Il Monachesimo

 

In Asia, intorno alla metà del III sec. dopo la fine delle persecuzioni romane, si sentì il desiderio di isolarsi dal mondo, per poter condurre una vita più perfetta; si caratterizzò l’eremitismo solitario, secondo cui l’uomo eremita, affrontava la lotta con le proprie passioni e con il diavolo.

Il primo eremita di cui si sentì parlare fu Paolo;  S. Gerolamo scrisse la sua biografia, ma il carattere romanzesco del testo ne mise in dubbio la stessa esistenza. Certa, invece, dal punto di vista storico, è l’esistenza di Antonio, che, nato in Egitto, abbandonò la sua agiata famiglia e si stabilì nel deserto fino alla morte. Molti lo imitarono: in genere la loro sofferenza costituiva una sfida al fisico umano e ciò si poteva realizzare solo in un clima caldo come quello dell’Egitto.

             “Solo attraverso la penitenza fisica si raggiunge la perfezione”.

Un’idea quasi barbarica, ma pur tuttavia sincera. Una tendenza che rimase intatta anche con Pacomio, che fondò una piccola comunità nell’Alto Egitto, introducendo la vita comune sotto un abate a cui si doveva assoluta obbedienza. I monasteri che egli fondò erano delle comunità di lavoro vero e proprio e sin da allora molti preferirono lavorare sotto un abate  che sopportare la confisca da parte dei curiati romani. La sua regola fu alquanto rigida e le pene durissime: si continuava infatti a dare importanza alle mortificazioni fisiche come se la perfezione fosse una conquista materiale. Fu con Basilio che l’ubbidienza non venne più considerata come sacrificio fisico, ma come sacrificio della propria volontà. Ciò nonostante molti monaci, non riuscirono a controllare la tentazione di cedere ad eccessi piuttosto singolari. Gli Stiliti, infatti, in


 

condizioni di gravi disagi fisici e psicologici, trascorrevano l’intera vita su una colonna, alta sino a 16 o 17 mt. Alla sommità di essa vi era una piattaforma di 2 mq., una esperienza che spesso dava adito a fenomeni di esibizionismo. Il primo stilita fu S. Simeone il Vecchio che trascorse 30 anni su una colonna nei pressi di Antiochia. In Occidente il monachesimo si sviluppò in seguito alla conoscenza della vita di Antonio, che la cultura popolare ha trasformato in protettore degli animali;  in realtà le bestie che gli stavano attorno erano le diverse forme che il diavolo assumeva per tentarlo. Monaci vaganti furono i sarabaiti, i quali, in giro per il mondo, affrontavano molti pericoli. Anche se la stabilità del monastero, fu uno dei punti cardine della vita monastica, l’attrazione del viaggio rimase sempre viva, in special modo quando la vita comunitaria entrava in crisi o quando si andava alla ricerca di se stessi.

 

 


 

 


Nel monachesimo occidentale l’obbligo del lavoro fisico diventò, nel tempo, specifico impegno e severa competenza, derivata dalla preparazione scolastica dei monaci.

Da qui ebbe origine il rapporto tra lavoro e cultura; grandi orti alimentari e farmaceutici nacquero dalle attività e dalla conoscenza della agronomia. I manoscritti si arricchirono sempre più con scene di vita agreste e di una simbologia che contrassegnava il mondo vegetale.

L’agricoltura deve molto ai monaci: quando le invasioni barbariche ridussero a deserto molti territori e le città decaddero, loro continuarono a coltivare i campi. I Dialoghi di Gregorio Magno, scritti tra la fine del 500 e l’inizio del 600,  presentano infatti una schiera di monaci che lavorano la terra in condizioni proibitive, spesso in luoghi del tutto abbandonati, nel tentativo di riconquistare queste zone. Dopo la guerra tra Goti e Bizantini, le carestie, la peste ed i Longobardi, la società e l’economia in Italia erano prostrati fino al limite, più che in altre parti. Ricolonizzare dunque i vasti territori dell’Europa, fu un importante risultato per la storia monastica dei primi sec. del Medioevo. Molte diocesi nacquero nell’Europa centro settentrionale e centrale, in Francia e in Germania si diede vita a centinaia di monasteri, da cui venne sollecitata un’attività commerciale di notevole portata, testimoniata da documenti scritti.


