Il RINASCIMENTO

 

 

In Italia, tra la fine del Trecento e la metà del Cinquecento, si verificò un eccezionale  processo di rinnovamento culturale ed artistico che coinvolse anche gli aspetti della vita sociale, politica ed economica. Tale sviluppo ebbe radici assai lontane, risalenti al periodo del Basso Medioevo. Precursore di questo movimento fu Petrarca, il quale iniziò un’attenta ricerca dei documenti originali dell’età classica, definiti “studia humanitatis”, proprio perché esaltavano la grandezza dell’uomo. Egli osservò le rovine archeologiche e le opere d’arte, ma soprattutto studiò i manoscritti


 

 

 


che i monaci avevano copiato, tramandando numerose opere letterarie, scientifiche, storiche di autori greci e latini. Questi codici si trovavano nelle biblioteche dei monasteri più grandi d’Europa che spesso possedevano opere  considerate perdute. Furono trovate diverse versioni di una stessa opera e questo fu importante perché consentì  l’acquisizione di un nuovo metodo: il confronto tra il testo originale e quello che era stato interpretato dagli amanuensi.

Nacque una nuova disciplina, la filologia, che valutava l’autenticità degli scritti, attraverso un vero e proprio metodo scientifico. Nel 1440 Lorenzo Valla dimostrò, dopo un’attenta analisi, la falsità del documento inerente alla “Donazione di Costantino”, con il quale la Chiesa dimostrava la legittimità del proprio potere politico, mentre cercava di affermare la sua supremazia in Europa. Fu naturalmente un duro colpo per le aspirazioni politiche della stessa Chiesa.

Erasmo da Rotterdam esaminò i testi sacri, alla luce della nuova filologia, per togliere alla religione tutte le superstizioni del medioevo.

 

“V

icini alla felicità sono coloro che si danno  comunemente il nome di monaci e religiosi, usando due denominazioni entrambe false, per il fatto che buona parte di essi è lontanissima dalla religione e non esiste persona che incontri in ogni luogo come costoro…E ve ne sono alcuni tra loro che vendono care la loro sporca amicizia e la loro mendicità e davanti alle porte implorano un po’ di pane con molti lamenti….. E in tal modo questi piacevolissimi signori con la loro sporcizia, ignoranza e rozzezza rappresentano a loro dire gli apostoli.

E ora se i sommi pontefici, i vicari di Cristo si sforzassero di imitare la sua Vita, cioè povertà, fatiche, dottrina, croce, disprezzo della vita, se riflettessero sul nome di Papa, cioè padre, chi mai vorrebbe comprarsi quel nome con ogni mezzo? Chi, dopo averlo comprato, lo difenderebbe con le armi, col veleno, con ogni violenza? Tante ricchezze, tanti onori, tanto potere, tanti uffici, tante dispute, tante dispense, tante indulgenze, tanti tributi, tanti cavalli, muli, servi, tanti piaceri! Far miracoli è una cosa antica, passata di moda: non è più di questi tempi, insegnare al popolo è fatica, interpretare le sacre scritture è compito della scuola, pregare è perdere tempo, versare lacrime  è cosa da donnette, essere poveri è vergognoso, essere vinti è uno sconcio…..”.

               (da Enonium moriae di Erasmo da Rotterdam)  

Il fiorentino Niccolò Machiavelli delineò, alla luce dei successi e degli insuccessi politici dei principi, una nuova figura di sovrano, che operava senza preconcetti morali e religiosi, usando tutti i mezzi necessari alla conservazione dello stato.

     

   “[I

 

o]sostengo che ogni principe deve desiderare di essere considerato pietoso, non crudele. Tuttavia deve desiderare di non usare male questa pietà..[…] Nasce da ciò un dibattito: se sia meglio essere amato piuttosto che temuto, o viceversa. Si risponde che si vorrebbe l’una e l’altra cosa; ma poiché è difficile unirle insieme, se si deve fare a meno di una delle due, è molto più sicuro essere temuto che amato. Perché degli uomini generalmente questo: che siano ingrati, volubili, simulatori, scansa pericoli, avidi di guadagno; e mentre fai loro del bene, sono tutti per te, ti offrono il sangue, le cose, la vita, i figli quando il bisogno è lontano: ma quando [il bisogno] ti si avvicina, essi ti si rivoltano contro. E quel principe che si è basato esclusivamente sulla loro parola, cade in rovina; perché le amicizie che si acquistano con il denaro e non con la grandezza e con la nobiltà d’animo, si comprano, ma non si hanno al tempo opportuno e non si può contare su di loro. E gli uomini hanno meno riguardo ad offendere uno che si faccia amare, che uno che si fa temere: perché il timore è mantenuto vivo dalla paura della punizione, che non abbandona mai.

                                   (Da Il Principe di Niccolò Machiavelli)              

            

Baldassare Castiglione da Mantova, nella sua opera il Cortigiano, descrisse un modello di gentiluomo rinascimentale colto e raffinato, che sarà utilizzato come regola nell’educazione della nobiltà europea. 

 

“E

gli ai dì suoi fu lume dell’Italia; né mancano veri e numerosi testimoni che ancor vivono, della sua prudenza, umanità, della giustizia, liberalità, dell’animo invitto e della disciplina militare: della quale fanno fede soprattutto le sue tante vittorie. Nell’aspro sito di Urbino edificò un palazzo: secondo l’opinione di molti, il più bello che in Italia si ritrovi; e d’ogni bella cosa lo fornì che non un palazzo, ma una città a forma di palazzo esso pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, ricchissimi drappi d’oro, di seta e d’altre cose simili, ma per ornamento vi aggiunse una infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singularissime, strumenti musicali d’ogni tipo. Con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, che tutti ornò d’oro e d’argento, stimando che questo fosse il massimo tesoro del suo grande palazzo.”

    (Da Il libro del Cortegiano di Baldassarre  Castiglione.)

 

Le corti misurano la loro grandezza non soltanto con le armi, ma con lo sviluppo delle arti e delle lettere; i principi, infatti, desiderano dare vita ad una nuova  rinascita dell’Europa come quella avviata dai Benedettini.

L’Orlando Furioso”, di Ludovico Ariosto, con il suo mondo fantastico, metterà in subordine la difesa della fede, tipica del medioevo, al gusto per l’avventura, al capriccio dell’amore, alla nobiltà d’animo, condensando il modo rinascimentale di concepire il mondo.

La cultura antica  “rinasce”, grazie anche alla diffusione in Italia, di numerosi testi classici in lingua greca, che ora finalmente potevano essere conosciuti nella lingua originaria perché, dopo la caduta di Costantinopoli, molti intellettuali greci si erano rifugiati in Italia con il loro ricco bagaglio artistico (codici, manoscritti, icone, etc.). E’ l’inizio della valorizzazione del passato: tutti i testi classici che il monastero di Montecassino aveva conservato per tutto il Medioevo furono acquistati e riuniti dagli umanisti fiorentini. Boccaccio portò a Firenze il “De lingua latina” di Varrone e la “Pro Cluentio” di Cicerone,  inoltre aveva molti esemplari di Tacito, di Apuleio, della cui opera resta una copia autografa che si trova nella biblioteca laurentana (laur 54,32)

Gli umanisti riscoprono anche le opere dei matematici Euclide e  Archimede, i trattati di medicina di Galeano, le descrizioni geografiche di Tolomeo, il trattato di architettura di Vitruvio.  Studiano questi testi per riacquisire nozioni, conosciute ma dimenticate attraverso i secoli, e applicarle nei settori della scienza e della tecnica, diversamente da come erano state utilizzate dagli antichi, i quali avevano separato la scienza dalla tecnica, poiché consideravano l‘attività pratica  poco onorevole.   

 Nasce uno stretto legame tra scienza, tecnica ed arte, soprattutto nella ricerca di nuove soluzioni in tutti i campi. La matematica, la fisica, la biologia e le altre scienze, che non avevano avuto grande sviluppo durante il Medioevo, vengono riscoperte. Si pongono le basi degli eccezionali sviluppi del Seicento. Gli architetti dell’epoca richiamandosi ai principi classici di razionalità, ordine ed eleganza ristrutturano molte città. Le dimore dei signori si trasformarono da casa-fortezza in lussuose dimore, In molti centri urbani i palazzi comunali diventeranno veri e propri luoghi di rappresentanza o di residenza.

 

 

“Q

uesto[=il duca Federico], tra l’altre cose sue lodevoli, nell’aspero sito [cioè nella parte più alta] d’Urbino edificò un palazzo, secondo la opinione di molti, il più bello che in tutta Italia si ritrovi;  e d’ogni oportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma de palazzo esser pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d’argento, apparamenti [=addobbi] di camere di ricchissimi drappi d’oro, di seta e d’altre cose simili, ma per ornamento v’aggiunse un’infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singularissime [eccezionali], instrumenti musici d’ogni sorte¸ né quivi cosa alcuna volse [volle], se non rarissima ed eccellente. Appresso con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e d’argento, estimando che questa fusse la suprema eccellenza [=il più grande motivo di gloria] del suo magno palazzo.”

                                      (dal Cortegiano di Baldassar Castiglione)


Anche i castelli, che si trovavano nelle campagna, si trasformarono in confortevoli dimore di tipo rinascimentale; non avevano più torri o mura, ma venivano circondati da giardini e parchi .

 


                                       Il giardino della villa medicea di Castello (Firenze)

 

 

Essi venivano progettati dagli architetti più famosi ed erano di grandissime dimensioni; avevano dei disegni geometrici e possedevano, oltre ad aiuole e boschetti, grotte, fontane, statue e laghetti. Erano luoghi d’incontro, dove si poteva passeggiare tranquillamente ad organizzarvi feste e recite con lussuose cerimonie che stavano ad indicare il prestigio della famiglia alla stessa maniera dei ritratti. I pittori, infatti, li facevano ai loro signori, scegliendo come sfondo questi magnifici giardini per caratterizzare la vita eccezionale dei nobili e suscitare rispetto e ammirazione.

Si accentuò nelle corti il gusto aristocratico; alcuni comportamenti caratterizzarono l’ideale del nuovo gentiluomo e l’amore per l’arte diventò elemento fondamentale per i nobili e gli uomini di cultura. Le azioni quotidiane delle donne erano contrassegnate da garbo e finezza, accanto al privilegio della nascita nobiliare vi fu quello della cultura.

Per questo periodo di “rinascita” e di “risveglio”, lo storico Giorgio Vasari, nel Cinquecento coniò il nome Rinascimento. L’uomo considerato  sempre di più centro dell’universo, capace di scegliere tra il bene e il male, tra il vero e il falso, tra il bello e il brutto, diventa l’artefice del proprio destino.     

      

     

T    

i ho messo al centro del mondo perché di lì più agevolmente tu possa vedere, guardandoti intorno, tutto quello che nel mondo esiste. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché tu, come se di te stesso fossi il libero e sovrano creatore, possa darti da te solo la forma che preferisci. Tu potrai decadere abbassandoti sino agli esseri inferiori che sono i bruti, oppure seguendo l’impulso del tuo animo, risollevarti elevandoti agli spiriti maggiori che sono divini”

                    (da La dignità dell’uomo di G. Pico della Mirandola)

 

Questo giudizio fu convalidato dalla affermazione della classe borghese, che con la sua attività si era imposta come artefice della propria fortuna e da ciò scaturì, come un fatto naturale, la rivalutazione della vita terrena: non più interpretata come una preparazione alla vita eterna  Di conseguenza si generò un notevole fervore. La rinata fiducia delle attività umane portò alle scoperte che rivoluzionarono il tenore di vita della gente.

Secondo i primi umanisti , le grandi qualità dell’uomo dovevano essere usate in attività al servizio della vita politica e civile della città stesse.

 

 

“P

iù di tutti mi sembrano saggi coloro i quali hanno scelto la vita civile […]. Penso che questo mondo che abitiamo, che vediamo così adorno e quasi dipinto, non avrebbe bellezza alcuna se non fosse abitato da uomini impegnati nella vita sociale. Poiché sono essi che divisero le province, che fondarono in luoghi adatti le città, i borghi, le ville, i villaggi; che riunirono gli uomini in tribù e gruppi, che posero a capo delle famiglie i padri. […]. Certo, molti  [sapienti], sia Greci sia Egiziani, si dedicarono con piacere alla contemplazione e molto scrissero intorno a cose misteriose e meravigliose; però questa attività è riservata a pochi uomini. Io invece ammiro e lodo soprattutto  i romani che, tralasciando gli interessi privati e i piaceri dell’animo, scrivendo sulle leggi e sui costumi, provvidero sempre al bene comune dell’uomo.”

                (da L’ottimo cittadino di Bartolomeo Sacchi)   

 

     Cambiò il modo di intendere il tempo, che non veniva più calcolato vagamente per mezzo di clessidre o meridiane, ma avvertendosi la necessità di uno strumento più preciso, che regolasse la durata di ogni singola ora, si arrivò all’orologio meccanico, che per le sue grandi dimensioni veniva montato solo sui campanili.

 

                               


          

                                                        Orologio meccanico- miniatura del 1360

 

Si ebbero dei mutamenti nella concezione dello spazio, sia per quanto riguarda la rappresentazione cartografica  nelle carte


 

 


                     Il  celebre planisfero disegnato da Gerardo Mercatore nel 1587.

nautiche, sia nel campo artistico, dove furono perfezionate le proporzioni con la prospettiva.


 



Lo spirito critico dell’uomo rinascimentale mise in discussione anche la visione del cosmo! Per molti secoli si era creduto che la terra fosse al centro dell’universo e quest’ultimo veniva considerato uno spazio limitato.

         

                        Secc.XII-XIII rappresentazione dell’Universo                   


Niccolò Copernico sostenne invece che il sole era al centro dell’universo e che il nostro pianeta, girando attorno a se stesso, girava attorno ad esso.         

                          Sistema solare di Copernico.

 


La cultura non era più subordinata alla teologia; gli umanisti essendo uomini di mondo, notai, segretari, pontefici, cancellieri, vi avevano  impresso un carattere profano, collezionavano libri, organizzavano biblioteche private, condividendo il monopolio del sapere con gli ecclesiastici.

Gli uomini del Medioevo credevano che la loro permanenza sulla terra fosse solo un periodo di preparazione alla vita eterna. Le doti intellettuali, fisiche erano un prodigio o un miracolo della divinità. Le azioni che portavano al successo, dunque, non avevano nessuna importanza. Non fu così per gli uomini del Rinascimento, che vedevano, dei valori da ricercare nelle gioie e nei successi. La bellezza e l’esaltazione del corpo non venivano più considerate come atti di vanità, l’amore fra uomo e donna non fu più visto come occasione di peccato e la ricchezza non fu più  avarizia.


 

 


All’ammirazione per il monaco, nel periodo medioevale, che fugge dagli impegni di questo mondo nell’attesa della vita celeste, si contrappose quella per l’artista che offre all’uomo la bellezza, per il mercante che trasforma la vita di tutti, per il principe che affronta con vigore i problemi dello stato. Anche la storia non viene più considerata come riflesso  dell’opera divina, ma come frutto della volontà dell’uomo, che  non appare più come un essere miserevole, ma con il suo ingegno può trasformare  la terra e dominare gli eventi.

