SCUOLA MEDIA STATALE

“G. VERGA”

BARRAFRANCA

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PROGETTO COMENIUS

 

 MONASTERI D’EUROPA

SAN GIOVANNI DEGLI EREMITI E SAN MARTINO DELLE SCALE

 

 

CON IL SOSTEGNO DELLA COMMISSIONE EUROPEA

 

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   Le informazioni contenute in questa pubblicazione non riflettono necessariamente la posizione o l’opinione della commissione europea.

 

 

 SICILIA

 

 

Lucide  arance della Conca d’oro

tra cielo e mare, e luccichio d’alloro

 

Fuggono

campi di grano a margine d’ulivi,

crune di campanili

e cupole moresche alte nel sole.

 

(Albica vele, intorno, il mar di Scilla;

sembra la terra supplichi Aretusa).

 

Colà le donne han gli occhi di giaietto,

e il sangue avvampa

nei miti venti che sui colli strisciano.

La casa-cuore accoglie il passeggero.

Per strappare un triangolo di verde,

catene d’uomini frangono le rocce:

e s’innalzano nenie al solleone.

 

(Nella Piana, dove atterri il Ciclope,

eterna-azzurra dei sospiri d’Aci,

bruciano forze arcane il Solitario)

 

Narcisi, i mandorli nei fiumi

creano sogni bianchi,

e a spigolo di strada,

a mezzo d’agavi e vigne,

stride lento il carretto

già che tra sparsi templi,

figlia del sole, la locusta grilla.

 

Tutta la terra è musica che vive.

 

 (LUIGI FIORENTINO)

 

 

 

 

 

La Sicilia è la regione più vasta d’Italia e l’isola più grande del Mediterraneo, per la sua posizione geografica ha avuto sempre una grande importanza. Le sue coste, fin dall’antichità, divennero prima punti di approdo per le navi, che vi facevano rotta, e poi terre di conquista e di colonizzazione.

I primi popoli che percorsero il “Mare Nostrum” per commerciare furono i Fenici e i Greci. Questi popoli, oltre a dedicarsi alle attività commerciali, svilupparono l’agricoltura diffondendo nell’isola le colture del grano, della vite e dell’olivo.

I Romani, giunti nell’isola nel III secolo a.C., aumentarono a tal punto la produzione del grano da farla diventare  il granaio di Roma.

Caduto l’impero romano, la Sicilia ebbe un lungo periodo di decadenza sotto i Vandali e i Bizantini, da cui si risollevò con l’arrivo degli Arabi, seguiti poi dai Normanni e dagli Svevi. Palermo diventò un ricco centro commerciale, l’agricoltura risorse lungo le coste, molte campagne furono irrigate e nuove colture, come gli agrumi, il cotone e il gelso, furono associate a quelle di più antica tradizione.

Il territorio è caratterizzato dai gruppi montuosi  dei Peloritani, dei Nebrodi e delle Madonie, che sono la prosecuzione degli Appennini; altri rilievi sono i monti Sicani, gli Erei e gli Iblei. Su tutti si eleva l’Etna il vulcano attivo più alto d’Europa; nelle isole Eolie si trovano altri vulcani come lo Stromboli e Vulcano.

L’agricoltura siciliana presenta due volti, uno costiero e uno interno, con caratteristiche molto diverse: il clima presenta inverni miti ed estati calde e poco piovose in prossimità del mare; nell’interno gli inverni sono più rigidi, anche a causa dell’altitudine, nevica nei mesi più freddi mentre durante l’estate il caldo è afoso e l’aridità più accentuata. Il problema maggiore dell’agricoltura siciliana è rappresentato dalla mancanza d’acqua. Sulla carta geografica, i fiumi possono sembrare abbastanza numerosi e ben distribuiti, ma, salvo poche eccezioni, si tratta di corsi d’acqua molto irregolari, che possono essere totalmente secchi nel pieno dell’estate, quando maggiore è il bisogno.  L’Alcantara e il Simeto hanno la loro foce nel versante ionico; il Salso, il Belice e il Platani nel canale di Sicilia, quasi tutti hanno un regime torrentizio. In tale ambiente la coltura del frumento è una delle più adatte, in quanto la pianta sopporta agevolmente i freddi invernali dell’interno, non teme, quando matura, il caldo intenso e viene mietuta prima delle secche estive. 

 Lungo le coste, sia nelle grandi come nelle piccole proprietà, i rendimenti sono ottimi soprattutto per l’uso di tecniche agrarie avanzate. I prodotti agricoli principali sono gli agrumi che si coltivano particolarmente nella Conca d’Oro, attorno a Palermo, e nella Piana di Catania. L’isola è al primo posto in Italia per la produzione di agrumi. La viticoltura diffusa nel trapanase, nel ragusano e sulle pendici dell’Etna, permette la produzione di ottimi vini come il Marsala, il Corvo, il Rapitalà.

In alcune parti delle zone interne, in particolare nella provincia di Enna e Caltanissetta si sono sviluppate le colture di oliveti, mandorleti e frutteti, tanto che gli agricoltori barresi coltivano una vasta superficie di mandorleti ottenendo il primo posto in Italia per la produzione di mandorle (dati ISTAT).

 

 

 

Sicilia

 

Storia della Sicilia

 

La Sicilia, oltre a essere l’isola più grande del Mediterraneo, è la più vasta regione d’Italia. Fin dall’antichità ha rappresentato il punto di incontro tra le diverse civiltà del mondo antico, medievale e moderno ed ha costituito la “chiave di volta” per i Romani e  gli Spagnoli.

Ha accolto ben  tredici dominazioni, le quali hanno contribuito allo sviluppo culturale e linguistico, senza perdere mai i tre caratteri peculiari del suo popolo, di cui parla già nel I sec. a.C. Cicerone: intelligenza, diffidenza e umorismo.  

 

Il nome e il simbolo della Sicilia.

 

Secondo Marco Terenzio Marrone, il termine Sicilia deriva dalla voce italica sica che indica la falce, perciò significherebbe “terra di falciatori”, dato che i  Romani  la consideravano il granaio d’Italia; il termine però è anteriore alla dominazione romana, che cominciò solo nel 264 a.C. Gli antichi abitatori dell’isola infatti chiamavano la falce zankle (zankle è il nome siculo di Messina il cui porto è simile ad una falce).

Il nome Sicilia deriva da una radice indogermanica che suona sik e in greco essa indica frutti di rapido accrescimento, come sikè (= fico) e sikùs (= zucca), questi due termini indicano la fertilità della terra; in periodo bizantino, infatti si credeva che il nome Sicilia derivasse da sikè ed elaia, l’unione del nome greco di due piante tipiche dell’isola, il fico e l’ulivo.

 

Il simbolo della Sicilia

 

Ma la Sicilia ha un nome ancora più antico, che tuttora viene usato: Trinacria. Esso deriva dalla sua forma triangolare: così la chiamò Omero nell’Odissea e così continuarono a chiamarla gli storici siculi; in seguito i Romani tradussero il termine Trinacria in Trìquetra, che vuol dire “triangolare”. Il fatto che la Sicilia è “l’isola del Sole” per eccellenza ha determinato anche il simbolo unitario, che è costituito dalla testa della Gorgonie - il mostro mitologico che faceva diventare di pietra i propri avversari - circondata da tre gambe, che rappresentano i raggi del sole e i tre punti estremi della Sicilia; nell’VIII sec. a.C. alla testa gorgonica vennero aggiunte delle spighe di grano per indicare la fertilità della terra.

 

I primi abitatori dell’isola.

 

Sembra che l’uomo sia apparso in Sicilia nel periodo paleolitico, circa un milione di anni fa. I mitologi narravano le vicende dei Ciclopi, esseri mostruosi con un occhio solo, e dei Lestrìgoni, giganti antropofagi, ma secondo fonti più attendibili i più antichi abitanti dell’isola furono i Sicani che vivevano di agricoltura ed erano perseguitati dai Siculi, una popolazione guerriera, proveniente dall’Italia; nella parte occidentale si sarebbero stanziati gli Elimi, provenienti dall’attuale Turchia.  Presso Avola sono stati trovati dei dolmen, monumenti funerari; a Pantelleria sono caratteristiche le sesi, tombe fatte con grossi blocchi. Queste antiche popolazioni lavoravano l’ossidiana ed ebbero molti rapporti con i popoli del Mediterraneo. Nella Sicilia occidentale si notano degli stanziamenti commerciali dei Fenici a Solunto, a Palermo e soprattutto a Mozia, che si   trasformarono in occupazione militare, dopo la fondazione di Cartagine.

 

La Sicilia Greca.

 

I Greci colonizzarono la Sicilia nel 735 a.C. e fondarono la prima colonia a Naxos (vicino Taormina), questa data in verità dovrebbe essere anticipata di almeno 20 anni perché è da allora che la Sicilia entra nella storia del Mediterraneo greco. Nel V sec. a.C. la Sicilia cominciò ad essere considerata il granaio di Roma, perché nel 491 a.C. Gelone signore di Siracusa vi mandò il primo carico di grano.

Gli indigeni siculi reagirono sempre contro i loro colonizzatori greci, il loro principale capo fu il principe siculo Ducezio di Nea (attuale Noto) che conquistò Morgantina e Etna-Inessa, ma sconfitto dai greci fu catturato ed esiliato a Corinto. In questo secolo vennero costruiti i famosi templi di Agrigento, che Pindaro definì la più bella città dei mortali. Lo splendore culturale della Sicilia si manifestò con Epicarmo da Siracusa, che inventò la commedia; con Cimone ed Eveneto due artisti siracusani che coniarono i “decagrammi”, le più belle monete mai coniate al mondo; con Acrone da Agrigento che creò la medicina empirica, basata sulla esperienza e non sulla filosofia; Empedocle da Agrigento che per primo concepì l’idea trascendentale di Dio; Archimede da Siracusa uno dei più grandi geni di tutti i tempi, che stabilì il valore del “pi greco” in matematica, misurò l’area di un segmento parabolico, inventò la spirale geometrica e la “coclea”, intuì le regole del calcolo infinitesimale ed inventò macchine talmente straordinarie che i romani credevano di combattere con gli dei e non con gli uomini; e moltissimi altri. Come dice Quasimodo “ il sangue migliore della Sicilia nutrì la civiltà del tempo di Pericle”.

 

                                                Decagramma argenteo di Siracusa

 

 

La Sicilia romana

 

Tre furono i motivi che spinsero i romani a venire in Sicilia  ed ebbero  carattere politico, economico e strategico. Con il primo si garantirono la supremazia nel Mediterraneo, con il secondo si assicurarono il vettovagliamento per l’esercito, con il terzo trovarono nell’isola il punto ideale per la conquista dell’Africa.

La Sicilia fu sempre fedele a Roma  e Cicerone ne esaltò il suo spirito di collaborazione, anche quando fu governata da Verre che diceva di rubare per tre (per se stesso, per gli avvocati che lo avrebbero difeso e per i giudici che lo avrebbero assolto).

Qui i romani appresero l’uso della meridiana, l’utilità dei bagni pubblici, dei barbieri, ed apprezzarono la gastronomia tanto esaltata da Orazio. Cicerone, inoltre, individuò, nelle sue Verrine, le tre caratteristiche del popolo siciliano: l’intelligenza, la diffidenza e lo spirito umoristico; Ovidio nelle sue “Metamorfosi” parlò dell’eterna primavera siciliana. Virgilio vi possedeva una villa, dove si recava spesso per riposare; Augusto vi combattè il partito anticesariano; l’imperatore Adriano costuì un altare sulla sommità dell’Etna.

Molti sono i monumenti romani nell’isola, dagli anfiteatri di Siracusa e di Catania, ai teatri greco-romani di Siracusa e Taormina, al foro romano di Tindari, alle ville romane di Noto, Patti e soprattutto Piazza Armerina.

 

La Sicilia cristiana

 

La prima sede europea della religione cristiana fu nell’attuale cattedrale di Siracusa, un tempio greco del V secolo a.C. adattato a chiesa nel periodo bizantino, qui si legge infatti la scritta “ECCLESIA SYRACUSANA PRIMA DIVI PETRI FILIA ET PRIMA POST ANTIOCHENAM CHRISTO DICATA”. Molti furono i martiri che si sacrificarono alla nuova fede, S. Agata, Santa Lucia, S. Marziano, S. Euplio.

Le condizioni dell’isola si aggravarono con i bizantini, quando la pressione musulmana, premendo su Costantinopoli, influì sulla decisione di Costante II di trasferire a Siracusa per motivi di sicurezza la corte, la zecca e gli uffici imperiali.

 

La Sicilia araba e normanna

 

Dall’827 gli Arabi iniziarono la lenta conquista dell’isola che capitolò definitivamente nel 902, Palermo divenne la capitale dell’emirato musulmano in Sicilia e una delle più belle e popolose città arabe. Un dominio durato fino al 1072 che ha lasciato in eredità numerose testimonianze.

Divisa amministrativamente in “Val di Mazara” per la parte centro-occidentale, in “Val Demone” per la parte orientale, in “Val di Noto” per la parte meridionale, gli Arabi rivoluzionarono l’agricoltura, introducendo riso e agrumi. Una sapiente opera di canalizzazione permise di sfruttare al meglio le risorse idriche, si incrementarono le colture del gelso e fiorì l’industria della seta.

Ma i dominatori arabi non costituirono un’organica struttura statale e spesso erano in lotta tra loro e fu per una contesa sorta tra il Kaid di Catania e quello di Agrigento che furono chiamati i Normanni, i quali nel 1092 occuparono anche le isole maltesi. Ricristiannizzarono e rilatinizzarono l’isola gettando le basi per uno stato moderno: il re non comandava più attraverso la piramide feudale, ma per mezzo dei suoi funzionari; il Parlamento non solo controllava il re attraverso i nobili ed i religiosi, ma anche con le rappresentanze delle città libere, non infeudate.