 

 

 

 


Nacquero città di natura artigianale, insediamenti che diventarono grandi piazze di mercato. Tutto ciò fu reso possibile dall’impulso spirituale del monachesimo  dall’organizzazione amministrativa e soprattutto  dall’edilizia.

In Italia nel 480 nacque a Norcia, da nobile famiglia, Benedetto, egli dopo aver studiato a Roma, si ritirò a Subiaco come anacoreta.

 

 


 

 

 


“Scienter nescius et sapienter indoctus” (saggiamente privo di scienza e sapientemente indotto) scrive nei suoi dialoghi S. Gregorio Magno. Egli radunò in dodici monasteri, tutti coloro che volevano dedicarsi a questa vita, ma nel 529 contrastato dal clero locale, si recò a Cassino, dove costruì un altro monastero e vi rimase fino alla morte nel 543. Rifacendosi alle regole monastiche precedentemente elaborate egli diede delle norme di orientamento per la vita di monastero.

 

E

’ ben noto che quattro sono le specie di monaci. La prima è quella dei cenobiti, quella cioè conventuale, che milita sotto la regola e l’abate. La seconda poi è quella degli anacoreti, cioè degli eremiti, di coloro i quali….hanno imparato a combattere contro il diavolo resi ormai esperti dall’aiuto di molti, e bene addestrati….alla lotta da soli nell’eremo, sono ormai capaci senza il conforto di altri, ma con mano e braccia proprie, a combattere, con l’aiuto di Dio, contro le cattive tendenze della carne e dei pensieri. La terza specie, quella più nefasta, di monaci è quella dei sarabaiti, i quali, non temprati da alcuna regola maestra di vita come l’oro dalla fornace, ma infiacchiti come il piombo, restando ancora con le loro azioni fedeli al mondo, si dimostrano insinceri verso Dio….a due a due, a tre a tre o anche da soli, senza superiore, rinchiusi non negli ovili del Signore ma nei propri, essi seguono come legge la sfrenatezza dei loro desideri….La quarta specie di monaci è quella dei cosiddetti girovaghi, i quali per tutta la loro vita in diverse regioni cercano ospitalità per tre o quattro giorni in monasteri sempre diversi, sempre in giro e mai stabili, schiavi dei propri capricci e degli allettamenti della gola e in tutto peggiori dei sarabaiti.

 (tratto da F. Gaeta – P. Villani, Documenti e Testimonianze, Principato Ed., Milano 1969, pag. 4).

 


 

 

 

 


Sottolineò l’autorità dell’abate che, anche se poteva punire  con pene corporali i monaci disubbidienti,  doveva esercitare  paternamente il suo ufficio verso la comunità, dalla quale veniva eletto.

L’abate  si identificò quindi con il “pater familias” romano e non con il signore feudale.

Il monaco poteva essere accettato solo dopo un anno e doveva promettere la stabilità nell’abbazia e l’ubbidienza.


 

 

 

 


Il monastero di S. Benedetto somigliava molto alla villa romana, aveva il necessario per poter essere autonomo e per evitare ai monaci di uscire.

 

O

mnia necessaria, id est aqua, molendium, hortus, pistrium vel artes diversae intra monasterium exerceantur, ut non sit necessitas monachis vagandi foras”

 

Il monaco doveva rinunciare a tutto quello che possedeva, tutto diventava proprietà del monastero, anche le sue vesti.

 

 

 I

l bibliotecario ci presentò a molti dei monaci che stavano in quel momento al lavoro. Di ciascuno Malachia ci disse anche il lavoro che stava compiendo e di tutti ammirai la profonda devozione al sapere e allo studio della parola divina. Conobbi così Venanzio da Salvemec, traduttore dal greco e dall’arabo, devoto di quell’Aristotele che certamente fu il più saggio di tutti gli uomini. Bencio da Upsala, un giovane monaco scandinavo che si occupava di retorica. Berengario da Arundel, l’aiuto del bibliotecario. Aymaro da Alessandria, che stava ricopiando opere che solo per pochi mesi sarebbero state in prestito alla biblioteca, e poi un gruppo di miniatori di vari paesi, Patrizio da Clonmacnois, Rabano da Toledo, Magnus da Iona, Waldo da Hereford”.

                                                        (da: Il Nome della Rosa – di Umberto Eco)

 

 

Ognuno espletava i propri compiti: dal bibliotecario, all’ortolano che aveva una importante funzione, perché la dieta imponeva un alto consumo di verdure; al cellario che sovrintendeva ai magazzini e custodiva il vino e l’olio, che, oltre ad essere destinato al condimento, illuminava la chiesa e il resto degli edifici.

