Kill 'Em All
Il disco si apre con Hit the lights. E' un pezzo spasmodico e nervoso, forse non all'altezza del resto del disco,
ma dall'indubbio valore.
Secondo brano dell'album è The four horsemen. E' uno dei picchi del lavoro.
Il pezzo successivo che si incontra è Motorbreath, in realtà un tributo di Lars ai Motorhead. E' forse uno dei
pezzi più monocordi dell'intero lavoro: furia cieca e basta, ma ai tempi fece il suo effetto.
Jump in the fire, quarta traccia dell'album, e' considerata da sempre un classico, ma e' stata anche una delle meno
amate del disco da una serie di persone che non ne digerirono mai la cadenza crepitante.
Quinta traccia dell'album e' l'assolo di basso di Cliff Burton, una specie di
marasma psichedelico in cui il bassista dava libero sfogo alle proprie pulsioni artistiche. Il pezzo fu da molti
considerato, e per lungo tempo, il manifesto di quello che rappresentava il bassista nell'economia della band,
cioè il lato visionario, libero, più personale e più tardi si grido' al sacrilegio quando Jason, nei primi tempi della
sua militanza nella band, ne suonava alcuni passaggi nella sua parentesi solista nei concerti. Whiplash, Motorbreath e
"Metal militia", rappresentano il lato più oltranzista dei Metallica di allora, e forse di tutti i tempi.
Phantom lord.
Piena di cambi di tempi ed assoli il pezzo si snoda per i quasi 5 minuti della sua lunghezza in in un crescendo
magistrale che culmina nel break in mid-tempo del finale: un capolavoro di metal da manuale.
No remorse, che comunque
non si discosta molto da quanto sentito finora e ben si inserisce nel quadro generale dell'album. Sara' una delle prime a
finire nell'oblio con il procedere della carriera della band.
Un grande classico del gruppo e' invece il brano seguente,
quel Seek & destroy, la cui durata e' stata nel corso degli anni dilatata a dismisura fino a quel monolite che oggi in
ogni show la band va avanti a suonare per diversi minuti con grossa interazione del pubblico. Non e' certo una scheggia di
velocita', ma in generale riesce comunque ad essere trascinante.
Kill'em all si chiude con il pezzo più significativo di quei tempi: Metal militia.
Ride the Lightning
Fight fire with fire la prima canzone, è un lampo a ciel sereno, un nuovo attacco senza pietà alle orecchie dei
Metallari di tutto il mondo. Sembra tutto nella norma.
Il disco procede con la title track, un pezzo che il gruppo aveva già rodato live prima dell'uscita dell'album e che ben
si inserisce nella violenta tensione della musica suonata dai Metallica a quei tempi.
For whom the bell tolls terza canzone del disco è il primo vero mid-tempo possente e coinvolgente della band.
Un pezzo fondamentalmente per capire la grandezza che doveva arridere ai quattro.
In questa scia di considerazioni bene si inserisce Fade to black, la prima ballad della band, un pezzo che
nonostante gli stupori iniziali rimarrà indelebile nel cuore di tutti i fans.
Trapped under ice e Escape sono due canzoni che principalmente fanno numero, che rimpolpano la struttura,
ma non svettano. Sono in compenso da tener presenti per la convinzione con cui ribadiscono l'eterogeneità delle
dimensioni esplorabili dalla band in ambito strettamente heavy.
Creeping death, quando esce, diventa il brano più coinvolgente che la band abbia mai scritto. Potente, veloce e
melodico allo stesso tempo non ha praticamente difetti e ai concerti la partecipazione dei fan ne e' la prova più concreta.
A chiudere il disco c'è uno strumentale, The call of Ktulu. Prima di tutto si può dire che all'epoca dei Metallica
convivessero due anime: una piu' immediata e capace di proporre canzoni coinvolgenti e di sicuro effetto come
Creeping death e dall'altra una più complessa ed elaborata che partoriva pezzi come The call of Ktulu e spezzoni più
difficili che affioravano qua e la in vari pezzi.