Il più grande re normanno fu Ruggero II che regnò dal 1130 al 1154 ed eresse splendidi edifici, come la Cappella Palatina, la Chiesa della Martorana e il Duomo di Cefalù. Organizzò saldamente il suo regno, creando il Parlamento nel 1129 ed ingrandì i suoi domini sino in Africa, sulla sua spada fece infatti incidere: “ E’ mio suddito il Pugliese , il Calabrese, il Siciliano e l’Africano”. Protesse le lettere e le arti ed ebbe alla sua corte illustri poeti arabi, che descrissero le delizie dei giardini reali, ed il geografo Idrisi, che descrisse le terre della Sicilia nel Libro di re Ruggero.

A lui successero Guglielmo I il Malo e Guglielmo II il Buono, quest’ultimo fece costruire la Cattedrale di Monreale e diventò celebre per la sua tolleranza; lo stesso Dante nel canto XX del Paradiso lo definisce il “giusto rege”.

Non avendo figli diretti permise il matrimonio della zia Costanza d’Altavilla con Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. La corona passò alla casa di Svevia che regnò con crudeltà e terrore finchè Federico II, “meraviglia del mondo” per la sua straordinaria cultura, non riportò l’impero agli antichi splendori. In lui confluirono tre civiltà, la latino-germanica, la siculo-normanna e l’araba; egli precorse i principi del Rinascimento. Amò tanto la Sicilia che pur essendo morto in Puglia, per disposizione testamentaria, volle essere sepolto nel Duomo di Palermo.

 

La Sicilia angioina

 

Dopo la sua morte seguì un periodo di gravi disordini, perché il papato per evitare di sentirsi stretto tra gli Svevi a Nord ed a Sud, diede la corona della Sicilia agli Angioini, che trasferirono la capitale a Napoli.

 Non fu un periodo felice per i siciliani, che dovevano convivere forzatamente con questo popolo e sopportare, oltre all’aggravio fiscale, una tassa sul matrimonio che, oltre a fornire l’occasione di parlare di una sorta di “jus primae noctis”, determinò ostilità verso i francesi e scatenò il moto popolare rivoluzionario del Vespro Siciliano.

Esso, però, non fu, come viene descritto, un massacro orrendo, perché gli onesti, oltre ad avere salva la vita insieme ai loro familiari, furono rimandati nel loro paese. Alcuni conoscendo le loro stesse malefatte si camuffarono da siciliani, ma, scoperto l’inganno, i sospetti furono costretti a ripetere la parola “ciciru” (in italiano “cece”); se pronunciavano “sisiro” o “kikiru”, come i francesi, venivano uccisi. Da questo fatto nacque un canto popolare: “Oggi, a cu’ dici kikiru in Sicilia  – si cci taglia lu coddu ppi so gloria” (Oggi a chi dice kikiru in Sicilia – si taglia il collo per sua gloria).   

Un grande apporto a questa rivoluzione fu dato dalle donne, come ricorda in una sua poesia il Villani : “Oh, com’egli è in gran pietate - delle donne di Messina- veggendole scapigliate – portar pietre e calcina! – Dio gli dea brigo e travaglio – chi Messina vuol guastare!”. Nel campanile meccanico del Duomo di questa città due figure femminili di bronzo scandiscono le ore in ricordo delle coraggiose Dina e Clarenza, che sventarono un attacco notturno degli Angioini e salvarono la città.

Il Parlamento siciliano, per essere fedele alla dinastia, chiamò Pietro III D’Aragona, che aveva sposato Costanza, figlia di Manfredi. Inizia così il periodo aragonese, che durerà sino al 1412.

Ma l’effettivo distacco dell’isola da Napoli si ebbe dopo la “Guerra dei novant’anni”, ed esso durerà sino al 1816, quando i Borboni unificheranno l’Italia meridionale nel “Regno delle Due Sicilie”. Questa guerra fu divisa in tre periodi ed intercalata da tre paci: nel primo vi fu un duello burla tra Pietro III e Carlo I. Il re aragonese essendo arrivato primo sul posto designato si autoproclamò vincitore; lo stesso fece il re francese non avendo trovato ad attenderlo il nemico, che anzi definì codardo.

Nel secondo periodo morirono entrambi i protagonisti, oltre che Papa Martino IV; i siciliani, disubbidendo al suo successore Onorio IV, diedero la corona a Giacomo II D’Aragona, ma quando questi, per un congruo compenso, voleva cedere l’isola agli Angioini non esitarono a dichiararlo decaduto e ad eleggere suo fratello Ferdinando III D’Aragona. Costui firmò la pace di Caltabellotta, ma la guerra continuò anche con la pace di Catania con la quale i francesi rinunciavano alla Sicilia e gli aragonesi al regno di Napoli.

Nel terzo periodo l’anarchia feudale, che dilagò in tutto il territorio con Ferdinando IV, favorì la riconquista da parte degli Angioini, ma i siciliani vinsero nella battaglia di Ognina e rovesciarono la situazione. La pace di Avignone, nuova sede dei Papi, concluse il conflitto. Ma una lunga guerra civile tra il “Governo dei Quattro Vicari”, che tenevano il potere in nome della quindicenne Maria, orfana del re, dilaniò l’isola finché Martino I d’Aragona non la sposò ed ebbe come suo successore Martino II. 

Figure notevoli durante la dominazione aragonese furono il cronista frate Michele Da Piazza, che descrisse la peste nera in Europa, Angelo Senisio che fece il primo tentativo a scrivere un vocabolario siciliano; i pittori Cecco da Naro e Dareno da Palermo e molti archittetti  che seguirono lo stile “chiaramontano”.

 

La Sicilia spagnola

 

Alla morte di re Martino II, che non aveva avuto eredi, la corona fu data al nipote Ferdinando di Castiglia, con lui inizia la dominazione spagnola o l’ ”Età dei viceré”, durata fino al 1713 e chiamata così, perché nell’isola si vide solo Carlo V, per tre mesi nel 1535.

Nel 1400 la Sicilia fiorì molto dal punto di vista culturale, fu fondata la prima Università a Catania e una scuola di greco a Messina. Si diffuse una forma di umanesimo siciliano e nell’arte soprattutto spiccarono l’illustre pittore Antonello da Messina e l’architetto Matteo Carnelivari da Noto, che seppe fondere le tre correnti architettoniche (la normanna – la gotico- fiorita e la rinascimentale) in una perfetta armonia nel Palazzo Abatellis e Aiutamicristo.

 L’isola fu un punto di riferimento per l’Europa e lo stesso Cristoforo Colombo ogni volta che scopriva una nuova terra la paragonava alla Sicilia per descriverne le bellezze.

Nel 1543 il siracusano Claudio Mario Arezzo con un libro propose il siciliano come lingua nazionale; vigeva nell’animo di tutti gli abitanti un forte sentimento nazionalistico e una indipendenza spirituale persistente anche durante la dominazione di Carlo V e di Filippo II.

Nel ‘600 l’isola soffrì per le carestie, le epidemie e le incursioni barbariche che la colpirono, a ciò si aggiunsero alcune calamità naturali come l’eruzione dell’Etna del 1669, che distrusse la stessa Catania, e il terremoto del 1693.

Le continue rivolte antispagnole, inoltre, crearono una situazione particolarmente anomala; vi furono infatti in quel periodo, a causa dell’intervento francese, due viceré: uno francese a Messina ed uno spagnolo a Palermo. Questo avvenimento portò gli abitanti dell’isola in uno stato di prostrazione tale, da credere che solo la morte avrebbe potuto risolvere i loro problemi. Sotto l’arco di una finestra di villa Butera a Bagheria, ancora oggi si legge: “Ya la esperanza es perdida, y un solo bien me consuela, que el tempo, que passa y buela, lleverà presto la vida”.

Nonostante tutto, molti ingegni continuarono a produrre. A Messina, Giovanni Alfonso Borelli spiegò che la traiettoria delle comete non è circolare bensì ellittica e parabolica; G.B. Odierna da Ragusa ottenne la scomposizione spettroscopica della luce solare e descrisse l’occhio composito della mosca; Giuseppe Ballo da Palermo dimostrò il principio di inerzia; e tanti altri, tra giuristi, naturalisti, musicisti, diedero fama alla loro professione.

 

La Sicilia sabauda, austriaca e borbonica.

 

Terminato nel 1713 il periodo spagnolo ebbe inizio quello sabaudo, che non lasciò certo un buon ricordo per le gravose tasse imposte. Fu fatto pagare ai siciliani un primo tributo straordinario per i bisogni del regno e un altro per la lista civile del re, che dopo, aver riscosso gli scudi, aver affidato tutti gli incarichi di governo ai piemontesi e non ai siciliani, e aver lasciato come viceré Annibale Maffei, naturalmente piemontese, partì per Torino. Chiamò, poi, alla sua corte i migliori ingegni dell’isola, tra questi l’architetto Filippo Juvara, che costruì bellissimi monumenti come la basilica di Superga e il castello Stupinigi; il conte Francesco D’Aguirre, che riformò, europeizzandola, l’università; il giurista Pensabene e il trapanese Osorio, che acquistò grande prestigio come ambasciatore sabaudo e riuscì a porre fine alla guerra di successione austriaca con il trattato di Aquisgrana.

A causa del malcontento creatosi, la Spagna riconquistò facilmente l’isola, che fu costretta a cedere all’Austria con il trattato dell’Aja, perché battuta dalla quadruplice alleanza, formatasi, tra Francia, Inghilterra, Olanda e Austria, per frenarne le mire espansionistiche.

I nuovi dominatori portarono a Vienna anche l’argento estratto da Fiumedenisi, caricando il trasporto sull’erario dell’isola. I siciliani identificarono questo periodo come “la tirannide di Faraone”.

In occasione della guerra di successione polacca, la Spagna, che non si era mai rassegnata, si alleò con la Francia, mandò in Italia un esercito che, impadronitosi del regno di Napoli, continuò la conquista della Sicilia.

Carlo III di Borbone iniziò un’opera di riforma attenuando i tributi, favorendo il commercio e affidando incarichi di prestigio ai siciliani. La sua opera venne continuata, quando egli fu chiamato al trono di Spagna, dai due viceré: il marchese Caracciolo e il principe D’Aquino. Il primo abolì l’Inquisizione e fece costruire a Catania l’Ospizio del S. Bambino per i trovatelli; il secondo abolì i servigi che i contadini dovevano gratis ai signori.

Figure significative furono il poeta Giovanni Meli, di cui Foscolo e Goethe traducevano le liriche; Domenico Tempio, anticipatore del verismo; il biologo Filippo Arena da Piazza Armerina, che studiò l’impollinazione dei fiori; il gesuita trapanese Leonardo Ximenes che fondò le cattedre di Astronomia e di Idraulica a Firenze e l’Osservatorio astrofisica; l’avventuriero Giuseppe Balsamo che, con il nome di Cagliostro, diffuse in Europa i principi della massoneria.

 

La Sicilia risorgimentale

 

Ritornato sul trono Ferdinando III, dopo il periodo napoleonico, in Sicilia vi furono i primi fermenti separatisti, che sfociarono in una prima rivolta il 14 luglio del 1820 a Palermo e, nonostante la fucilazione di molti siciliani, in una seconda nel ’48. Gli insorti si diedero una  nuova costituzione, che poneva il Parlamento al di sopra del re, che, nella seduta del 13 aprile dello stesso anno, dichiararono decaduto; ma anche l’esito di questi avvenimenti fu infelice, nonostante l’elogio del Mazzini.

Solo nel 1860, con lo sbarco di Garibaldi a Marsala e il plebiscito, l’isola venne a far parte dell’Unità d’Italia, rivelatasi ben presto una delusione.

Un numero consistente di tasse si abbatté sui siciliani che dovevano pagare: la comunale, la provinciale, l’addizionale, il focatico o tassa di famiglia, la tassa sul macinato e la tassa di successione; ma quello che non si sopportò fu la coscrizione militare obbligatoria, che causò il fenomeno della renitenza, classificato subito come banditismo.

Si scatenò una guerra contro coloro che proteggevano chi non adempiva agli obblighi militari. Famiglie intere furono arse vive nelle loro case; paesi lasciati senz’acqua; e ad un giovane sordomuto furono inferte molte ferite perché creduto un simulatore: la foto del suo corpo martoriato fece inorridire l’Europa, mentre un generale piemontese definiva barbari i siciliani e la camera respingeva la proposta di una inchiesta sui fatti avvenuti.

Una vera e propria rovina furono le leggi Siccardi; i religiosi infatti, proprietari di più di un terzo delle terre, davano lavoro a molti contadini, che si ritrovarono improvvisamente disoccupati. Il ricavato di oltre 600 milioni fu incamerato dallo Stato e consentì al Minghetti di annunciare il pareggio del bilancio. La borghesia, che aveva acquistato i terreni, non ebbe modo di affrontare le spese che essi richiedevano, per cui i braccianti furono costretti ad emigrare verso gli Stati Uniti e le loro rimesse servirono per acquistare le materie prime della nascente industria italiana.

La Sicilia protestò nel 1866 con una rivolta, ma il generale Cadorna, con i soliti e conosciuti mezzi, riuscì a domarla; ai siciliani dunque non rimase che cantare: “L’oru e l’argentu squagghiaru ppi l’aria, di carta la visteru la Sicilia”, ( L’oro e l’argento si sono dissolti nell’aria, la Sicilia è stata vestita con la carta), in riferimento al fatto che erano state ritirate le monete d’argento per essere sostituite con quelle di carta.    

La nostra isola che, insieme alle altre regioni del Sud, aveva contribuito alla costituzione del capitale del nuovo Regno nella proporzione del 65%, si vedeva ricompensata con una spesa di 19 lire all’anno per ogni abitante, contro le 71 lire di un abitante della Liguria.

La Sicilia continuò a dare talenti nel campo della cultura con scrittori come Giovanni Verga e Tomasi di Lampedusa e i due premi Nobel Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo; con musicisti come Vincenzo Bellini; con storici come Michele Amari;  con folkloristi come G. Pitrè; con filosofi come G. Gentile; con pittori come Guttuso e  Fiume; e tanti altri che ci sono e ci saranno, in tutti i campi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ecologia

 

Alcuni poeti hanno descritto la Sicilia come terra d’incanto, di paesaggi meravigliosi, di luoghi stupendi; in effetti in molte zone come Erice, Palazzolo Acreide, Pozzallo, Avola, Noto ed altri piccoli centri è nata una coscienza ecologica.