Nell’Europa sconvolta dalle invasioni, i monaci svolgevano un importante compito sociale, religioso e culturale.

 


 

 

 

 


La coltivazione intensiva della terra attraverso  l’orticoltura fu una prerogativa dell’economia monastica. Nel Sud Italia, orti e giardini debbono ai monaci la loro splendida fioritura. Gli arabi diffusero questa esperienza in tutto il Mediterraneo e la Sicilia ne ebbe un grande beneficio soprattutto con l’introduzione degli agrumi.

Tutti questi prodotti gradatamente invasero le campagne e dal settore orticolo si passò a quello agricolo.

 


 

 

 

 


A

rrivati al sommo della scala entrammo, per il torrione orientale, allo scriptorium e quivi non potei trattenere un grido di ammirazione. Il secondo piano non era bipartito come quello  inferiore e si offriva quindi ai miei sguardi in tutta la sua spaziosa immensità. Le volte, curve ma non troppo alte (meno che in una chiesa, più tuttavia che in ogni altra sala capitolare che mai vidi), sostenute da robusti pilastri, racchiudevano uno spazio soffuso di bellissima luce, perché tre enormi finestre si aprivano su ciascun lato maggiore, mentre cinque finestre minori traforavano ciascuno dei cinque lati esterni di ciascun torrione; otto finestre alte e strette, infine, lasciavano che la luce entrasse anche dal pozzo ottagonale interno.

L’abbondanza di finestre faceva sì che la gran sala fosse allietata da una luce continua e diffusa, anche se si era in un pomeriggio d’inverno. Le vetrate non erano colorate come quelle delle chiese, e i piombi di riunione fissavano riquadri di vetro incolore, perché la luce entrasse nel modo più puro possibile, non modulata dall’arte umana, e servisse al suo scopo, che era di illuminare il lavoro della lettura e della scrittura”.

                                                  ( da: Il Nome della Rosa – di Umberto Eco)   

             

Lo scrittorio era il luogo dove gli “amanuensi” svolgevano il loro lavoro. Su tavoli dal leggio inclinato i monaci copiavano a mano i testi scritti degli antichi greci e latini.

Questa opera era considerata come un modo di servire Dio, come una preghiera, per cui costoro non erano tenuti a pregare durante il giorno.

Il papiro era diventato raro per cui si diffuse molto la pergamena o cartapecora, perché ottenuta dalla pelle della pecora. Veniva lasciata immersa nella calce, poi veniva raschiata, fatta essiccare e tagliata a fogli.


 


Gli strumenti dei copisti erano la penna d’oca, il temperino, per togliere le macchie e gli errori dai fogli e per appuntire la penna, e l’inchiostro, fabbricato secondo ricette segrete. I testi erano di colore scuro, i titoli di colore rosso.

 


Le lettere iniziali erano più grandi delle altre e contenevano scene di vita religiosa.

 

Questi dipinti, eseguiti con grande cura, prendevano il nome di “miniature” perché tra le sostanze che servivano per colorare c’era il “minio”, un bel rosso brillante.

 

 


 

Con il tempo anche la pergamena diventò cara, dalla pelle di una pecora infatti si ottenevano solo quattro fogli, ed i monaci raschiavano altri testi per riutilizzarli.   Andarono così perdute molte opere, anche se gli studiosi, con i raggi ultravioletti, sono riusciti a ricostruire alcuni antichi manoscritti, chiamati “palinsesti”. Nei conventi si produssero codici, fogli piegati e cuciti insieme come i libri. Prima del IV secolo le strisce di papiro o di pergamena erano arrotolate ed erano di difficile lettura, il codice  più maneggevole fu dunque preferito al rotolo.

Nel monastero il corso della giornata era scandito dalla “ore canoniche”. Il suono della campana li chiamava in chiesa otto volte al giorno: al levar del sole, “ora prima”; a metà mattinata: “ora terza”; a mezzogiorno “ora sesta”; a metà pomeriggio “ora nona”; al tramonto del sole “vespri”. L’ultima era la “compieta” recitata dopo il tramonto. Verso mezzanotte si interrompeva il sonno per la preghiera notturna “vigilia o notturno”, prima del sorgere del sole si cantavano il “mattutino” e le “lodi”.

