IL Canto Gregoriano

 

 

Gregorio Magno, di famiglia senatoria romana, discendente dalla gens Anicia, dopo aver rivestito delle cariche pubbliche si ritirò a vita monastica. Rimase a Costantino=

poli, come legato di papa Pelagio II presso l’imperatore d’Oriente, circa sei anni.

Nel 510 fu eletto papa. Aiutò la popolazione romana durante la peste e anche quando essa era tormentata dalla fame. Difese i possedimenti pontifici dai Longobardi e nel 593 mosse contro Agilulfo che marciava verso Roma, riuscendo a salvare la città, ma


impegnandola al versamento di 500 libbre d’oro all’anno alla monarchia longobarda.

 

 

 


Favorì l’opera della cristianizzazione  di questo popolo insieme alla regina Teodolin=

da. Curò l’amministrazione del popolo scegliendo i “rectores” fra i membri del clero romano, cercando di assicurare la giustizia e l’ordine.

Egli riunì tutti i canti sacri in un grande libro: l’Antifonario, pretendendo che anche nell’Occidente fossero eseguite soltanto melodie gregoriane.

Ordinò il canto liturgico romano che da lui prese il nome di gregoriano. Il suo svol= gersi lento e calmo, quasi fuori dal tempo, invogliava i fedeli alla contemplazione della grandezza divina e al distacco dalle cose terrene. Era per questo motivo a ritmo

libero, le note si susseguivano senza il rigore delle stanghette, senza quindi essere suddivise in battute, per seguire fedelmente gli accenti del linguaggio parlato.

L’assenza del ritmo è l’elemento più caratteristico del canto gregoriano. Tale assenza era dovuta alla convinzione che esso, appunto, fosse  strettamente legato alla quoti=

dianità della vita terrena e perciò lontano dalla spiritualità.

Inoltre era vocale, affidato rigorosamente alle sole voci, in quanto preghiera (Era uno scandalo in quei tempi fare entrare in chiesa uno strumento musicale!). Il testo era in latino.

 

 

Il canto gregoriano è giunto fino ai nostri giorni, grazie ai centri di cultura musicale

che erano i monasteri, le abbazie e i conventi, soprattutto benedettini, dove le musi=

che venivano trascritte a mano dai monaci. Lo sviluppo del gregoriano fu favorito anche dalla formazione di una Schola Cantorum in Roma, frequentata per ben nove anni dai coristi, che imparavano a memoria tutte le partiture, dal momento che non esisteva la stampa musicale.


 

 

 


I gesti della mano del direttore erano un valido sussidio mnemonico per orientare i cantori nell’apprendere le melodie. La loro collocazione era vicino l’altare, dove in piedi e in posizione eretta venivano eseguite le melodie sia a “dialogo”, fra un soli=

sta e il coro (canto responsoriale), sia “monodico”, da un solista o da un coro omofono (cioè tutte le voci cantavano la stessa melodia),o infine dal coro diviso in due parti (canto antifonale).


 

Le varie forme del canto gregoriano erano:

1)     Salmodico o accentus, tratto dai salmi (erano versi di lode a Dio tratti dalla Bibbia), la lettura era sillabica, una nota per ogni sillaba, cantata sempre  dal celebrante sullo stesso tono (monotonale o canto piano).

2)     Melismatico o concentus, era il canto vero e proprio che nacque come risposta all’accentus. Esso veniva eseguito dai fedeli o dalla Schola Cantorum. La melo=

    dia era ricca di melismi, ossia di tante note attorno ad una sola sillaba. Un esempio       

    è l’alleluja sulle cui vocali ruotavano tante note.


 

 

 

 


I segni verticali interposti al testo hanno la sola funzione di delimitare le frasi del versetto ai fini della respirazione;

Le doppie stanghette delimitano i versetti interi.

Le “i j” poste dopo un versetto sono segno di ritornello ed indicano quante volte il versetto va ripetuto ( i j = 2 volte). (i i j = 3 volte, ecc.).

La chiave posta all’inizio di ogni rigo è la chiave di DO che si trova sulla terza linea, quindi tutte le note che si trovano su questa linea si chiameranno sempre DO.

Come è evidente, le note non avevano la forma attuale cioè arrotondate, ma erano quadrangolari o romboidali e la scrittura veniva chiamata “quadratica”. A tale scrittura si giunse in seguito a quella “neumatica”, fatta cioè da “neumi”: punti, virgole, trattini arrotondati che trovavano la loro collocazione non sul pentagramma, bensì sulle parole da cantare per indicare l’alzarsi o l’abbassarsi del suono.