L’esaltazione dell’individuo corrispondeva ai bisogni della  classe borghese, che era perfettamente cosciente di essersi creata da sola le proprie fortune; corrispondeva ancora alla classe politica che aveva costruito il proprio stato con la propria iniziativa,  senza investiture da parte del papato o dell’impero.

Lo sviluppo del Rinascimento non sarebbe stato possibile senza il committente, colui che dava l’incarico per la realizzazione di un’opera, e l’artista, che la produceva, senza uno stretto legame, dunque, tra il potere e l’intellettuale. I promotori della prima arte “laica”, furono, infatti, i principi che commissionarono quadri, affreschi e monumenti intesi a celebrare la loro persona e le loro famiglie. Divennero i protettori  degli umanisti, degli artisti e dei letterati, che ospitarono e mantennero nelle loro  corti. Questo mecenatismo, chiamato così dal nome di Mecenate, patrizio romano amico di Orazio e di altri poeti, trasformava le corti in centri di raccolta e di lavoro.

A corte vivevano quegli aristocratici che avevano funzioni domestiche prestigiose: il ciambellano, che teneva in ordine le stanze ed i vestiti del signore; il gran siniscalco, che sorvegliava la preparazione delle vivande; lo scudiero, che si occupava dei cavalli. In realtà loro non provvedevano direttamente a questi compiti, ma li dirigevano affidandoli a persone di servizio.

Vi erano poi amministratori, giudici, politici e favoriti: giovani gentiluomini che accompagnavano il sovrano nel tempo libero. Scelti per la loro bellezza e la loro eleganza, venivano ammessi negli appartamenti privati.

I signori non sempre erano generosi con i loro protettori, a volte li costringevano a sopportare grandi umiliazioni. Benvenuto Cellini e Ludovico Ariosto raccontano quanto fosse difficile essere ricompensati e quanto fosse umiliante servire il proprio mecenate.

 

“Pazzo chi al suo signor contradir vole,

se ben dicesse c’ha veduto il giorno

pieno di stelle e a mezzanotte il sole.

 

O ch’egli lodi, o voglia altrui far scorno,

di varie voci subito un concento

s’ode accordar di quanti n’ha dintorno;

 

e chi non ha per umiltà ardimento

 la bocca aprir, con tutto il viso applaude

e par che voglia dir:- anch’io consento-.”

(dalle Satire di L. Ariosto)

 

Silvio Piccolomini nel trattato “Le miserie dei cortigiani” scrive che, mentre il principe divorava la carne di cervo, di lepre o di cinghiale, preparata con squisite salse, gli ospiti meno importanti aspettavano che i servi offrissero loro gli avanzi.

 

 T

ra le qualità esteriori, quelle che innanzi tutto si esigono in grado perfetto in un cortigiano sono i cosiddetti esercizi cavallereschi..[..]. Il cortigiano deve aver familiari tutti i giochi ed esercizi più nobili, anche il salto, la corsa , il nuoto, la lotta: principalmente poi deve essere un abile danzatore e (come è ovvio) un perfetto cavallerizzo. Oltre a ciò si esige da lui che conosca più lingue, o almeno l’italiano e il latino, che s’intenda di amena letteratura e sappia dare un giudizio a proposito di belle arti; nella musica anzi gli è richiesta una certa abilità pratica. […] Naturalmente non deve possedere nessuna qualità in modo eccellente, salvo l’esercizio delle armi; dal bilanciarsi reciproco di tante doti risulta per l’appunto quel perfetto individuo, nel quale nessuna dote primeggia in modo invadente.

       (da La civiltà del Rinascimento in Italia di Jacob                                                                                               Burckhardt)

 

Enea Silvio Piccolomini divenuto papa con il nome di Pio II, incaricò l’architetto Bernardo Gambarello, detto il Rossellino di trasformare Corsignano antico borgo medioevale, che gli aveva dato i natali, in una moderna città rinascimentale con il nome di Pienza. Per la prima volta furono utilizzate su scala urbana nuovi criteri di costruzione, applicando la prospettiva agli spazi occupati dagli edifici.

Il Palazzo Papale, il Palazzo Pretorio, la Cattedrale, furono realizzati con sistemi architettonici di armonia. Pienza doveva nascere nel centro dell’antico borgo e l’operazione diventò difficile  perché si doveva tener conto delle costruzioni preesistenti; ma questi problemi furono risolti in soli tre anni dal 1459 al 1462.


Per mantenere il vecchio asse viario l’architetto pensò di rendere divergenti i palazzi principali inserendo tra questi la Cattedrale. L’effetto fu di grande armonia perché ponendosi di fronte al palazzo del Pretorio, si coglieva con lo sguardo la proporzione con un effetto ottico di piramide; invertendo il punto di vista, lo spazio della piazza si restringeva.

 

 


Pienza fu uno dei pochi esempi concreti del nuovo modo di progettare la città, perché si tenne conto della disposizione degli spazi a misura d’uomo.  

I quartieri dove sorgevano le abitazioni dei poveri, erano luoghi umili, bui, male odoranti, umidi e poco igienici. Alla fine del 500, alcune autorità degli stati italiani, cominciarono a farli pulire  ed a raccogliere l’immondizia. Nelle grandi città si iniziò a pensare  anche ai poveri offrendo loro dei momenti di divertimento con il teatro o facendoli assistere a diverse esibizioni; anche i predicatori nelle cattedrali richiamavano una grande folla. Le città rinascimentali, dunque, sorsero con un’organizzazione che rispettava tre obiettivi: l’estetica, la comodità e la funzionalità.

        

“T

utte le cose saranno misurate, congiunte e collegate insieme non a caso, ma con un ordine preciso. Ciò consentirà che lo sguardo scorra libero e volentieri.”

       (dal Trattato di Architettura di Leon Battista Alberti).

    

Molti architetti seguendo questi insegnamenti progettarono la città ideale, ordinata secondo un piano geometrico, con strade grandi e rettilinee, una grande piazza dove gli uomini potevano incontrarsi  ed esercitare le loro attività


 

                                                          La città ideale del Rinascimento

 

Le piante urbane avevano caratteristica radiocentrica, che consentiva alle strade principali di avere un unico punto d’incontro: la piazza centrale. Apparivano come una fortezza, poiché le mura che sorgevano attorno ad essa erano basse e massicce con dei bastioni sui quali vi erano dei cannoni per difendersi dai nemici.

 


                                                                    Cosimo dei Medici


Firenze era il principale centro intellettuale italiano e il palazzo dei Medici fu centro mirabile di cultura: Cosimo con il nipote Lorenzo usarono il mecenatismo come strumento di dominio; entrambi avevano qualità e capacità per seguire l’attività dei letterati e degli artisti. Nel palazzo di Via Larga, come nelle ville di Careggi e di Cafaggiolo, Cosimo riuniva i migliori cittadini della città: letterati, filosofi e artisti.

 


Grazie alla sua passione per l’architettura nacquero: chiese, ville e conventi; lavorarono per lui Brunelleschi, Donatello, Benozzo Gozzoli. 

Il grande bibliotecario del palazzo era Vespasiano da Bisticci, che lo riforniva di codici. Cristoforo Landino iniziò ad insegnare eloquenza in uno studio fiorentino e commentò i testi di Dante, Virgilio, Orazio e Petrarca; Agnolo Poliziano fu incaricato dell’educazione dei figli di Lorenzo, Piero e Giovanni, che avviò allo studio dell’eloquenza latina e greca.

 

 “ D

igli, zampogna mia, come via fugge

co gli anni insieme la bellezza snella;

e digli come il tempo ne distrugge,

né l’età persa mai si rinovella;

digli che sappi usar suo’ forma bella

chè sempre mai non son rose e viole.”

                                      (da l’Orfeo di  Agnolo Poliziano)

 Insieme a Firenze gareggiavano altre capitali; dopo lo scisma, Roma fece passi da gigante, per la reggenza di papi intelligenti e cultori delle lettere e delle arti. Lavorarono, per papa Martino V, molti pittori come Masaccio e Gentile da Fabriano; Frate Angelico, sotto la guida di Eugenio IV, fece degli affreschi nella cappella del Sacramento in San Pietro. Grande rivoluzionario di Roma fu papa Niccolò V, che aveva due passioni: raccogliere codici e costruire monumenti. Appena eletto papa, infatti, pensò di restaurare Roma: le mura e gli acquedotti, i porti, le basiliche, le chiese, le mura urbane, il Campidoglio; progettò la ricostruzione dei palazzi Vaticani e rinnovò tutta la città Leonina.

Il più grande capolavoro di Niccolò V fu la fondazione della grande biblioteca, per la quale lavorarono calligrafi e miniatori.

Nella metà del XV secolo, Flavio Biondo da Forlì ebbe un ruolo importante nel campo storico, egli infatti scrisse: “Historiarum ab inclinatione Romanorum decades” dove vi sono narrate le vicende d’Italia dal V secolo d.C. all’età contemporanea, comprendendo il Medioevo come preparazione dell’età moderna.

Successore di papa Callisto III, fu Pio II il quale, amante degli studi classici, valorizzò le bellezze dell’Italia rappresentandole nelle sue opere.


Paolo II affascinato dalla cultura di questo tempo fece costruire palazzo Venezia e  sotto la guida di Sisto IV, che restaurò chiese e palazzi e abbellì il Vaticano, si costruì la cappella Sistina.

 


La prima manifestazione concreta dello spirito rinascimentale fu nella pittura: i corpi piatti e sgraziati dell’arte medioevale acquistarono spessore e plasticità. Gli oggetti affiorarono attraverso i chiaroscuri e la luce, la bellezza dei volti e dei paesaggi trionfò; la prospettiva consentì di creare immagini e suggestioni nuove. Una vera rivoluzione fu operata da artisti come: Masaccio, Botticelli,  Michelangelo, Raffaello e Leonardo.


 


Tondo Doni di Michelangelo

 

 

Quest’ultimo nato a Vinci nel 1452 e morto nel 1519, fu l’anello di congiunzione tra il primo e il secondo Rinascimento, che durò circa vent’anni e venne considerato il periodo d’oro dell’arte italiana.

A quindici anni incominciò a lavorare nella bottega di Andrea del Verrocchio e si dice che divenne così bravo da indurre il suo maestro a non dipingere più, perché sdegnato dal fatto che un allievo sapesse più di lui. Nel 1478 lavorò a Firenze eseguendo il ritratto di Ginevra Benci, di San Gerolamo e L’adorazione dei Magi. Presentò domanda di assunzione alla corte degli Sforza di Milano, riassumendo le sue abilità in nove punti, nell’ultimo scrisse di essere anche pittore, scultore e architetto.

Approfondì i suoi studi di anatomia, ottica, botanica, matematica, ingegneria. Con la caduta degli Sforza, si recò in molte città finché giunse a Roma, dove avevano grande prestigio Raffaello e Michelangelo, ma non riuscì ad avere nessun incarico. Nel 1515 Leonardo fu presentato a papa Leone X ed al giovane re di Francia Francesco I, con il quale strinse rapporto di amicizia.

 

“M

entre gli industriosi ed egregi spiriti, desiderosi di imitare con l’eccellenza dell’arte la grandezza della natura, si affaticavano, il benignissimo Rettore del Cielo volse clemente gli occhi alla terra e si dispose a mandare uno spirito che universalmente in ciascheduna arte ed in ogni professione fosse abile, operando per sé solo a mostrare che cosa sia la perfezione dell’arte del disegno, nel lineare, dintornare, ombrare e lumeggiare, per dar rilievo alle cose della pittura, e con retto giudizio operare nella scultura, e rendere le abitazioni comode e sicure, sane, allegre, proporzionate e ricche di vari ornamenti nell’architettura. Volle oltre a ciò accompagnarlo della vera filosofia morale con l’ornamento della dolce poesia, acciocché il mondo lo eleggesse ed ammirasse per suo singularissimo specchio nella vita, nelle opere, nella santità dei costumi ed in tutte l’azioni umane; e perché da noi piuttosto celeste che terrena cosa si nominasse.”

      (da La Biografia di Michelangelo di Giorgio Vasari).

 

Parte integrante dei suoi dipinti è il paesaggio. Egli elaborò la tecnica del chiaroscuro, che chiamò sfumato, e della prospettiva, secondo cui gli oggetti diminuiscono gradatamente di grandezza e di intensità di colore, fino a confondersi con la luminosità dello sfondo. I volti leonardeschi, soprattutto quelli femminili, affascinano l’osservatore per la dolcezza della loro espressione. Egli fu autore di molte opere, dipinse la Gioconda intorno al 1503-1506, essa rappresenta l’espressione poetica di quella lunga indagine sui fenomeni naturali, che per lungo tempo occupò la vita di Leonardo. La sua figura può essere racchiusa dentro un triangolo, che ha per vertici la testa ed i gomiti, ma se si considerano le mani si trasforma in un quadrilatero intersecato.  Dietro la figura si estende il paesaggio, rappresentato con la famosa prospettiva aerea.

 


La Gioconda di Leonardo

 

 


Dipinse la Vergine delle Rocce in una grotta ombrosa con dei fasci di luce nello sfondo; la tavola fu eseguita per la Cappella della Concezione di San  Francesco Grande a Milano, in base a un contratto stipulato il 25 Aprile 1483.  

Un salto di qualità avviene anche nella scultura con Donatello, Ghilberti e Michelangelo.

 Il Buonarroti nato a Caprese in Toscana , fu allevato da una balia, moglie di uno scalpellino, tanto che lui stesso diceva: “Col latte trassi l’amore alla pietra”

Fu discepolo del Ghirlandaio, ma apprese poco da lui perché nell’arte fu un autodidatta. La sua vita fu una continua lotta con l’ambiente di allora: abbandonò Firenze per recarsi a Bologna, ma attratto da Roma si stabilì, intorno al 1505, alla corte di Giulio II, che gli ordinò la propria statua in bronzo e la propria sepoltura.


 


                                                                         Papa GiulioII

 

 Fu quest’ultima la tragedia della vita di Michelangelo, che, per i dissidi con gli eredi del Papa, fu costretto ad abbandonare la città per ritornare a Firenze. Fu in seguito richiamato da Papa Leone X e da Clemente VII. In questa sua vita travagliata, lo troviamo architetto dalle grandi masse, perché lui si definiva solo scultore; ma osservando le sue opere ci si trova dinanzi una genialità che nessuno seppe superare. La prima opera architettonica fu la facciata di San Lorenzo in Firenze; anche se non fu mai eseguita, il suo modello in legno ci permette di capire il concetto dell’artista.

Nel 1547 ebbe da Paolo III l’incarico di costruire la cupola di S. Pietro, ad essa egli diede una caratteristica, poggiandola su un gigantesco tamburo ideato in una maniera fino ad allora sconosciuta. Esso è costituito da gruppi di colonne binate e negli intervani si aprono grandiose finestre dalle quali penetra la luce nell’interno. In corrispondenza ai gruppi di colonne, sopra i pilastri del basamento, partono gli agili costoni che vanno a congiungersi sotto la lanterna.


                                        

                            

                                       La cupola di S. Pietro di Michelangelo

 

 Essa esprime il carattere dell’architettura cinquecentesca: semplice e grandiosa. Altra immensa opera dell’artista è il progetto della piazza del Campidoglio.