A Noto, famosa per  le sue costruzioni barocche, per esempio, la gente del quartiere Iasnello, non butta nemmeno una cicca di sigaretta per strada, poiché comprende che il turismo è una delle attività che arricchisce il loro paese. Anche Erice, con le sue antiche case e con le sue strade di pietra levigata, rifugio degli Elimi fuggiti da Troia, si presenta come una cittadina pulita. A Taormina, dove il turismo è notevolmente sviluppato, le acque del mare sono limpide e le spiagge vengono curate.

La mancanza di acqua è però un grave problema; molte città soffrono per la scarsa erogazione di questo bene primario ed essenziale. Eppure l’acqua in Sicilia non manca, vi sono infatti diverse dighe, tra queste ricordiamo: la Rosa Marina,in provincia di Palermo; la diga San Giovanni sul fiume Naro, in provincia di Agrigento; la diga Garcia nella valle del Belice; la diga Olivo vicino Piazza Armerina; S. Rosalia in provincia di Ragusa; Castello nell’agrigentino; Disueri a Gela ed altre.

La nave “ Lega Ambiente” ispeziona le nostre coste e il nostro mare, attrezzata come laboratorio di analisi rileva i danni provocati al nostro Mediterraneo.

A scuola non basta più leggere Omero o Dante, ma bisogna fare delle passeggiate ecologiche per comprendere i danni che spesso i materiali di rifiuto provocano all’ambiente.

La nostra isola non si sottrae al compito di ripopolare la fauna di ogni tipo, di cui una volta era ricca, e di salvaguardare la flora; gelosi custodi delle nostre bellezze naturali sono gli enti dei parchi dell’Etna e delle Madonne.

Noi ragazzi vogliamo una Sicilia, che non sia seconda a nessuno nell’opera di pulizia ed invitiamo tutti gli abitanti ad aiutarci a realizzare la Sicilia che desideriamo.

 

L’economia

 

Sulle colline degli Iblei non si perde partì per Torino l’esempio della civiltà contadina. Giovanni Verga, Francesco Lanza ed altri hanno dedicato ad essa il meglio delle loro opere.

Antonino Uccello, un famoso poeta di Palazzolo Acreide, trascorse parte della sua vita a collezionare oggetti del mondo contadino, che oggi si trovano in un museo, uno dei più interessanti della Sicilia. Non bisogna, come lui affermava, dimenticare mai le nostre origini; non si possono cancellare i sacrifici dei nostri antenati, nel passaggio da una antica civiltà ad una moderna.

Le risorse economiche della nostra terra erano infatti basate sul reddito agrario, i grandi proprietari terrieri traevano il loro benessere dai mandorleti e dai vigneti; un’economia che risale al tempo dei Borboni, quando come diceva il marchese Caracciolo: “ La Sicilia è la sola regione al mondo di cui il  reddito della terra viene investito in altra terra. “ Una frase ripresa e ricordata da Leonardo Sciascia in un suo famoso quaderno. Ma con la scomparsa dei feudi e il frazionamento delle terre le colture si sono diversificate. E oggi che le vecchie “trazzere” sono state asfaltate, chi crede ancora nel lavoro dei campi tenta nuove opportunità e nuovi metodi di produzione. Nella piana di Catania vengono coltivati agrumi di prima qualità; a Ispica la coltura delle carote, impacchettate per essere trasportate in tutta Europa, e le piantagioni di pomodoro, hanno favorito un certo benessere; l’uva delle zone di Vittoria e di Canicattì viene spedita in Francia, in Olanda, in Germania; nelle zone del ragusano, inoltre, le serre producono primizie di prima qualità e fiori.

Ai mandorleti di Noto si sono aggiunti quelli di Avola, la cui mandorla è quotata in borsa, come la più pregiata per i confetti: un tipo di commercio che ricorda antiche origini fenicie.

A Mazara del Vallo dove sbarcarono le prime navi dei Normanni e dove gli Arabi hanno lasciato molte testimonianze della loro presenza, infatti troviamo una moschea, l’economia invece è basata sulla pesca. Qui esistono dei quartieri arabi, la Kaasba, abitati da immigrati provenienti dal Magreb, i cittadini convivono in modo pacifico e non si sono mai registrati atti di razzismo, anzi, gli africani trovano lavoro nei cantieri navali.

Uno spettacolo tragico, che si svolge secondo le antiche tradizioni, che si ripetono come una cerimonia, è la “mattanza”: la pesca dei tonni, praticata durante il loro passaggio nel mar Mediterraneo.

 

L’artigianato

 

I cantieri navali di Palermo, Mazara, Acitrezza, impiegano un grande numero di meccanici, ingegneri, elettrotecnici, carpentieri, falegnami, verniciatori ecc. L’artigianato, infatti, nella nostra regione occupa un posto di rilievo, risale al tempo dei coloni greci, anche se non si costruiscono più navi come quelle dei tempi di Nerone o quella disegnata da Archimede, con giardini e palestre, con dodici ancore, otto torri ed altro.

I fondali ricchi di corallo spingono i pescatori a strappare queste preziose vegetazioni al mare; nel museo di Trapani sono raccolte molte opere, realizzate con questa pietra dalle maestranze locali. Molti degli arredi sacri sono stati eseguiti dagli artigiani ebrei del ghetto di Trapani, in concorrenza con Torre del Greco e Genova. Vi sono anche oggetti in oro e argento, appartenenti ai nobili o alla chiesa del 1600 e del 1500.

Per primo fu Federico II a chiamare alla sua corte artigiani, artisti ed orafi raffinati, che cesellarono gioielli di grande valore: oggetti ispirati alla natura, stemmi, bracciali, collane, orecchini, incastonati con smeraldi e rubini.

Un veliero in argento è la splendida opera realizzata da Filippo Juvara. 

Il ritrovamento di un banco corallino a Sciacca è legato alla leggenda di un pescatore, che scoprì uno dei giacimenti più belli del corallo siciliano, nel recuperare una medaglietta che gli aveva regalato la fidanzata.

Ai bordi del fiume Ciane, dal greco “chiane” azzurro, limpide infatti sono le sue acque, cresce il papiro, una pianta di origini egiziane. Ed è proprio dall’Egitto che è arrivato il procedimento della trasformazione della pianta in carta. Del fusto si utilizza solo la parte centrale che, tagliata in strisce sottili, viene immersa in un liquido speciale per “immunizzare” la fibra. Trascorso il tempo necessario, il prodotto viene posto su un panno di cotone, prima in senso orizzontale poi verticale; ricoperto con un altro panno, viene rullato con un cilindro per mezz’ora circa per eliminare le sostanze collanti. Messo sotto pressa, dopo tre giorni, il foglio ottenuto è pronto per essere utilizzato.

A Caltagirone e a Santo Stefano di Calastra fiorisce l’artigianato della ceramica, che ha origini molto antiche, risale infatti all’epoca araba: piatti, vasi, anfore, statue, bicchieri, fischietti; alcuni oggetti, tra cui le brocche,  provengono dall’arte fenicia. Una citazione meritano le lumiere antropomorfe, dove veniva messo l’olio di oliva e lo stoppino, sormontate da un candeliere in uso nel ‘700.

Cefalù è famosa per il ferro battuto, ma anche Noto vanta notevoli artisti. Dopo il terremoto del 1693, molti palazzi furono ricostruiti ed i balconi vennero abbelliti con il ferro lavorato come i merletti dei corredi delle spose. 

                                                    Carretto siciliano dei primi del ‘900

 

Un artigianato che scompare è quello della costruzione dei carretti con le

 

sponte dipinte; per ammirare quest’opera bisogna recarsi in un museo di tradizioni popolari.

Ai “pupi”, protagonisti del teatro popolare siciliano, va il merito di avere diffuso, nelle piazze dei quartieri, le eroiche leggende cavalleresche, ispirate alla storiche vicende di Carlo Magno e dei paladini di Francia, Orlando e Rinaldo.

 

 

 

Il Folklore

 

 

In Sicilia il folklore è insito anche nella natura, lo notiamo nelle bianche saline del trapanese, dove ancora resiste l’ultimo mulino a vento, o quando la primavera fa la sua prima comparsa e si festeggia la “Sagra del mandorlo in fiore”. Ma le nostre tradizioni si rievocano anche attraverso le feste religiose: il giorno di San Giovanni i pescatori di Acitrezza festeggiano in costume la “mattanza”;  per il festino di Santa Rosalia a Palermo si vedono i carretti siciliani agghindati con sonagli e pon-pon: sulle loro sponte sono raffigurate scene di cavalieri che sconfiggono il male; il “Palio dei Normanni” a Piazza Armerina, ricorda l’occupazione dell’isola da parte di re Ruggero; con la festa di San Corrado ad Avola si ringrazia il santo, che aiutò i cittadini a respingere una scorreria di pirati; la festa della Castellana, a Caccamo, rievoca antichi splendori.

Secondo Antonio Buttitta, studioso delle tradizioni popolari siciliane, le nuove tradizioni non hanno cancellato le antiche: insieme al vecchio convive il nuovo. In alcune campagne siciliane, infatti, viene usato ancora l’aratro a chiodo, importato dagli egiziani nel IV sec. a.C., insieme a quello moderno.

Passato e presente si incontrano in tutti gli aspetti, soprattutto nelle manifestazioni religiose. A Palermo il festino di Santa Rosalia si svolge come tre secoli fa; esso trae origine dalla pestilenza che vi fu in Europa nel 1624. La Santa riuscì a purificare l’aria ed a fermare il contagio e dove lei era vissuta e morta fu costruito nel 1625 un Santuario.

A rinnovare i miracoli di Santa Rosalia come segno di folklore resta l’intensa interpretazione dell’attore Mimmo Cuticchio:

 

“ Ormai, signuri mei, Palermu stava lentamente murennu.

Una processione di raccoglitori di morti giravanu pi Palermu

cu strascini e carretti, mettevano i morti supra casciuni, i purtavanu fora città e ci davanu focu.

La gente si tormentava pirchì non puteva nesciri di li casi. Un certu Vincenzu Bonelli, pirriaturi, chi stava ‘nda na casa cu i so cincu figgi, curcati ‘ndo  lettu, si tormentava pirchì un puteva iri a travagghiari e ‘ddi  so figghi ci stavano murennu.

Ma una notti si decisi, pigghiau darreri a porta chi ci avia ‘a scupetta s’ha misi supra i spaddi e nisciu.

Subitu, appena fu fora, ‘ncuntrò un drappellu di guardii :

“ Ehi, tu dove vai?”.

“ Stai jennu a circari quarcosa di mangiari pi i me figghi!!”

“ Ritiriamoci presto!”

E d’accussì u criaturi s’innacchianò supra munti Pedderino, ‘dda iddu ci avia sempri iutu a cacciari; ‘dda iurnata ca ‘u tempu era niuru acchianannu e scaliannu ‘nda montagna arrivò finu a ‘dda supra ed era stancu mortu, ca si ittau ‘nterra e dissi:

“ Ma chi succedi?… Quantu cunigghia e vurpi haiu pigghiatu ‘nda sti boschi, ma sta jurnata ‘nda l’aria un c’è mancu n’acidduzzu”.

Mentri era ‘dda chi stava pinsannu, si ‘ntisi na vuci nesciri di una grutta ‘dda vicinu : “Vincenzu!…Vincenzu!”.

‘U pirriaturi, appena si ‘ntisi chiamari, taliò di unnè ca vinia ‘dda vuci e taliannu dintra ‘dda grutta, ‘nda un pirtusiddu vitti a facci di una fimmina cu ‘na curuna di rosi ‘ntesta e un crucifissu ‘nta li manu.

“ In nome di Diu Sacramintatu, si si spiritu vattinni!!!”

“ Calmati!” – ci dissi la Santuzza palermitana- “ Io sono Rosalia Sinisbaldi, nipote di Ruggero, re di Sicilia”.

“ Tu, Tu si Santa Rosalia!!!….Ma allura chiddu chi i palermitani, ‘nni cuntavanu nunnè leggenda è verità ...Rusalia  Santa, si si  palermitana aiuta Palermu, vidi comu stammi murennu tutti”.

“ Calmati” – ci dissi a Santuzza- “ Vai a Palermo dal Cardinale Giannettino Doria, vagli a dire che le ossa chi ‘cca dintra foru truvati su li mia e ora si trovanu ‘nni la chiesa di Santa Zita, chi li dassiru a li palermitani chi li portanu in giru per la città e per volere del Sommo Iddio la peste passerà”.

“Iu aia ghiri ‘nni Monsignori?  E sugnu un poviru disgraziatu nun mi cridi nuddu”

“ Vai nun ti preoccupari, l’Angilu ti accompagnerà e ti dicu puru chi dopo tre giorni tu lascerai questa terra, per seguirmi nel Regno dei Cieli”

E d’accussì, signori mei, partì ‘u pirriaturi e ghiu ‘mpalermu. Tuttu ci jè cuntari a Monsignori e a lu Senatu.

Tri jorna stettiru a parlari senza nenti cuminari. Mentri tutti i palermitani, appena ‘ntisiru chi a ‘u pirriaturi ci avia affacciatu a Santuzza palermitana, si ci arricugghieru tutti dda vicinu ‘nda casa, unnè ca iddu stava e tutti parravanu da Santuzza: “ Sì a Santuzza è palermitana,… n’ava salvari”.

Mentri passanu tri jorna…. è l’alba del terzo giorno….e ‘u monacu cunfissuri, chi si trovava dintra ‘dda casa nisciu e dissi:

“ Palermitani….’u pirriaturi muriu….”

Chissu era miraculu, signuri mei! Santa Rosalia ci l’avia dittu.

E d’accussì la genti subitu curri ‘nni la chiesa di Santa Zita, pi ghiri a pigghiari l’ossa di la Santuzza, mentri l’omini pigghianu arnesi pi travagghiari. Carricanu i carretti di legnami, li portanu a lu chianu di l’arbiru davanti a palazzu reali, pensanu di costruiri un carru ‘pi purtari in trionfu l’ossa di S. Rosalia. Cumincianu a chiantari, cumincianu a sirrari, travagghianu senza tregua. Iddi tutti sudati, travagghianu tutto il giorno.

