IL  MEDIOEVO

 

 

La caduta dell’impero romano d’Occidente  fu una grande catastrofe, che sconvolse tutta la società delle regioni dell’Europa centrale e del Mediterraneo. L’Occidente, pur avendo avuto in passato un grande splendore, era in balìa di un declino inarrestabile .

Lo spazio di tempo che intercorre tra il mondo romano in piena crisi e il mondo moderno viene chiamato Medioevo.

Poiché le civiltà non si trasformano da un momento all’altro: la società, l’economia e la cultura medioevale presentarono molti aspetti tipici del mondo antico, ma, nonostante ciò, questo periodo ebbe in seguito dei propri caratteri.   Gli storici sono soliti  dividerlo in: Alto e Basso Medioevo.

Il primo sembra destinato a rimanere l’età oscura per definizione, una lunga parentesi negativa  tra una decadenza ed una rinascita.

  I

 

 l paesaggio naturale in cui gli uomini del Medioevo si muovevano emerge a poco a poco dalla notte dei secoli: molti testi ci presentano l’Italia tardo-romana, goto-bizantina, bizantina-longobarda come una terra impaludata inselvatichita, semi- spopolata;  ma fra selve ricche di selvaggina  ed infestate di bestie feroci, fra le paludi, i laghi, gli stagni ricchi di pescagione d’ogni specie, gradatamente si vede apparire- dal secolo VIII in poi – una rete di  insediamenti abbastanza fitta: fundi, curtes, casalia, vici, castra…”                                                                                  

                                   ( Nuove Questioni di Storia Medioevale- Marzorati)


  

 Chi  lavorava la terra, cercando di superare tutte le difficoltà, vi si dedicava con coraggio e ostinazione, giacché l’agricoltura, anche se si era molto ridotta, costituiva la base della vita. Spesso i campi non producevano abbastanza per il fatto che gli strumenti erano molto primitivi. L’aratro era semplicissimo, ogni contadino poteva costruirselo da solo, esso però  non riusciva a penetrare nel terreno in profondità e, quindi, si era costretti a lavorare con la vanga.


 

 


La crisi economica del III secolo, causata dallo sfruttamento delle ricchezze provenienti dalle campagne, che aveva provocato, oltre all’impoverimento dell’agricoltura, anche le carestie, la riduzione della popolazione, la fuga dei contadini e l’impaludamento di vasti territori per mancanza di manutenzione, continuò fino al secolo IX.

 Nell’Alto Medioevo vi fu comunque un momento in cui sembrò che la crisi potesse essere superata: quando Carlo Magno  diede vita al Sacro Romano Impero. Ma fu un’illusione che durò poco.


 


R

                                                                               

e Carlo era massiccio di corporatura, e robusto; era alto, ma non in modo spropositato, poiché misurava sette volte in altezza la lunghezza del suo piede.

Aveva una testa tonda, occhi grandissimi e vivaci, il naso un po’ più lungo del normale, bei capelli bianchi, volto sereno e gioviale che gli conferiva una grandissima autorità e dignità.

Sicuro nell’incedere, emanava da tutto il corpo un fascino virile; aveva una voce chiara e un po’ sottile.

La salute era eccellente, ma negli ultimi quattro anni di vita, andò frequentemente soggetto alle febbri, ed infine finì con lo zoppicare ad un piede. Ma faceva a testa sua e non si curava del parere dei medici, che anzi egli non sopportava affatto, perché gli consigliavano di abbandonare gli arrosti di cui era ghiotto, per mangiare carne lessa.

Si allenava spesso a cavalcare e a cacciare, amava molto i bagni minerali e spesso si esercitava nel nuoto.

Vestiva sempre il costume nazionale franco: sul corpo indossava una camicia ed un paio di mutande di lino; su di esse poneva una tunica orlata di seta e i pantaloni: portava fasce alle gambe e calzari ai piedi; d’inverno indossava un mantello di pelle di lontra o di topo.

Portava sempre al fianco una spada con l’elsa e il fodero in oro e in argento.

Era sobrio nel mangiare e soprattutto nel bere. Odiava l’ubriachezza e banchettava assai di rado.

Il suo pranzo quotidiano era di quattro portate, senza però contare l’arrosto che  i cacciatori gli portavano sullo spiedo e del quale era ghiotto. Mentre mangiava gli piaceva ascoltare qualche musico o qualche lettore. Gli leggevano le storie degli antichi, ma apprezzava le opere di Sant’Agostino. Parlava con facile eloquio e con chiarezza; non contento di conoscere solo la lingua franca gli diede ad impararne altre. Imparò così bene il latino che lo parlava con la stessa facilità con cui parlava la propria lingua; il greco non lo parlava, ma lo comprendeva abbastanza bene. Ebbe un grande rispetto per gli artisti.” 

                                                                                     (Vita Karoli- Eginardo)                                       

 

Carlo influì molto sul suo tempo intervenendo in ogni campo dell’attività umana, anche in quello culturale. Poiché gli uomini, in questo periodo, vivevano isolati, in una Europa ricoperta da foreste e paludi, egli  strappò dal loro isolamento i dotti dei vari paesi convocandoli nel suo palazzo dove creò la Scuola Palatina, per salvare dalla distruzione i testi antichi.

Molti furono i copisti che trascrissero i testi latini e greci. Il corsivo però comportava anni di studi e scrivere, talvolta, diventava complicato; poiché  si commettevano molti errori nella veloce copiatura, Carlo fece inventare

dai suoi studiosi un nuovo modo di scrivere: la scrittura carolina 

 



Carlo fu soprattutto un abile organizzatore politico, sociale e militare, egli intese, oltre che dare un’impronta alla sua età, conseguire due obiettivi: restaurare l’Impero Romano d’Occidente, amalgamando romani e barbari, e creare una grande organizzazione interna.