Master of Puppets
Battery e' il prototipo della canzone alla Metallica di quel disco. Essa fotografa esattamente la complessità cui
la band può ora far fronte e al contempo non disdegna puntate nel mondo della velocità e dell'irruenza.
Inizio arpeggiato, lento quindi, ma il resto e' infernale. Ai Metallica piace suonare cosi', per chiaroscuri e la cosa
funziona evidentemente.
Secondo pezzo dell'album e' la title track. E' un concentrato di trame difficili e incasinate da cui la band emerge
vincitrice e con una sorta di patente di compositori di serie A (merito che comunque va per lo più alla coppia
Hetfield-Ulrich).
Il pezzo centrale piu' intimista e le sfuriate degli estremi del brano sono un nuovo inno per i fan della band che
verranno ricambiati del loro affetto con la trasformazione del pezzo con uno dei classici della band live.
Anche The thing that should not be, è al di sopra della media e una spanna oltre qualunque altra band del periodo.
Altro masterpiece del lavoro e' Welcome home (Sanitarium) dove la band colleziona la seconda ballad (o quasi)
della sua. Il pezzo e' un affresco che alterna tinte forti e tenui in un crescendo di emozioni fino all'esplosione finale
in cui il marchio di fabbrica della band emerge in tutto il suo splendore.
C'è poi disposable heroes, forse il pezzo più "strano" del disco, ma al contempo interessante.
Nonostante le parole estremamente crude, non si può dire che non abbia un suo fascino che si distacca un po' dal resto
dell'album.
Un discorso analogo potrebbe essere fatto per Leper Messiah in cui non e' certo celato un tentativo della band di
incanalarsi verso i mid-tempos.
Questa tendenza esplode pero' in Orion, una delle pagine musicali più belle dell'intera carriera della band.
Il futuro della band sta tutto qui, ma ancora una volta nessuno guarda più in la' del suo naso: Orion non e' una canzone
fondamentale per capire l'importanza dello spaziare nella musica della band, peccato che all'uscita venga presa come una
bella canzone e null'altro.
L'album si chiude con Damage inc., il primo esempio di incomprensione di un certo peso tra la band e chi scrive.
Fra le favorite del gruppo, non e' invece poi cosi' amata dallo scrittore, che la ritiene piuttosto una canzone che fa
numero, ma poco di più in un album tra i più belli e importanti nella storia del metal.
...And Justice for All
Il disco comincia con Blackened, un pezzo ritmato e tagliente con cui ancora i Metallica dimostrano una certa dose
di cattiveria.
A ruota segue uno dei brani più lunghi del lavoro, la title track, quasi dieci minuti di cambi di ritmo e break di
sospensione. Indubbiamente un pezzo dal grande sforzo compositivo e di esecuzione.
Eye of the beholder e One sono senza dubbio i momenti più belli di un disco difficile da suonare e da
capire. La prima delle 2 canzoni e' un cadenzato assalto sonoro estremamente coinvolgente, almeno su disco.
One invece e' una ballad in chiaro stile Metallica. Come Fade to black e Sanitarium anche One parte a passi lenti e
soppesati per poi diventare una corsa sfrenata e cieca. E' il primo grande classico della seconda era del gruppo il cui
inizio coincide proprio con luscita di questo album. Da One verrà tratto il primo video della band, un nuovo esempio di
quanto il nuovo corso sia diverso dal precedente.
Il terzo lato del disco e' l'unico con tre brani.
Il primo di questi e' anche il più anonimo dell'intero lavoro: Shortest straw. La sua presenza appare del tutto
superflua anche in virtù del fatto che non presenta niente di nuovo e che non e' mai stata, obiettivamente, una gran
canzone. I mid-tempo che comunque avevano dominato le prime due facciate del disco (eccetto forse la brutale accelerazione
di One) sono ormai la base di tutto il lavoro.