Na pocu vannu ‘ndi li campagni ‘pi ghiri a circari besti ‘pi trainari stu carru. Chiù di cento boi si arricoghinu e vennu ‘mpaiati mentri i palermitani ormai inchieru tuttu ddu chianu e i parrina cu i rusaria ‘nti manu cumincianu a priari e ‘ddu carru di lu Cassaru comincia a scinniri in processioni.

Ora prianu tutti i palermitani a Santa Rosalia: fimmini ranni, vecchi e picciliddi ‘dda sunnu misi in processioni, priannu a Santa Rosalia chi facissi passari la pesti.

Mentri arrivano a l’incrociu di Quattro Cantuna, propriamente ni ‘ddu puntu unni forma la Cruci di Cristu, si comincia a cangiari lu tempu….. Un terremotu….. Cumincia a chioviri acqua forti, acqua a sciumara scinni. La genti nun si ferma e continua a caminari, quannu un picciliddu tirannucci a vesta a so’ matri ci dici:

“ Mamà, taliavu ‘nta l’aria e tutti ‘ddi cosi chi avia cà mi stanno carennu tutti”.

“ Palermitani…. palermitani taliati ‘u picciriddu….l’acqua è miraculusa. Santa Rosalia ‘nni fici ‘u miraculu”.

E tutti quanti si levano i mantelli e si vagnanu con l’acqua chi cadi di lu celu….e cominciano a gridari:

“ Miraculu …..Miraculu ”….

Eranu miliuna, signuri mei, e si ‘ntisi na sula vuci. “Miraculu…….Santa Rosalia ‘nni fici ‘u miraculu.”

E la genti comincia a cantari e a sunari e a curriri e i picciliddi si iettanu ‘nterra e s’arruzzolanu e vannu tutti versu la Marina.

E mentri si fa festa ‘nterra, festa si fa ‘ncelu, pirchì l’angili cumincianu a sunari strumenti magici e li Santi si susinu e cumincianu a ballari. Gesuzzu balla cu Maria e San Giuseppe ‘mmita a Santa Rosalia.

Festa si fa ‘ncelu e fistinu ‘nterra.

Stu fistinu, signuri mei, durau cincu jorna. Per la prima volta il popolo palermitano, la Chiesa e il Senato sono stati uniti per sconfiggere il male.

Ed è picchissu, signuri mei, ca ogniannu si fa la festa, pirchì i palermitani ancora oggi vogliono stare uniti per sconfiggere ogni male.

Ora, signuri mei, ddocu a lassu e ‘n’antra vota …va cuntu.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il capoluogo siciliano

 

            Palermo

 

Palermo, fu fondata dai Fenici tra il VII e il VI secolo a.C., fu colonia fenicia, passò ai Cartaginesi nel 254 a.C., fino a quando i Romani se ne impadronirono. Fu in seguito assediata e conquistata da Genserico, Odoacre e Teodorico nel 535 d.C., che la tennero per tre secoli.

Nell’831 cadde sotto i saraceni. Nel 948 divenne capoluogo di Sicilia, per ricchezze e splendore artistico e culturale. Fu paragonata alle città più belle del mondo.

Nel 1072 fu colonizzata dai Normanni, durante il dominio di Federico II  divenne  centro culturale di primo ordine. Con Carlo I vi fu la rivolta dei Vespri nel 1282, con cui gli Aragonesi conquistarono l’isola.

Essi governarono crudelmente e tra il XVI e il XVII secolo d.C. la città si impoverì e Palermo non sviluppò più il suo centro commerciale.

La città cadde in mano ai Borboni tra il 1711-1718; nel 1799 Ferdinando I dovette fuggire da Napoli e Palermo tornò ad essere sede della corte. Quando fu concessa la Costituzione in Sicilia c’erano state varie rivoluzioni nel 1812, nel 1820  e nel 1848, rivoluzioni che  erano dilagate per tutta l’Italia e l’Europa. Con l’arrivo dei Mille, guidati da Giuseppe Garibaldi e con l’aiuto del popolo furono cacciati i Borboni.

Nella seconda guerra mondiale Palermo fu un bersaglio facile per i tedeschi, infatti subì molti bombardamenti.

Palermo è una città storica infatti i suoi monumenti testimoniano le varie dominazioni straniere.

 

 

La cattedrale di Palermo (Il Portico)

La Cattedrale

 

La costruzione della cattedrale risale circa al 1.100 d.C. cioè in piena dominazione Normanna.. La sua facciata è in stile gotico, così come il portale. Le colonne del portico furono sottratte ad una moschea.

La parte che i turisti preferiscono è la facciata. L’interno a croce latina ha tre navate, sopra ad ognuna di esse, lateralmente, si aprono delle cupolette  luminose; sulla navata delle cappelle, a destra, si trovano le famose tombe imperiali, massima ricchezza del monumento. Esse custodiscono le spoglie di Federico II, nipote del Barbarossa; di sua madre Costanza d’Altavilla; di suo padre Enrico VI; di suo nonno Ruggero II. Il campanile della Cattedrale è di stile gotico; elementi normanni sono le intrecciature degli archi. Si può dire che la Cattedrale è uno dei monumenti più importanti di Palermo.

 

 

La Cuba

 

Risale al medioevo e precisamente al 1180, è stata costruita dall’imperatore normanno Guglielmo II; vicino ad essa  fu costruito un parco reale detto Genoardo, dove si facevano giochi d’acqua. Del seicento rimane il portale del cortile.

 

Porta Felice

 

Recentemente è stata ricostruita dopo i danni della guerra. Questo monumento, di stile barocco, risale al cinquecento e fu dedicato a Donna Felice Orsini.

 

Palazzo dei Normanni

 

Fu costruito dai Normanni verso la prima metà del 1.100, come reggia- fortezza. Solo nel ‘600 la facciata ovest prese l’aspetto che oggi ha. Nel cortile del palazzo c’è la cappella Palatina fatta costruire da Ruggero II e dedicata a S. Pietro, è uno tra i più bei monumenti della città. Vi si trovano mosaici, marmi pregiati e legni intagliati. La bellezza dei mosaici costituisce un museo di meraviglie.

 

Chiesa della Pietà

 

Risale al quattrocento ed è ricca di decorazioni, si trova presso il palazzo Abatellis; costruita nel ‘500 , ha  una architettura descrittiva, con rami di albero intrecciati.

 

Palazzo Aiutami Cristo

 

Il palazzo Aiutami Cristo è di arte siciliana e risale al IV secolo. E’ costituito da molti archi.

 

Chiesa di S. Cataldo e la Martorana

 

La facciata della chiesa di S. Cataldo risale al 1.100. Il campanile è fra i più belli dell’architettura romanica. Questa chiesa ha delle cupole rosse.

La Martorana, rifatta nel ‘500, è di stile barocco, risale però al XII secolo. La facciata e il portale sono decorati con stucchi.

 

Piazza Pretoria

 

La fontana della Piazza Pretoria risale al tardo cinquecento ed è arricchita con statue bellissime.

Vi si affaccia la chiesa di S. Caterina,  anch’essa del cinquecento, è in stile barocco ed è una delle più belle di Palermo.

 

Palazzo Sclafani

 

Il palazzo Sclafani è stato costruito nel ‘300 dal re Sclafani, che salito sul trono desiderò avere un suo palazzo.

 

Chiesa di S. Giovanni degli Eremiti

 

La chiesa di S. Giovanni degli Eremiti è una costruzione Normanna, il suo campanile   moresco  ha delle belle cupole rosse; circondano la chiesa  delle palme e dei fiori. Essa risale al XII secolo.

 

Porta Nuova

 

Porta Nuova si trova nel Corso Vittorio Emanuele; è stata eretta per ricordare l’imperatore Carlo V. Il suo fascino è negli archi, che hanno delle perfette proporzioni.

 

I Quattro Canti

 

Al centro di Palermo si trovano i quattro quartieri, cioè quattro palazzi in stile barocco. La  costruzione ( simile alle quattro fontane di Roma) risale al primo seicento.

La decorazione, in stile barocco, è divisa in tre ordini: sul basso vi sono le fontane, nel mezzo le statue dei re spagnoli si Sicilia, in alto le sante patrone di Palermo.

 

La chiesa del Vespro

 

E’ un edificio normanno costruito nel 1282. La chiesa è  squadrata bene con i soliti archi intrecciati e preziosi mosaici di pietre chiare e scure che la adornano. E’ la più importante di Palermo.

 

                                          Chiesa di S. Domenico

 

La sua costruzione risale al trecento, ma fu ricostruita tre secoli dopo , cioè

nel ’ 600,  ed è in stile gotico. Qui nacque la prima università di Palermo All’interno vi sono le tombe  dei grandi Siciliani.

 

 

 

 

Palazzo dei Normanni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le province della Sicilia

 

Catania

 

Porto della Sicilia orientale, dopo Palermo è la più importante città dell’isola per popolazione e per attività economica.

Si trova nella vasta insenatura ionica della costa sicula, distinta con il nome di golfo di Catania, al piede meridionale dell’ETNA, dalla cui sommità dista 27 Km in linea retta. Quasi ovunque pianeggiante, la città va lievemente degradando da nord verso sud. Il clima è favorevole grazie alla valorosa posizione, con temperature più calde rispetto a Palermo.

Danneggiata dall’eruzione dell’Etnea del 1669, risorse diventando una città straordinaria. Conserva nella sua arte il carattere settecentesco d’architettura barocca e d’aspetto nobile. Sfarzosamente illuminata, ben lastricata con lava etnea, provvista di buoni servizi pubblici di comunicazione, appare una delle più progredite dell’Italia meridionale.

Della Catana greca abbiamo scarsissimi indizi. E se non vediamo più le rovine del famoso tempio di Cerere, derubato da Verre del suo simulacro e se sono scomparsi alcuni monumenti che la tradizione collegava al nome del conquistatore Marcello, diversi edifici, con la loro robusta costruzione, ci parlano ancora della Catania romana.                                                   

Il teatro maggiore, oggi mezzo sepolto d’abitazioni moderne, il contiguo Odeon, l’Anfiteatro, la cui distruzione sembra sia cominciata sin dai tempi di Teodorico, e gli abbondanti avanzi di edifici termali e di opere idrauliche (acquedotti e castelli d’acqua), che portano da 16 Km.di distanza le acque di Licodia sino a Catania, testimoniano la sua storia.

Oggi è la città più settecentesca della Sicilia, e tale caratteristica le deriva dal fatto che la parte antica rimase quasi del tutto distrutta nella catastrofe del 1693. L‘architetto che le diede l’impronta di un barocco tutto suo, schietto e spontaneo, fu il palermitano G.B.Vaccarini. Egli lavorò a chiese, principalmente alla facciata del Duomo, a palazzi pubblici, come il municipio, e ad altri di famiglie patrizie, fra cui il palazzo San Giuliano. Del medesimo artista è la caratteristica fontana con l’Elefante, emblema della città, in piazza del Duomo.

Edifici degni d’ammirazione sono la Collegiata, il palazzo Biscari, il convento dei Benedettini con la chiesa San Nicolò, la più vasta chiesa della Sicilia.

Ma se Catania sorprende per la sua architettura maestosa e bizzarra, che trova il suo posto ragguardevole nella storia dell’architettura barocca siciliana, non presenta invece cospicui esempi di scultura e pittura.

Il barocco domina ovunque e opprime gli scarsissimi avanzi medievali. Il castello Ursino, costruito da Federico II di Svevia, fu per lungo tempo ridotto a caserma militare, manomesso e alterato, solo recentemente è stato destinato a sede delle raccolte archeologiche ed artistiche, comprendenti anche le famose collezioni Biscari. Pregevole è il busto argenteo rappresentante Sant’Agata, lavoro di Giovanni Bartolo da Siena del sec. XIV, che si conserva, insieme al prezioso reliquario della stessa Santa, nella cappella di Sant’Agata nel Duomo.

 

 

Il Duomo di Sant’Agata e la fontana dell’Elefante

 

 Nel periodo rinascimentale si formarono alcune raccolte artistiche, come quella del principe Biscari e dei Benedettini, che costituisce il nucleo principale del museo civico. La pinacoteca contiene la Madonna col Bambino di Antonello De Sabila e un San Cristoforo di Pietro Novelli. Il convento dal 1885 accoglie l’osservatorio astronomico, da cui dipende quello etneo.

Il primo istituto di cultura catanese è l’università degli studi, fondata  nel 1434 da Alfonso D’Aragona, essa è fornita di importanti musei e raccolte scientifiche e le è annessa la biblioteca universitaria, fondata nel 1755 per cura di Vito M. Amico con i libri del Caruso, ai quali si aggiunsero nel 1783 quelli donati da Salvatore Ventimiglia, arcivescovo di Catania.

In questa biblioteca, si conservano importantissimi manoscritti, come le consuetudini di Catania del 1345, il cod. del Muntaner  del XV sec., quello del Malaterra XVI sec., la cronaca del Cristoadoro del XIX sec. Fuori dell’università è la biblioteca dei Benedettini (ora civica), costituita in epoche varie e collocata nella sala del Vaccarini, del 1773. Essa contiene una pregevole Bibbia miniata del XIV sec., attribuita dal Toesca alla scuola di Pietro Cavallini, parecchi altri manoscritti, pergamene, autografi di musicisti catanesi, tutti libri già appartenuti al Rapisardi e a gran parte del suo carteggio.

Le origini sicule di Catania, più che dalla tradizione o dalle reliquie archeologiche trovate nel suo territorio ricoperto da lave secolari e millenarie, si desumono dal nome stesso.

La bontà del clima e la retrostante fertilissima pianura, fanno dimenticare la pericolosa vicinanza dell’ Etna, che in diversi periodi danneggiò o distrusse la città.