 


Ebbe sempre buoni rapporti con il papa, che trovò in lui un accanito difensore contro la minaccia dei Longobardi, e riuscì a fondere le tre forze del momento: Romanità, Barbarismo  e Cristianesimo, facendosi incoronare Imperatore la notte di Natale dell’800.      

Come sistema di governo, per questa nuova civiltà, utilizzò il Feudalesimo dei Longobardi, una forma di organizzazione economica, politica, sociale e culturale che, pur sviluppandosi nel Medioevo, aveva avuto origine dalla situazione creatasi nel tardo impero romano, quando alcune regioni cominciarono ad amministrarsi da sole e quando i grandi proprietari terrieri pretesero dai piccoli proprietari e dai più deboli che  si affidassero a loro.

Si diffuse così la “Commendatio” cioè l’affidamento.

I barbari lo trasformarono in vero e proprio vassallaggio (dal celtico gewas-servo): in cambio di assoluta obbedienza, si ricevevano in dono terre, favori e benefici. Si indebolì così il potere centrale ed allo spezzettamento di terre  che ne conseguì si diede il nome di “particolarismo”.

 

 E

 il re Pipino tenne il suo placito con i Franchi a Compiègne. Qui venne    Tassilone, il Duca dei Bavari, ad affidarsi in vassallaggio mettendo le proprie mani entro quelle del re Pipino. Fece molti e innumerevoli giuramenti, ponendo le mani sulle reliquie dei santi, e promise fedeltà al re Pipino e ai suoi figli Carlo e Carlomanno; così deve fare il vassallo con retta mente e ferma devozione secondo quanto è giusto, così il vassallo deve essere verso i propri sudditi.                                                                                                                                                                                                                                            

                                                           (Annales Regni Francorum – E. Kurze)

 


Carlo concesse ai suoi fedeli in feudo (la parola deriva da feud - territorio concesso – beneficio era la concessione della terra; vassallaggio l’impegno di sottomissione, che avveniva con un giuramento di fedeltà; immunità era la rinuncia del signore ad alcuni diritti, che venivano dati al feudatario. Una cerimonia solenne, investitura, consentiva il possesso del feudo al feudatario) terre interne “contee” il cui vassallo era chiamato conte  e terre di confine “marchee”  il cui vassallo era chiamato marchese. Un vescovo cooperava con loro, sorvegliandoli.

Questa collaborazione con la Chiesa assicurò un periodo di pace e di prosperità.

Lo splendore carolingio durò finché visse Carlo, alla sua morte infatti cominciò un periodo di crisi, che portò l’Impero alla rovina totale. I feudatari diventarono sempre più autonomi e, in assenza di un’autorità centrale, riprese il cammino verso la formazione degli stati europei.


 

La società feudale, come appare dal sistema piramidale, fu divisa in classi distinte: la prima era quella dei nobili laici, accanto ad essi stavano i nobili ecclesiastici; poi venivano le classi inferiori: i piccoli proprietari, i contadini liberi, gli artigiani e i servi della gleba.


Particolare importanza ebbe durante il feudalesimo la Cavalleria. 

 


L’ultimo re della dinastia carolingia Carlo il Grosso riuscì per l’ultima volta a riunire sotto il suo dominio tutto l’Impero; fu costretto però a combattere contro l’autonomia dei feudatari, che nel 877 ottennero, con il Capitolare di Kiersy, che i loro feudi passassero, alla loro morte, ai loro figli.

Nel 888 con la caduta di Carlo il Grosso, l’Europa attraversò un periodo oscuro, che si suole denominare “Anarchia feudale”, in cui i feudatari furono in lotta tra di loro. Tra tutti si impose Ottone di Sassonia che si fece incoronare, nel 962, imperatore da papa Giovanni XII.

Nacque così il Sacro Romano Impero Germanico, che a differenza del Sacro Romano Impero comprendeva solo la Germania e l’Italia.

I successori di Ottone I furono: Ottone II e Ottone III.

La rinata potenza dell’Impero fece sì che gli imperatori nominassero direttamente i vescovi-conti e pretendessero di dover approvare l’elezione del papa. Queste continue ingerenze imperiali portarono ad una profonda corruzione del clero e crearono sempre più contrasti, che sfociarono nella lotta per le investiture.


La chiesa, ritrovata la strada del vangelo, grazie al movimento dei monaci benedettini di Cluny, che predicavano l’umiltà e la semplicità,  riuscì a fare e eleggere due grandi papi: Nicola II e Gregorio VII.

 


Quest’ultimo, confermando le idee del suo predecessore, volle restaurare il primato del Papa sull’Imperatore con un documento: il “Dictatus Papae”.

Fu lotta aperta. Si giunse ad un compromesso solo nel 1122, con papa Callisto II e l’Imperatore Enrico V, con il “Concordato di Worms”.

L’investitura spirituale dei vescovi spettò al Papa, quella feudale all’Imperatore.

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n nome della santa Trinità, Io Enrico per grazia di Dio imperatore  Augusto  dei Romani, per amore di Dio e della Santa Chiesa Roma e del signore il  papa Callisto e per il bene della mia anima, rimetto a Dio, ai Santi Apostoli di  Dio Pietro e Paolo e alla Santa Chiesa ogni investitura con l’anello e lo scettro, e concedo che in tutte le chiese del mio regno od impero abbia luogo  la elezione canonica e la libera consacrazione. Restituisco alla medesima Santa Chiesa  Romana i possessi e i diritti del Beato Pietro, che dal principio di questa controversia sino ad oggi, sin dal tempo del padre mio, furono usurpati, qualora  siano in mie mani e quelli che non ho procurerò che siano restituiti…..”

  I

 

 o Callisto vescovo, servo dei servi di Dio, a te diletto figlio Enrico, per grazia di Dio imperatore dei Romani, Augustolo, concedo che le elezioni dei vescovi e degli abati del Regno di Germania, che sono di pertinenza del regno, abbiano luogo alla presenza tua, senza simonia e senza alcuna violenza; in maniera che, se sarà sorta tra le parti discordia, sentito il parere o il giudizio del metropolitano e dei vescovi comprovinciali, tu dia l’assenso e presti l’aiuto alla parte più sana.