Il pezzo successivo e' invece un nuovo cardine nella carriera artistica dei Metallica: Harvester of sorrow e', per
ritmi, riff e modo di cantare di James, il ponte ideale tra passato, presente e futuro. Non e' infatti per caso che il
titolo del pezzo sia quello più nominato nelle interviste della band nel periodo. In un modo o nell'altro, quel brano era
alla base per il passaggio allo stadio successivo ed anche chi non l'aveva capito ascoltando il disco lo sapeva per certo:
Lars e soci lo dichiararono esplicitamente ad ogni pie' sospinto per almeno 2 anni.
The frayed ends of sanity con le sue parti corali iniziali risulta essere il brano piu' slegato dal contesto, ma
nemmeno di tanto.
To live is to die lunga quanto la title track, ma strumentale (se si eccettuano i pochi versi recitati verso meta',
scritti da Cliff Burton). Il brano, oltre ad essere chilometrico ed assai complesso nei suoi sviluppi, ha anche un non
so che di ripetitivo che si entra nella mente subito, ma a lungo andare annoia: un peccato, soprattutto per la bellezza
di alcuni passaggi melodici di chitarra su cui, tra tutti, svetta quello dove il suono della 6 corde per pochi istanti e'
da solo e sembra uscire da una veccia radiolina a transistor.... Uno dei passaggi più felici dell'intero album.
Justice si chiude con uno dei brani più sottovalutati dell'intera carriera dei Metallica: Dyers eve.
Unica traccia veloce del disco, ebbe la sfortuna di non godere dei favori dei quattro che non la suonarono mai dal vivo;
un vero peccato perché e' un pezzo bellissimo.
The Black Album : Metallica
Metallica si apre con il singolo apripista, quella Enter sandman capace di trascinare il disco in vetta alle
classifiche di tutto il mondo. E' un brano diretto e semplice, con un ritornello orecchiabile e tanta energia da far
impressione.
Il secondo brano del disco, Sad but true e' veramente una nuova pietra miliare nella carriera della band con quel
suo incedere quasi ossessivo e le parole sputate con rabbia da Hetfield; il ritornello non fa poi che aumentare la
tensione. Ecco che si capisce come già la band sia passata da un disco ad un altro e come quella Harvester of sorrow sia
l'anello di congiunzione... e siamo solo al secondo brano.
Terza in ordine di apparizione e' Holier than you e la band rivela in tutta semplicità le nuove mire rock che
sembra essersi posta.
Il pezzo seguente e' il masterpiece del disco, la canzone che i Metallica erano anni che cercavano di scrivere,
l'esatto equilibro tra rabbia e dolcezza: The unforgiven. Tra video, musica e testi non è presente nel brano
nessuna imperfezione. Indubbiamente.
herever I may roam e' un pezzo fondamentale. Non solo dara' il nome ai tour successivi, ma e' in tutto e per tutto
il prologo di quanto accadrà cinque anni dopo con Load.
Don' t tread on me Il sesto brano dell'album oscilla tra rabbia e leggerezza tradendo una matrice tipica del gruppo.
La scala usata nelle ritmiche e i cambi in levare a tratti rievocano quanto fatto nel disco precedente su Eye of the
beholder, gli assoli del pezzo sono comunque rock e non metal.
Through the never e' un brano che potremmo definire riempitivo.
Doveva accadere, era nell'aria, e alla fine ci sono cascati: Nothing else matters e' la prima canzone d'amore della
band, o sarebbe meglio dire di James Hetfield. Sempre di più la band e' nelle sue mani e lui sapientemente la riesce a
guidare.
E' solo una parentesi, comunque, la successiva Of wolf and man, un pezzo basato solo su un gioco ritmico, riporta
la rabbia proverbiale della band a livelli normali.
