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Vincenzo Jannacci, in arte Enzo, nasce a Milano nel giugno del 1935. Le origini sono meridionali: il nonno pugliese emigrò nel settentrione poco prima dello scoppio della prima guerra mondiale(“Il mio è un problema di fame atavica”diceva Enzo in un suo vecchio spettacolo, ironizzando sulle ristrettezze economiche dei suoi antenati, e sulla sofferenza che dovettero patire in seguito alla mancanza di viveri). Cresce assorbendo le suggestioni della Milano di periferia(“La Milano che mi interessa è quella che soffre”), quella Milano che comincerà a descrivere a partire dagli anni ’60 con partecipazione e acuta ironia. Prima di inventarsi una nuova figura artistica, a cavallo tra cantante, performer e saltimbanco ha un lungo apprendistato musicale, a cominciare dal jazz, avviando collaborazioni coi più insigni rappresentanti del genere: Stan Getz, Gerry Mulligan, Chet Backer, Franco Cerri, addirittura Bud Powell, che gli insegnò a lavorare prevalentemente con la mano sinistra. Ma gli anni dell’apprendistato lo videro impegnato anche nel rock’n roll: è in questo contesto che comincia a lavorare con Celentano(fu il suo pianista per qualche anno), e soprattutto con Giorgio Gaber, il compagno di una vita, con cui ha condiviso, oltrechè la passione musicale, l’attenzione alla politica, ai temi sociali più scottanti, che trasferiranno nelle loro canzoni in maniera differente, ma entrambi con l’abilità di saper “mordere”, anche in maniera profonda, strappando sempre il sorriso(spesso amaro). Non è facile convivere con l’egocentrismo di Celentano, e così chi più chi meno cerca di intraprendere una carriera autonoma: alcuni, come Don Backy, falliscono clamorosamente il loro tentativo; altri, come Tenco, Gaber e Jannacci, invece, ce la fanno in pieno. Quest’ultimo, come si diceva, inventa un nuovo modello di artista, che farà mille proseliti, tant’è che che sono tanti i comici moderni che lo riconoscono come un punto di riferimento assolutamente imprescindibile. Ma è soprattutto grazie all’incontro con Dario Fo che il personaggio di Jannacci nasce e riesce a trovare dei consensi sempre più vasti, partendo da Milano e territori limitrofi, per poi espandersi, a partire dalla fine degli anni ’60, in tutta Italia. Frutto di questa loro straordinaria complicità è un recital importantissimo nella carriera del cantautore, dal titolo 22 canzoni. Con Fo vengono partoriti i suoi pezzi di maggior successo, che i più ricordano ancora oggi: da La luna è una lampadina all’Armando, senza dimenticare Veronica, Vengo anch’io, Prete Liprando e la mitica Ho visto un re, che dai palcoscenici passerà alle piazze, divenendo una delle canzoni-simbolo del ’68, amata in virtù di questa sua apparente innocenza, dietro alla quale i giovani contestatori avvertirono una graffiante satira sociale contro i potenti(così era, difatti). Presentata a Canzonissima, fu battuta da Scende la pioggia di Morandi: Jannacci se la prese al punto da volersi ritirare in America e specializzarsi in chirurgia generale, sotto la guida del professor Barnard. Negli anni ’70 le più grandi soddisfazioni arrivano come autore, soprattutto grazie alla fortunatissima collaborazione con Cochi e Renato, insieme ai quali scriverà decine di canzoni, alcune delle quali veri e propri cult, nonché grossi successi discografici(La gallina, Canzone intelligente, La vita la vita). E’un decennio, quello ‘70/’80, in cui la sua professione di medico prende un po’ il sopravvento sull’attività di cantante e interprete(anche cinematografico: è stato protagonista molto convincente di un episodio di Monicelli e soprattutto de L’udienza di Ferreri). Per cinque anni, dal ’74 al ’79, non tiene neanche un concerto(mentre continua a incidere nuovi brani, alcuni di grande fortuna, come Vincenzina e Quelli che…). La partecipazione