Raggiunse una posizione di primo ordine tra le città greche dell’isola quando Ierone, intravedendo forse le sue possibilità di futuro sviluppo, la tolse ai Calcidesi e la pose sotto l’amministrazione di suo figlio Dinomene, che gli diede il nome del vulcano cui essa soggiace, mentre Eschilo con una tragedia (Le donne dell’Etna) e Pindaro con i suoi inni ne celebravano le fondazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Enna

 

 Fu un centro di difesa dei Sicani, che, pur respingendo dal monte i continui  attacchi dei Siculi, riuscirono a dare un regolare assetto al loro dominio; introdussero l’agricoltura ed ebbero il culto di una dea.

Notizie più certe sulla città si ebbero dopo la colonizzazione greca, infatti sin dal V secolo a.C. vi si battè moneta di tipo greco. La città acquistò l’indipendenza, e raggiunse una prosperità nelle arti, nelle scienze e nel commercio, finché il tiranno siracusano Agatocle se ne impossessò.

Nel 135 a.C. ebbe inizio la guerra servile, promossa e capeggiata dal siro Euno, la prima rivolta degli schiavi nella storia dell’uomo, che si estese per tutta l’isola. Domata dopo tre anni, i romani riconquistarono la città, sottoponendone la popolazione a dure umiliazioni culminanti nelle spoliazioni del pretore Verre.

Costituitosi l’impero romano, Enna ebbe diritto alla libera municipalità, che conservò anche nel periodo delle invasioni barbariche in Sicilia, resistendo saldamente ai vari tentativi dei conquistatori, finché i nuovi eventi storici non la portarono – con la Sicilia tutta – sotto il dominio dell’Impero d’Oriente.   

I Bizantini tennero in gran conto la città, sino a farne - per la sua posizione strategica - il più saldo baluardo di resistenza alla invasione di un altro popolo di conquistatori: gli arabi.

Invano assediata per più di ventenni, fu conquistata da El-Abbas col tradimento; e con la capitolazione la città perse anche il suo nome originario che fu trasformato per difformazione dagli Arabi in Kasrlànna, divenuto poi Castrogiovanni, che mantenne sino all’anno 1927.

Superata la nuova dominazione e cessato il rumore delle armi, la città rifiorì e venne dato nuovo impulso all’agricoltura, all’industria e al commercio.

Dopo più di un secolo e mezzo di influenza araba, subentrarono i Normanni che videro vano ogni sforzo di conquistare militarmente la roccaforte di Castrogiovanni: ancora una volta fu il tradimento a consentire l’ingresso del nemico in città e questa volta addirittura fu il Signore di Castrogiovanni e Girgenti, Ibn-Hamud, a perpetrarlo in favore del normanno Ruggero. Occupata la città, vi pose presidio fortificandola, e facendone, poi, uno dei più importanti centri della vita culturale e politica del Regno Normanno. Stato che mantenne anche con l’avvento della dinastia Sveva in Sicilia. Dopo la parentesi Angioina, culminata nei “Vespri Siciliani”, la Sicilia ridivenne una terra indipendente ed acclamò suo re Pietro d’Aragona, cui succedette Giacomo e poi Federico che si adoperò per assicurare la pace nei suoi domini con il trattato di Caltabellotta.

Castrogiovanni fu particolarmente cara a Federico che da questa roccaforte diresse le operazioni militari per respingere i tentativi degli Angioini miranti a riconquistare al loro dominio la Sicilia. E fu a Castrogiovanni che Federico nel 1314 assunse il titolo di re di Trinacria e radunò il Parlamento, emanando nuove leggi per  regolare principalmente i diritti ed i limiti dei poteri feudali. Grazie al re Federico ed alla moglie Eleonora, Castrogiovanni vide realizzate importanti opere, come il restauro del Castello di Lombardia e della Torre ottagonale che del re porta ancora il nome, l’edificazione della Basilica dedicata alla Vergine. Castrogiovanni mantenne per molto tempo i suoi  privilegi di città demaniale, retta da un sistema democratico, privilegi che vide venir meno allorché la Sicilia decadde al rango di vicereame spagnolo. Col trattato di Ultrecht la Sicilia passava alla signoria del duca Vittorio Amedeo di Savoia, col titolo di re, il quale nel 1718 la barattò con la monarchia austriaca, avendone in cambio la Sardegna.

 

 

 

 

Il Castello di Lombardia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Agrigento

 

Agrigento è stata fondata dai Greci nel 582 a.C., prende il nome dalla città di Akragas che in italiano significa Agrigento.

Essa, pochi secoli dopo la sua fondazione, diventò potente conquistando la Sicilia settentrionale e riuscendo a battere i Cartaginesi, che si vendicarono presto e  la distrussero nel momento in cui aveva toccato l’apogeo della sua civiltà, fu infatti cantata da Pindaro.

Nel 406 a.C. Akragas risorse e combattè contro i Cartaginesi, sul punto di batterli fu presa dall’ingranaggio delle guerre puniche tra Cartagine e Roma.

Tra i monumenti storici ricordiamo il Santuario Rupestre, addossato ad una roccia, di Demetra che risale al VII secolo a.C. Si possono ammirare, inoltre, i templi lasciati dai greci, risalenti ad una data anteriore alla costruzione della stessa città, che era estesa più di quella moderna.

 

 

                                                                     Tempio della Concordia

 

Tempio di Giunone

 

Il Tempio di Giunone si trova a 200 metri dal tempio della Concordia. Il suo fascino è dovuto alla sua posizione elevata, infatti si trova su un poggio e risale al V secolo a.C. Il tempio è stato esposto agli incendi, ai terremoti, alle guerre, ecc. I capitelli sono più ampi di quelli della Concordia.

 

Tempio di Giove

 

Il tempio di Giove, vicino al tempio di Castore e Polluce, è gigantesco, infatti la sua area è di 2000 metri quadrati e risale al 480 a.C.

E’ al terzo posto della statistica dopo il tempio di Diana e quello di Didimeo di Mileto in Asia Minore.

Dentro c’erano due talamoni di cui uno si trova al museo, privo di un piede; oggi di esso restano  solo  le rovine.

 

 

Chiesa di S. Nicola

 

Il primo monumento della città è la chiesa medioevale di S. Nicola eretta nel 1200 d.C. in stile romano e gotico. La facciata ha un bel portale gotico. Sorse nel pieno periodo del regno svevo di Sicilia, intorno vi sono resti di edifici e di fortificazioni greche. Nel giardino adiacente sorge  l’Oratorio di Falaride che in realtà è una tomba monumentale che risale al I secolo a.C.

Falaride fu un tiranno crudelissimo di Akragante, anche se è esagerata la leggenda che attribuisce a lui il fatto che facesse squarciare i lattanti, per bagnarsi nel loro sangue e mangiarne la carne; inoltre faceva torturare ed ardere vivi, dentro un toro di ferro, i forestieri che andavano in Akragante.

E’ accertato però che egli fu un uomo perverso.

I cantastorie hanno cantato così:

 

Ascoltate, o miei cari signori,

una storia tremenda e crudele,

una storia di lutti e terrori,

tra la gente – una vorta – di qui.

Un mostro umano chiamato Falaride venuto

da una lontana isola – Asti Galea-

dove abbandonò la famiglia, la moglie, il figlioletto,

si fece nominare capo della repubblica agrigentina.

Ogni giorno ammazzava un bambino

Si mangiava le carni innocenti

E il sangue beveva al mattino

Come fosse un dolce caffè!

Fino a quanto Agrigento si stanca

quando insorge e lo porta in valanga

e con un lancio di pietre e di sassi

il crudele bel tosto morì.

O genti ca viniti in Akragante

sta terra di biddizzi e di malia

cantati li cchiu ardenti vostri canti

cca un si canusci  a malinconia.

Criata fu da dei e da giganti

tuttu lu munnu nn’avi gilusia

felici cu cca campa e ccu cca mori

chista è la vera terra allegracori.

Chista è la terra di la puisia

la terra di la gioia e di l’amuri

cu veni cca l’afferra la malia

ci passammo li peni e li duluri!

Viva Agrigentu bedda

Sempri cchiu bedda è

Viva Agrigentu stidda

la cchiu lucenti è!

 

 

Duomo

 

Sorge sull’alto della città a nord ovest di Agrigento, risale al 1200.  L’interno della costruzione è in stile gotico. L’opera più preziosa che vi si trova è una scultura  raffigurante la Madonna, della fine del XV secolo, e la cappella di S. Gerlando, dove si conserva il reliquiario in argento del Santo Patrono, realizzato intorno alla metà del 1600. Lungo la navata sinistra si susseguono sepolcri di arcivescovi e notabili dal XV al XVII secolo. Il portale è in stile gotico come pure la facciata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Siracusa

 

 

La città sorge su un’ampia insenatura, detta Porto Grande, si estende parte sulla costa e parte sull’isoletta di Ortigia, congiunta alla terraferma dal Ponte Nuovo, prolungamento del Corso Umberto. Le bellezze naturali e artistiche la fanno sede di molti turisti.

Fondata nel 734 a.C. (dopo Naxos) da coloni Greci di Corinto arrivati in Sicilia guidati da Archia, divenne presto molto importante, grazie alla sua ottima posizione vicino al mare, e acquistò grande potenza commerciale e politica.

I coloni greci si insediarono ad Ortigia, già abitata dai Siculi, fecero questa scelta perché la costa presenta due porti naturali; la nuova città venne chiamata Syrakusai (cioè palude o gabbiano). Si espansero sulla terraferma, dove fondarono le colonie di Acre, Casmene, Enna e Camarina e si dedicarono all’agricoltura, utilizzando nel lavoro i Siculi. Costoro, ribellatisi, si rivolsero per aiuto a Gelone (figlio del tiranno di Gela) il quale sconfisse i Greci, diventò tiranno di Siracusa e trasferì a Siracusa la capitale del suo dominio. Da quel momento cominciò un periodo di grande splendore e prosperità. In questi anni Pindaro dedicò molte delle sue odi alle imprese di Gelone ed Eschilo, scrisse alcune delle sue tragedie più conosciute. Sottomessa la ribelle Camarina, Gelone vinse nel 480, a Imera, i cartaginesi escludendoli così dalle coste sud-orientali della Sicilia.

Negli anni che seguirono sottomise Catania e nel 474 riportò una grande vittoria navale sugli Etruschi di fronte a Cuma instaurando il dominio commerciale dei siracusani su tutto il basso tirreno.

Tornata nel 466 a.C. sotto il controllo di un governo democratico, essa sviluppò la propria potenza commerciale al punto da entrare in conflitto con quella di Atene impegnata già in quella del Peloponneso. Nel 414 a.C. Atene fece un tentativo per sconfiggere la pericolosa avversaria inviando in Sicilia una forte spedizione guidata da Alcibiade e Nicia ma la spedizione finì in un disastro. Più pericolosa fu invece la minaccia di Cartagine che agli inizi del IV secolo aveva conquistato Selimunte, Imera e Agrigento e voleva conquistare anche Siracusa.

Sotto la guida di Dionisio conquistò quasi tutta l’isola ( 400 a.C.), fondò colonie e creò nuclei politici e commerciali in Magna Grecia e in Corsica. Divenne la più popolosa, la più vasta e la più ricca città del Mediterraneo,  riuscì  a tener testa ai cartaginesi ed a  raggiungere il culmine della propria potenza, grazie anche alle importanti fortificazioni, fra le quali spiccava il castello di Eurialo, tuttora considerato un importante modello di architettura militare. 

Nel secolo successivo, riuscì a mantenere la sua indipendenza alleandosi un po’ con Cartagine e un po’ con Roma fino al 212 a.C., quando venne assediata dalla stessa Roma.

Viveva in quei tempi il grande matematico e fisico Archimede, egli trovò il modo di distruggere “a distanza” le navi romane facendo costruire grandi specchi parabolici, i quali concentravano i raggi solari sulle vele nemiche, incendiandole, cosicché i Romani, per occupare Siracusa, furono costretti a ricorrere al tradimento.

La città fu saccheggiata e Archimede fu trucidato. La dominazione romana durò sette secoli, durante i quali la città fu capitale della Sicilia. In seguito fu centro di una vastissima comunità cristiana, possiede infatti le più vaste catacombe d’Italia dopo quelle di Roma.

Nel 663 d.C. l’imperatore  bizantino Costanzo II portò a Siracusa la capitale dell’Impero d’Oriente, questa situazione durò solo cinque anni. Gli assalti e la dominazione araba la immiserirono, si riprese con i Normanni, con gli Aragonesi e con gli Spagnoli (a parte la triste parentesi Angioina).

Dal 1361 al 1536 fu sede della camera reginale (cioè patrimonio privato della regina di Sicilia) soppressa da Carlo V, che rese Siracusa una munita fortezza.

Nel 1693 fu sconvolta dal terremoto; nel 1912, durante la conquista dell’Africa, il suo porto fu assai attivo.

Oggi il suo aspetto è soprattutto moderno, tre degli antichi quartieri rimangono fuori dalla moderna Siracusa ( Ochedrine, Tyche e Neopolis) e fuori rimangono di conseguenza i monumenti più gloriosi dell’antica Syracusae quali: il teatro greco, l’Anfiteatro romano, l’Orecchio di Dionisio, le Latomie, ecc..

 

Siracusa antica

 

La città antica era molto più estesa rispetto a quella moderna, si addentrava fino alla zona collinosa.

Le Latomie: ampie cave di calcare bianco scavate nella viva roccia della collina furono usate dai siracusani per chiudervi i prigionieri. Nella Latomia del Paradiso, che è la più bella e la più famosa, si apre la Grotta dei Cordari, così chiamata per l’ attività svoltavi da artigiani siracusani.

Orecchio di Dionisio: un soprannome datogli dal Caravaggio osservando la forma della fessura, dalle eccezionali proprietà acustiche (echi). La leggenda racconta  che Dionigi I ne approfittasse  per ascoltarvi i discorsi dei prigionieri.

Tomba di Archimede: nella necropoli Grotticelle vi sono delle tombe scavate nella roccia, una di queste si indica per quella di Archimede che contribuì con la sua geniale invenzione a cacciare i romani. Si tratta invece di una tomba collettiva ( forse familiare) romana   del I secolo d. C.