L’eletto poi riceva da te, senza alcuna esazione di denaro da parte tua, mediante lo scettro, le regalie, e faccia quello che per esse in base al diritto ti deve.”

 

 Nel mondo antico la solidità di un impero dipendeva dalla capacità di controllo che si aveva di esso,  questa capacità dipendeva da altri fattori quali: la diffusione di consistenti nuclei di popolazione nel territorio, l’esistenza di una rete stradale, una efficiente amministrazione.


Nessuna di queste condizioni era presente nell’Europa dell’Alto Medioevo. La popolazione era notevolmente diminuita ed era distribuita in modo irregolare; estese foreste impedivano lo sviluppo di una rete viaria e difficile era, dunque, qualsiasi tipo di comunicazione.     

 

 P

ersino le antiche strade romane, costruite meno solidamente di quanto non si sia talvolta immaginato, andavano in rovina per mancanza di manutenzione. Mancavano specialmente, a un gran numero di passaggi, i ponti che non  venivano riparati  Si aggiunga l’insicurezza aggravata dallo spopolamento. Confrontata con quanto ci


 

 


 offre il mondo contemporaneo, la rapidità degli spostamenti umani, in quel tempo, ci appare molto bassa […] A differenza di quel che ci è oggi dato osservare, era di gran lunga più forte sul mare. Da cento a centocinquanta                                                                                            

                                                                                     (Marc Bloch)

  L

Nella coltivazione dei campi, nell’alto medioevo, il sistema schiavistico fu sostituito da quello curtense, chiamato così perché la proprietà agricola era chiamata “curtis

Una semplice casa di campagna  si trasformò in una vera entità economica, diretta da un ricco proprietario. Essa comprendeva il centro abitato con il palazzo signorile e le abitazioni dei contadini.   

      

o schema planimetrico della ”curtis” non doveva essere molto diverso da quello delle vecchie fattorie romane, rappresentate nei mosaici riportati alla luce dagli archeologi, un’area limitata in parte da un muro o da una siepe, in parte dalla casa di abitazione padronale e dai suoi annessi: stalla, rimessa, tinaia, frantoio, macina, forno, fienile, granai. Le case dei coltivatori, sparse nelle campagne o  raccolte intorno alla “curtis” padronale, ne ripetevano lo schema, più o meno semplificato…”

                                               (Nuove Questioni di Storia Medioevali-  Marzorati)

 

I campi tutto intorno a loro volta si dividevano in: una parte del signore (pars dominica)  di proprietà del feudatario, dove vi lavoravano i suoi servi; una parte colonica, data in affitto ai contadini, i quali pagavano forti tributi in denaro o in natura e prestavano gratuitamente dei servizi (corvèes); una parte comune  adibita a pascolo.


 

 


 I

l suolo della signoria consisteva in due parti nettamente distinte e, in pari tempo, connesse da strettissimi legami di interdipendenza .Da una parte, una  vasta azienda, condotta direttamente dal signore o dai

suoi fiduciari, che  nel latino di allora veniva chiamata generalmente manus indominicatus , e che in francese verrà chiamata domaine; dall’altra, un numero piuttosto elevato di aziende di piccola o media grandezza, gravate da  varie prestazioni consistenti soprattutto nella coltivazione della “riserva”, che gli storici, con un termine del diritto medioevale posteriore, chiamano tenure. Sotto l’aspetto economico la caratteristica fondamentale della signoria era data da questo coesistere  nel medesimo organismo di una azienda agricola molto estesa e di varie aziende di dimensioni ridotte. Consideriamo anzitutto la riserva. Vi troviamo abitazioni, fabbricati accessori, orti, lande o foreste, ma soprattutto campi, prati, vigne: le caratteristiche del domicilio erano essenzialmente agrarie Nelle terre del re, dell’alta aristocrazia, delle chiese più ricche, i campi signorili coprivano dalla quarta parte alla metà, all’incirca, della superficie coltivata: vale a dire , spesso molte centinaia di ettari. Si trattava, quindi, di aziende grandi, se non addirittura grandissime, che esigevano una notevole quantità di manodopera. Come se la procurava il signore? In linea di massima le fonti di manodopera potevano essere, ed erano in effetti, tre, di importanza molto diversa; il lavoro salariato, la schiavitù, e soprattutto le corvèes prestate dai teneciers sulle terre signorili.                                         

  (M. Block, I carattere originali della storia rurale francese, Einaudi,)

Nel mondo romano la schiavitù aveva perduto il suo posto già nel IV e nel V secolo d.C.: nell’attività produttiva urbana era stata sostituita dal lavoro dei liberi; in campagna da quello dei coltivatori legati alla terra, conosciuti con il nome di coloni o contadini.

                                          

L

a mano d’opera necessaria per coltivare le terre dominiche era fornita dai poderi tributari. I contadini dovevano al grande proprietario, oltre ad un censo in denaro o in natura, un certo numero di giornate di lavoro, con o senza bestiame, nel corso dell’annata agricola. Al proprio sostentamento i contadini provvedevano con le terre che avevano in concessione, di fatto ereditariamente, anche quando manchi come avviene quasi ovunque una regolamentazione scritta. Alle terre contadine erano connessi diritti d’uso su prati e boschi della corte o della  villa o su prati e boschi comuni a più ville o più corti. Il nome con cui il complesso delle terre di una famiglia contadina veniva allora designato era quello di “manso”, diffuso in tutta Europa, dalla Francia all’Italia, dalla Germania all’Inghilterra e ai paesi scandinavi. Il manso era una “unità fiscale”, perché designava “l’insieme delle terre gravate da certe prestazioni a favore del dominus”; era “nello stesso tempo una unità di coltura calcolata in modo da poter provvedere ai bisogni di una famiglia”.