Nella scultura fu una vera e propria rivelazione; quando corresse il contorno di una figura del suo maestro lo stesso Ghirlandaio disse: “Costui ne sa più di me”. A quattordici anni fu ammesso nei giardini di casa Medici nella piazza San Marco, dove aveva sede l’Accademia platonica, e dove il Magnifico aveva un museo nel quale raccoglieva sculture antiche e disegni.

Michelangelo per primo scolpì una testa di Fauno, ma a sedici anni il suo genio si manifestò nel bassorilievo La Madonna della Scala.

Il cardinale Roccanis gli commissionò, durante il suo soggiorno romano il gruppo della Pietà; un’opera stupenda nella poetica espressione che non raggiungerà più. La Madonna tiene Gesù, disteso sulle sue ginocchia, in posa di completo abbandono: con una mano sorregge la spalla di Cristo, con l’altra semiaperta
esprime il dolore rassegnato.

 


                                                   

                                                            

“F

                                                          La Pietà di Michelangelo

 

 

Durante il soggiorno fiorentino chiese ed ottenne dal Soderini un blocco di marmo che giaceva abbandonato nel cortile dell’opera del duomo, ne ricavò un David. Il Vasari a proposito di questa statua scrive:

       

 

ece in quell’opera la insegna del palazzo della Signoria, un David giovane con una frombola in modo, acciò che, si come egli aveva difeso il suo popolo e governatolo con giustizia, così chi governava quella città dovesse animosamente difenderla e giustamente      governarla”.        


                                                  Il Davide di Michelangelo                                                

 


Della sepoltura ordinatagli da Giulio II resta il Mosè, la cui lunga barba scendendo sopra il petto lascia vedere a malapena le labbra. La mano destra poggia sopra le Tavole della Legge, mentre con la sinistra si tormenta la barba. La forza è addensata nei muscoli contratti e balena nello sguardo; l’impeto della collera è accennato nella posizione delle gambe. Sempre il Vasari scrive:

 

“..f

inì il Moisè, di cinque braccia, di marmo alla quale statua non sarà cosa moderna alcuna che possa arrivare di bellezza e delle antiche ancora si può dire il modernissimo”.

 

Ed ancora:

 

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eguitano gli ebrei di andare come fanno ogni sabato a schiera e maschi e femmine, come gli stormi, e visitarlo o adorarlo, che non cosa umana, ma divina adoreranno”.    

                                          

 

                                                       Il Mosè di Michelangelo

 

Michelangelo lavorò fino agli ultimi giorni della sua vita: morì la sera del 28 febbraio 1564.

Grandi architetti crearono un nuovo stile, ispirato alle forme  dell’arco romano a tutto sesto e della cupola, un modo di costruire basato sulla compostezza, la grazia, l’equilibrio delle masse, proprio perché si  tende a progettare intere zone urbane disegnando città ideali. Brunelleschi, Alberti, Bramante, Sansovino, e ancora Michelangelo lasciarono delle mirabili opere.

Predominava lo stile gotico internazionale quando nei primi decenni del quattrocento in Italia e nelle Fiandre si verificò un rinnovamento radicale. Particolarmente a Firenze si incominciò a produrre un’arte capace di superare lo stile gotico. Molti artisti fiorentini andarono a Roma per reinterpretare le opere antiche, i cui canoni: ricerca dell’armonia e dell’equilibrio, della semplicità e della bellezza, furono adattati e utilizzati dagli artisti del tempo, secondo le esigenze degli uomini rinascimentali.

L’uomo e la natura, come già detto, non furono più rappresentati in forme astratte e simboliche, ma in modo realistico fino ad una visualizzazione speciale, con l’uso della prospettiva. 

Grandi iniziatori di questa rivoluzione artistica furono Filippo Brunelleschi, il pittore Masaccio e Donatello. Nel corso del quattrocento queste novità artistiche  si diffusero in molti centri europei.

Tommaso di ser Giovanni, detto Masaccio, nacque nel 1401 e morì a soli ventisette anni nel 1428, lavorò a Firenze, dove entrò giovanissimo nella cerchia di Masolino da Panicale, un pittore tardo gotico.   

Masaccio nella pittura operò una vera e propria rivoluzione; eliminò la   decorazione, la grazia e l’eleganza tardo gotica, per sostituirla con la semplicità, l’essenzialità dei volumi della realtà. Fu autore di opere semplici, volte simmetriche, dalle quali tolse tutte le cose superflue.


                                     La Trinità di Masaccio

Egli fu uno dei primi pittori a sperimentare la prospettiva lineare; nella rappresentazione dello spazio reale fu probabilmente guidato da Brunelleschi. Grazie alla prospettiva, nelle sue opere ogni oggetto ha un preciso posto e acquisisce la giusta proporzione. I personaggi raffigurati da Masaccio appaiono uomini veri grazie allo studio dell’anatomia del corpo, all’espressività dei gesti, alle luci delle ombre, che danno plasticità e solidità e quindi tridimensionalità ai soggetti.

Brunelleschi nacque a Firenze nel 1377 e morì nel 1446. Trascorse la sua vita nella città natale, formatosi come orafo, aprì una breve parentesi di scultore. I suoi interessi si rivolsero alle opere classiche studiate appassionatamente. Egli sviluppò una visione basata sull’equilibrio e sull’armonia, secondo la mentalità quattrocentesca.


 


                             Cappella Pazzi di Brunelleschi

L’architettura un mondo fatto di calcoli matematici precisi, dentro forme geometriche di spazio. Fondamentale fu l’invenzione della prospettiva geometrica, con cui  fu in grado di progettare uno spazio definito.

 La sua opera più famosa fu la costruzione della cupola della cattedrale di “Santa Maria del Fiore” che egli iniziò nel 500, la costruì  apportandovi soluzioni tecniche originali, ancora oggi oggetto di studio per l’arditezza.

Donatello divise il suo interesse per la scultura e lo studio del vero. Questo artista andò con altri due amici a Roma per studiare l’antichità. Visse a lungo e la sua produzione fu molto vasta. Nel 1443, si trasferì a Padova e vi restò fino al 1454. Lavorò all’altare di S. Antonio nella basilica padovana, eseguendo il Crocefisso, la Vergine in trono e sei figure di Santi in bronzo. Illustrò con dei bassorilievi la storia di S. Antonio, attraverso scene ambientate in spazi architettonici. Le conoscenze del ‘400 furono applicate alla scultura definendo i piani con la tecnica dello stracciato.

 


                              

 


                                    Il Gattamelata di Donatello

 

 

A Padova realizzò il monumento equestre dell’evo moderno dedicato ad Erasmo da Narni, detto il Gattamelata. Nelle opere della tarda maturità l’artista raggiunse effetti di drammaticità.


 


                                                  La Maddalena di Donatello

 

Caratteristico di questa epoca fu l’interesse per la tecnica, apparvero infatti nuovi strumenti: la pompa idraulica, per togliere l’acqua dalle miniere, e il nastro rotativo, utile per il lavoro di tessitura. Ma l’invenzione più rivoluzionaria fu quella della stampa; grazie ad essa vi fu una notevole diffusione della cultura.

I libri durante il Medioevo venivano copiati a mano dagli amanuensi, monaci che dedicavano il loro tempo a quest’attività. Qualche volta si usava la tecnica importata dalla Cina: scolpire un’immagine su una tavoletta di legno, bagnata d’inchiostro e impressa su carta.

Questi libri, però, avevano un costo elevato, perché la trascrizione richiedeva molto tempo e la pergamena era molto cara; per ridurre il loro prezzo, gli Arabi di Spagna, fabbricarono la carta con le fibre di lino e di canapa e grazie ad essa fu possibile l’invenzione della stampa.

Il tedesco Giovanni Gutenberg inventò i caratteri mobili: le lettere dell’alfabeto venivano incise su dei pezzi di legno, che con il passare del tempo furono sostituiti dal ferro.

 


                                     

                                                                   Arte della stampa

 

 

 Per dimostrare i vantaggi della nuova tecnica, egli stampò il primo libro nel 1456: la famosa Bibbia di 1282 pagine scritta in latino

L’invenzione si diffuse rapidamente ed alla fine del quattrocento l’Europa divenne il paese tipografico più attivo e sviluppato. Uno dei più famosi stampatori italiani fu il veneziano Aldo Manuzio, il quale introdusse il corsivo e pubblicò numerosi libri; famosi capolavori d’arte tipografica per l’eleganza e la nitidezza dei caratteri, Verso la metà del cinquecento si cominciarono a stampare anche “Avvisi” e “Notizie”, ritenuti primi esemplari del giornalismo moderno.

Questa invenzione recò incalcolabili vantaggi: i bassi costi di produzione e la rapidità con cui i testi venivano riprodotti, in gran numero di copie, stimolarono l’amore per il sapere. Nonostante ciò le distanze fra ricchi e poveri divennero ancora più profonde e la vita per la stragrande maggioranza della popolazione continuò a restare insicura e piena di stenti  


Solo in occasioni importanti, come l’arrivo di ospiti illustri, i nobili per dimostrare la loro gratitudine al popolo, organizzavano manifestazioni e grandi feste.

                                           Festa contadina

 

 Spesso componenti della stessa famiglia nobiliare si mascheravano e apparivano su carri detti trionfi  e sfilavano nei cortei. Le ricorrenze religiose si festeggiavano con solenni processioni, giostre, tornei, palii.

    

“I

l carnevale propriamente detto non aveva forse

nel  secolo XV in nessun luogo un aspetto tanto svariato,      quanto a Roma. Qui le corse erano di tutte le specie:

               di cavalli, di bufali, di asini, ma anche di vecchi, di

             giovani, di ebrei, ecc. Paolo secondo dava banchetti

             al popolo intero davanti a Palazzo Venezia, dove

             abitava. Oltre a ciò i giochi in piazza Navona che

            forse non erano mai morti del tutto dalla più remota

            antichità, avevano un carattere splendidamente

           guerresco: essi consistevano in una finta battaglia

          di cavalieri e in una sfilata della borghesia in armi.

           Il tempo in cui era permesso mascherarsi durava

          a lungo e talvolta abbracciava un periodo di parecchi

          mesi.”

       (da La civiltà del Rinascimento in Italia di Burckhardt)

 

 

I divertimenti dei contadini non erano cambiati, erano uguali a quelli dei secoli precedenti: balli all’aperto, fiere, per la festa del santo patrono, e la taverna, dove si giocava e si beveva e si chiacchierava con gli amici.

                                      

                                          

                                            Danze di contadini


 


Anche la vita nelle campagne non era molto cambiata: era interamente dedicata al lavoro e spesso era molto misera. I contadini, come in passato, vivevano raggruppati in borghi o villaggi e si allontanavano da essi quando si recavano nei campi per iniziare i duri lavori. Le loro abitazioni erano costruite con mattoni e tegole, ma erano molto spoglie, arredate con l’indispensabile: una madia, una tavola, qualche sgabello, un letto e una cassapanca. Solo in qualche zona dell’Italia settentrionale si incominciarono a costruire abitazioni più confortevoli. Si ebbero dei cambiamenti nelle campagne, quando i borghesi fecero costruire, all’interno dei loro possedimenti, eleganti ville. L’alimentazione dei contadini era costituita da ortaggi, latticini e soprattutto cereali come segala, miglio e orzo; quest’ultimo era presente nelle zuppe o polente preparate dalle donne.

 


 


                   Il Mangiafagioli di Annibale Carracci (1560)

 

La carne, fornita dagli animali da cortile e dai maiali, compariva sulla tavola solo una volta alla settimana e nei giorni festivi. La dieta dei contadini, rispetto ai secoli precedenti, ebbe un regresso, dovuto all’incremento della popolazione; conseguenza ne furono le carestie che si susseguirono.

 

 In Svezia, scrive Heinrich Muller nel 1550:

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ra i contadini si mangiava ben diversamente che non oggi. Allora, ogni giorno c’era carne e cibo in abbondanza: nelle feste e nei banchetti le tavole crollavano sotto il peso. Oggi tutto è ben cambiato! Da anni, in verità, che tempi sventurati, che carestia! E il vitto dei contadini più agiati è quasi peggiore di quello dei lavoratori pagati a giornata  e dei servi di fattoria di ieri”.

    (da Civiltà materiale, economica e capitalismo di F.Braudel)

 

La crisi, raggiunta la campagna, costrinse alcuni contadini affamati ad affluire nelle città, dove i governi qualche volta distribuivano generi alimentari ai bisognosi. Nei centri urbani  vi erano moltissimi poveri, che vivevano vagabondando  ed elemosinando: lavoratori disoccupati, ciechi, trovatelli, storpi. Costoro spesso furono un grave problema per l’ordine pubblico e vennero considerati come furfanti, imbroglioni, gente pericolosa.

 


                                                                      I ciechi di Brueghel

 


Gli stati europei cercarono di fermare questo movimento di miserabili, rinchiudendoli in istituti per l’assistenza e proibendo l’accattonaggio e il vagabondaggio. Gli ospedali, aperti ai malati e ai poveri, diventarono luoghi di accoglienza per gli emarginati. Anche la Chiesa riteneva che mendicanti e vagabondi cadessero con facilità nel vizio e nel peccato e bisognava proteggerli.

Nell’Europa Occidentale, la fanciulla era destinata al matrimonio intorno ai 22 anni, l’uomo invece intorno ai 24 e i 26 anni. In Spagna e nell’Europa Orientale si sposavano prima; le fanciulle musulmane molto più piccole. Chi rimaneva vedovo giovanissimo poteva tentare una seconda volta. Prima del matrimonio, i giovani  dovevano aspettare di possedere una proprietà o dei mezzi per costruire una casa. Le famiglie non erano numerose, anche se la donna diventava madre di cinque o sei bambini; la mortalità infantile era molto elevata e in ogni famiglia solo due o tre bambini riuscivano a diventare adulti. Compito del padre era quello di portare avanti la prole che, grazie alla presenza femminile, riusciva ad educare. I figli e i domestici dovevano ubbidire al capo-famiglia, la moglie sorvegliava la servitù e si prendeva cura del marito. Ella doveva comportarsi bene con lui se non voleva essere giudicata bisbetica.


                                                  Donne nobili

 


Alle donne veniva data un’educazione simile a quella degli uomini, infatti esse non vivevano più isolate nelle loro stanze, ma partecipavano alla vita del palazzo.

         

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orte alcuna, per grande che ella sia, non può avere ornamento, o splendore in sé, né allegria senza donne né cortigiano alcuno esser aggraziato, piacevole o ardito, né far mai opera leggiadra di cavalleria, se non mosso  dalla  pratica dell’amore e del piacer di donne.”

                                  (dal Cortegiano)

 

Imparavano a scrivere e a parlare in latino, conoscevano i testi letterari, sapevano suonare, danzare, cantare; spesso erano proprio loro il centro della vita culturale di corte. Molte furono in grado di consigliare i mariti o i figli nella guida  dello Stato.

Ciò nonostante molte assumevano un ruolo secondario, perché secondo la mentalità di quel periodo necessitavano continuamente della protezione maschile. Le teorie mediche sostenevano addirittura che il genere femminile era dotato di una scarsa capacità di ragionare, dovuta alla  sua tendenza passionale.