Ara di Ierone II: è un grande altare rettangolare, serviva per celebrare i sacrifici degli animali. L’ingresso alle rampe settentrionali era  ornato da talismani (uno è custodito nel Museo archeologico); attorno all’ara c’era una piscina per il bagno dopo i sacrifici.

Tempio di Apollo: i pochi resti di questo tempio, che è il più antico di quelli costruiti in Sicilia dai Greci, si vedono appena entrati in Ortigia. Esso fu, prima, trasformato in chiesa cristiana, poi in moschea araba, poi ancora in chiesa normanna. Un’ultima trasformazione la fecero gli spagnoli che la ridussero in caserma.

Le catacombe: sono le più vaste e le più interessanti del mondo dopo quelle di Roma. Consistono in tante gallerie dove sono sepolti i cristiani.

Ginnasio: pochi ruderi sono rimasti di questo monumento, già esistente in epoca greca, ricostruito dai romani comprendeva un teatro e un tempio. Oggi i ruderi sorgono sull’acqua perché il livello del terreno si è abbassato.

L’anfiteatro romano: è molto grande, fu costruito nel III o IV secolo d.C. in piena crisi imperiale per distrarre il popolo con giochi sanguinari.

Teatro greco: è il più  grandioso esempio  di struttura teatrale del mondo greco, ha un diametro di circa 140 metri. E’ stato costruito forse intorno al V secolo a.C., fu varie volte ristrutturato. La sua capienza è di 15.000 spettatori. I Greci vi rappresentavano commedie e i romani i giochi dei gladiatori con le belve. Sono rimaste in buone condizioni la cavea  e l’orchestra.

Castello Maniace: Giorgio Maniace aveva fatto un forte nel 1038, poi Federico di Svezia nello stesso luogo, nel 1289, vi costruì un possente castello. Questa costruzione con torri e mura doveva difendere la punta estrema di Ortigia. Particolarmente bello è il portale centrale di raffinate forme gotiche con due mensole ai lati sorreggenti in origine due arieti  bronzei.   

Castello Eurialo:  è la più geniale opera di architettura militare di tutto il mondo greco; fu costruito da Dionigio I a scopo difensivo in una posizione panoramica meravigliosa. Il castello sorge a 8 Km. da Siracusa, ha un’area trapezoidale protetta da cinque torri e dal recinto, è circondato da una cinta muraria lunga ben 22 Km. Tutta quest’opera fu costruita in fretta per arrestare l’avanzata dei Cartaginesi ( 402, 397 a.C.)

Fontana Aretusa: si trova all’estremità dell’isola di Ortigia. E’ una fonte naturale ricca di ricordi mitologici e letterari. Aretusa, secondo il mito, era una ninfa seguace della dea Diana dalla quale fu trasformata in fonte per aiutarla a sfuggire alla corte spietata del Dio Alfeo (dio del fiume). Questo non si dette per vinto e scorrendo sotto il Mediterraneo confuse le sue acque con quelle dell’amata. Oggi l’acqua è come uno specchio semicircolare, c’è una fitta flora di papiri, in essa nuotano  palmipedi e pesci.

Fonte Ciane: è un piccolo bacino d’acqua limpida, ove sorgeva un antico santuario. Vi si arriva con la barca attraverso il fiume omonimo. Il corso d’acqua, fiancheggiato da una residua siepe di papiri, scorre in un ambiente suggestivo e pittoresco. Prima di raggiungere la fonte, su un’altura sono visibili i resti del tempio di Giove Olimpo del principio del VI secolo a.C. Il piccolo laghetto dalle acque azzurre è dedicato alla ninfa Ciane che fu trasformata in fonte per avere impedito il ratto di Proserpina.

I grandi palazzi di Siracusa: Siracusa vanta  dei bei palazzi del periodo svevo, in stile gotico- catalano. Uno di essi è il palazzo Bellomo, oggi sede di una pinacoteca.

Museo Archeologico Nazionale: si trova in Piazza Duomo, accoglie importanti reperti, provenienti da Siracusa e dal suo circondario, testimonianze della storia siciliana e della preistoria.

 

 

Il duomo e le chiese

 

Le sue origini sono antichissime. E’ preceduto da una  scalinata decorata da sculture del Marabiti con l’imponente facciata costruita nella prima metà del 1700 da A. Palma. Qui  ai tempi dei Siculi sorse un recinto, sacro alle divinità. Nel VI secolo vi fu eretto un tempio di stile greco dedicato ad Atena. Nel VII secolo d.C. fu trasformato in duomo cristiano.

La chiesa di S. Maria dei Miracoli è in stile gotico del 400 ed è ornata da un portale risalente al Rinascimento.

Nel seicento fu costruita la bella chiesa del Collegio, un prezioso esempio di architettura barocca; l’interno è ornato da una ricca decorazione del settecento.

La chiesa di S. Lucia fu eretta nel 1100 nel luogo dove la Santa subì il martirio. Vi è un bel quadro del 1600 con il seppellimento di S. Lucia del Caravaggio.

La Cappella del Sepolcro, costruita nel 600, ospitò il corpo di S. Lucia fino al 1204 quando se ne impadronirono i veneziani durante una crociata.

 

 

Ginnasio romano

 

 

 

Ragusa

Ragusa si trova nel settore meridionale dei monti Iblei. Si estende su una superficie di 442 Kmq, é un attivo centro industriale, grazie alla presenza nel territorio di cave di asfalto e di alcuni pozzi petroliferi.

E’ sede di imprese per la produzione del cemento, asfalti, bitumi, materie plastiche, laterizi, lana, pasta alimentare, materiale ferroviario e mobili. Caratteristica è la lavorazione artigianale. L’agricoltura dà ortaggi, grano, agrumi, olive e legumi.

Fiorente è l’allevamento e la pesca; lungo la fascia litoranea è  in crescente sviluppo il turismo. La città che sorge sopra un lungo sperone, tra due valloni, è formata da due nuclei, uno di aspetto moderno, l’altro  di aspetto pittoresco.

L’agricoltura, cui si dedica la maggior parte della popolazione, segue la natura del terreno  per cui  le  coltivazioni  sono diverse; vi è la produzione di primizie che vengono esportate anche all’estero.

Nella zona collinare vi è la coltivazione del carrubo che è la principale fonte di reddito dei terreni pietrosi e che appunto in questa provincia, come in quella siracusana, trova la sua maggiore diffusione. Man mano che si sale la collina, il carrubo viene sostituito dai pascoli con bovini di razza pregiata,  i campi sono coltivati a grano. Nella pianura,  particolarmente favorita dal clima, prosperano le viti, gli agrumi.

 

 

                                               La Cattedrale

 

 

Quanto all’industria sono importanti i caseifici e le distillerie di alcool  che sfruttano la grande produzione di carrube; l’attività estrattiva sfrutta i giacimenti di asfalto per la produzione di materiali per la pavimentazione stradale, mattoni d’asfalto, bitume , ecc..

L’industria  petrolifera , dal 1953 gestita dalla Gulf- Italy e Company, estrae il greggio dai diversi giacimenti presenti nella zona. Molto importante è la produzione di mandorle che confluisce  a Catania  per essere poi esportata anche all’estero.

Ragusa è una città nuova, ha strade lunghe e diritte, di origine settecentesca, vede iniziare il suo nucleo antico attorno alla cattedrale. La facciata di S. Giorgio è una delle tante opere di Rosario Gagliardi, un geniale  architetto siciliano.

L’interno di S. Giorgio è ricco come tutti i monumenti del ‘700 ma non ha pregi architettonici, ha solo il portale gotico. Nella lunetta centrale  dell’arco  un rilievo di S. Giorgio che uccide il drago.

Nella vicina Piazza Polo sorge un’altra chiesa barocca, quella di S. Giuseppe, che presenta una facciata grandiosa, simile a quella di S. Giorgio. Poco lontano vi sono le chiese di S. Antonio, di S. Francesco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trapani

 

 

La provincia di Trapani si estende nella parte della Sicilia occidentale e offre al visitatore diversi paesaggi: il mare azzurro limpidissimo, che lambisce le coste, alternate tra spiagge e scogliere; il bianco delle Saline; il verde dei vigneti e degli uliveti, delle campagne dell’entroterra e delle zone protette; il giallo ocra dei templi greci e dei monumenti.

 Trapani è stata colonizzata a partire dal ventesimo secolo a.C., conosciuta dai Sicani e dagli Elimi che fondarono Erice, Segesta ed Entella, fu in seguito abitata dai Fenici che resero l’isola di Mozia uno dei loro insediamenti commerciali più fiorenti. Nell’ottavo secolo i greci si stabilirono in Sicilia e fecero raggiungere alla città di Selinunte il suo massimo splendore nel quinto e nel sesto a.C. Dopo la battaglia delle Egadi, la provincia subì il dominio dei Romani che durò fino al quinto secolo d.C. Nell’827, gli Arabi sbarcarono a Mazara del Vallo e vi rimasero per circa tre secoli. Il periodo arabo-normanno è uno dei più importanti che segnano la storia e le civiltà siciliane; in seguito vi furono gli Svevi e gli Aragonesi. Nel 1738, con la pace di Vienna, la Sicilia venne assegnata ai Borboni che dominarono fino all’11 Maggio 1860, quando l’esercito dei Mille,  guidato da Garibaldi, sbarcò a Marsala. Il patrimonio artistico-monumentale comprende dai parchi archeologici di Selinunte, Segesta e Mozia, alle Chiese barocche, dai castelli medioevali ai monumenti arabo-normanni.

 

Tradizioni, artigianato, gastronomia.

 

Siano le preghiere rivolte al Cristo e alla Madonna Addolorata durante i riti e le Processioni della Settimana Santa che si svolgono in tutta la provincia di Trapani; bellissima è la processione dei Misteri di Trapani che si protrae per 24 ore attraverso le strade del centro storico.

I canti come “cialòme”, intonati dai  “tonnaroti” durante la pesca che ogni anno si svolge a Favignana; i canti di lavoro dei salinai, per cadenzare le fasi della raccolta del sale marino nelle saline lungo la Via del Sale, da Trapani a Marsala, appartengono alla tradizione dei siciliani.

Percorrendo le strade delle località della provincia, non si può fare a meno di sostare nelle botteghe di Erice, che espongono tipici tappeti e variopinte ceramiche; nell’antico baglio di Scodello, famoso per le belle ceramiche di linee moderne;  nei negozi di San Vito Lo Capo, per l’artigianato del ferro battuto e per i cesti lavorati con intreccio di fibre vegetali di palma nana; nelle botteghe dei corallai trapanasi, dove continua l’antica tradizione dell’arte del corallo.

Particolarmente originali sono i “pani votivi”, vere sculture di pane, realizzate a Salemi per la tradizionale festa “le cene di San Giuseppe” che ogni anno si ripete nel mese di Marzo. La gastronomia di Trapani offre un’ampia scelta di piatti tipici: dal cuscus, di origine araba, alle “busiate”, pasta fresca fatta a mano, condita col pesto alla trapanese, alla pregiatissima bottarga di tonno al ragù di tonno; dai dolci di badia ericini, a base di mandorle e conserve, al gelato e alle granite di gelsomino. Infine, l’ottimo vino di Marsala da gustare a piccoli sorsi per ripercorrere con la mente un bellissimo viaggio in quest’angolo di Sicilia.

 

 

 

Mulino nelle saline di Trapani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caltanissetta

 

È una dei nove capoluoghi di provincia della regione Sicilia.Il suo nome attuale deriva dall’arabo Qual’atan –nisa ,cioè “castello delle donne”; in realtà il suo nome sarebbe prearabico “Kastra”e “Kalaetha”per indicare l’ubicazione della città tra le montagne. Lo storico Tucidide narra che nel 427 a.C. Nissa era una città della Sicilia presidiata dai Siracusani. Conquistata nel 123 a.C. da Lucio Petilio che ne fece una colonia romana chiamata dal suo nome Petiliana, in seguito la città fu conquistata dai saraceni aglabiti che la chiamarono Kastra-Nissa. La città attuale cominciò a svilupparsi intorno al castello di Pietrarossa nel 1806. Caltanissetta partecipò alla violente lotte di successione che si scatenarono in Sicilia alla morte di Federico di Svevia tra Carlo d’Angiò e Corradino di Svevia, erede legittimo per molto tempo. La città fu governata da una famiglia nobile siciliana i “Moncada” tanto che essi cominciarono a far costruire il Palazzo Moncada, una vera e propria reggia però mai ultimata.

 

                                                                 Chiesa di San Sebastiano

 

Con l’età moderna inizia per Caltanissetta un periodo di decadimento che durerà fino al 1818 quando viene eletta capoluogo e più tardi nel 1844 diocesi. Un momento di grande prosperità arrivò all’ inizio del 1900 con lo sfruttamento dei giacimenti di zolfo, allorché Caltanissetta, diviene capitale dello zolfo. Questo primato venne insidiato dalla concorrenza americana tanto che l’ attività estrattiva cessò del tutto. Oggi le vie delle miniere possono rappresentare una pregevole occasione di turismo culturale, un ponte attuale tra il passato e il presente.

La passeggiata per la città ha inizio da Piazza Garibaldi centro storico di Caltanissetta, in cui si incrociano le due principali piazze, Corso Umberto I e Corso Vittorio Emanuele. Il centro della piazza, occupato dalla “Fontana del Tritone”, è un gruppo bronzeo rappresentante un cavallo trattenuto da un tritone (figura mitologica metà uomo e metà pesce). Sulla piazza si elevano diversi edifici monumentali: la Cattedrale di stile barocco dedicata a Santa Maria la Nova e a San Michele. Di fronte è situata la chiesa di San Sebastiano, omaggio della città al Santo per la liberazione dalla peste. Sul lato nord della piazza si trova il palazzo del municipio nato sulle ceneri della chiesa di Santa Maria S.S. Annunziata. Sul lato sinistro del municipio si vede il grandioso palazzo Moncada. Costruito tra il 1635 e il 1639  rimase incompleto forse per insufficienza di mezzi o per via del trasferimento dei Moncada.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un paese di provincia

 

Piazza Armerina

 

Piazza Armerina è una città molto antica, percorrendo le sue vie, ci si appropria delle meraviglie che conservano i suoi palazzi, i suoi monumenti, i suoi portali. Infatti non solo è legata fortemente al proprio passato Normanno, ma da millenni è al centro della storia.