come ospite a una serata di Paolo Conte è il preludio a una tournee trionfale del 1981, dove girava l’Italia con un tendone da 5 mila posti e una big band. “Chi non sa stare al tempo, prego, andare”recita il testo di “Ci vuole orecchio”, brano di grande fortuna con cui apre il decennio ’80. Enzo, invece, ha la grande capacità di adattarsi all’evoluzione del costume, di dare nuova linfa vitale ai suoi vecchi successi, creando soluzioni musicali che si adattino alle esigenze di chi lo ascolta: è un artista, insomma, che vede nel pubblico l’unico interlocutore, ed il pubblico lo ha ripagato seguendolo senza soste per un così lungo arco di tempo. Per la volontà di festeggiare un traguardo, così difficile da raggiungere in un ambito, quello musicale, in cui i miti bruciano in fretta, viene inciso nel 1989 “30 anni senza andare fuori tempo”, doppio disco live registrato nel luglio ’89, che raccoglie i maggiori successi, riarrangiati col piacere della sperimentazione fine a se stessa, del portare avanti col pubblico un dialogo sempre diverso, ma con un punto di convergenza costante: la satira sociale imbevuta di rarefazione, gusto per l’assurdo, che lo rende così amabile, e, certamente, uno dei poeti più dolci che l’Italia possa vantare. La copertina di “30 anni…”vede Enzo alle prese con l’italico gesto dell’ombrello: quel gesto era certamente rivolto ai potenti, a chi porta avanti una cattiva politica sociale, ma forse anche a chi in questi anni non ne ha compreso l’estro, la grande presenza scenica, oltrechè la sua abilità come musicista, e che magari ha pensato che il disco di cui sopra fosse una sorta di congedo, di arrivederci e grazie da parte del cantautore lombardo. Ma a dispetto di chi ha pensato queste sciocchezze, gli anni ’90 sono forse gli anni della vera maturità di Enzo. A partire da Guarda la fotografia, del 1991, si rivela una nuova anima, con una grinta inaspettata sia nei testi che nelle musiche. Per proseguire col riuscitissimo accostamento al teatro dell’assurdo, in compagnia di Gaber, in una personale rilettura di “Aspettando Godot”di Samuel Beckett. Quella marcata attenzione alla dimensione sociale inaugurata con Guarda la fotografia prosegue coi Soliti accordi del ‘94(con l’omonimo brano si presenta a Sanremo in compagnia di Paolo Rossi, dissacrando l’ambiente con ventate di pazzia e zampate contro il potere assolutamente inusuali nella manifestazione). Quando un musicista ride, del ’98, è un momento di riflessione fra una fase artistica e un’altra. Dal 12 ottobre 2001 è presente nei negozi di dischi il suo ultimo lavoro, Come gli aeroplani, realizzato in collaborazione col figlio Paolo: è la riconferma di una grande anima portata al pessimismo, che sa indagare con obiettività il marcio della società, ma sa anche trovare dei momenti di forte tenerezza e passione(come quando esalta Luna Rossa e gli eroi dell'ippica). Ci auguriamo che abbia un grande successo, perché lo merita, dal momento che in pochi possono vantare l’abilità di portare una carica di rinnovamento in qualunque campo si accostino. Ce l’ha fatta in TV(dalle squinternate esibizioni degli anni ’60, alla carica eversiva di trasmissioni come “Il poeta e il contadino”, senza dimenticare che la sua comicità assolutamente all’avanguardia ha ispirato i migliori programmi umoristici moderni, fra cui è d’obbligo menzionare Quelli che…il calcio, di cui è uno dei padri legittimi), in teatro(i recital La tappezzeria, L’incompiuter, Niente domande, E’stato tutto inutile, alcuni dei quali scritti col giornalista sportivo Beppe Viola), nella composizione di colonne sonore per il cinema(Romanzo popolare, Pasqualino settebellezze, con cui si guadagnò una nomination all’oscar), nonché nella professione di medico, nella quale ha dimostrato una generosità, una totale dedizione al paziente davvero assai rada nei nostri tempi.