                                      

                                                                        Ancella            

 

Sin dall’inizio del 1500, se moriva un bambino durante il parto, la madre veniva ritenuta responsabile. Automaticamente si diffusero delle dicerie nei confronti delle donne, in particolar modo sulle vedove e sulle mendicanti, che per necessità non potevano  partecipare in modo attivo alla vita sociale. La mancanza di una vita normale e consueta le rese vittime di persecuzioni   

Nei paesi in cui si diffuse la riforma protestante, le donne si occuparono di edilizia, agricoltura, medicina e nel ‘700, con l’invenzione del telaio, gestirono la produzione tessile.

 


                                                         Donne intende a lavorare la lana

 


Tra le figure femminili che emersero per le loro capacità vanno ricordate Caterina dei Medici ed Elisabetta I.

L’infanzia non era gioco e divertimento poiché sin da piccoli i bambini venivano mandati a fare servizi in altre case o in campagna a lavorare.                                      

La festa più importante dell’anno era il Carnevale che durava da tre a sei giorni; in questo periodo si ballava e si beveva. La sua immagine veniva rappresentata da un grassone circondato con salsiccia e pezzi di carne, mentre la quaresima, che veniva subito dopo, era rappresentata da una vecchia molto magra. Tutti vestivano in maschera, gli abiti più usati erano quelli del prete , del diavolo o del matto. Il carnevale serviva anche per far sfogare la rabbia ai più poveri. Si svolgevano battaglie e gare di corsa. A Roma concorrevano vecchi, giovani e bambini, mentre gli Ebrei potevano solo correre.

 Nel XVI secolo, l’argomento istruzione era quasi inesistente nelle diverse classi sociali; nelle famiglie più povere, infatti credevano che era meglio far lavorare i figli che spendere soldi per mantenerli agli studi e le donne istruite avrebbero trascurato certamente il lavoro domestico. Nonostante questo rifiuto da parte delle varie classi sociali, l’istruzione si diffuse soprattutto tra le persone che in avvenire avrebbero dovuto svolgere una professione. Quando gli studenti finivano le scuole elementari o studiavano con insegnanti privati, iniziavano le scuole secondarie dove imparavano il latino e il greco, mentre la matematica e le scienze naturali venivano trascurate.


 


                                                                Discepoli con il Precettore

 

Gli alunni entravano a scuola alle sette fino all’ora di pranzo, poi vi ritornavano dalle tredici alle sette. Il giorno di riposo degli alunni era la domenica ed un pomeriggio alla settimana. I più bravi prendevano posto ai primi banchi, gli insegnanti e gli studenti più anziani si occupavano della disciplina e spesso ricorrevano alle punizioni corporali; nelle scuole si imparava a rispettare gli altri compresi i propri genitori. I giovani che desideravano svolgere una professione nel campo della medicina o nella chiesa continuavano gli studi nelle università che erano poco affollate, ma per i nobili frequentare questa scuola significava imparare anche le buone maniere. Questa istruzione non valse per tutte le classi sociali, infatti ai più poveri bastava solo poter leggere e scrivere e ricevere una formazione professionale. Nelle campagne i ragazzi non andavano a scuola continuamente perché i giovani dovevano dedicarsi al lavoro dei campi. Soltanto i più dotati, aiutati dai signori, continuavano gli studi per entrare negli uffici o per diventare impiegati della Chiesa. Nelle città un artigiano si impegnava ad insegnare ad un giovane il proprio mestiere in cambio di denaro, questo insegnamento veniva chiamato apprendistato. Le donne dovevano dedicarsi ai lavori comuni quindi per loro era sufficiente saper leggere e scrivere. Nel XVI secolo appena il 30% degli Europei sapeva leggere e scrivere.

 Sin dal XIV secolo si era diffusa tra la popolazione la terribile Peste Nera, in seguito anche la Peste Bubbonica. Essa fra il 1575 ed il 1578, sconvolse principalmente l’Italia ed il bacino del Mediterraneo.


 


Autopsia

Ma anche altre malattie, come l’influenza, provocarono numerosi morti e le medicine di allora non riuscirono a porvi rimedio. Gli uomini pensarono che Dio per punire i peccatori mandava queste epidemie. Erano soprattutto le persone povere a morire, mentre i più ricchi si rifugiavano in campagna dove vi erano minori contagi. Fu l’italiano Girolamo Fracostoro che elaborò una teoria di contagio che sarà l’inizio della scoperta della medicina. Secondo lui la malattia era causata da corpuscoli che si moltiplicavano per mezzo dell’aria e degli indumenti infetti. Purtroppo la sua teoria non ebbe molto successo poiché non era stato scoperto il microscopio, che sarà una grande invenzione del XVII secolo. Nel Rinascimento sorsero molti ospedali, che servirono soprattutto come rifugio per le persone povere che non avevano nessuna casa per ripararsi.


Ospedale di Beaune (Francia) 1452

 


Nacque nel 1500 l’ordine di San Camillo che principalmente si dedicò ad assistere gli infermi, anche se avevano malattie contagiose. Nell'Europa Settentrionale in alcune città italiane nacque un “provveditore di sanità”, una persona incaricata al controllo di cimiteri, degli ospedali e delle farmacie. Spesso i più poveri erano addetti a seppellire i morti e a togliere abiti ai cadaveri.

La popolazione europea  nel periodo che va dal 1347 al 1400 fu inferiore di circa un quarto rispetto ai livelli massimi toccati al principio del Trecento. La tendenza cominciò a invertirsi a partire dalle generazioni successive al 1450. Durante il lungo periodo di crescita che durò dalla metà del Quattrocento sino alla fine del Cinquecento, la peste non scomparve mai del tutto, ma restò limitata alle aree urbane, dove erano peggiori le condizioni igieniche . La crescita demografica fu ovunque particolarmente rapida nella seconda metà del XV secolo e condusse l’Europa a superare nettamente i precedenti massimi livelli medievali.

 

     La popolazione di alcuni paesi europei dal 1450 al 1600

 

Paesi europei                          1450      1500      1550      1600

Italia                                         8,8          10        11,6      13,3

Spagna e Portogallo                                                         11

Paesi Bassi                                                1,9                    2,9

Francia                                     12            16                     18,5

Isole Britanniche                       3             4,4                     6,8

Germania                                 10             12                    15    

                                                                            (in milioni)

Non sembra che il XVI secolo abbia visto delle trasformazioni veramente radicali nella tecnologia rurale. Gli attrezzi rimasero quelli del passato e neppure mutarono le pratiche della rotazione o i rendimenti dei cereali. Progressi significativi furono realizzati solo in alcune proprietà gestite con criteri quasi scientifici nei Paesi Bassi, in Inghilterra e nella Pianura Padana: qui invece dei riposi periodici del terreno si praticava la semina del trifoglio, che non solo consentiva un allevamento più numeroso ma anche arricchiva direttamente la scorta di azoto del suolo, accrescendone la fertilità. Ma di fronte al tradizionalismo del mondo contadino, queste erano piuttosto le eccezioni che la regola.

La crescita dello stock alimentare complessivo disponibile per l’Europa non dipese neppure della comparsa di nuove colture più produttive di quelle tradizionali. Il “nuovo mondo” aveva offerto all’Europa la possibilità di arricchire notevolmente il suo universo di piante coltivate, ma trasportare materialmente il mais, la patata o il pomodoro nel “vecchio mondo” fu un’operazione molto più semplice e rapida che inserire queste piante nelle tradizionali pratiche agronomiche o in quelle alimentari. La variabilità principale fu costituita dall’estensione della superficie coltivata, ottenuta tornando a seminare quelle terre che erano state abbandonate all’incolto alla fine del XIV Sec.

 


 Prima rappresentazione della patata (1588)

 


 Il miglioramento che si può notare di più è il progresso avvenuto nelle tecniche di bonifica dei suoli paludosi e di quelle dell’irrigazione. La crescita delle città e delle manifatture non mancò di influenzare le scelte culturali dando nuovo impulso a tendenze che già erano in atto nel XV sec. la coltivazione di piante industriali, come il lino e la canapa e l’allevamento del baco da seta. L’elemento dinamico nell’agricoltura fu costituito dalla borghesia: mercanti, professionisti delle arti liberali e della legge. Un contratto, secondo il quale il proprietario e l’agricoltore si associavano nella coltivazione di un podere, dividendo a metà prodotti, utili e spese, fu la mezzadria. Questa forma di conduzione si mostrò duratura e rimase attiva per più di tre secoli. In Inghilterra il fenomeno che colpì di più fu quello delle enclosures: cioè la sottrazione ai contadini delle terre comuni e dei campi aperti, attraverso le recinzioni, queste terre divennero così pascolo esclusivo per le pecore di grandi allevatori.

Il processo di urbanizzazione  dell’Europa ebbe un ultimo effetto che va messo in rilievo: l’aumento del commercio dei prodotti agricoli. I grandi centri di 100 mila abitanti erano ormai così numerosi che non potevano più contare soltanto sul commercio
regionale.

 


 La Sicilia e la Puglia erano in grado di esportare a metà del cinquecento oltre 500 mila quintali di cereali all’anno verso alcune grandi città italiane e spagnole. L’elemento  chiave era il controllo sulla forza lavoro e ciò fu ottenuto imponendo una dura forma di servitù sui contadini; interi villaggi furono asserviti, aumentò il carico delle corvées e venne limitata la mobilità.

 Il Cinquecento fu il secolo del grande sviluppo dell’industria tessile con il sistema del lavoro a domicilio. L’ottima lana inglese era ormai da tempo impiegata nell’industria nazionale e i mercanti delle Fiandre si servivano per lo più della lana importata dalla Spagna. Sino ai primi del Seicento i tessuti inglesi, riuscirono a penetrare perfino nel Mediterraneo, entrando in contrasto con il
prodotto italiano.

                                                                   Negozio di tessuti

La crescente richiesta di lana spiega facilmente la tendenza all’ampliamento dei prati per il pascolo ovino e la recinzione di quelle terre su cui si sperimentavano le coltivazioni foraggère  intensive sui prati artificiali permanenti.


L’Europa del Cinquecento era anche il mondo delle grandi flotte lanciate in tutti i mari della terra e di un intenso rinnovamento urbanistico. Il legno e il ferro erano importanti materie prime del

 


                                                       Boscaioli al lavoro

primo non poteva farne a meno la cantieristica, il secondo era utile

per la costruzione delle armi.

 


                                                    Un moschetto di legno, ferro e oro

 


   “C

ome trovasti, o scelerata e brutta

Invenzion, mai loco in uman core?

Per te la militar gloria è distrutta,

                       per te il mestier de l’arme è senza onore;

                              per te il valore e la virtù ridutta,

                         che spesso par del buono il rio migliore….

                         Per te son giti e anderann per sotterra

                               Tanti signori e cavalieri tanti,

                             prima che sia finita questa guerra

                    che il mondo, ma più Italia ha messo in pianti….”

                                      (dall’Orlando Furioso di L. Ariosto)

 

 Un sostituto del legno come combustibile fu il carbone minerale, esso si raccoglieva in superficie, due però erano i motivi che ne sconsigliavano l’uso: era inquinante e danneggiava le produzioni industriali con i gas emessi durante la combustione. Ma il carbone costava molto meno del legno e gli inglesi  dovettero adattarsi ai suoi inconvenienti.

 


Dal 1503 grandi quantità di spezie cominciarono ad arrivare ogni anno a Lisbona dopo le prime imprese di De Gama e Cabral.

 


I portoghesi dovevano sopportare elevate spese di trasporto ma non  pagavano i pesanti diritti doganali che i sultani d’Egitto e Siria imponevano ai veneziani. Nei primi anni del Cinquecento, i portoghesi avevano chiuso a proprio vantaggio la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo Persico, impedendo il commercio ai mercanti siriani ed egiziani. Così quando l’Egitto e la Siria caddero sotto il dominio dei Turchi, gli ottomani si resero conto che le ragioni commerciali erano più forti di quelle religiose e politiche ed esse imponevano una loro alleanza con la cristiana Venezia  per rompere il blocco del Mar Rosso operato dai portoghesi. I veneziani erano intermediari tra Europa e Oriente: portavano in Europa spezie, cotone, zucchero e tessuti; portavano in Asia manufatti di fabbricazione europea. Lisbona invece non aveva molto da offrire agli imperi asiatici così era costretta a pagare care le spezie.

Una maggiore attenzione va prestata all’America spagnola. Più ancora che le armi e le malattie che i conquistatori avevano portato per la prima volta nel “nuovo mondo”: il vaiolo, il morbillo, il tifo e le febbri influenzali; il lavoro forzato, cui gli indios furono sottoposti, e la distruzione delle strutture materiali dell’agricoltura furono la causa della  scomparsa di questo popolo.


 

 

 


A differenza della Antille, i due grandi imperi azteco e inca possedevano non solo una quantità molto maggiore di metalli preziosi accumulati, ma delle risorse minerarie enormi. Ci sono varie vicende che parlano del “Tesoro americano”: gli anni che vanno dal 1493 al 1519 corrispondono al saccheggio dell’oro antillanno; il decennio 1511-20 si chiuse con i grandi massacri e i saccheggi compiuti nel Messico. Ma la conquista del Perù dette subito nuova vita alla fase della razzia dei tesori accumulati nel tempo dei sovrani inca.

 

“L

i cristiani, con i loro cavalli e spade e lancie, cominciarono a far uccisioni e strane crudeltà in quelli. Entravano nelle terre, né lasciavano né fanciulli né vecchi né donne, che non le sventrassero e lacerassero come se assaltassero tanti agnelletti posti nelle loro mandre. Di solito uccidevano li signori e la nobiltà in questo modo: facevano alcune graticole di legni sopra forchette e ve li legavano sopra, e sotto vi mettevano foco lento: onde, poco a poco dando strida disperate in quei tormenti, mandavano fuori tutta l’anima. Io vidi una volta, ch’avendo sopra le graticole quattro o cinque principali signori ad abbruciarsi (e anco penso che vi erano due, o tre paia di graticole dove abbruciavano altri) e perché gridavano fortemente, e davano fastidio o impedivano il sonno al capitano, comandò, che gli strangolassero e il bargello (capo della pubblica sicurezza), che era peggio di un boia, con le sue mani pose sopra alcuni legni nella bocca perché non si facessero sentire, e attizzò il foco finché si arrostirono pian piano, com’egli voleva. Io vidi di tutte le cose sopradette e altre infinite.”      

            (da La Crudeltà dei “ conquistadores” di B. De Las Casas)

 

 

Accanto all’oro comparve l’argento e il saccheggio fu seguito dalla scoperta delle miniere messicane a nord di quelle peruviane e cilene. Con il 1560 entrò in uso l’amalgama al mercurio, una tecnica utile solo per l’estrazione dell’argento; dalla massa grezza di minerale, l’argento si amalgama al mercurio, che viene poi eliminato senza difficoltà per volatilizzazione.

La grande epoca dell’argento peruviano si apre nel 1570, quando le miniere del Potosì, situate a 4000 metri di altitudine, cominciarono a essere rifornite dal mercurio scoperto nello stesso Perù.

Il crollo della popolazione india fu poi in gran parte la causa della rapida contrazione delle imprese minerarie dopo il 1630.