The god that failed e' il primo heavy-blues (approssimato) della band dall'andamento estremamente lento e le parole
di James ad accompagnare le trame musicali come un'ombra. E' comunque chiaro che il baricentro della band si sta spostando
dalle chitarre alla voce.
Un arpeggio di basso ci fa entrare in My friend of misery e la tristezza sembra voler dilagare.
Complice ancora una volta e' la voce di James che fa quasi tutto da sola. Sempre di più la batteria e' solo un supporto,
Lars ha abdicato di fronte all'importanza delle canzoni, definitivamente. Il break centrale non e' che la conferma di
tutto questo anche se non e' cantato e sfocia poi nell'assolo.
Il disco si chiude poi con The struggle within e il suo cantato in levare.
Load
Ain't my bitch, il brano di apertura del disco e' uno dei pochi in cui il ponte con il passato si rivela concreto.
The house Jack built ha un inizio lento e suadente, appropriato ad una canzone interamente costruita sul mid-tempo
che, essendo dinamici, catturano subito a livello emozionale. Ancora una volta la voce e' la cosa piu' evidente...
i binari su cui andra' a viaggiare l'intero disco sono ormai gia' chiari, anni luce da quanto la band ci abbia fatto
sentire. La potenza esplode di li' a poco e questo disco comincia a piacere veramente. Ancora tanta melodia e armonie
semplici ma efficaci sono le caratteristiche del brano, o sarebbe meglio dire del disco. Strofe ultrapesanti, ma un
ottimo ritornello alleviatore... Until it sleeps: eccoci al cospetto del primo singolo dell'album.
Con King nothing tornano i Metallica che siamo abituati a sentire negli ultimi 5 anni con una canzone che riprende
quanto sentito nel disco precedente, anche se con le venature che caratterizzano questo Load.
Bleeding me e' il secondo brano per lunghezza dell'intero lavoro e fra le primissime posizioni per quanto riguarda
il valore. James ancora una volta supera se stesso con una prestazione vocale da incorniciare. L'impressione che
cominciamo ad avere e' che Hetfield abbia preso lezioni di canto, il miglioramento ed il controllo sono lampanti.
Con Poor twisted me nasce un nuovo genere: il blues metal. Qui la produzione di Bob Rock raggiunge l'apice con dei
suoni al limite della perfezione. La band, dal canto suo, suona un boogie lento, pieno di effetti, che a tratti li fa
cadere nell'autoincensatorio (come accadde ai Led Zeppelin ai tempi di Phisycal Graffiti). E' forse il pezzo piu'
spiazzante del disco al di la' di ogni rallentamente e nuova direzione: questa e' proprio un'altra musica.
Wasting my hate: ecco la perfezione. I Metallica raggiungono l'equilibrio tra il vecchio e il nuovo combinando i
riff potenti che tutti vogliamo sentire da loro con fraseggi melodici e la voce di Hetfield che dilaga.
Mama said dimostra che la svolta acustica era solo questione di tempo.
Thorn within, ovvero My friend of misery parte seconda: almeno nel riff iniziale questa e' l'impressione, il
cantato melodico pero' allontana presto la sensazione di deja vu... almeno fino al ritornello.. Non si venga pero'
ingannati, il pezzo e' uno dei migliori. Il quadro del disco comincia ad essere completo ma quello che ci appare non ci
spiace assolutamente.
Ancora hard rock (o boogie?) per un pezzo ancora una volta diverso come Ronnie. L'impressione e' strana,
soprattutto per la sensazione di danza macabra instaurata dai ritornelli della canzone cui si alternano strofe pesanti
come incudini.
The outlaw torn e' il brano più lungo, nonché l'ultimo. Come un'antologia ripercorre tutti i temi principali del
disco: pesantezza e melodia fuse in un connubio di estrema armonia.
