un progressivo ed inarrestabile tramonto.

 

Dal regime commendatario alla secolarizzazione

        Il XV secolo vede l'intromissione, dapprima blanda poi sempre più decisa, della casa d'Este negli interessi dell'Abbazia. Mancando un Abate regolare, il Papa ricorre all'istituto della commenda concedendola all'Arcivescovo Baldassare de la Sale, la cui famiglia è fedele agli Estensi. E proprio questa casata riuscirà nel 1452 ad insediare come reggitore commendatario l'Arcivescovo Rinaldo d'Este che prepara il terreno ad un più audace piano strategico attuato dal famoso Cardinale Ippolito d'Este salito al governo di Pomposa nel 1484.

        Dopo 6 anni di abbaziato questi rinuncia alla carica, di conseguenza Papa Innocenzo VIII unisce il convento ferrarese alla Congregazione di S. Giustina di Padova, ma non si priva dei suoi vantaggi economici tanto che viene eretta accanto all'Abate regolare una prepositura (1520), ovvero un beneficio secolare con assegnazione di beni ricavati dal monastero, che è destinata agli Estensi. La già scarsa situazione patrimoniale del cenobio benedettino popolato da appena 10 monaci si disgrega quindi in due direzioni: una parte a favore degli Estensi e un'altra della Congregazione di S. Giustina che si caratterizza per un'impronta spirituale austera.

        Per tutto il periodo dell'unione con la Congregazione, dal 1494 al 1553, doveva farsi sentire il desiderio di rinnovamento tendente ad un ritorno all'osservanza; tuttavia le dipendenze pomposiane non sono immuni da episodi di corruzione che ancora destabilizzano i princìpi fondamentali della vita monastica. Nel 1553 avviene il trasferimento dell'Abate nel convento di S. Benedetto a Ferrara, fondato nel 1496 dal Cardinale Ippolito, mentre alcuni monaci risiedono ancora a Pomposa. Nella nuova sede ferrarese sono raccolti arredi sacri e tesori con l'antica biblioteca.

        Nel 1663 Papa Innocenzo X dichiara soppresso il monastero con l'atto Super extinctione et suppressione parvorum conventuum, trasformando la chiesa abbaziale in parrocchia sotto la giurisdizione ecclesiastica del Vescovo di Comacchio. Gli Estensi, pur avendo perso nel 1598 il Ducato di Ferrara e mantenendo solo quello di Modena e Reggio, accampano ancora gli antichi diritti sulla prepositura; seguono quindi una serie di liti che si protraggono fino a metà del '700 risolvendosi a favore della diocesi comacchiese.

        Nel 1802, in seguito alla politica napoleonica di soppressione delle congregazioni ecclesiastiche, l'ex abbazia con i terreni annessi viene avocata al demanio e messa in vendita. Mentre i fondi agricoli sono acquistati separatamente, il complesso abbaziale con i terreni circostanti è comperato dal cav. Alessandro Guiccioli di Ravenna che ne adibisce i fabbricati ad uso agricolo. Contemporaneamente l'inestimabile corpus delle carte pomposiane subisce un triste destino venendo smembrato proprio in conseguenza dell'ordine napoleonico di raccogliere a Milano gli archivi delle soppresse congregazioni: per vie mai completamente spiegate la parte più consistente (2927 pergamene), attraverso acquisti e successive donazioni di privati, arriva al monastero di Montecassino, circa un migliaio si trova all'archivio di Stato di Roma, mentre a Milano ne arrivano solo 185 e appena 52 restano a Ferrara (oltre ad una precedente sottrazione estense di un'altra quantità che fu portata a Modena, dove si trova tuttora).

        Con l'unità d'Italia lo Stato riscatta i beni monumentali mentre il territorio circostante viene via via bonificato nell'ultimo scorcio di secolo tornando alla primitiva fertilità. Il restauro e gli studi della chiesa e degli uffici abbaziali iniziano tra il 1925 e il 1930 per riprendere e continuare dal 1960 alla fondazione del Museo, nel 1977.

        Attualmente la chiesa appartiene alla giurisdizione ecclesiastica dell'Arcidiocesi di Ferrara e Comacchio, il cui Arcivescovo porta il titolo onorario di Abate di Pomposa. (segue >>>)