                    


 


                   Orecchino peruviano, realizzato in oro lapislazzulie conchiglie     

 

 

Il dilatarsi dello spazio del grande commercio e l’infittirsi della rete dei traffici avevano attribuito un ruolo crescente alla funzione specializzata del credito: le attività condotte sulla moneta acquistavano autonomia rispetto alla compravendita delle merci. Anche se il prestito a interesse era ufficialmente proibito i mercanti ancor più che in passato prendevano a prestito i capitali di cui avevano bisogno, tutte le volte che contavano di ottenere profitti più elevati degli interessi dovuti ai prestatori. La tecnica per aggirare il divieto dell’usura era già stata elaborata nei secoli precedenti dai mercanti italiani: la lettera di cambio. Essa aveva però assunto nel Cinquecento forme sempre più complesse e volutamente complicate, per consentire le più audaci operazioni speculative.


                                                               Un usuraio fa i conti con la moglie

 


In qualche caso queste innovazioni avevano però il significato di un vero progresso del sistema monetario: la girata per esempio, cioè la firma con cui la lettera di cambio veniva trasferita dall’intestatario a un terzo, aveva l’effetto di trasformare un ordine di pagamento in un vero titolo di credito al portatore, liberamente negoziabile. La lettera di cambio era solo una promessa, ma essa  poteva circolare fra le mani dei mercanti divenendo quasi una moneta. Un fenomeno molto importante dell’economia del Cinquecento fu il continuo aumento dei prezzi, fenomeno che noi oggi chiamiamo inflazione, durato fino agli inizi del settecento,  gli storici ne hanno spesso parlato come di una vera “rivoluzione dei prezzi”. L’aumento non fu conforme in tutti i paesi europei, non seguì lo stesso ritmo cronologico e non colpì nella stessa misura tutti i beni.

 Se tutti i prezzi compresi gli stipendi e i salari, oggi, aumentassero nella stessa identica misura, l’inflazione non costituirebbe affatto un problema: basterebbe abituarsi a contare con dei numeri via, via più elevati. Ma le cose non vanno mai in questo modo, e perciò l’inflazione è sempre causa di disordine economico e di turbamento sociale.


 Chi guadagna e chi perde nei periodi di rapido aumento dei prezzi? Prima di tutto l’inflazione premia i debitori e punisce i creditori, perché quando si va a saldare un debito il suo valore reale si è in qualche misura ridotto. Inoltre essa punisce chi risparmia, perché il valore del denaro spesso si assottiglia sempre di più, e ciò spinge a trasformare il denaro in beni durevoli che mantengano il loro valore nel tempo.

               Aumento dei prezzi determinato dalle importazione di argento in Spagna dall’America

 

Tra il 1500 e il 1600 si susseguirono vari avvenimenti che ebbero anche carattere religioso e comportarono tra gli stati la nascita di contrasti che finirono poi per svilupparsi in guerre vere e proprie, nelle quali si videro primeggiare e poi decadere alcuni stati europei.

I nuovi modi di pensare venuti a crearsi all’inizio del Rinascimento si concretizzarono sempre più: la gente si era resa capace di non assorbire più passivamente le idee impostegli dalla chiesa, perciò non accettò più che l’alto clero tra il XV e il XVI secolo divenisse sempre più corrotto.

Alcuni uomini si accostarono alla realtà che li circondava con tale senso critico che giunsero persino a contestare i sacri testi della Bibbia. Ricordiamo il monaco agostiniano Martin Lutero, il quale appena uscito da una profonda crisi spirituale giunse a modificare la dottrina cattolica.


 


                                                                          Marin Lutero

 

Lutero ossessionato dal problema della salvezza dell’anima si era persuaso che l’uomo nonostante la sua volontà e le sue forze spirituali è sempre soggetto a ricadere nel peccato. Da questo stato di disperazione trasse una rivelazione spirituale proprio mentre spiegava, all’università di Wittemberg, la lettera di San Paolo ai Romani, e rifacendosi all’esempio di Abramo, che venne esaltato da Dio per la sua fede, riuscì a superare la crisi. Non erano quindi le opere ma la continua fede in Dio a condurre gli uomini verso la salvezza.

 

“I

l cuore di Cristo si dischiude nelle rose, anche restando sotto la croce…….Deve innanzi tutto esservi una croce: nera nel cuore….perché io mi ricordi che la fede nel Crocifisso ci rende felici. Se, infatti, si crede col cuore si diventa giusti. Se poi vi è una croce nera, essa mortifica e deve anche far soffrire, ma lascia ancora il cuore nel suo colore…..Questo cuore però deve stare in mezzo ad una rosa bianca, per mostrare che la fede da giovane”.

 

Sin dal secolo XI era stata definita l’antica dottrina della comunione dei Santi, secondo la quale la chiesa costituisce un unico “corpo mistico” di cui Cristo è capo. Qui fanno parte i fedeli vivi (chiesa militante) quelli defunti che si trovano in Purgatorio (chiesa paziente), quelli che sono in Paradiso (chiesa trionfante). I fedeli, con le loro opere virtuose e i meriti spirituali accumulati da ciascuno, contribuiscono a creare insieme ai meriti infiniti del sangue di Cristo e dei Santi, un tesoro di meriti (thesaurus meritorum) di cui la chiesa è custode e che può distribuire ai fedeli vivi e defunti, per alleggerire le pene temporali dei loro peccati. Secondo la dottrina cattolica la confessione libera il peccatore solo dalla perdizione eterna, ma non dalle pene temporali; tuttavia la chiesa usufruendo del tesoro dei meriti, in determinate occasioni come crociate o giubilei, se colui che usufruisce dell’indulgenza è in stato di grazia, può applicare la remissione totale o parziale delle pene temporali. Chi riceve l’indulgenza deve certamente compiere un’opera meritoria come pellegrinaggi, digiuni, particolari preghiere, ma soprattutto elemosine.

Le indulgenze acquistate dai vivi potevano applicarsi in favore dei morti.

Nel 1514 Papa Leone X per ricostruire la basilica di San Pietro indisse un’indulgenza che venne predicata in tutta Europa: coloro che in stato di grazia avessero dato un’offerta più o meno grande avrebbero ottenuto il perdono parziale o totale delle pene temporali.

Da ciò si scatenò un ignobile mercato in cui tutti cercarono di speculare: gli stati per permettere la diffusione nei loro territori; i banchieri traevano vantaggi occupandosi della spedizione del denaro a Roma.


                                           Vendita di Indulgenze

Scandalosa fu la condotta del domenicano Giovanni Tetzel che promise la salvezza immediata dei defunti dalle pene del Purgatorio in cambio di alcuni fiorini da parte dei loro cari vivi. Anche la banca Fuggel approfittando dell’ignoranza e della credulità dei fedeli, ne trasse vantaggio secondo i suoi interessi.

Lutero insorse contro un tale scandalo, alla vigilia di Ognissanti, quando affisse alla porta della chiesa Ognissanti a Wittemberg 95 tesi in cui negava l’esistenza del tesoro dei meriti, affermando invece che solo gli infiniti meriti del sangue di Cristo bastavano per la salvezza dell’uomo. Il Papa Leone X sottovalutò la rivolta e gli sembrò sufficiente chiamare Lutero a Roma per discolparsi.

Ma lui si rifiutò enunciando la sua nuova dottrina secondo la quale la salvezza si ottiene per mezzo della fede, considerando il vecchio e il nuovo Testamento uniche fonti di verità. Formulò un altro principio chiamato “libero esame”: ogni fedele può interpretare da sé la Bibbia senza alcuna spiegazione da parte della chiesa perché la parola di Dio è chiara di per sé e rivela a tutti il suo significato. Tutti i tentativi per ricondurre Lutero alla ragione fallirono così Leone X gli inviò una bolla: “Exurge Domine” il 15 Giugno 1520. Ma lui la bruciò in piazza appoggiato da una grande folla. Allora il Papa lo scomunicò e chiamò in suo aiuto Carlo V che citò il riformatore nella Dieta di Worms indetta il Marzo 1521.


 


Qui Lutero si recò scortato dalla folla dei suoi seguaci e rifiutò di ritrattare ciò che aveva prima sostenuto. Così si allontanò da Worms e i suoi amici lo nascosero nel castello di Federico il Saggio principe di Sassonia. Dopo il 1521 la rivoluzione divampò in tutta la Germania: ci fu una rivolta da parte dei cavalieri che venne duramente repressa dai feudatari laici, nonostante si erano schierati dalla parte di Lutero. Seguì una rivolta dei contadini, che stavano illudendosi di poter ottenere un periodo di giustizia in cui i beni sarebbero stati messi in comune e i signori avrebbero rinunciato ai loro privilegi.


Anche questa protesta venne fermata con le armi dai signori laici. Poiché Carlo V doveva sostenere la lotta contro Francesco I, re di Francia, che aveva presentato la sua candidatura per l’elezione a imperatore del Sacro Romano Impero, e in seguito contro il Papa Clemente VII, dovette lasciare che il luteranesimo si diffondesse in Germania riconoscendo nella prima dieta di Spira (1526) il matrimonio dei preti e l’uso del tedesco nelle cerimonie di Battesimo ed Eucarestia.


Calmatasi la situazione col Pontefice nella seconda dieta di Spira (1529) ritrattò quanto aveva concesso, riconfermando le decisioni della Dieta di Worms. Ormai i principi luterani a conoscenza della loro forza protestarono e da allora furono chiamati “protestanti”. Carlo ormai sconfitto cercò di risolvere la situazione nell’autunno del 1530 convocando la Dieta di Augusta. Essa si rivelò un altro insuccesso, con la proclamazione da parte dei protestanti della “Confessione di Augusta” scritta da Filippo Melantone, il cui cognome era la traduzione di Schwazerd = Terra nera. Secondo questo libro doveva essere organizzata una chiesa di Stato in cui i principi o le assemblee cittadine nominavano i pastori a cui era affidata la cura spirituale dei sudditi. I riti venivano celebrati in tedesco e ridotti alla massima semplicità. D’importanza grandissima era il conto collettivo e anche  Lutero compose inni famosi che tutt’oggi vengono cantati. Erano ammessi due sacramenti: Battesimo ed Eucarestia. Erano negati il Purgatorio, la validità delle opere e la funzione della Chiesa mediatrice.

                               

                                       La religione in Europa alla metà del ‘500           

La Riforma si diffuse rapidamente in Europa (dal 1525) alla morte di Lutero (1524). Il primo stato che mutò religione fu la Russia che era sotto il dominio dell’ordine teutonico ossia di monaci cavalieri che da secoli combattevano per l’espansione del Cristianesimo nei paesi slavi. Il Gran Maestro dell’Ordine Alberto di Hohenzollern passò nel 1525 al protestantesimo e in accordo con la Polonia ebbe il dominio del suo Stato. In Svizzera sin dal 1521 iniziarono a diffondersi le prime idee religiose. Zuinglio si fece propagatore del pensiero protestante soprattutto a Zurigo dove abilmente seppe inserirsi nella vita politica.

A suo parere la Sacra Scrittura era unica fonte di verità; la libertà umana era completamente annullata alla provvidenza di Dio: i sacramenti erano solo semplici cerimonie e l’eucarestia aveva solo valore commemorativo. Zuinglio volle estendere la nuova fede in tutta la Svizzera, ma gli altri cantoni si opposero. Vi fu una guerra fino al 1531 quando i cattolici vinsero e Zuinglio fu ucciso.


In Inghilterra la riforma si affermò con l’atto di Supremazia, in base al quale il re Enrico VIII si separava dalla religione cattolica romana e fondava una chiesa nazionale.

                                                                             

                                                                               Enrico VIII

 

Il costituirsi della chiesa anglicana rappresentava più che una riforma uno scisma, perché anche nell’anglicanesimo esisteva il sacerdozio, erano ammessi i sacramenti e il culto dei santi. L’unica differenza consisteva nel non accettare l’autorità del papa, ma quella del re. Oltre alla supremazia che acquisì in tal modo Enrico VIII vi furono ben altri motivi che lo spinsero alla separazione dalla religione romana. Desiderio del re era di ottenere il divorzio dalla moglie Caterina D’Aragona, poiché tale richiesta non gli fu concessa dal papa, lui lo fece annullare da un’assemblea di vescovi e sposò Anna Bolena.

 

 “Q

uantunque la Maestà del Re sia e debba essere giustamente e legittimamente capo supremo della Chiesa d’Inghilterra e tale sia riconosciuta dal clero del suo regno nelle convocazioni, tuttavia ad affermazione e conferma di ciò e per l’accrescimento della virtù nella religione di Cristo in questo regno d’Inghilterra, e ed al fine di reprimere ed estirpare tutti gli errori, eresie ed altri eccessi  ed abusi consumati nello stesso, sia decretato per l’autorità di questo attuale Parlamento che il re, nostro sovrano, i suoi eredi e successori, re di questo regno, siano accolti, accettati e considerati come unico capo supremo in terra della Chiesa d’Inghilterra….. “         

                                      (dall’Atto di Supremazia di Enrico VIII)

 

Calvino nacque in Francia nel 1509. Avviato alla carriera ecclesiastica, si distinse per serietà negli studi. Gradualmente fu conquistato dalle idee della riforma: dapprima si accostò alla tendenza degli scritturali (coloro che si fondavano solo sulle scritture), in seguito si staccò completamente dalla chiesa cattolica e scrisse nel 1536 la sua opera fondamentale: ”Institutio religionis cristianae” nella quale negava sia la teoria di Lutero, cioè la giustificazione per mezzo della fede, sia la possibilità per l’uomo di ottenere la salvezza con le proprie forze. Affermava  invece la predestinazione degli uomini a salvarsi o a perdersi. Calvino era convinto che la fede era un dono di Dio riservato ad un certo numero di persone. Ogni calvinista sentiva di appartenere alla schiera degli eletti e di essere uno strumento di Dio. Giovanni Calvino instaurò una chiesa “democratica” a Ginevra controllata dal Concistori di pastori e cittadini di vigilare sui fedeli. Fino alla sua morte, il riformatore riuscì a creare a Ginevra una dittatura religiosa.


                                                                         Giovanni Calvino

 


Ai cittadini erano vietate le danze, gli spettacoli e la ricercatezza nel vestire. Tutto ciò era punito con pene corporali e con il carcere. Coloro che non partecipavano alle nuove idee venivano perseguitati e uccisi così il calvinismo creò una concezione della vita morale fondata sul senso del dovere assoluto, che non era oggetto di discussione. Si diffuse rapidamente in Francia, in Germania e nei Paesi Bassi.

Anche in Italia ci furono delle manifestazioni in favore della riforma che risultarono inutili; ma si trattava di piccoli gruppi che vennero eliminati con facilità. La comunità più durevole fu quella del Piemonte, i valdesi così chiamati perché seguivano l’eresia di Pietro Valdo e si convertirono al protestantesimo. La riforma spezzò in maniera definitiva l’unità spirituale dell’Europa cristiana. Tutti i popoli anglosassoni furono attratti dalla rivolta contro Roma; i popoli latini invece rimasero fedeli al cattolicesimo romano. Le guerre provocate dalla riforma impoverirono la Germania e deviarono i traffici che mettevano in collegamento il Nord Europa con Venezia e Milano. Ritardarono il progresso della Francia e accelerarono quello dell’Olanda e dell’Inghilterra.