(…) Mentre la famiglia dei “servi”, cioè degli antichi schiavi, sembrano essersi estinte o aver modificato il loro status personale, quelle dei ”coloni” liberi appaiono insediate anche sui “mansi servili”

(Adattamento da G. Cherubini, Agricoltura e società rurale nel Medioevo, Sansoni, Firenze, 1972, pagg. 42 e 43).        

 

 

Il feudo pur costituendo una comunità indipendente dal punto di vista economico non consentiva, però, scambi commerciali o circolazione di moneta.

Questo sistema, denominato economia chiusa o curtense, gradatamente paralizzò la vita economica.

Tuttavia non si può parlare di assenza totale di scambi, perché essi in realtà esistevano anche se, certamente, in maniera limitata. Riguardavano in particolare merci che non potevano essere prodotte nella “curtis”, come il sale e il ferro. Il signore della “villa”, inoltre, non aveva rinunciato ai preziosi prodotti dell’oriente e quando i prodotti agricoli superavano i bisogni, venivano venduti nelle città, che pur essendo in crisi non erano del tutto scomparse.

L

Nella struttura della società feudale esisteva una grande disparità e, a causa delle   differenze  sociali, la vita delle classi privilegiate era migliore di

quella delle classi più umili.

a società dei fedeli forma un solo corpo, ma lo stato ne comprendeva tre .Perché la legge umana distingue altre due classi: nobili e servi, infatti, non sono retti dallo stesso regolamento. Due personaggi occupano il primo posto: uno è il re, l’altro l’imperatore; dal loro governo vediamo assicurata la solidità dello Stato; il resto dei nobili ha il privilegio di non essere soggetto ad alcun potere, purché si astenga dai crimini che reprime la giustizia regale. Essi sono i guerrieri, protettori delle chiese; sono i difensori del popolo, dei grandi come dei piccoli, di tutti, insomma, e garantiscono al tempo stesso la propria sicurezza. L’altra classe è quella dei servi: questa razza infelice non possiede nulla se non al prezzo della propria fatica.. Chi potrebbe con i segni dell’abaco fare il conto delle occupazioni che assorbono i servi, delle loro lunghe marce, dei duri lavori? Denaro, vestiti, cibi, i servi forniscono tutto a tutti; non un uomo libero potrebbe vivere senza servi. La casa di Dio, che si crede una, è dunque divisa in tre; gli uni pregano, gli altri combattono, gli altri infine lavorano. Queste tre parti coesistono e non sopportano di essere disgiunte; i servizi resi dall’una sono la condizione delle altre due; e ciascuna a sua volta s’incarica di soccorrere l’insieme. Perciò questo legame triplice è nondimeno uno; così la legge ha potuto trionfare, e il mondo godere della pace.

(Adalberone di Laon, in G. Duby, L’anno Mille, Einaudi, Torino, 1976,)


                                                                         

 


Il signore non si poteva certo definire un agricoltore pacifico, egli era soprattutto un guerriero sempre protetto da seguaci ,che difendevano le sue terre dagli attacchi dei briganti e dei nemici e facevano rispettare la sua autorità presso i contadini. Nessuno vi si poteva opporre, difatti, egli amministrava la giustizia, riscuoteva pedaggi e pretendeva di essere ospitato assieme al suo seguito.                                                  


 

In una società come questa non c’era giustizia, perché le cose giuste erano quelle che convenivano al signore, mentre ingiusto era tutto ciò che non gli andava bene. Costringeva i contadini ad usare il grande mulino situato nella riserva, facendo pagare loro una tassa e distruggendo i mulini più piccoli che costruivano nelle proprie terre. I pesi e le misure giuste erano naturalmente quelli depositati nel suo fondo.


 


La grande signora che dominò inesorabile durante l’Alto Medioevo fu la “fame”. Molti uomini , denutriti e macilenti, si ammalavano con facilità e venivano uccisi dalle epidemie, l’età dell’individuo  non superava i 30 anni: bastava poco per causare una decimazione. Le donne ed i bambini erano i più esposti e quando la povertà non consentiva di sfamare altre bocche, molti neonati venivano abbandonati davanti alle chiese ed ai monasteri o addirittura uccisi.

 



L’alimentazione squilibrata e la mancanza di igiene provocavano spesso un alto tasso di mortalità, infatti  l’unico alimento di cui si nutrivano era la farina di segale, che conservata in ambienti malsani, generava un fungo, l’ergotina, che assunta in quantità elevate provocava effetti devastanti sull’organismo.

Il pane era tenuto in grande considerazione perché era l’unico alimento che offriva le calorie necessarie; all’uomo mancavano però le proteine, perché il contadino era costretto a consegnare ai signori: il formaggio, le uova, la carne. Egli integrava la sua dieta raccogliendo nel bosco funghi, miele, castagne, noci. Il vino e l’olio, pur essendo prodotti un po’ ovunque, dopo che i Romani avevano diffuso quasi in tutta Europa la loro produzione, pur essendo prodotti tipici del Mediterraneo, erano riservati al signore.

 

 


 

 

 

 


Non sappiamo molto sulle abitudini, sui sentimenti, sulle fantasie dei contadini, conosciamo attraverso qualche documento la loro spiritualità. Pur essendo cristiani, erano tenacemente legati alle loro tradizioni religiose, praticavano, nel chiuso delle loro case o nei boschi, culti e riti, che erano parte integrante della loro cultura. Si recavano a messa ma partecipavano a riti notturni in onore della luna e delle ninfe.


 

 

 


La pittura, la scultura e la letteratura del Medioevo esprimono il disprezzo che i signori avevano nei loro confronti.

Nella cultura greca e romana il lavoro nei campi era stato sempre esaltato, difatti quando la gente voleva lodare qualcuno diceva che era “un buon agricoltore”, così aveva scritto nel  II secolo a. C. Catone il Censore. Cicerone in seguito aggiunse:

F

 

ra le attività dalle quali si trae un guadagno, nulla è meglio dell’agricoltura, nulla è più produttivo, nulla è più piacevole, nulla è più degno di un uomo libero”.