 

 

 T

ra mattutino e laudi il monaco non torna in cella, anche se la notte è  ancora fonda. I novizi seguirono il loro maestro nella sala capitolare a studiare i salmi, alcuni dei monaci restarono in chiesa ad accudire agli arredi sacri, i più passeggiarono meditando in silenzio nel chiostro, e così facemmo Guglielmo ed io. I servi dormivano ancora e continuavano a dormire quando, il cielo ancora scuro, ritornammo nel coro per le laudi.

Ricominciò il canto dei salmi, e uno in particolare, di quelli previsti per il lunedì, mi ripiombò nei miei primitivi timori: “La colpa si è impadronita dell’empio, dell’intimo del suo cuore – non v’è timore di Dio negli occhi suoi- agisce con frode al suo cospetto- in modo che la sua lingua diventi odiosa.” Mi parve di cattivo presagio che la regola avesse prescritto proprio per quel giorno un ammonimento così terribile. Né calmò i miei palpiti di inquietudine, dopo i salmi di lode, la consueta lettura dell’Apocalisse, e mi tornarono alla mente le figure del portale che mi avevano tanto soggiogato il cuore e lo sguardo il giorno prima.

Ma dopo il responsorio, l’inno e il versetto, quando stava iniziando il cantico del vangelo, scorsi dietro alle finestre del coro, proprio sopra all’altare, un chiarore pallido che già faceva rilucere le vetrate dei loro diversi colori, sino ad allora mortificati dalla tenebra. Non era ancora l’aurora, che avrebbe trionfato durante prima, proprio mentre avremmo cantato Deus qui est sanctorum  splendor  mirabilis e Iam lucis orto sidere.”

                                                       

                                                                 (da Il Nome della Rosa di Umberto Eco)

 

 

L’organizzazione del monastero assomigliò sempre più a quella di una piccola città, dove la popolazione aumentò dal secolo VIII in poi; in una sola sede, potevano esservi centinaia di monaci e altrettanti servi con le loro famiglie.

 Sino al XII sec. i monasteri più grandi ebbero proprietà su scala regionale o interregionale e nei confronti dei nobili, spesso invadenti, si servirono di un “advocatus” per tutelare i loro interessi. In Europa nessuno ebbe quantità di proprietà come il monastero di Cluny, le sue dipendenze comprendevano territori dell’Inghilterra, della Francia, della Germania, dell'Italia, della Spagna, della Polonia.

Il feudalesimo influì molto in modo negativo nella vita di molti monasteri, con l’istituzione di abati laici, che disponevano la maggior parte delle rendite a proprio vantaggio. Uomini avidi e senza scrupoli cercavano di ottenere, anche a pagamento, un posto di abate o di vescovo, che poi sfruttavano come attività commerciale.

 Solo rompendo questo asservimento al potere laico, la chiesa  acquistò la propria indipendenza e si risollevò dalla crisi che la investiva. La riscossa partì all’inizio del X secolo da Cluny, dove si cercò di rimuovere lo spirito originario rivendicando l’assoluta indipendenza dal potere feudale.

 

 

F

ui ordinato dall’arcivescovo, e per ottenere la grazia episcopale gli versai cento soldi d’oro; se non glieli avessi versati non sarei vescovo. Ho sborsato dell’oro, ho ottenuto l’episcopato e adesso, se non muoio, recupererò presto il mio denaro. Ordino preti, consacro diaconi e ricevo oro. Ecco ritornato nelle mie tasche l’oro che ne è uscito.”

 

 


 

 


Questo fu il primo passo per sottrarre i monasteri alle giurisdizioni locali, infatti diventò l’anima della riforma della chiesa. Cluny finì col pretendere di monopolizzare il monachesimo e col dirigere tutte le altre istituzioni monastiche, questo provocò la decadenza del movimento. A Citeaux, presso Digione, si sviluppò l’ordine dei cistercensi con Bernardo di Chiaravalle che intese salvare alcuni elementi fondamentali della regola benedettina: la povertà e l’equilibrio fra preghiera e lavoro. Si sottolineava la semplicità del monastero, si inculcava il lavoro manuale e la rinuncia a possedimenti fuori da esso.

Se i clunyacensi dominarono la storia della chiesa tra il X e XI sec: i cistercensi lo fecero tra il XII e XIII secolo; anche loro contribuirono molto al dissodamento di terre incolte soprattutto in Polonia e nella Germania Orientale.