Allo scoppio della rivoluzione religiosa della Riforma, la chiesa cattolica oppose un movimento di carattere religioso, politico, militare, culturale, artistico, a cui si diede il nome di Controriforma. Ma molti storici tendono a finalizzare che esso sia in parte avvenuto prima della rivoluzione germanica. Nel XVI secolo si avvertiva l’esigenza di una profonda riforma nella Chiesa cattolica. Difatti già nel 1516 venne fondata una Congregazione chiamata Oratoria del Divino Amore. Nel 1528 Ludovico Tenaglia fondò l’ordine del Cappuccini, nel 1532 Girolamo Emiliani fondò quello dei Someschi per l’assistenza degli orfani; nel 1540 veniva approvato quello dei gesuiti fondato da Sant’Ignazio di Loyola. Per l’iniziativa di questi nuovi ordini furono fondati migliaia di istituti, scuole, orfanotrofi, ricoveri per gli anziani, ospedali e case di rieducazione. Grazie a queste opere furono ricondotte al cattolicesimo intere regioni d’Europa. Accanto alle azioni dei nuovi ordini religiosi Paolo III convocò un concilio a Mantova per il Giugno del 1537, ma esso si riunì solo nel 1545 per le  difficoltà che si vennero a creare sulla scelta della città che doveva ospitarlo. Alla fine fu deciso per Trento, per la sua posizione tra i territori germanici e quelli italiani; così il 31 Dicembre del 1545 fu inaugurato, ma per vari motivi fu sospeso più volte, e si poté concludere solo nel 1563. Nei cinque anni effettivi si definì con maggiore precisione la dottrina cattolica specie nei punti in cui era esercitata la critica protestante: fu riconfermata la giustificazione per mezzo della grazia e delle opere. Si definirono i sette sacramenti, furono nuovamente dichiarati l’indissolubilità del matrimonio, la presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, la dottrina
del Purgatorio e il culto dei Santi.

 


                                                                           Concilio di Trento

 

Queste decisioni furono raccolte nella “Professio Fidei Tridentinae” pubblicata da Pio IV. Per la lotta in campo disciplinare fu imposta ai vescovi e ai preti la residenza nelle loro sedi. Furono istituiti i seminari per la preparazione del clero. Venne confermato l’uso del latino nelle cerimonie e l’obbligo del celibato ecclesiastico. Dopo diversi contrasti fu approvato definitivamente il principio della superiorità del Papa sul Concilio. Paolo III creò una congregazione che aveva i poteri di inquisire i reati di eresia. Pio IV emanò il primo “Index librorum prohibitorum” (indice dei libri proibiti perché sospetti di eresia e nocivi ai buoni costumi). Il continuo aggiornamento veniva da Pio V e dalla congregazione dell'indice.

Il movimento della Controriforma ebbe anche degli aspetti politico-militari soprattutto in Spagna. Filippo II divise i domini del padre Carlo V con lo zio Ferdinando d’Austria, a cui spettarono quelli asburgici, a lui quelli spagnoli. Egli cercò in tutti i modi di affermare l’assolutismo nei suoi territori; in politica estera partecipò a tutte le guerre di carattere religioso contro i musulmani, gli ebrei, i riformatori e gli eretici, divenendo così il più potente d’Europa. La scomparsa degli acattolici, significò però la perdita di artigiani e commercianti, senza dei quali svanì la florida economia dello stato. Vi fu così una crisi demografica aggravata dall’esodo dei conquistadores, si caratterizzò anche un rincaro dei prezzi dovuto all’afflusso di metalli americani.

Il Ducato di Milano retto da un governatore, i regni di Napoli, Sicilia e Sardegna, governati da un viceré e lo stato dei Presìdi, erano i domini spagnoli in Italia.


 


Anche lo stato Pontificio, il Granducato di Toscana e la Repubblica di Genova subirono l’influenza della Spagna. Solo Venezia riuscì a conservare la sua indipendenza. A Madrid il Supremo consiglio d’Italia decideva sul governo delle province italiane. L’eccessivo fiscalismo, la corruzione dei militari venuti in Italia per arricchirsi, la repressione di ogni forma di libertà di pensiero, la mania dei duelli e la difesa dell’onore, costituirono gli
aspetti essenziali della vita italiana sotto il predominio spagnolo.

 


                                                                               FILIPPOII

 

Filippo II cercò di affermare la sua potenza in tutta l’Europa, infiltrandosi nella politica interna dei vari stati; ma la Francia,  l’Inghilterra e i Paesi Bassi si opposero duramente, determinando il crollo definitivo del suo imperialismo.

I Paesi Bassi erano divisi in province meridionali abitate da Valloni (Belgio), province settentrionali fiamminghe corrispondenti all’Olanda. Con Carlo V avevano goduto di una certa floridezza economica, ma quando Filippo II cercò di opporsi al loro sviluppo, si ribellarono.

Guglielmo d’Orange ed il cattolico conte Egmont presentarono una dichiarazione contro l’Inquisizione alla reggente del governo dei Paesi Bassi, Margherita d’Austria,  sorella di Filippo II. La dichiarazione venne respinta e i seguaci d’Orange furono detti pezzenti (Gueux) in segno di dispregio. Nelle Fiandre venne inviato il duca d’Alba per calmare le acque; egli infatti mise a morte il conte Egmont.

Nel 1586, con la pacificazione di Gand, il Sud cattolico e il Nord protestante  si unirono nella comune lotta contro gli spagnoli. Questi ultimi cercarono di difendersi inviando Alessandro Farnese, duca di Parma, a ristabilire l’ordine. Egli vi riuscì solo nelle province cattoliche, mentre a nord si costituì la Repubblica delle Sette Province Unite con a capo Guglielmo d’Orange.

Filippo II estese le sue mire verso la Francia, in preda alle guerre di religione. La lotta era divampata con la diffusione del Calvinismo e per la politica incerta di Caterina dei Medici, vedova di Enrico II, incapace di respingere la protezione della Spagna e di domare le sopraffazioni delle due congregazioni in cui si era diviso lo stato: i cattolici con a capo la famiglia dei Guisa e gli ugonotti con  la famiglia dei Borbone.

Caterina aveva creduto che alleandosi una volta con gli uni ed un’altra con gli altri, sarebbe riuscita a controllare il suo territorio, ma  conseguenza di una strategia così assurda furono le continue stragi. In quella di Vassy, in cui Francesco di Guisa fece uccidere un gruppo di ugonotti, la regina si era alleata con questi ultimi. L’evento più drammatico avvenne quando i cattolici la notte di San Bartolomeo uccisero tutti gli ugonotti, che si erano recati a Parigi in occasione delle nozze di Enrico di Borbone con Margherita di Valois.

 

“L

 

 

e genti che erano in armi, intesa la volontà di sua maestà,tutto ieri andarono saccheggiando le case e le stalle degli ugonotti, ammazzando tutti quei che trovavano, li quali subito erano tirati in spettacolo pubblico su le strade, e spogliati nudi rimasero quivi fino sul tardi tutti quei grandi, che ho detto e molti altri se ne portavano di mano in mano alla riviera (alla Senna), e si pensa che ne siano stati ammazzati più tosto più di duemila che altrimente”.

                ( dalla cronaca di un ambasciatore dei Gonzaga) 


 


                                                                       La strage degli Ugonotti

 

La strage minacciò di spazzare per sempre l’unità della Francia. Sorse così un partito intermedio chiamato dei politici che mirò ad un opera di conciliazione. Salito al trono Enrico III la lotta riprese perché i cattolici costituirono una “Lega” sostenuta  da Filippo II. Divampò la guerra dei tre Enrichi (Enrico III re di Francia, Enrico di Guisa capo della lega cattolica ed Enrico di Borbone capo degli ugonotti). Uccisi i capi delle due leghe, Enrico di Borbone si convertì al cattolicesimo, divenne re e riuscì a dare la serenità e la pace religiosa ai suoi sudditi, concedendo la libertà di culto con l’Editto di Nantes.

 

”C

iò che voglio dire è che vi prego di approvare l’editto che ho accordato agli ugonotti. Quel che ho fatto è per il bene della pace: l’ho realizzata al di fuori, voglio realizzarla dentro il mio regno. Taglierò le radici di tutte le fazioni e di tutta la propaganda sediziosa, e farò decapitare quelle che le suscitano. Ho scavalcato mura di città, saprò bene scavalcare barricate.

E non sollevate questioni in nome della religione cattolica: io l’amo più di voi, sono più cattolico di voi, sono figlio prediletto della Chiesa. Vi sbagliate se pensate di appoggiarvi al papa; egli è più vicino a me che a voi. Se non vorrete obbedirmi vi farò dichiarare tutti eretici.

Ho fatto il soldato e non per parata. Ora sono re e parlo da re. Voglio essere obbedito. In verità, gli uomini di legge sono il mio braccio destro, ma se la cancrena si diffonde nel braccio destro, bisogna che il sinistro lo tagli”. 

             (dal discorso di Enrico IV al parlamento di Gaudet)

 

Con il trattato di Vervins impose alla Spagna la rinuncia ad ogni pretesa sui territori francesi.


In Inghilterra ad Enrico VIII era succeduto per un breve periodo il figlio minorenne Edoardo VI, dopo Maria I, detta la Cattolica, figlia di Enrico VIII e di Caterina d’Aragona. Lei aveva sposato Filippo II e dunque aveva cercato di ripristinare il cattolicesimo in Inghilterra. Alla sua morte salì al trono Elisabetta figlia di Enrico VIII e di Anna

 


                                                ElisabettaI

Ella riprese la politica anticattolica e l’espansione marinara e commerciale; fiorirono anche le arti e la letteratura, soprattutto con William Shakespeare.


 


                       Teatro della Rosa in cui si rappresentavano le opere di W. Shakespeare.

 

Con la decapitazione di Maria Stuarda, figlia di Giacomo I Stuart re di scozia e di Maria di Guisa, che era andata in sposa a Francesco II, re di Francia, ebbe inizio la guerra tra Spagna e Inghilterra. Alla morte del marito, ella era ritornata in Scozia, dove aveva sposato Lord Darnley, di cui si stancò subito. Costui  morì presto, vittima di una congiura alla quale pare che la regina non fosse del tutto estranea. Dopo che lei sposò Bothwel, che era stato il capo dei congiurati, gli scozzesi la costrinsero ad abdicare. Si nascose in Inghilterra, ma Elisabetta la fece tenere sotto stretta sorveglianza perché Maria, oltre ad essere cattolica aveva delle pretese al trono inglese come sorella di Enrico VIII.

Quando Elisabetta scoprì il suo complotto con Filippo II, la fece immediatamente condannare a morte. Fu allora che Filippo inviò “L’Invincibile  Armata” potente flotta di centotrenta galeoni, che però non riuscì ad abbattere le agili navi inglesi.

Questa fu la più grave sconfitta spagnola che segnò la fine del predominio di Filippo II e l’affermarsi della potente marina inglese.


 


                                                                L’INVINCIBILE ARMATA

 

 

Se Filippo II fu il responsabile dele guerre di religione, perché le aveva provocate quasi tutte, a lui va il merito di aver sostenuto una lunga guerra contro i Turchi, che fermò l’avanzata di questo forte popolo musulmano nel Mediterraneo.

Avevano conquistato l’Ungheria, la Libia, l’Egitto e controllavano l’Algeria, da cui partivano i loro pirati per saccheggiare le coste cristiane. Nell’agosto del 1571 era caduta nelle loro mani la fortezza veneziana di Famagosta e dopo pochi giorni tutta l’isola di Cipro. In seguito alle pressioni di papa Pio V i principi cristiani si riunirono nella Lega Santa e affrontarono i Turchi a Lepanto. La flotta cattolica al comando di Don Giovanni D’Austria, fratello di Filippo II, conseguì una vittoria così schiacciante, da segnare la fine di un incubo.


                                                       LA BATTAGLIA DI LEPANTO

 Anche l’isola di Candia, oggi Creta, importante base veneziana, tentò di resistere alla minaccia dei Turchi per vent’anni, ma venne conquistata nel 1669.


Durante le incursioni turche, alcuni monaci, fuggiti dall’Albania, approdarono a Creta, da quest’isola poi si rifugiarono in Sicilia, portando con loro delle immagini sacre, con lo scopo di salvarle dagli infedeli.

 


In occasione del secondo meeting internazionale, del progetto Comenius "Monasteri D’Europa”, avuto luogo proprio a Creta,  abbiamo appreso che alcune icone del monastero di Agarathos

si trovano in Sicilia, nella Chiesa greco-ortodossa di Santa Maria di Tutte le Grazie, a Mezzoiuso. I docenti della Suola Media “Verga” di Barrafranca al loro ritorno vi si recheranno per vederle.


 



L’incontro dei docenti del progetto a Iraklion, è stato organizzato per illustrare, attraverso una relazione, tenuta dal referente di ogni paese europeo, il lavoro svolto da ogni scuola; per valutare il raggiungimento degli obiettivi e le metodologie utilizzate; per  analizzare i materiali prodotti.

Il meeting oltre ad essere stato produttivo per il confronto con colleghi di altri paesi e di altre realtà, per lo scambio di esperienze

 


e per la ricerca di una comune metodologia di lavoro, ci ha permesso di conoscere la realtà sociale, culturale e religiosa del paese ospitante.

                                                           Visita al Prefetto di Creta

 


Occasioni di arricchimento culturale ed umano, che  permettono di rapportarsi ed integrarsi con consapevolezza  nella dimensione degli altri paesi, riconoscendone e condividendone aspetti  omologhi o divergenti dal nostro  modo di vive

 


                                         Incontro con il Vice Arcivescovo di Creta

 

 

DALL’ISOLA DI CRETA A MEZZOIUSO

 


Secondo la leggenda, Europa, figlia di Agenore, re di Fenicia, si recava abitualmente con le compagne sulla riva del mare, a raccogliere fiori. Giove vedendola, decise di rapirla. Per non destare sospetti, si trasformò in un toro bianco e inginocchiatosi davanti ad ella attese, che si decidesse a salirle in groppa. Lei non esitò. Il toro, appena sentì il peso del suo corpo, cominciò a correre veloce sulle onde del mare. Sbarcato a Creta, si rivelò a lei sotto un platano, che da quel giorno conservò le foglie verdi. Dalle loro nozze nacquero Minosse e Radamanto, due dei tre inflessibili giudici del tribunale dell’Averno.

“M

 

inosse fu il più antico di quanti ne conosciamo per tradizione ad avere una flotta e a dominare il mare ora greco: signoreggiò sulle isole Cicladi e ne colonizzò la maggior parte dopo aver scacciato da esse i Cari e avervi stabilito i suoi figli come signori.

Egli eliminò per quanto poté la pirateria del mare, perché meglio gli giunsero i tributi. Giacché i Greci anticamente […] si erano dati alla pirateria sotto la guida dei più abili, in cerca di guadagno per sé e di nutrimento per i più deboli. E, assalendo le città che erano senza mura e disperse in villaggi, le saccheggiavano e così si procuravano la maggior parte dei loro mezzi di sussistenza, senza ancora vergognarsi di questo modo di agire, il quale anzi portava loro una certa gloria[…].