 

Ma nel Medioevo l’immagine del contadino cambiò. Veniva descritto come un mostro, una bestia selvaggia somigliante vagamente ad un uomo:

 R

  

obusto di membra, grosso di braccia, di reni, di spalle, con gli occhi lontani l’uno dall’altro la lunghezza di una mano; in sessanta paesi non si sarebbe trovato un volto più rude e brutto. I capelli erano dritti, le gote nere e abbronzate: non erano state lavate da sei mesi e l’unica acqua che le  avesse mai bagnate era la pioggia del cielo.”

 A

Ed ancora:

veva un gran ceffo più nero di un pezzo di carbone e ci correva più di un bel palmo fra i due occhi, e aveva grandi gote e un enorme naso appiattito  e grosse narici larghe e labbra tumide più rosse di carne  ai ferri e dei dentoni gialli e brutti…..”

 

I contadini vivevano raggruppati in villaggi spesso costruiti attorno a una chiesa o ad un castello. Di buon mattino si recavano a lavorare nei campi, a pascolare il bestiame ed a raccogliere dei frutti.

La loro prima preoccupazione era quella di produrre una quantità necessaria di cereali, quindi si occupavano della semina, della mietitura e della trebbiatura. Tutto questo non era certo un lavoro leggero, ma lo svolgevano secondo il ciclo del sole e delle stagioni come viene rappresentato nelle miniature o sui calendari.


 

 


In inverno dedicavano il loro tempo ai lavori artigianali, costruivano canestri, riparavano attrezzi, facevano recinti.


Anche le donne erano impegnate tutto il giorno, aiutavano nei campi gli uomini o si dedicavano ad attività, in casa o fuori, quali la tosatura delle pecore, la filatura, l’allevamento dei polli, la produzione di formaggi, candele, conserve.

 

 

 


Anche i figli aiutavano il contadino, portando le bestie al pascolo o stimolando con il pungolo gli animali durante l’aratura.

Nel Basso Medioevo qualcuno di loro imparò il mestiere di artigiano, mentre le ragazze facevano le domestiche in città.

Al centro del villaggio stava la chiesa, che non era solo luogo di preghiera: i contadini vi si rifugiavano per tenere delle assemblee o durante qualche pericolo.

Sul sagrato vi si facevano le fiere ed i mercati e spesso nei giorni di festa vi si svolgevano le danze, infatti la loro vita dura veniva interrotta da diverse festività religiose. Oltre alle domeniche, si festeggiava, il Natale, la Pasqua, la Pentecoste, San Giovanni. Di solito queste feste ricorrevano in momenti particolari delle stagioni. Natale segnava l’inizio dell’inverno, l’Assunzione la fine della mietitura, San Giovanni l’inizio dell’estate. Altri momenti festosi erano considerati i matrimoni e i battesimi.


 

Le case avevano tecniche e caratteristiche diverse, secondo i materiali usati : pietra, argilla, paglia, ma soprattutto legno, utilizzato per sostenere il tetto, i muri e talvolta le pareti. A partire dal XII sec. questo materiale fu sostituito dalla pietra per rendere le abitazioni più solide. La loro struttura era semplice, sembravano delle capanne, costituite da due stanze abitabili, una con il focolare, l’altra utilizzata come camera da letto.


Il letto dei poveri era formato da quattro assi su due cavalletti ed un sacco riempito di paglia; quello dei nobili era corto, perché si dormiva semiseduti, e largo, perché vi dormivano molte persone; il materasso era fatto di piume e molti erano i cuscini.

 

 


Le lenzuola erano imbottite con pellicce e le sopracoperte, di stoffa preziosa, erano ricamate. I poveri si coprivano con stracci o con il mantello che erano soliti portare durante il giorno. Un’immagine sacra stava sopra il letto e vicino molto spesso una culla, ai piedi una cassapanca serviva per conservare la biancheria, che era tutta arrotolata. Le cose più importanti si nascondevano sotto il letto. Le sedie, gli armadi e le tavole, su cui si mangiava, ricoperte da belle tovaglie, venivano montate per il pasto e smontate subito dopo. In pieno Trecento  c’erano ancora un piatto e una coppa ogni due persone, entrambe usavano un cucchiaio e un coltello; la forchetta si diffuse più tardi. Anche nelle case dei poveri le tavole erano mobili perché servivano anche per lavorare. La roba che non entrava nella cassapanca si appendeva al muro su cui c’erano delle scansie per disporre le stoviglie, che erano di legno o di terra malcotta; quelle dei nobili erano multicolori:  preziose erano le argenterie.

 


 

 

 

 


L’abbigliamento dei contadini veniva cucito in casa con stoffe scadenti. L’uomo indossava una veste o una camicia lunga, che  alzava fino alla cintura, quando lavorava nei campi; le donne una camicia, una veste lunga ed una cuffia. Portavano calze di lana e calzari in cuoio, ma spesso andavano a piedi nudi. La famiglia conservava  abiti più eleganti per i giorni di festività solenne.

 

 


La crescita degli animali nel periodo carolingio era di gran lunga più lenta di quella attuale. Dopo che l’animale veniva ucciso le sue carni venivano conservate con la salagione: essa si usava in particolare per conservare il lardo e la carne di maiale. Dal ritrovamento di alcune ossa di animali nel villaggio siciliano di Brucato si può affermare  che le carcasse della bestie uccise venivano suddivise in pezzi compresi tra gli 8 e gli 11 cm., queste misure corrispondono all’ampiezza delle pentole ritrovate proprio in questo villaggio. Dal trattato: ”De conservatione ciborum”, ci rendiamo conto del grande uso di erbe aromatiche e spezie assieme ad aceto e miele.