ReLoad
Il disco si apre con un'esplosione di velocità: chi, sulle parole "Gimme fuel, gimme fire, gimme that which I desire"
non si e' ricordato dei vecchi tempi di Fight fire with fire? Certo, forse un po' di differenza c'è tra le due canzoni,
ma sicuramente questa ha fatto sognare i vecchi tempi ai fans più' nostalgici. Il titolo e' Fuel, una canzone che
era pronta (diciamo cosi') fin dal 1995, e testimone e' la precedente versione sul singolo The memory remains dove
la musica e' già definita, e solo le parole sono diverse.
Il pezzo seguente, Devil's Dance e' l'apripista di questo disco, il brano che venne suonato per primo insieme a 2x4
prima dell'uscita di Load: una grande introduzione di basso, accompagnata da liriche piuttosto oscure e depresse.
Eccoci giunto ad un masterpiece del lavoro: The unforgiven II. Il collegamento con il Black Album e' lampante, per
non parlare di quello con la numero 1. La struttura e' la stessa, l'inizio pure, il succedersi dei riffs.
Better than you: questo e' forse il brano piu' anonimo del disco, niente di speciale.
E poi, un po' come nel caso di Cure, il ritornello e' un po' monotono: sempre "better than you" seguito dal coro
in sottofondo che ripete la stessa frase... anche in questo caso questa frase e' ripetuta un po' troppo, non vi pare?
Tra gli altri brani, a parte Carpe diem baby dalle liriche volutamente provocatorie (accentuate dal titolo latino),
e' molto bello Where the wild things are: un altro dei pezzi migliori del disco, se non il migliore.
L'inizio, rilassante e tranquillo, lascia pero' intravedere dalle sue note il successivo sviluppo violento: la canzone e'
il risultato di un abilissimo compendio tra questi due cambi di tema e di tempo, che la rendono un brano veramente
interessante. E' poi bello vedere di nuovo la firma di Jason Newsted in calce alla canzone, e' bello sapere che c'e'
anche lui e che ogni tanto gli viene in mente qualcosa di utile. Continui cosi'.
Prince charming: un ritorno alla velocità, un brano musicalmente molto interessante, anche questo molto Black
Album, purtroppo pero' perde un po' nelle liriche, che sono un po' deprimenti, e secondo me anche poco credibili.
Pero' la canzone va rivalutata molto per gli assoli lunghi e veramente pregevoli di cui e' ornata.
Alla impetuosità di Prince charming si oppone la rilassata tranquillita' di Low man's lyric, se vogliamo una
continuazione di Hero of the day, solo che stavolta non c'è il duro cambio di ritmo. Tutta la canzone e' molto suadente
e melodica, dominata dalla voce eccezionale di James Hetfield che compie vocalismi veramente notevoli su arpeggi
bellissimi.
Ancora una volta il disco cambia bruscamente stile musicale: il brano seguente e' Attitude, forse il brano più
pesante dell'intero disco.
Per concludere abbiamo Fixxxer, un brano che si affianca a The outlaw torn, per lunghezza e struttura soprattutto.
recensioni di Andrea Cinti (www.metallika.tsx.org)
ReLoad
Fuel è pura potenza. Bello tutto, anche se indubbiamente occorre ascoltarla più d’una volta.
The memory remains incede lenta e pasante come un dinosauro fatto di tequila. La voce della Faithfull, prima donna
ad apparire su un album ‘tallica, non ci sta troppo male.
Devil’s dance inizia cupa, à la Angelwitch...e cupa rimane. Un esercizio. Bello il guitar solo. E poco altro.
The unforgiven II si apre con un’intro memorabile e si dispiega come una ballad power-rock con le contropalle.
Potrebbe diventare un classico. Davvero un grande brano.
Better than you sì, è potente, ma è anche una bella badilata di cose già sentite.
Per Slither, incredibilmente, non c’é quasi nulla da dire. Se non un "business as usual".