Ma al crearsi della flotta di Minosse, la navigazione tra un popolo e l’altro si sviluppò (i malfattori furono da Minosse scacciati dalle isole tutte le volte che lui ne colonizzava gran parte) e coloro che abitavano presso il mare, acquistando maggiori ricchezze, vivevano con maggior sicurezza.

                      (da La Guerra nel Peloponneso di Tucidide).

Di questa bellissima isola si parla  in un racconto inventato dall’eroe Ulisse, per non essere riconosciuto: con esso l’astuto eroe illustra chiaramente l’idea che i greci si erano fatti dei marinai cretesi.

 

 “D

 

ell’ampia Creta mi vanto d’esser stirpe,

e figlio d’un ricco principe: molti altri figli erano cresciuti nel suo palazzo, ed eran nati legittimi  dalla sua sposa: me generò una schiava,

sua compagna: pure alla pari coi figli legittimi m’ebbe in onore Castore: io mi vanto suo sangue.

Egli allora fra i Cretesi come un dio era onorato dal popolo per la beata ricchezza e per i figli gloriosi…

Forte ero in guerra, invece non m’era caro il lavoro

né il governo della casa, che nutre splendidi figli, ma solo navi munite di remi m’erano care,

e guerre e aste lucide, e dardi….

Prima che a Troia movessero i figli degli Achei,

nove volte armati e rapide navi guidai

contro genti straniere e m’era toccato molto bottino.

…..Al settimo giorno, imbarcati dall’isola vasta di Creta,

partimmo con vento bello e gagliardo senza fatica: e nessuna delle mie navi ebbe danno, ma senza pericoli o mali stavamo seduti: il vento e i piloti le dirigevano.

Al quinto giorno all’Egitto dalla bella corrente arrivammo nel fiume Nilo ancorai le navi ben manovrabili.

E là comandavo ai miei fedeli compagni

di rimanere presso le navi, di far guardia alle navi,

e mandai esploratori in vedetta a esplorare.

Ma essi alla violenza cedendo, seguendo il loro furore

subito i campi bellissimi degli egiziani

saccheggiarono, le donne e i bambini lattanti rapivano

uccidendo gli uomini: ma presto alla città giunse il grido.

E quelli udito il grido all’apparire dell’alba

arrivarono: s’empì tutta la piana di fanti e cavalli

e arcieri……

Là molti dei miei uccisero col bronzo affilato,


altri con sé trascinarono vivi a lavorare per forza……

                                            (da L’Odissea di Omero)

 

                                                                                          

                                                                          OMERO


Creta è caratterizzata da un territorio montuoso che per secoli ha isolato gli abitanti del luogo dal resto del mondo.

 


Per quasi 3000 anni le rovine di questa antica civiltà sono rimaste sepolte e solo nei primi anni del ‘900 sono state riportate alla luce. La loro bellezza dimostra la creatività artistica minoica, oggi considerata all’origine della cultura europea.


I cretesi nel corso della storia hanno subito varie dominazioni: i romani, che vi portarono il loro sistema amministrativo; i bizantini a cui seguirono i veneziani, i cui eleganti edifici e le fortezze, come quella di Fragkokàstello, testimoniano i quattrocento anni di dominazione.

                                                                               Fragkocasteéllo

 

Costruita nel 1371 questa fortezza sorge vicino Sfakià, le sue mura di cinta si conservano in ottimo stato. Sopra l’entrata sud, il leone di San Marco è rivolto verso il mare.


 


                                                                           Il leone di San Marco

 Fu costruita per difendersi dai turchi e dai ribelli sfakioti. Qui il capo di quest’ultimi  Ioannis Daskalogiannis si arrese ai turchi e, dopo la cattura, venne scorticato vivo, a Iraklio. Dopo cinquant’anni un indipendentista greco, Chatzimichalis Dalianis, ripresa la fortezza, cercò di tenerla, insieme ad un gruppo di uomini. Fu massacrato senza pietà.     

L’oppressione ottomana e la persecuzione religiosa fecero nascere un forte movimento di indipendenza, che contribuì a far diventare l’isola una provincia greca. Durante il secondo conflitto mondiale, subì anche l’invasione tedesca.

Creta oltre ad avere un paesaggio vario tra mari e monti, possiede un’affascinante passato che ha lasciato diverse testimonianze di fiorenti civiltà. La costa settentrionale, più sviluppata, offre numerose località di soggiorno e centri storici.

L’aspra costa meridionale offre meravigliosi paesaggi naturali.

La città di Chanià  presenta imponenti dimore in stile neoclassico e possenti fortificazioni veneziane.


                                                                                      

Porto di Chanià

 

Tutte le importanti attrattive si trovano nell’antico quartiere Kastélli attorno al porto, dove all’estremità nord- occidentale  il Museo Navale conserva, nel forte veneziano Firkàs, una collezione di modelli di navi. Sull’altro lato, invece, la Moschea dei Giannizzeri, risalente all’arrivo dei Turchi, è la più antica costruzione del periodo ottomano.


                                                               Moschea dei Giannizzeri

                                                                           

 

 


                                                              Vicolo del quartiere Spiàntza

Nella parte interna del porto sorgono gli arsenali veneziani del sec. XVI, dove si riparavano e si caricavano le navi. Il faro offre della città un panorama bellissimo. Ospita anche un museo archeologico all’interno della chiesa veneziana di San Francesco, che raduna manufatti cretesi dall’era neolitica a quella romana. Accanto si può ammirare una fontana turca. Il quartiere Spiàntza è la  zona pittoresca della città, dove le case con balconi di legno danno su vicoli secondari in acciottolato.


Lungo la Gola di Samaria si ammira lo scenario più particolare di tutta l’isola. Dal 1962 è stato istituito un parco nazionale e gli abitanti del villaggio sono stati costretti ad allontanarsi. Partendo da Xylòskalo il percorso richiede dalle 5 alle 7 ore di cammino, in un sentiero tortuoso. Dopo dodici Km si giunge alle Porte di Ferro, due alte pareti rocciose distanti solo 3 metri.

                                                  Porte di ferro

Rèthimo costituisce la capitale intellettuale di Creta. Città greco-romana, risalente al periodo minoico, raggiunse il massimo splendore nell’epoca veneziana divenendo un centro artistico e letterario, rifugio per gli intellettuali in fuga da Costantinopoli


 


                                                                                 Porto di Rethimno

Oggi conserva nel museo archeologico, manufatti rinvenuti nei cimiteri, nei santuari e nelle grotte della zona. La città è dominata dalla Fortétsa, progettata da Pallavicini nel 1570, fu costruita per difendersi dagli attacchi dei turchi. All’interno dei bastioni si trovano: una piccola moschea, una piccola chiesa e gli alloggi del governatore. Si conserva in ottimo stato la Moschea Nerantzés del XVII sec., costruita come chiesa dai veneziani, venne poi trasformata in moschea dai turchi.


 


                                                                               Moschea di Nerantzé

La città antica è costituita da un labirinto di stradine strette fiancheggiate da case veneziane e ottomane.

Festo fu uno dei più importanti palazzi minoici. Gli scavi condotti nel secolo scorso portarono alla luce due palazzi, entrambi distrutti da terremoti.


 


                                                                                           Festo

 

Tuttavia quasi tutte le rovine presenti appartengono al secondo palazzo.


 



Nel 1903 fu rinvenuto un disco tondo d’argilla, che misura 16 centimetri di diametro; su entrambi i lati ha dei simboli  pittorici disposti a spirale verso il centro. Nessuno, fino ad oggi, è stato in grado di spiegarne il significato, probabilmente si tratta di un inno sacro.

                                                                               Disco di Festo

Iraklio esistente già dal periodo neolitico servì da porto alla città di Cnosso, divenendo ancor più famoso nel periodo veneziano, del quale conserva la fortezza e le mura cittadine.


 


                                               Porto di Iraklion, dominato dalla fortezza veneziana

Il centro di Iraklio è costituito da una piazza con negozi e bar raggruppati attorno alla fontana Morosini. Qui vi si trova anche la chiesa veneziana Ajios Markos ora utilizzata per mostre e concerti. In questa stessa strada, 25 Avgoustou (25 Agosto), che si dirige verso il porto si può ammirare l’elegante Loggia del XVII sec., punto d’incontro della nobiltà, oggi sede del Municipio. In una piazza lontana dalla strada si trova la chiesa di Agios Titos del XVI sec. dedicata al santo patrono dell’isola. Sull’altro lato della strada si affaccia il piccolo Parco El Greco, dal nome del famoso pittore
nativo di Creta.

 



Alla fine della 25 Agosto troviamo la fortezza veneziana, chiamata

 



“Rocca al Mare”, eretta tra il 1523 e il 1540, con gli Arsenali, dove venivano costruite o riparate le navi, che affrontavano le rotte del Mediterraneo.


Recenti scavi, fatti dall’archeologo Arturo Evans, hanno rivelato che la storia cretese attraversò tre fasi: il periodo felice, il periodo del primo cataclisma e il periodo del secondo cataclisma o dell’invasione Achea.                                                                                 

 


                                                                          

                                                                     Sir Artur Evans

 

Il periodo felice fu la fase migliore, risulta infatti che in questi anni ( dal 2500 al 170 a. C.) si ebbe un’agricoltura molto sviluppata; i primitivi villaggi si trasformarono in splendide città con case in muratura e palazzi signorili. Questo periodo prende anche il nome di civiltà dei primi palazzi. Il commercio navale era molto fiorente con l’Egitto, l’Asia Minore, le isole del Mare Egeo. La vita trascorreva senza lotte, né guerre;  le costruzioni mancavano, infatti, di fortificazioni e di muraglie.

Il periodo del primo cataclisma e della conseguente ricostruzione (o civiltà dei secondi palazzi) inizia intorno al 1700 a.C., quando un terremoto distrusse la fiorente civiltà; ma la tenacia dei cretesi ne creò un’altra più fiorente. Le città si riunirono ed ebbero un solo Minosse (cioè re), e dominarono sulle isole greche: lo testimonia la leggenda dell’uccisione del Minotauro da parte di Teseo, re di Atene.


Con l’invasione achea inizia intorno al 1400 a.C. il declino della civiltà minoica anche se molti storici non concordano con questa interpretazione.

                                                                            Le donne in blu

Nella vita sociale dei cretesi un posto importante avevano le donne, come risulta dagli affreschi; esse lavoravano nei campi con gli uomini, partecipavano agli spettacoli teatrali, ai giochi sportivi, praticavano la caccia. Alla religione e al culto degli dei erano legate le feste e le gare sportive di pugilato, lotta libera e soprattutto la giostra dei tori. Era una specie di corrida che consisteva nel destreggiarsi, abilmente afferrati alle corna del toro, in pericolosi volteggi, come si vede nella figura della “Tauracatapsis” (o tauromachia) del palazzo di Cnosso. La loro industria di ceramica ebbe un grande sviluppo; essi infatti oltre ad essere dei grandi artisti, perché sapevano imitare alla perfezione la natura, inventarono una speciale porcellana con la quale ottenevano oggetti dalle pareti sottilissime come quelle del guscio di un uovo.  


                                                                            

 


                                                                            Tauromachia

Nel Museo Storico sono conservate opere a partire dalla prima epoca cristiana. Il Museo Archeologico custodisce vasi e statuette del periodo neolitico e del periodo classico- ellenistico, i gioielli delle varie tombe e gli affreschi originali del palazzo di Cnosso.


                                             Palazzo di Cnosso

Costruito intorno al 1900 a.c., distrutto da un terremoto fu subito ricostruito. Le rovine risalgono quasi interamente al secondo palazzo, al centro del quale si trova la vasta corte centrale, da cui si diramano le aree più importanti. Si accedeva al palazzo attraverso un ingresso monumentale a pilastri, “I Propilei”, decorato con l’affresco della “Processione” dei “Portatori di offerte”; un particolare di questo affresco è il “Principe dei gigli”, una figura di sacerdote- re con una corona di gigli e di piume.

 


                                                                             

 


                                                                             Principe dei gigli

 

Di notevole bellezza è la sala del trono, con l’anticamera e il bacino lustrale adiacenti, si presume che servisse anche da tempio. Il trono originario, molto probabilmente di una sacerdotessa, è sorvegliato da un affresco di grifoni, sacri simboli in epoca minoica.


                                                                          Sala del Trono

 


Gli appartamenti reali comprendono molte sale e il Megaron del re, detto anche sala della  Doppia Ascia; il Megaron della regina  è decorato con il famoso affresco dei delfini ed è dotato di un bagno adiacente. 

 


 


                                                  Megaron della Regina con l’affresco dei delfini

 

Il più grande scrittore cretese, impegnato nella lotta contro i turchi, è Nikos Kazantzakis, autore di poesie, trattati filosofici e di romanzi come Zorba il greco. Scomunicato dalla Chiesa ortodossa
sulla sua tomba si legge:” Non spero in nulla. Non temo nulla. Sono libero.”

                                                               Locandina del film Zorba il Greco

 


I cretesi parlano il greco moderno e in maggioranza sono di religione ortodossa. Molti sono i monasteri che si trovano nei pressi di Iraklion, tra questi quello di Agarathos. 


Durante il meeting, avuto luogo a Iraklion, i professori del progetto Comenius hanno avuto modo di visitare anche il monastero di Epanosifi. 

 

 


Quasi nel cuore dell’isola, in un luogo che  per le sue caratteristiche climatiche e fisiche ricorda molto la nostra terra di Sicilia, si scorge da lontano per il candore delle pareti esterne di ogni edificio facente parte del complesso.


 

 


Fiori di vario colore, posti con armonia e ricchezza, spezzano quel bianco abbagliante, che  quasi acceca, sotto i raggi del sole.


I monaci vivono in armonia e in preghiera, provvedendo al sostentamento di ciascuno di loro, mettono in comunità ciò che hanno in occasione di visite come la nostra. In altri monasteri ognuno ha un suo compito specifico, qui ognuno deve badare al proprio sostentamento.

 


Da Creta partirono i monaci, con le loro icone, per arrivare a Mezzojuso, dove la loro arte fu così fiorente da originare la nascita di una scuola  di pittura cretese.

“Le misteriose vie del Signore disposero che una comunità orientale di rito bizantino greco fosse ospitata tra le comunità cattoliche di Sicilia nel XV secolo. Questa ospitalità, divenuta irradicamento, prosegue fino ad oggi… 

Tale comunità si trova in perfetta pace con la Chiesa madre bizantina ortodossa, ed in altrettanta perfetta pace con la Chiesa latina ospitante…” scrive Sotir Ferrara, Vescovo dell’Eparchia di Piana degli Albanesi.