 


 

 Solo più tardi si videro le prime linee orizzontali di diverso colore, precedute da lettere dell’alfabeto per indicare le note: F= Fa (linea rossa); C= DO (linea gialla).


 

Con Guido D’Arezzo (monaco benedettino) si ebbe la nascita del primo rudimentale

pentagramma che conteneva quattro righi e prese per l’appunto il nome di “tetra=

gramma”.


 

 

 



E’ a lui che si deve l’invenzione delle note che egli ricavò dall’Inno a San Giovanni, prendendo le iniziali di ciascun verso, ossia la sillaba iniziale delle parole latine di ciascun rigo.

“Affinché i tuoi servi, possano cantare, a corde spiegate le tue mirabili gesta, togli la colpa, che contamina il labbro, o San Giovanni.”

Per memorizzare l’altezza delle note, Guido D’Arezzo fece uso della mano.

 


 


Con la sistemazione del repertorio gregoriano e la sua conseguente diffusione in luoghi molto lontani dal centro romano, dove le tradizioni musicali erano assai diverse, per il canto gregoriano vi furono grosse novità in quanto risentì dell’in=

fluenza esterna assumendo nuovi elementi. Nacquero così la Sequenza e il Tropo.

 La prima derivava dall’Alleluja e si inseriva in coda ai canti con una serie di vocalizzi (numerose note attorno ad una sillaba); il secondo è un arricchimento del canto: infatti vengono inseriti, all’interno del canto stesso, nuovi testi, sia cantati

che parlati. Così il gregoriano diventa sempre più elaborato. Ciò che rimase invariato

fu la monodia, cioè il canto ad una sola voce, ma si cominciava a delineare nel suo interno una forma nuova, detta “organum”, dove ad una voce principale che intonava una melodia (vox principalis), se ne affiancava una seconda che riprendeva la stessa melodia, ma ad una altezza diversa (vox organalis) cantando contemporaneamente alla prima.


Incomincia in qualche modo a nascere la prima forma di polifonia


Il canto gregoriano è rimasto per quattordici secoli il canto ufficiale della chiesa cattolica fino ad una ventina di anni fa.

 


 Esso accompagnava tutte le funzioni religiose e nella messa era presente abitualmente con le parti fisse che costituivano il canto ordinario  (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei), mentre Introitus, Graduale, Alleluja, Offertorium,


Communio erano facoltativi.

Atmosfera di un canto gregoriano

 


 


S

cendemmo al mattutino. Quell’ultima parte della notte, quasi la prima del nuovo giorno imminente, era ancora nebbiosa. Benché la chiesa fosse fredda, fu con un sospiro di sollievo che mi inginocchiai sotto quelle volte, al riparo degli elementi, confortato dal calore degli altri corpi, e della preghiera. Il canto dei salmi era iniziato da poco. Quando si giunse alla fine dell’Ufficio, l’Abate ricordò ai monaci e ai novizi che occorreva prepararsi alla grande messa natalizia e che perciò, come d’uso, si sarebbe impiegato il tempo prima di laudi provando l’affiatamento dell’intera comunità nell’esecuzione dei canti previsti per quella occasione. Quella schiera di uomini devoti era in effetti armonizzata come un solo corpo e una sola voce, e da un volgere lungo di anni si riconosceva unita, come un’anima sola, nel canto. L’Abate invitò a intonare il Sederunt. L’inizio del canto diede una grande impressione di potenza. Sulla prima sillaba si iniziò un coro lento e solenne di decine e decine di voci, il cui suono basso riempì le navate e aleggiò sopra le nostre teste, e tuttavia sembrava sorgere dal cuore della terra. Né s’interruppe, perché mentre altre voci incominciavano a tessere, su quella linea profonda e continua, una serie di vocalizzi e melismi, esso – tellurico – continuava a dominare e non cessò per il tempo intero che occorre a un recitante dalla voce cadenzata e lenta per ripetere dodici volte l’Ave Maria. E’ quasi sciolte da ogni timore, per la fiducia che quell’ostinata sibilla, allegoria della durata eterna, dava agli oranti, le altre voci (e massime quelle dei novizi) su quella base petrosa e solida innalzavano cuspidi, colonne, pinnacoli di neumi. E mentre il mio cuore stordiva di dolcezza, quelle voci parevano dirmi che l’anima (degli oranti e mia che li ascoltavo), non potendo reggere alla esuberanza del sentimento, attraverso di essi si lacerava per esprimere la gioia, il dolore, la lode, l’amore, con slancio di sonorità soavi”

         (Umberto Eco, Il Nome della Rosa, Bompiani,1980,p.413-415)