Con Carpe diem baby (bello il titolo, un po’ alla "Hasta la vista, baby" di Schwarzy) si torna alle cose più
tipiche degli Horsemen. Per fortuna.
Bad seed, altro gradevole esercizio. Tutto qui.
Vagamente sperimentale Where the wild things are, ma almeno tirano fuori le palle e vanno giù sicuri.
Bel pezzo heavy è Prince charming, niente da dire.
Buone le intenzioni per Low man’s lyric, ma il tutto termina in un orribile pasticcio, dissennato e senza
direzione. "Kerrang!" è il settimanale inglese che, come ben sa chi legge la rassegna stampa di Rockol, riesce a parlare
dei Metallica anche quando i Metallica non stanno facendo assolutamente niente. L’abnegazione di "Kerrang!", che una
volta era la Bibbia del metal ed ora parla di heavy ma non solo, alla causa del gruppo è a volte perfino eccessiva.
Quindi il loro 3/5 affibbiato in sede critica al nuovo della band (15 novembre) suona come un campanello d’allarme.
Le nostre valutazioni sui singoli brani, come ad esempio per "Slither", differiscono non poco dalle loro. Nell’esempio
indicato, a noi non piace per nulla e a loro sì. Ok, ricapitoliamo. "Kerrang!" dà a "Re-load" un 3/5. Nello stesso numero
assegna dei 4/5 ai nuovi album dei Consolidated, dei December Moon, dei Dominion, dei Dwarves, al "BBC sessions" dei
Led Zeppelin e a "Queen works", la compilation dei Queen. Punteggio uguale, 3/5, viene attribuito a "Sehnsucht" dei
semisconosciuti (al di fuori della Germania) tedeschi Rammstein. Evidentemente c’é qualcosa che non quaglia. Alti e bassi
continui, intuizioni grandiose e cadute di tono, se non fosse veramente la "Part 2" di "Load" verrebbe da dire che si
tratta veramente di un album di transizione. Ma sappiamo che così non è: infatti "Re-load" è stato scritto proprio nel
1995. Allora viene da chiedersi perché. Perché, mentre avanza nuova gente come i Korn, i Type O Negative, i Marilyn Manson,
Lars e soci buttano fuori un album sostanzialmente vecchio? I fans lo compreranno, e non sono neppure, alla fine, soldi
buttati via perché in giro vi sono cose molto peggiori, ma è l’insieme dell’operazione che ci lascia scettici.
Garage Inc.
Dopo Load e Re-load, album i quali, per usare un eufemismo, hanno spiazzato la base dei fans, arriva ora un doppio album
di covers.
Il primo dei due CD vede le "nuove registrazioni ‘98": inizia male, ha un corpus centrale notevole e termina in modo
scarso. Vediamone alcuni estratti.
Free speach for the dumb (Discharge, 1982) è buona per headbangare un po’, tra amici e nel dopobirra, ma risulta
piuttosto monotona.
It’s electric (Diamond Head, 1980) vede spuntare la potenza dei Four Horsemen, anche se il pezzo è quello che è e dalla
rapa, anche a strizzarla, non ci si cava sangue.
Meglio "Sabbracadabra" (Black Sabbath, 1973), con la differenza che sta tutta nel riff iommiano: un grande pezzo hard.
Turn the page (Bob Seger, 1973) è una splendida sorpresa. Nella trascrizione dei ‘tallica la canzone diviene una
ballatona dall’enorme trasporto, monumentalmente visionaria, perfetta come colonna sonora per un film tragico ed epico
al contempo.
Per Astronomy, una delle composizioni migliori dei grandi Blue Oyster Cult, Hetfield e soci non lavorano certo di
bisturi. Non ricreano le sottili atmosfere immaginifiche ed interstellari dei BOC, ma nella cavalcata finale
distribuiscono mazzate sonore che stenderebbero un bufalo cafro. A tratti emozionante. Finale quasi da saltare.
Whiskey in the jar (Thin Lizzy, 1972) non è da buttare via del tutto, ma chi ha ascoltato l’originale irlandese non può
che mettersi a ridacchiare.
Tuesday’s gone (Lynyrd Skynyrd, 1973), che dire? I Metallica nelle vesti di sgangherati southern-rockers sono
credibili come dei finlandesi che si mettono a fare una tarantella. Meglio lasciar perdere.
E per la conclusiva The more I see (Discharge, 1984) il pensiero non può che essere uno solo: ragazzi, che palle.
Il secondo dei due CD è interamente composto da brani che i Metallica già avevano "coperto" su loro precedenti emissioni
("Hero of the day", "The $5.98 EP", etc.) come extra tracks di singoli. Detto questo, almeno per i fans più fedeli,
detto tutto. "Che casino", ecco come si apre la recensione del settimanale Kerrang!, il quale nel numero 725 assegna
all’album in questione un modesto 3/5. Non per scimmiottare i colleghi inglesi, ma siamo quasi d’accordo con loro.
I Metallica, pur potentissimi, sempre percussivi, sembra abbiano voluto essenzialmente proporci un divertissement, a
volte squisito, a volte poco più d’un amarcord che scade nel patetico.
S&M
Registrato con la San Francisco Symphony, orchestra statunitense attiva dal 1911, al Berkeley Community Centre di "Frisco"
nei giorni 21 e 22 aprile 1999, il doppio dei 'tallica è, come diligentemente annota la press release, "il primo best
dal vivo della band californiana".
Best lo è certamente perché i pezzi ultraclassici ci sono più o meno tutti, da "Master of puppets" a "The memory remains",
da "Nothing else matters" ad "Enter sandman", ma ovviamente l'angosciosa domanda è ben altra:
i Metallica si sono rammolliti? E, in seconda battuta: che bisogno c'era di un greatest hits con i fottuti violini sotto?
Le risposte non possono che essere: no (alla prima domanda), nessuno (alla seconda).
No, Kirk e l'allegra rifferia non si sono rammolliti. I pezzi suonano tosti, tesi, potenti, quindi nessun asservimento ai
canoni orchestrali.
Nessuno, di un greatest non c'era bisogno, tranne i due inediti è tutta roba già stranota. Ma allora...perché?
Francamente non pensiamo che l'abbiano fatto per i soldi. Con 60 milioni di copie vendute, pacchi di soldi in banca,
i Metallica non hanno certo bisogno d'un altro paio di miliardi in tasca. Propendiamo più per la tesi che Jason Newsted
ha raccontato, ci pare con sincerità, a Rockol, e cioè che è stato poco più d'uno sfizio, un episodio destinato a
rimanere isolato, una sfida a loro stessi. Nessuno è obbligato a comprare questo doppio, non c'è una pistola alla tempia,
neppure a quella dei completisti. E' una sorta di greatest hits con sotto i fottuti violini, tutto qui. I quali,
detto per inciso, non stanno poi neanche tanto male. L'orchestra insomma non copre la band, non le toglie respiro, non
la mette in affanno, non assume mai un ruolo preponderante. Anzi, duttile si piega ad un James che marlonbrandeggia.
Anzi, colma in modo sottile il pentagramma. Anzi, sottolinea aggraziata le tonanti linee di basso di Jason. Le novanta
persone sul palco non fanno precipitare il disco in un delirio d'onnipotenza wakemaniano.
Poi è chiaro che dal punto di
vista "pratico" si tratta di un album fondamentalmente inutile, ma brutto certamente non è. Una curiosità, un documento,
un flash sulle mosse attuali della band. Non un'indicazione sul futuro, se non in modo obliquo. Da comprare? Scaricatevi
un paio di pezzi dai vari websites USA sui quali sono stati postati, poi decidete.
Recensioni di Rockol (www.rockol.it)