Nonostante gli scavi archeologici effettuati nella contrada Casale rimangono poche notizie certe. Noti invece sono gli avvenimenti della città a partire dall’insediamento normanno in Sicilia, che si svela con le opere d’arte, e con la caratteristica parlata gallo-italica dei piazzesi .

Piazza Armerina ha vissuto tutte le vicende storiche siciliane per esempio la dominazione Sveva, quella Angioina ed altre. Ma è la città stessa che custodisce gelosamente il suo passato, per poterlo ammirare si può guardare il suo magnifico castello oppure il Duomo, e le chiese.

Percorrendola si può notare la suggestiva Villa Romana del Casale costruita in epoca romana. La vera città comincia ancor prima di entrarci perché l’occhio inquadra subito il maestoso Duomo. Da via Mazzini si entra nel centro storico e si ha la sensazione di essere in un’altra dimensione con le strade strette, le case antiche ecc. Un’altra bella struttura è il municipio al quale si accede attraverso un bellissimo arco, scolpito per ospitare alcuni monaci benedettini scampati alla distruzione dell’Abbazia Fundrò. L’esterno è di stile barocco, ed è caratterizzato dal bellissimo portale in tufo. All’interno si trova una Madonna di marmo. Il palazzo Trigona ha un prospetto squadrato, alla sommità svetta un’aquila che trattiene tra i suoi artigli lo scudo araldico della famiglia.

Altri bellissimi palazzi sono (Il Palazzo di città, il Castello Aragonese, la Chiesa di Sant’Ignazio, la Chiesa di Sant’Anna, il Chiostro del Seminario, la Chiesa di S. Giovanni e la Chiesa dei Teatini).

 

Da S. Andrea a Piazza Vecchia

 

Se si vuole raggiungere la Villa Romana del Casale si deve percorrere prima un itinerario periferico, è consigliabile seguire la strada che porta al priorato di S. Andrea per guardarla dall’esterno. Dopo un km arriviamo alla Chiesa di Santa Maria del Gesù. Percorrendo ancora arriviamo nella piccola chiesetta di Piazza Vecchia. 

 

Villa Romana del Casale

 

La visita alla Villa Romana del Casale, oggi patrimonio dell’UNESCO e dunque dell’umanità, comincia dalle terme: i primi ambienti che si incontrano sono il Frigidarium, il Tiepidarium e il Calidarium. Si accede poi ad una stanza allungata dove c’è raffigurato un mosaico; si passa dopo al grande peristilio, attraverso un colonnato, si apre il lungo ambulacro della Grande Caccia. Poi si passa al triclinium una grande stanza quadrata con tre absidi, i cui mosaici sono tratti dalla mitologia classica.

 

Il Palio dei Normanni

 

Nel corso delle guerre tra Cristiani e Saraceni vi fu una rivolta che causò la morte di questi ultimi. Per ricordare questo avvenimento il 13 e il 14 agosto di ogni anno si rivive la storia nei costumi tradizionali. Tutto comincia il 13 quando i cavalieri del conte Ruggero attraversano tutte le strade del paese. Il tragitto alla fine porta a piazza Duomo, dove vengono accolti dal magistrato che consegna loro le chiavi della città.

 

Maria  SS. Delle vittorie

 

Il palio dei normanni si inserisce nei festeggiamenti della patrona Maria S.S. Delle vittorie. Il vessillo della Madonna nel 1161 si perse e fu ritrovato nel 1348, nel periodo in cui c’era la peste. Fu riportato nella città e la peste cessò.

 

Parco Ronza

 

La città di Piazza Armerina dà l’opportunità di scoprire il gusto di una salutare giornata trascorsa all’aria aperta. Qui sono possibili lunghe passeggiate a piedi, si incontrano molti animali. Tutta l’area è dotata di barbecue e di legna già tagliata per fare un pic-nic.

 

  

Ragazza in bikini (particolare dei Mosaici)

San Giovanni Degli Eremiti

 

E’ ubicato nella zona sud-occidentale della città vecchia (Albergheria) ed è raggiungibile dalla via Benedettini attraverso un cancello che immette nel giardino che circonda l’intero edificio. La florida vegetazione sembra voler custodire il silenzio solenne che vi regna ancora oggi.  

La costruzione, ormai in condizioni fatiscenti, rievoca tempi lontani, quando i monaci, ripercorrendo il cammino del chiostro, favoriti dal leggero fruscio delle foglie, mosse da un lieve venticello, si dedicavano alla meditazione o alla lettura dei testi sacri.

 

 

SAN GIOVANNI DEGLI EREMITI

 

Le prime notizie attendibili sul monastero risalgono al VI sec. quando S. Gregorio edificò S. Ermete. Gli Arabi ne fecero una moschea, ma con Ruggero II tornò ad essere un luogo cristiano.

Ripristinato, dunque, l’ordine iniziale, il monastero venne affidato a Guglielmo da Vercelli ed a Giovanni di Nusco. Poiché la regola dell’ordine imponeva ai frati di condurre una vita eremitica, prese il nome di S. Giovanni degli Eremiti. Da allora, grazie alle ingenti donazioni di Ruggero, la chiesa divenne la più ricca fondazione latina in Sicilia. Con l’estinzione della dinastia degli Altavilla, il monastero cadde in abbandono al punto che il cardinale Nicolò Orsino, che nel 1464 ne fu l’abate, chiese a Papa Paolo II di trasferirvi i monaci di San Martino Delle Scale.

Fu in seguito al giuramento, sull’osservanza dei Capitoli del Regno e dei privilegi della città, di Carlo V che le sue condizioni migliorarono; l’imperatore dotò infatti con le sue rendite sei prebende di canonici della Cattedrale, che erano state soppresse. Con il passare degli anni, però,  condannato ad un irrimediabile deterioramento, non resta traccia alcuna a testimoniarne l’antico splendore.

Oggi poco rimane di questo edificio, che accolse tra le sue mura due epoche di valore rilevante per la storia della Sicilia: il periodo dell’occupazione araba e della dinastia degli Altavilla.

La costruzione ha subito notevoli restauri tra la fine del secolo XIX e l’inizio del XX con l’obiettivo non solo di consolidare l’edificio, ma di ricostruire gli eventi storici avvenuti.

 

                                                        INTERNO DELLA CHIESA

 

La sua attuale bellezza risiede nella parte esterna. Le pareti interne costruite con estrema semplicità sono costituite da superfici prive di elementi decorativi e perfettamente squadrate. Su questa costruzione spicca il campanile (restaurato nel 1930) caratterizzato da finestre con ampi rincassi, la sua struttura severa  culmina con una cupoletta rossastra.

Altra importante caratteristica sono le quattro cupolette poste a due a due sul corpo principale della chiesa e sul transetto. La loro forma ricorda i  melograni, la loro superficie è molto levigata. L’antica struttura prevedeva la presenza di una piccola cornice, che delimitava il tamburo dalla calotta emisferica ricoperta di calce grigio-rosa per impermeabilizzarla.

Oggi la chiesa è sconsacrata ed entrandovi si resta un po’ delusi per l’assenza di decorazioni. Sopra la porta si trova una sola finestra ogivale aperta; nel periodo medioevale restava invece sempre chiusa con un prezioso traforo che  creava un disegno geometrico. Una copia in gesso si trova nella finestra interna sopra l’arco della navata, mentre l’originale è stato portato a Palazzo Abbatellis. A queste finestre fu data, nel tempo, una forma rettangolare, ma grazie ad alcuni sapienti restauri ritornarono alla loro forma originale.

…“ La pianta della chiesa è a croce latina. La navata principale è suddivisa trasversalmente, da un robusto arco ogivale in due quadrati sormontati dalle cupole, che si raccordano con i muri perimetrali per mezzo di tamburi ed archetti acuti che a triplice ghiera determinano agli angoli quasi delle nicchie. Un altro arco ogivale limita anteriormente il transetto che ha tre absidi semicircolari. Di queste, solo la centrale si pronunzia all’esterno ed ha una finestra ogivale. Ai lati si trovano la protasi e il diaconico, nei quali una volta erano internamente visibili le absidi minori. Oggi, essendo stata la protasi usata come sacrestia, l’emiciclo non esiste più.” Si legge sul testo “San Giovanni degli Eremiti” Giovanna Cassata.

 

 

PIANTA DI SAN GIOVANNI DEGLI EREMITI

(In nero i resti della moschea)

 

Nel febbraio1882 furono ritrovati resti di un monumento costituito da una parte principale di forma rettangolare, diviso in due navate da una fila di sette pilastri, dei quali gli estremi sono incassati a muro. Da essi si diramano degli archi ogivali che dividevano la sala in dodici scomparti. Uno di questi fu ritrovato nella parte centrale del muro perimetrale del diaconico. Gli studiosi hanno avuto dei dubbi sulla sua appartenenza alla moschea musulmana. E’ stato scoperto un secondo corpo che era in origine un portico addossato al muro settentrionale, distrutto probabilmente durante la costruzione della chiesa normanna. Un altro corpo, del quale rimangono poche rovine, è un monumento situato vicino ad una grande sala innalzato durante la dominazione araba. Tale luogo per volontà di Ruggero II divenne il cimitero di corte, difatti sono stati trovati dei loculi dei quali soltanto uno racchiude i resti di un guerriero (una spada, un pugnale, un frammento del cappuccio: oggetti conservati oggi al museo di Palazzo Abbatellis).

 

 

CUPOLE ESTERNE

 

I resti di un affresco sono stati trovati nel muro orientale; una delle antiche finestre  fu murata e nell’arco del vano venne dipinta una Madonna con due santi a lato. Ha le caratteristiche di una pittura del sec. XIII e conserva il tratto dei mosaici e delle pitture bizantine. Particolari tipici di quella età sono i contorni neri delle figure, le pieghe delle vesti e la rigida frontalità. La Madonna è seduta su un trono riccamente dipinto, da cui scende un drappo ricamato con decorazioni simili a quelle del trono. Forse teneva in braccio un bambino, perché sopra il suo ginocchio si intravede un piccolo piede. Le altre due figure sono S. Ermete con la barba e la mano appoggiata al petto in segno di reverenza e San Giovanni senza barba. I due santi sembrano creare un filo di continuità tra l’antico monastero gregoriano e quello voluto da Ruggero II per gli eremiti di Monte Vergine.

Altre pitture furono molto probabilmente distrutte da Carlo V, quando, per restituire splendore al monastero, distrusse il cimitero per ampliare lo spazio dell’antica chiesa medioevale. 

 L’annesso chiostro, costruito alla fine del sec. XII, dove erano soliti raccogliersi in meditazione i monaci, sopravvive in tutta la sua eleganza e il suo splendore, con le sue leggiadre colonnine e l’annesso pozzetto. E’ costituito da una serie di colonnine binate, poggianti su di un muretto e sormontate da capitelli,  arricchiti con foglie di acanto, su cui poggiano gli archi acuti. Il giardino è ricco di piante esotiche, mentre nel chiostro dominano i roseti e qualche albero di agrumi. In questi luoghi si ha la sensazione che il tempo si sia fermato, per il silenzio solenne che vi alberga, solo la natura rigogliosa e verdeggiante continua a ripetere il miracolo della vita.    

 

 

 

 

 

Sull’importanza del monastero di San Giovanni Degli Eremiti

 

All’Archivio Storico Siciliano, nell’estratto del testo sul “Monastero di San Giovanni Degli Eremiti e sopra un Sugello inedito a quello appartenente”, di Isidoro Carini, dell’anno 1873,  a pagina 4 si legge: “Poiché tanti celebri scrittori hanno illustrato la storia di Monte Cassino, dell’antichissimo monastero romano di S. Paolo, della Trinità della Cava presso Salerno, di monte Vergine presso Avellino; se tanti libri esistono sulle celebri badie di Farfa, di Casauria, della Novalesa; sul gran monastero di Bobbio, sulla famosa scuola monastica fondata da Cassiodoro nel ritiro di Vivaria ecc. per limitarmi alla sola Italia, perché spiacerebbero pochi cenni sul nostro S. Giovanni degli Eremiti, sì poco noto e pur tanto meritevole di esserlo?….”

E’ sicuro che S. Gregorio il Grande, dopo aver lasciato a Roma il posto di Prefetto Urbano, per  ritirarsi nella quiete del chiostro, fece costruire sette monasteri, di cui sei in Sicilia ed uno a Roma. Egli intendeva (come nota l’Amari) aprire ai profughi italiani, che fuggivano dalle invasioni longobarde, un asilo nell’isola.

Un altro motivo, indotto dagli antichi studiosi, è che Gregorio, nato a Roma, vantava per parte di sua madre Silvia, origini siciliane. In ogni caso è sicuro che Egli ebbe grande interesse per la nostra terra e lo lascia intendere nelle sue numerose lettere scritte a Pietro suddiacono, rettore di S. Pietro in Sicilia e a vari vescovi o personaggi illustri dell’isola. La costruzione di questi primi ricoveri è anche assicurata dalle testimonianze degli storici e degli scrittori del suo tempo. Così attesta Gregorio di Tours:” In rebus propriis sex in Sicilia Monasteria congregavit….” Scrive Paolo Diacono: Sex denique in Sicilia monasteria construens…”. Su questi scritti incontestabili si conferma il numero di sei Monasteri Gregoriani.

Ed è chiaro che in essi si professasse la regola benedettina, anche perché nessuna varietà di ordini poteva essere ammessa nei primi dieci secoli, lo stesso cardinale Baronio che nei suoi Annali aveva posto S. Gregorio tra i monaci occidentali, moribondo aveva affermato:” Reddo Divum Gregorium Beato Patri Benedicto”.