Mezzojuso è situato ai margini Sud Orientali del Bosco di Ficuzza, è caratterizzato da un paesaggio vario. Nel versante occidentale sorgono le vette più alte, costituite da rocce silicee, di Pizzo Casa, Serre di Pruello e Pizzo Morabito. La zona settentrionale confina con i paesi di Godrano, Cefalà Diana e Villafrati, mentre nella zona sud si estende il vallone di Contrada Noce. Verso oriente il territorio si abbassa sino al fondo valle per salire poi in direzione Nord-Est. Per quanto riguarda il clima, le piogge sono concentrate in autunno e in inverno, assenti invece in primavera ed estate. La temperatura si aggira mediamente intorno ai 16° C e nel periodo estivo raggiunge i 25° C, mentre in inverno oscilla tra gli 8° e i 9° C. Questi valori non tengono conto però delle variazioni microclimatiche dovute all’altitudine. Data la vicinanza al bosco della Ficuzza e della Rocca Busambra è rilevante l’importanza del patrimonio floristico in cui sono presenti 800 specie di tipo rupestre, delle praterie e memorali. Le piante più diffuse nel versante occidentale sono particolari varietà di querce e castagni, ma anche peri, mandorli, nespoli volgari, felci setifere e così via. Purtroppo questo splendido paesaggio forestale è minacciato dal pascolo incontrollato e dagli incendi.


In passato i boschi erano di grande importanza soprattutto i castagni, che producevano un frutto pregiato e il legname destinato alla costruzione di tini e botti. Nelle zone più a valle, grazie alla presenza di acqua, venivano coltivati ortaggi e agrumi. Si producevano anche fibre tessili come il lino di cui si lavorava

anche il seme per l’olio e la seta che si vendeva cruda per                                                                               

                                                                Panorama di Mezzojuso

 

essere poi lavorata a Palermo e a Messina. Al giorno d’oggi riveste una notevole importanza la coltura dell’olio extravergine d’oliva. Pertanto diversi territori prima usati per i cereali sono stati sostituiti da alberi di olivo. Non vengono trattati con concimi, solo qualche lavorazione al terreno e potature periodiche. Si ottiene così un prodotto genuino.


 


Nell’allevamento sono presenti bovini e ovini che producono ottime carni e gustosi formaggi come il caciocavallo e il pecorino. Un altro aspetto importante è lo sviluppo dell’agriturismo, per ora solo nei periodi autunnali per i funghi e le castagne. Mezzojuso potrebbe diventare meta di turismo per i paesaggi naturali, per ricorrenze religiose e per le manifestazioni locali che stanno suscitando interesse.

Sorge su un pendio in cui sono presenti ostacoli naturali rilevanti per lo sviluppo del paese. Ha una forma caratteristica in cui si distinguono le principali parti: la prima si sviluppa su un’asse rettilineo, la seconda è quella antica in cui sono presenti strade tortuose e case addossate; la terza ha una pianta regolare e la quarta è costituita dalla formazione di case abusive. Nelle prime due parti troviamo la piazza Umberto I°. Attorno ad essa le case sono distribuite concentricamente e con essa anche gli edifici principali del paese come la Matrice, il Municipio, il Castello. L’organizzazione concentrica è alterata solo al Nord in prossimità della Chiesa del convento dei frati minori di San Francesco, che si affaccia su un territorio agricolo di serena bellezza. Il castello oggi è stato recuperato dai cittadini grazie all’acquisizione effettuata dal Comune. E’ molto importante la riappropriazione del Convento dei padri francescani e la salvaguardia del territorio agricolo circostante.


A Mezzojuso sono stati trovati reperti archeologici come mura di cinta di età preellenica, torri quadrangolari, resti di abitazioni e ceramiche risalenti al periodo medievale. La cittadina fu fondata dai Saraceni. In seguito subì l’invasione dei Normanni. Questi ultimi per cancellare i segni della civiltà precedente, e per restaurare la religione cristiana, costruirono una chiesa dedicata a S. Maria delle Grazie.

                                                           Chiesa di Santa Maria di tutte le Grazie

 

Nel 1132 Ruggero II donò il Casale di Mezzojuso al monastero benedettino di Palermo San Giovanni degli Eremiti. Centocinquant’anni dopo divenne un luogo di cultura in occasione dell’incoronazione di Pietro D’Aragona. Parve spopolarsi fra il 1200 ed il 1300 per via delle pestilenze. A quel punto i feudatari in cerca di braccia per i campi accolsero gli albanesi che fuggivano dalla loro patria  per la invasione turca. Questi si riunirono costituendo dei nuovi quartieri. Nel 1524 l’abbazia di San Giovanni e i suoi possedimenti furono trasferiti ai sei canonici della Cattedrale di Palermo, i quali diedero il feudo al nobile Corvino in cambio di 172 onze e 48 galline l’anno. Il nuovo feudatario era un commerciante di tessuti che divenne sempre più ricco esportando anche prodotti agricoli. La dinastia dei Corvino regnò sino al 1832 quando l’ultimo erede morendo lasciò i pochi territori rimasti al Cavaliere Franchica, Navada e Siracusa. Dopo 20 anni il paese divenne centro della rivolta contro i Borboni.


A Mezzojuso da più di un secolo non si parla più l’albanese, ma chi ha dato impulso allo sviluppo è certamente la fusione di due

                                                                      Monastero Basiliano

popoli: siciliani e albanesi.

Tale convivenza si è rilevata molto redditizia per la cultura religiosa. Ne sono testimoni: il monastero Basiliano, che ospita una biblioteca con rari codici greci e il Collegio di Maria.                                        


Le più prestigiose opere d’arte di Mezzojuso sono le icone. Furono prodotte maggiormente nel XVII secolo. Alcune di esse vennero importate

                                                                   Laboratorio di restauro del libro

da Creta, quando dei monaci (forse per fuggire dall’invasione turca) raggiunsero la Sicilia, per abitare il monastero di Mezzojuso.

Le icone nacquero e si diffusero tra il V e VI sec., quando la chiesa era ancora unita nel combattere le eresie. I cristiani per rappresentare vicende e avvenimenti avevano utilizzato, sin dal terzo secolo, le immagini con un linguaggio simbolico, rifacendosi a modelli già esistenti al tempo delle persecuzioni e delle catacombe. La ritrattistica traeva origine dal mondo antico: in Egitto i faraoni erano soliti usarla nelle loro camere funerarie; i romani nelle loro provincie usavano esporre l’immagine dell’imperatore per rafforzare il potere; nella stessa chiesa si definisce verso il IV secolo l’utilità delle immagini per il consolidamento della fede:

Si incominciò a rappresentare Cristo e la sua vita: l’arte risorge in Lui, ma come simbolo. Furono l’esaltazione dello spiritualità, tipica della cultura ellenistica, e la glorificazione della materia ,tipica della cultura ebraica, a preparare l’icona cristiana

Ma anche nella stessa Chiesa risultò difficile una pacifica armonia: nel 726 scoppiò l’iconoclastia, che scaturì in lotte sanguinose.

Leone III proibì il culto delle immagini, degenerato in superstizione, ma Gregorio III condannò questo provvedimento: ne derivò la spaccatura tra Italia bizantina e impero e la lotta tra iconoclasti e iconoduli( i devoti delle icone): sarà con il Concilio di Nicea che si ristabilirà il culto delle immagini.

Furono distrutte molte icone e l’attività stessa sembrò fermarsi, nonostante qualcuno operasse segretamente. Con la conquista turca gli artisti emigrano nelle regioni vicine: Macedonia, Creta…, dove continuarono il loro lavoro  mantenendo l’eredità bizantina. In Russia nacquero numerosi laboratori e si diffuse una grande quantità di icone.


Tra il XVII e il XVIII sec. iniziò un processo di decadenza, l’arte occidentale influenzò l’originale significato dell’immagine, ricoprendola con metallo prezioso, lasciandone  intravedere solo il volto e le mani.

                                                                           I cinque Santi

L’icona però non è un solo un dipinto, per comprenderne il suo

significato non si può prescindere dalla visione cristiana del mondo, per questo motivo essa rappresenta una Teologia per immagini.

Una volta benedetta diventa il luogo dove ci si incontra Dio, un’occasione per comunicare con Lui; è per questo motivo che la Chiesa ortodossa ha sempre evitato che si introducesse l’elemento profano in quest’arte, sacra per forma e contenuto. Essa rappresenta la verità dell’incarnazione e riecheggia la formula usata dai padri della Chiesa:” Dio è diventato Uomo affinché l’uomo possa diventare dio.”

Collocate in un angolo della casa, diventano un piccolo santuario: davanti a quelle protettrici della famiglia si prega devotamente, gli ospiti entrando si rivolgono ad esse, ancor prima di salutare i componenti della casa stessa.

La base delle icone è di legno, su cui viene stesa una tela ricoperta da uno strato di gesso, poi levigato. Inciso il disegno, si passa alla fase più importante che è quella della pittura. I colori della tavolozza sono costituiti da elementi naturali, per la maggior parte minerali, brillanti e resistenti. Se ne distribuiscono vari strati con uniformità, secondo la tecnica dell’illuminazione, dal più scuro al più chiaro, utile per la rappresentazione dei volti, che indica il cammino di ogni creatura verso la luce di Dio. Le proporzioni del disegno spesso sono alterate, al pittore infatti non interessa la realtà, ma la sua rappresentazione attraverso significati simbolici. Nel linguaggio iconico il volto si chiama “Sguardo”, cioè volto trasfigurato, il resto del corpo “Riempitivo” . L’ultima operazione è quella di dare il nome all’icona: essa da quel momento sarà l’immagine visibile, presente e partecipe della liturgia celeste.

Il dialogo con l’icona impegna il fedele nel suo essere e nella sua integrità: mente, cuore, gesto. Questo rapporto viene ben descritto dal poeta russo Vladimir Solouchin, nelle parole di una vecchietta:

 

                                   

                                     “…al mattino mi alzo

                                    la ripasso leggera con l’olio,

                               un lumino le accendo davanti,

                                    essa parla a lungo con me,

                                    dolcemente, chiaramente

                                     la Patrona parla con me.”     

 

La Chiesa di S. Nicolò di Mira o Matrice greca, si trova al centro del paese, nella piazza Umberto I, accanto alla Matrice latina. Fu costruita nel 1516, e ad essa passarono tutti i diritti della prima chiesa Santa Maria di Tutte le Grazie, costruita dai profughi albanesi nel 1501.

Delle antiche icone che componevano la iconostasi del settecento vi sono le tavole di San Giovanni Prodromos, San Basilio il Grande, San Giovanni Crisostomo e San Giovanni Taumaturgo, opere di scuola cretese del sec. XVII. Custodite si trovano le icone In Te si rallegra  di Léos Moskos, e Madre di Dio Odighitria .

Il tema della prima è il Theotokion o canto alla Madre di Dio, attribuito a San Giovanni Damasceno che inizia proprio con le parole del nome dell’icona. E’ un inno recitato in onore della Madonna, dopo la Consacrazione, introdotto nella Liturgia di San Basilio e tratto dall’Ochtoechos, libro delle liturgie domenicali per i Vespri ed i Mattutini.

Nel dipinto si rendono visibili le parole dell’inno nei tre registri:

        

            

In Te si rallegra , O Piena di Grazia; tutto il creato,

gli angeli cori, e l’umana progenie

 

(primo registro, in alto)

 

o tempio santificato e paradiso, vanto delle Vergini.

 

(secondo registro, al centro)

 

Da Te ha preso carne Dio ed è diventato infante

Colui che prima dei secoli è nostro Dio. Del Tuo

seno infatti Egli fece il suo trono, rendendolo più vasto

dei cieli.

 

(terzo registro, in basso)


                                                                       In Te si rallegra


Dell’antica croce dipinta, che si trovava in alto all’iconostasi, ciò che resta è un frammento della visione del Cristo sofferente.

                                   Frammento Croce dipinta , scuola greca Chiesa San Nicolò di Mira

La Madre di Dio di Odighitria, Colei che indica la via, ha qui come elemento nuovo un globo, tenuto con la mano sinistra dal Bambino, attributo della iconografia mariana, elaborata a Creta nella seconda metà del XV secolo.


                                         Madre di Dio Odighitria, Chiesa di San Nicolò di Mira

 



La nuova iconostasi è stata commissionata da Papàs Francesco Masi, insieme ad altre icone, a Kostas Zouvelos, Maestro operante ad Atene.

                                                                     

                                                                  Chiesa di San Nicolò di Mira

          

Una Croce dipinta, di scuola siculo- cretese, Maestro dei Ravdà, insieme alle due icone laterali della Madonna e di San Giovanni, è inserita nel registro apicale dell’iconostasi della Chiesa di Santa Maria di Tutte le Grazie. La figura del Cristo è legata alla cultura bizantina, anche se manca della tipica curva anatomica che ne caratterizza lo stile. Ai capicroce, nel recto, troviamo il simbolico teschio di Adamo, posto ai piedi del Salvatore, e la colomba dello Spirito Santo.

 


                                                            

 

 

 


                                                                       Croce dipinta (recto)

 

Nel verso, invece nella parte centrale, Gesù Risorto libera Adamo,


Eva ed i giusti del Vecchio Testamento dal Limbo.Nei capicroce polilobati, altro segno che connota l’opera come appartenente alla corrente siculo- cretese, si trovano i quattro Evangelisti.                                                             

                                                                      Croce dipinta (verso)

 

 

 

L’unica testimonianza della Grande Deesis seicentesca, in principio composta da quindici immagini, rimangono cinque opere. Al centro è posizionato il Cristo, affiancato dalla Madonna e dal Precursore, come intercessori per l’umanità. Questa composizione prende il nome di Deesis,   infatti di “intercessione”, essa si conosce solamente dal VII secolo in poi e si trova in immagini come quelle del giudizio Finale. Spesso ad essa  nella Chiesa greca si affianca la teologia dei dodici apostoli; in quella russa quella degli arcangeli o di altri santi. Si parla allora di “Grande Deesis”. Della serie si conservano a Mezzojuso i tre pannelli  centrali e quelli degli apostoli San Pietro e San Giovanni. L’autore delle icone, il maestro cretese Chatzidakis, operò sulle immagini associando un disegno deciso e sintetico a colori ricchi, in modo da esprimere una profonda, quasi cupa, spirituali


 

 


                                Cristo Benedicente Grande Deesis 

 

Il Cristo Benedicente viene raffigurato nell’atto di benedire con entrambe le mani a modo pontificale orientale. Sul petto ha appoggiato il Vangelo aperto dove si può leggere: “Venite a me voi tutti affaticati e aggravati e vi darò riposo; prendete il mio giogo”. Indossa una tunica porpora, colore imperiale con cui si vuole esprimere la Sua Signoria sul mondo. Il manto azzurro che lo ricopre simboleggia l’umanità da lui assunta con l’incarnazione.

                                                                


 

                                             Madre di Dio Supplicante  Grande Deesis


Quest’icona, un tempo posta in posizione centrale, era affiancata dalla Madre di Dio e da San Giovanni Battista, entrambi in

atteggiamento supplicante.

                                      San Giovanni Prodromo Supplicante Grande Deesis                                  


Dei santi facenti parte della Grande Deesis sono rimasti: San Pietro Apostolo e San Giovanni Teologo. Il primo ritratto come un vecchio dalla barba rotonda che tiene in mano un rotolo con una scritta: “Amati, vi esorto di astenervi dalle passioni carnali….”.

                                                                              San Pietro Apostolo


Il secondo più conosciuto come Giovanni Evangelista tiene con la mano destra il vangelo aperto dove si legge: “In principio era il Verbo e il Verbo era con Dio e il Verbo era Dio”.        

                                                                      San GiovanniTeologo