 

 


Scarse erano le zone coltivate che venivano strappate alle foreste per poi tornare ad essere di nuovo abbandonate ed incolte quando esaurivano la loro fertilità. Dobbiamo però ricordare che in questo periodo c’erano molte carestie spesso causa di malattie di morte. Questo fenomeno avveniva per l’esigua produttività dei campi dovuta anche alla mancanza di concimazione:  l’unica era quella degli escrementi degli animali. La base dell’alimentazione era costituita da cereali e pane, però anche i legumi, le fave e i piselli, occupavano una posizione importante. Gli ortaggi che si coltivavano erano il porro, il sedano, la lattuga e i ravanelli. L’olio era molto pregiato e veniva ricavato dalle olive, ma dove non c’erano uliveti si usava quello ricavato dal gheriglio delle noci. Dalle mele si ricavava il sidro, ma le bevande più usate erano birra e vino. I suini erano quasi identici al cinghiale. La carne dei bovini si mangiava di rado e solamente quando il bue era vecchio. La produzione del formaggio era data dal latte della vacca o della  pecora, quest’ultima molto utile perché forniva la lana per la tessitura degli indumenti da indossare e la pergamena che nel periodo carolingio sostituì perfettamente il papiro. In Italia era molto diffusa. Oche, anatre, galli venivano allevati in gran numero e  molte volte i contadini li scrivevano negli elenchi dei prodotti da consegnare al feudatario assieme alle uova, che in genere venivano richieste di più a Pasqua. 

Il paesaggio dell’Europa feudale era dominato da innumerevoli castelli, da essi ne presero il nome alcune regioni come la Castiglia che si trova in Spagna. Essi sorgevano sempre su alture, oppure lungo le coste, cioè in luoghi da cui si poteva controllare il territorio; con il passare del tempo, questi, cambiarono sia nella struttura che nelle dimensioni, in base alle ricchezze possedute dal proprietario. I primi  furono semplicemente delle torri suddivise in più piani con un fossato intorno, fatti di legno, senza riscaldamenti, per timore di incendi, e senza luce; le finestre erano delle strette feritoie.


 

 

 

 


Alla  fine del X secolo vi furono i primi castelli costruiti in pietra, materiale raro nell’Europa continentale e quindi costoso. Si edificarono delle cinte murarie, torri, bastioni, terrapieni sorretti da grosse mura e il fossato , che circondava il castello, fu riempito di acqua; attraverso un ponte levatoio si accedeva in un grande cortile all’interno chiamato corte bassa dove c’erano le botteghe, laboratori di falegnami, ecc., qui si rifugiavano i contadini in caso di pericolo.

 

 


 



In un secondo cortile, separato dal primo da un muro e chiamato corte alta sorgeva il mastio: c’erano le stanze del signore ed era l’ultima disperata resistenza in caso di assedio.

Con il passare del tempo, i castelli divennero vere dimore lussuose, anche se viverci non era molto confortevole: pochi erano gli ambienti riscaldati ed i servizi igienici erano scomodi. La pulizia della persona lasciava a desiderare. I mobili erano pochi. I letti erano alti e grandi, ospitavano diverse persone e per salirci era necessaria una scaletta. Molte erano le panche, gli sgabelli ed i bauli, dove si riponevano gli abiti, la biancheria ed il vasellame. Un grande forziere custodiva il tesoro del signore. Le tavole per il pranzo erano lunghe, poggiate su cavalletti, che dopo l’uso si addossavano alle pareti.


 

 


 La stanza principale era la sala, che era riscaldata ed illuminata da torce e candele, con grandi tappeti, gli arazzi, appesi alle pareti per isolarle dal freddo. Nella sala il signore teneva riunioni, esercitava la giustizia, dettava leggi, riceveva l’omaggio dei vassalli….Egli era sempre circondato da parenti, amici, servi, guardie del corpo, persino nella camera da letto c’erano giacigli per altre persone: donne o ospiti di riguardo. Il signore dava a tutti prova di generosità, durante le cerimonie religiose distribuiva ai suoi fedeli vesti e pellicce, organizzava per loro battute di caccia o tornei, allestiva grandi banchetti nelle sale. Il vasellame sulla tavola era d’argento e spesso egli l’offriva in dono ai suoi ospiti. La potenza del signore, di solito, dipendeva dal numero di vassalli, che gli fornivano uomini armati e solidarietà. Coloro che discendevano da uno stesso antenato appartenevano al medesimo lignaggio. Il patrimonio restava indiviso il più possibile, per questo le donne venivano escluse dall’eredità e in caso di matrimonio ricevevano solo la dote. Fra i maschi solo il primo era privilegiato; gli altri, i cadetti, restavano celibi o entravano in convento. Costoro venivano mandati presso un signore più potente, perché imparassero le regole di cortesia e diventassero esperti nella vita militare. Avrebbero in seguito sostituito il padre o sarebbero diventati abati, vescovi o cavalieri.


 

 

 


E

 s’ella è fanciulla femina, polla a cuscire e none a leggere, chè non istà troppo bene a una femina sapere leggere, se già no la volessi fare monaca…..E ‘nsegnale fare tutti i fatti de la masserizia di casa, cioè il pane, lavare il cappone, ……filare e tessere….”.

                                       (da Il libro dei buoni costumi, di Paolo da Certaldo)

 

 

Filare era il lavoro che le donne da secoli svolgevano; anche le regine avevano un compito ben preciso. Sin da bambine sapevano di essere destinate al matrimonio e alcune a farsi monache; perciò erano messe in convento e venivano educate nei lavori di casa, ciò che avrebbero dovuto fare una volta sposate. Imparavano a cucire, a ricamare, a cucinare, a fare il bucato…, oltre ai doveri, imparavano anche a danzare a “novellare” e a cantare. Si chiedeva loro di essere delle brave casalinghe, di parlare e agire con garbo e di essere belle.

 


 

In quel periodo vennero pubblicati molti ricettari, per la cura della pelle, ne ricordiamo alcuni: la camomilla per imbiondire i capelli, la pasta di mandorla per imbiancare le mani; questi erano innocui, ma altri erano pericolosi come: i composti arsenici, che servivano per il “liscio”, cioè il fondo tinta, che portavano avvelenamenti mortali. La maggior parte delle ragazze viveva a casa, altre invece uscivano liberamente, per poter scambiare con le amiche i propri pareri.

 Le donne se non andavano in convento sposavano qualcuno scelto dal padre; il loro compito era quello di mettere al mondo molti figli, per garantire la discendenza.

Trascorrevano il tempo nella “camera della signore”: chiacchieravano, cantavano, filavano, tessevano, lavoravano a maglia, perché l’ozio le avrebbe portate al peccato. La sala, la camera e la cappella venivano abbellite con i loro lavori; gli arazzi erano dei veri e propri capolavori.


 


 La castellana sovrintendeva al lavoro di tutti: provvedeva a dirigere i servi, controllava le provviste, badava agli ospiti e sostituiva il marito nell’amministrazione, quando era assente.

Pur essendo una donna sottomessa, in età feudale, spesso ereditò feudi e fece giuramenti di vassallaggio; se badessa riuscì ad avere un potere simile a quello dei signori. Le monache avevano una buona istruzione ed alcune opere letterarie tra il X ed il XII secolo furono scritte da loro.     


Il signore che ospitava molte persone alla sua mensa, manifestava la sua potenza. Quando il tempo e la stagione lo consentivano le tavole venivano imbandite all’aperto,  si mangiava carne, soprattutto selvaggina, frollata ed insaporita con erbe aromatiche o con spezie dell’Oriente.

 



Si mangiava con le mani; i servi attenti stavano lì accanto con l’acqua profumata per consentire ai commensali di pulirsele. Saltimbanchi e giocolieri rallegravano il pranzo, i trovatori cantavano canzoni d’amore e di guerra accompagnandosi con la viella o con il liuto.

Dopo il banchetto seguivano danze e giochi, comune e diffuso era quello degli scacchi; ma il divertimento preferito era la caccia ai cervi, ai daini, ai cinghiali. I cani venivano addestrati a stanare la preda, il falcone a ghermirla al volo  per portarla al padrone.

 


 

 


Il torneo costituiva un addestramento violento e quasi simile alla guerra, i cavalieri combattevano a squadre, con armi spuntate che, però, potevano uccidere. Ogni cavaliere riceveva da una dama, quella a cui lui avrebbe poi dedicato la vittoria, un nastro da portare in combattimento. Chi perdeva abbandonava il cavallo ed il campo, perché doveva restare solo il vincitore a ricevere i preziosi doni.


 


 


Q

uando i mille anni saranno compiuti satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutte la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli”.

                                                (da l’Apocalisse. di San Giovanni Evangelista)

Gli uomini del Medioevo avevano paura dell’Inferno, sospettavano che dietro ogni avvenimento vi fosse l’intervento del demonio e poiché la scienza ancora non era in grado di spiegare  i fenomeni della natura era facile scorgere in ogni evento dei prodigi. Le eclissi, le comete, le piogge,    li terrorizzavano, immaginavano che tutto dipendesse dalla collera di Dio. Presagi che aumentarono con l’apparizione della cometa di Halley, intorno all’avvicinarsi dell’anno 1000 e che fecero ritenere vicina la fine del mondo.

Preghiere, digiuni, penitenze per chiedere a Dio, attraverso l’intercessione della Chiesa e dei santi la salvezza eterna. Gravati dal peso delle autorità terrene…..

 

G

li uomini reggono quindi sulle spalle anche il peso della gerarchia dei Serafini e dei Cherubini, dei Troni e delle Dominazioni, delle Virtù, delle Potenze e dei Principati, degli Arcangeli e degli angeli custodi, dimenandosi fra le maglie dei demoni e il groviglio di milioni di ali che battono sulla terra come nel cielo, e che fanno della vita un incubo di palpitazioni alate”.

                                                                             (Le Goff)

 

I predicatori, con parole di fuoco, convincevano i peccatori a pentirsi: ovunque si costruivano chiese e cappelle. Ma quando spuntò l’alba del 1° gennaio del 1000, poiché non accadde niente, la gente si sentì rinascere e la voglia di vivere, di fare, di costruire investì tutta l’Europa, manifestandosi con la realizzazione di duomi, basiliche, cattedrali, che ancora oggi lasciano stupiti per la loro bellezza.

 

N

ell’anno successivo a quella rovinosa carestia, il millesimo della passione del Signore, cessate piogge e tempeste in omaggio alla bontà e alla misericordia di Dio, il volto del cielo cominciò lentamente a rischiararsi, a far spirare venti favorevoli, a mostrare, sereno e pacato, la magnanimità del Creatore. Coprendosi generosamente di vegetazione, l’intera superficie terrestre cominciò a produrre frutti in abbondanza e allontanò del tutto la carestia.”

                            (da Cronache dell’anno Mille di Rodolfo il Glabro)

 

L’Europa si avviava verso una lenta ma sicura ripresa.

 

G

iunto il millesimo anno dalla nascita del Cristo Salvatore si vide brillare sul mondo un mattino radioso”

                                  (dal Chronicon di Thietmar di Merseburg)

 

 

Nei decenni del X secolo i feudatari costruirono nei loro territori castelli per difendersi dalle invasioni dei Normanni, Ungari, Saraceni. Queste fortificazioni divennero in breve  centro del potere politico, militare e giuridico. Molti re ed imperatori accettarono questo stato di cose e con la “Constitutio de feudis”  si accordò il diritto di ereditarietà ai vassalli minori.

Da alcuni indizi come l’allargamento della cinta muraria delle città, il dissodamento di nuovi terreni, una nuova produzione agricola, viene testimoniato che vi fu un incremento demografico.

Fino al 1200-1300 d.C. non si hanno molte informazioni sul numero di abitanti che popolavano l’Italia ed il resto d’Europa. Tuttavia si sa che furono costruiti nuovi villaggi, che il tasso di mortalità infantile diminuì parecchio e che la vita media crebbe molto.


 

 

 


Questi fenomeni furono causati: dalla diminuzione delle invasioni, che consentirono ai contadini di coltivare nuove terre e di avere una alimentazione più varia; dall’aumento della popolazione che incrementò la manodopera addetta ai campi; dal miglioramento delle tecniche agricole e della qualità dei prodotti, che, più ricchi di vitamine, consentirono una maggiore difesa contro le malattie.

     

S

e l’incremento della popolazione fu in effetti imponente, lo si può attribuire almeno in parte e per certe zone ad un miglioramento della dieta degli uomini per l’introduzione nell’alimentazione delle leguminose, frutto a loro volta della rotazione triennale? Bisogna riconoscere che almeno allo stato attuale della ricerca è impossibile stabilire fino a quale punto l’esplosione demografica sia una causa o un effetto del perfezionamento delle tecniche agricole e dell’estensione dello spazio coltivato. Accontentiamoci perciò di puntualizzare le concomitanze”.

                                                                                     (G. Cherubini)                           

 

Si attaccarono le foreste, si dissodarono nuove terre, nacquero nuovi villaggi e per favorirvi l’incremento della popolazione si esentarono i contadini dal pagare le tasse; molte località oggi infatti si chiamano Villafranca o Borgofranco perché il termine “franco” indica la liberazione da obblighi e da tasse.

 

 I

l vescovo di Trento Federico Wanga investe Eberarino, Eberardo, Aldpredo, Evirgo di tutte le terre della selva e nelle pertinenze di Costa Cartura, in quella montagna che il vescovo aveva riacquistato da quelli di Basentino; perché ciascuno faccia un buon maso (manso) in quella  selva terra e montagna. Essi devono recarvisi ad abitare a roncare a costruire mansi. Saranno esonerati dalle seguenti condizioni per 6 anni da qualsiasi censo verso il vescovo, all’infuori di un’anitra all’anno, diritto di successione delle famiglie, divieto di suddivisione del suolo. Inoltre il vescovo promette da pagare 7 lire veronesi ad ogni uomo che abbia costruito un manso (concessione fatta dal vescovo di Trento il 2-4-1216).

             (da Agricoltura e società rurale nel medioevo, di G. Cherubini)

 

 


La bonifica di aree paludose, svolta per iniziativa dei signori e degli ordini monastici, richiese strumenti agricoli più potenti di quelli usati nel sistema curtense.

 



Si diffuse l’aratro pesante, che rovesciava la zolla; si usò il cavallo con un nuovo tipo di attaccatura, più larga e rigida, e un collare che poggiava sulla spalla.

 

 


Decisivo infine fu il passaggio dalla rotazione biennale a quella triennale.


 

 


Il terreno improduttivo si ridusse e si poté coltivare, accanto ai cereali, l’avena per i cavalli, le leguminose e gli ortaggi.

I progressi  si conseguirono anche sul campo energetico con la diffusione dei mulini ad acqua, che, conosciuti sin dal tempo dei Romani, erano serviti esclusivamente per macinare il grano: dopo il 1000 essi furono usati per i mantici delle fucine e per azionare le pompe che irrigavano i campi.

La crescita della produzione agricola consentì alle città di rinascere, in esse si svilupparono nuove attività come l’artigianato e il commercio, che portarono al tramonto dell'economia curtense. Il sovrappiù prodotto nella campagna veniva venduto nei mercati cittadini e soddisfaceva le esigenze di quella gente che non si dedicava all’agricoltura.


 

 


I negozi e i laboratori si rianimavano, si assumeva manodopera:  una nuova vita sembrava rinascere con la crescita di nuove “botteghe” specializzate. I prodotti artigianali, realizzati dagli stessi contadini nelle campagne, ora venivano fabbricati nella città.   

Lo sviluppo urbano avvenne con la ripresa di antiche città romane, non estinte per la presenza del vescovo, o con la fondazione di nuove città vicino ad un’abbazia o ad un castello, dove esisteva già un mercato.

 

I

n genere tre erano i modelli basilari della città medioevale che corrispondevano alle sue origini storiche, alle sue particolarità geografiche e al suo sviluppo individuale . Le città superstiti dell’epoca romana conservavano di solito il sistema rettangolare a blocchi nel centro originario con eventuali modifiche, imposta dalla costruzione di una cittadella o di un monastero. Quelle invece che erano cresciute da antichi villaggi all’ombra di un monastero o di un castello si uniformavano alla topografia, conservando spesso nella pianta elementi che derivavano da accidenti storici piuttosto che da scelte consapevoli. Infine molte città medioevali erano destinate alla colonizzazione e perciò venivano costruite a scacchiera con una pianta centrale per il mercato o l’assemblea”.

                                                    (da La città nella storia, L. Mumford)

 

Anche se esse crebbero in modo disordinato, non ebbero grandi dimensioni, furono circondate da mura ed acquisirono una totale autonomia politica.

 


 

 

 

 


La ripresa economica e l’importanza che le città iniziarono ad assumere portarono anche ad una rinascita culturale ed artistica.

Sorsero intorno all’XI sec. accanto alle scuole ecclesiastiche  comunità di professori e studenti dette “Università”; in esse si insegnava in latino, lingua divenuta ufficiale per dare la possibilità agli allievi di spostarsi da una sede universitaria all’altra.


 

 

 

 


In questo periodo anche l’arte fu al servizio della fedeli Si costruirono nelle città, chiese e cattedrali, secondo gli stili fondamentali che si affermarono: dall’XI sec. al XII sec. il romanico; dal XII al XIV sec. il gotico. (vedi arte romanica e gotica)