Dimostrato che Egli costruì sei monasteri, risulta difficile invece stabilire quali essi siano. Pirri dice che si trovavano a Palermo: S. Teodoro, S. Adriano, S. Ermete o San Giovanni degli Eremiti, i S.S. Massimo ed Agata, il Precoritano e il Pretoriano, quest’ultimo collocato nel quartiere di Seralcaldi, dove oggi si trova la Chiesa di S.Gregorio e dove si crede abitasse sua madre Silvia. Non parla di S.Martino, che era per le donne, e che, distrutto dai musulmani verso l’820, restò in questo stato per più di cinque secoli, finchè Angelo Sinisio non lo restaurò nel 1316.

Il Pirri nella “Notizia” riporta gli stessi nomi di Precoritano e Pretoriano tra i monaci Benedettini, e vi aggiunge al numero S.Martino. Anche Giovanni Mabillou conferma quanto detto dal Pirri, e Agostino Inveges li enumera così: San Giovanni degli Eremiti, S.Martino, Santa Maria, S.S.Massimino ed Agata, Pretoriano o Precoritano, S. Teodoro. Anche il Mongitore li attribuisce tutte e sei a Palermo e crede che fossero i seguenti:San Giovanni degli Eremiti, San Martino delle Scale, Santa Maria della Speranza, lontana un miglio dall’antica porta di Mazara, i S.S.Massimo ed Agata nel Parco nuovo, S.Teodoro, dove oggi si trova il Monastero delle Vergini ed il Pretoriano di incerto sito.

Contro queste opinioni furono i non palermitani. Il Gaetani infatti, lasciando a Palermo S.Ermete e San Martino delle Scale aggiunge S. Gregorio di Messina, S. Giovanni in Siracusa, un altro nei pressi di Licata e un altro tra Modica e Ragusa. Lo studioso Monsignor Di Giovanni afferma che la questione resta sempre incerta in mancanza di documenti, anche se il primo tra tutti resta sempre quello di S.Ermete, infatti in una lettera a Vittore, Vescovo di Palermo, si dice che il Cenobio fosse privo di un sacerdote che celebrasse il santo oratorio. Il Santo Pontefice scrive al Vescovo di nominarne uno affinché i monaci non siano costretti a introdurre nel Monastero un sacerdote straniero o di uscire per andare a sentire la messa.

In questo documento si vede quanto, in quei tempi, fosse ridotto il numero dei sacerdoti e perché venivano nominati solo i più dotti e i più virtuosi. Sorta infatti una disputa fra monaci e chierici, i quali non volevano che tra i primi si potessero istituire sacerdoti, Isacco, Vescovo di Siracusa, portò tale contesa al Papa Giovanni IV, che decise in favore dei monaci. In altre lettere si nota come il Papa si lagni di Urbico, ritenendolo poco prudente e poco costante, perché dovendo eleggere l’abate del Monastero Lucusiano aveva investito Domizio per la mattina e Bono per la sera, per questo motivo  lo stesso Papa, non volendo più fidarsi di lui, raccomanda al Vescovo Vittore di rifiutare l’elezione di Bono, inetto per la sua giovane età e di accettare quella di Domizio.

In questo documento il Pirri rileva che il Papa chiama per ben due volte il Monastero palermitano di S. Ermete il Monastero nostro e deduce come l’abate avesse piena autorità di costituire i superiori degli altri monasteri. Il Cenobio di Palermo era, dunque, la prima sede abbaziale di tutte la congregazione benedettina in Sicilia.

Alla morte di Vittore, si voleva elevare alla sede vescovile Urbico ma il Pontefice rispose di non costringere costui all’ufficio pastorale, e il suo successore fu un Giovanni.

Dove sorgesse il Monastero di S.Ermete si trova nel manoscritto di Pietro Cannizzaro “De religione christiana Panormi”, egli lo pone nei pressi del mare, vicino alla foce del fiume Oreto, nella pianura di S. Erasmo, dove sorse poi una chiesetta con questo nome. Altri invece lo collocano nel piano di San Mercurio, nel lato meridionale del Palazzo Reale e lo identificano con San Giovanni degli Eremiti. Ermete in verità vuol dire anche Mercurio.

In una lettera di San Gregorio Mariniano, invitato in Sicilia con una colonia di monaci tratti dai monasteri di San Giovanni in Laterano, Di Erasmo di Montelli e di S. Andrea di Roma, dice che questo Cenobio si trova unito al tempietto di S. Giorgio. Ora è proprio il Monastero di San Giovanni degli Eremiti che si trova vicino alla Chiesa di S. Giorgio. A questa corrispondenza topografica si aggiunge il fatto che esso fu abbandonato e distrutto ai tempi dei saraceni e fu ricostruito da re Ruggero.

I Normanni innalzarono i loro monumenti negli stessi luoghi in cui si trovavano prima della conquista musulmana e dove si raccoglievano i fedeli sin dal tempo dei bizantini. Come il re Ruggero legò il suo nome alla splendida Cattedrale di Cefalù, così lo volle legare al Cenobio in questione.

Il Fazello accenna che era pervenuta al Re normanno, nel 1132, la fama degli Eremiti, che sotto la guida di B. Guglielmo da Vercelli, in monte Vergine di Puglia, conducevano una vita di penitenza prima nella propria celletta e poi unendosi ad altri compagni avevano formato una congregazione benedettina, approvata da Papa Celestino II. Ruggero chiamò, nel 1132, lo stesso fondatore dell’istituto e fra Giovanni da Nusco, perché facessero rifiorire il derelitto Monastero, che egli dedicava a San Giovanni degli Eremiti.

Nel 1148 era già abitato da diversi monaci, possedeva molti terreni ed era presieduto da Giovanni Nusco; Guglielmo era ritornato a Monte Vergine, per desiderio di solitudine, dove poi era morto nel l142. Ruggero fa molte concessioni al Monastero: mitra, chiroteche, sandali, tunica, verga pastorale, anello e altre insegne pontificali per l’abate, dopo averne ottenuto l’uso dalla Santa Sede Apostolica; dà ai monaci ogni giorno 62 pani di semola, del peso di una libbra ciascuno, 6 pani di farina dello stesso peso; ogni anno mille condii (misura di capacità dei liquidi) di vino e 21 barili di tonnina; il giardino adiacente; per gli abiti 2352 scudi di oro sui proventi della dogana di Palermo, da pagarsi ogni anno in agosto. La Regia Curia doveva provvedere alla Chiesa, al Capitolo, al refettorio, al dormitorio, ecc. e fornire casule, cappe, camici, stole, manipoli, zone; flebotomo e medico ai religiosi.

Il Monastero doveva godere per un intero giorno la settimana dell’acqua del fiume Matthasadit; due barche potevano pescare liberamente nel porto di Palermo e nel mare; ogni importazione o esportazione esente da dogana; far legna nei boschi di Sicilia e Calabria; diritto di pascolo per gli animali in tutte le terre demaniali; ammettere qualunque persona nel monastero con tutte le sue proprietà. Dovevano solo due pani al re ed ai suoi successori, che si trovassero dentro il Monastero accolti come gli altri forestieri.

Il Re elevò gli abati di San Giovanni degli Eremiti a Cappellani maggiori e diede loro il primato su tutti gli altri prelati. Fu inoltre il cimitero di quanti abitavano nel Regio Palazzo, tranne per i Re. Sotto Ruggero nacque il tempietto, la cui cupola, come quella della Cappella Palatina, della Martorana, di S.Cataldo e di San Giovanni dei Lebbrosi, risultante da una sezione di sfera sostenuta sopra uno spazio quadrilatero, somiglia a quella cupola che dalla Mesopotamia passò in Egitto e in Africa.

L’arte siculo-normanna, che rivaleggiò con i monumenti di Pisa e Venezia nei secoli XI e XII, si formò dall’unione di tre stili diversi: lombarda- bizantina – araba, che felicemente si incontrarono a Palermo, in questa splendida città dove le tradizioni degli Arabi poterono accoppiarsi bene agli elementi cristiani. Quest’arte creò la Reggia dei Re e la Cappella di San Pietro, il castello di Fawarah o Maredolce, l’altro di Menaeri e San Giovanni degli Eremiti.

Dell’antico monastero oggi restano le rovine del chiostrino, attiguo alla chiesa, cinto da portici con archi acuti, sorretti da colonnine binate, poste su un muretto. Le costruzioni che vi furono aggiunte, prolungarono lateralmente il braccio del diaconico, che forma un angolo retto con le antiche costruzioni. Il tempio a croce latina ha un’unica navata divisa in due quadrati, sormontati da due cupole. Esse contengono degli elementi arabi, perché la scomposizione del quadrato in poligono, con le nicchiette nei lati per iscrivervi la base circolare della cupola è di costruzione interamente araba.

L’illustre D. Saverio Cavallari, Direttore delle Antichità Siciliane, intervistato così risponde:” Relativamente a questo quando la S.V. desidera sapere da me sui concetti e sulle caratteristiche architettoniche, che si osservano nella chiesa di San Giovanni degli Eremiti di Palermo, io mi permetto sommettere al giudizio suo quelle osservazioni che precisamente si riferiscono alla pianta di quella chiesa, alla sua elevazione, ed allo stile delle sue decorazioni. La pianta non ha riscontro alcuno con i monumenti nostri conosciuti………L’irregolarità di questo tempietto non ha riscontro con la forma delle chiese greche, né con quella delle chiese latine di Occidente; però una tale irregolarità può rinforzare la supposizione che sia stato costruito sui ruderi di un altro edifizio più antico, del quale non rimane alcun vestigio…”

Guglielmo I continuò a proteggere il Cenobio per come aveva fatto suo padre, che ne aveva fatto un oggetto di vera predilezione. Infatti nel 1157 donò un romitorio situato nel bosco Adriano, fra Bivona e Prizzi, dove frate Giovanni de Nusco, in cerca di solitudine, chiese e ottenne di rifugiarsi prima di morire nel 1163.

Dopo tre anni all’abate Donato, da parte di Guglielmo II, venne donato un diploma, la concessione dell’acqua per il mulino Elrylbii e la facoltà di poterne costruire un altro dentro o fuori la città usufruendo delle acque del fiume Kemonia.

Di epoca sveva è il sugello, che ci rivela il nome di un altro abate. Si vedono noti quadrati che si intersecano l’uno con l’altro e dentro di essi è visibile l’Aquila Sveva e il pastorale. Tutto intorno nei caratteri che da soli basterebbero a determinare quel periodo, chiuse in un cerchio di puntini si leggono queste parole:”+ S’FRS : F,DERICI : AABT,: MON : SCI: YO : HEMITR” cioè “Sigillum Fratis Frederici Abatis Monasterii Sancti Joannis Heremitorum”.

 

 

SUGELLO

 

L’importanza che aveva l’abate del nostro Monastero si rileva anche dal fatto che nell’inchiesta fatta dal delegato Apostolico sulla lite fra l’imperatore Federico e Arduino, Vescovo di Cefalù, intervengono come giudici Fra Giacomo, Abate del nostro Cenobio, e il religioso Fra Bonifacio, insieme con il priore di Castrogiovanni Fra Leone.

Dell’antica abbazia di S. Ermete fu eletto un successore alla Sede Arcivescovile di Monreale; un Ruggero Abate di San Giovanni è ricordato in una pergamena latina, del 13/ giugno/1352, della Cattedrale di Palermo. Nel 1392 re Martino conferì abate frate Giovanni Randazzo, che era stato inviato a Barcellona, insieme ad altri, per sollecitare la venuta in Sicilia di Martino e Maria.

Lo stesso re più tardi conferì un frate di Siracusa.

Nel 1430 comincia con il Vescovo Martin Gallo la serie degli abati Commendatari

Nel 1435 re Alfonso nomina abate Giovanni de Centelles

Nel 1452 diventa Abate Mastro Giliforti dei Buonconti

Nel 1464 il Cenobio è in decadenza, e il cardinale Giovanni Niccolò degli Orsini chiese a Papa Paolo II di trasferirvi alcuni benedettini da San Martino delle Scale.

Nel 1474 re Giovanni conferì l’Abbazia a Don Filippo di Aragona incorporandola al priorato di Santa Maria Di Delia.

Nel 1487 la possedeva Don Alfonso d’Aragona, Arcivescovo di Saragozza, nipote di re Giovanni e figlio illegittimo di Ferdinando II.

Nel 1521 viene eletto Commendario Don Inigo De Mendoza, fatto cardinale da Papa Clemente VII; l’imperatore Carlo V dotò, con una concessione fatta in Pamplona il 12 dicembre del 1523, con le rendite dell’Abbazia, sei canonici del Duomo di Palermo, che erano venuti a mancare per diminuzione del patrimonio e che erano stati soppressi con una bolla di Eugenio IV.

I sei canonici presero il nome di Eremiti, Millenari, Centenari, del Porto, della Tonnara, dell’Albergaria; costoro venivano dopo gli altri diciotto che erano nel Duomo, nel 1524 fecero un accordo ed elessero un Abate.  

Le rendite di San Giovanni degli Eremiti vennero unite al Capitolo di Palermo ed il Cenobio venne dato da Clemente VII ai benedettini di Monreale.                                     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Hanno collaborato alla stesura di questo testo gli alunni della classe III B.

 

       Anzallo Giuseppe                        Mandarino Mihaela

       Barresi Denita                             Mattina Stefano

       Bevilacqua Alberto                     Messina Osvaldo

       Bonanno Giuseppe                      Monte Davide

       Bonasia Stella                              Nicolosi Giuseppe

       Ciulla Laura                                 Perri Giuseppe

       Faraci Salvatore                           Polino Giuseppe

       D’Angelo Orama                         Puzzangara Lavinia                                                 

       Giunta Emilio                              Saldigloria Giuseppe

       Giunta Maria Stella                     Siciliano Maria

       Giunta Stella                                Strazzanti Tiziana 

       Gueli Stella                                  Vetriolo Giuseppe 

 

Ha coordinato i lavori la prof.  Maria Teresa Cigna.

 

 

Si ringrazia l’Associazione culturale SICILIA E DINTORNI per il reperimento del materiale “San Giovanni degli Eremiti” di Giovanna Cassata e “Sul Monastero di San Giovanni degli Eremiti” di Isidoro Carini, attraverso ricerche effettuate presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana.