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SETTEMBRE 2001: QUALE VERITA'?
Correlazione tra guerra e
ripresa economica
Dal
libro: «American Nightmare», di Sbancor -
edizioni Nuovi
Mondi Media
Warfare di Parvus
C'è una costante nella storia economica
degli Stati Uniti da più di un secolo a questa
parte. Ed è la stretta correlazione tra
interventi militari e ripresa dell'economia.
Questa correlazione è così stretta che chi
legga la tabella dettagliata dei cicli economici
americani che si trova sul sito di un istituto
governativo coma il National Bureau of
Economic Research si imbatte in questa
avvertenza: "I dati in grassetto si
riferiscono all'espansione economica dei periodi
di guerra, alle contrazioni economiche
postbelliche e all'intero ciclo che include le
espansioni dei periodi bellici". In altri
termini: dalla guerra civile americana in poi, il
nesso tra guerra ed espansione economica è
indiscutibilmente accertato e assolutamente
ricorrente. ma vediamo più da vicino la
questione, prendendo in esame le principali
avventure belliche americane dagli anni Quaranta
del secolo scorso a nostri giorni.
La Seconda Guerra Mondiale
Fu soltanto grazie all'ingresso nella Seconda
Guerra Mondiale e alla messa in opera della
macchina bellica relativa, e non grazie agli
investimenti di Roosevelt in opere pubbliche, che
gli USA riuscirono a risollevarsi dalla Grande
Crisi degli anni Trenta.
Lo ha ribadito non più tardi di qualche
settimana fa il premio Nobel per l'economia Peter
North, replicando a un incauto giornalista che
faceva presenti i meriti del keynesismo per
l'uscita dalla crisi degli anni Trenta: "Non
siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria
economica, ne siamo venuti fuori grazie alla
Seconda Guerra Mondiale".
Le cifre, del resto, parlano da sole. Durante il
New Deal rooseveltiano la spesa pubblica civile
era cresciuta dai 10,2 miliardi di dollari del
1929 ai 17,5 del 1939. Ciò però non aveva
potuto impedire che, nello stesso periodo, il PIL
calasse da 104,4 a 91,1 miliardi di dollari, e
che la disoccupazione invece salisse dal 3.2% al
17,2% della forza lavoro complessiva.
Dal 1939 lo scenario cambia. Il sistema economico
è dapprima tonificato dalla vendita di armi agli
inglesi e ai francesi (ma, come oggi sappiamo, le
grandi imprese americane, dalla Ford alla IBM,
non disdegnarono di fare contemporaneamente
affari anche con i nazisti), e poi
definitivamente rimesso in carreggiata con
l'ingresso diretto degli USA in guerra (dicembre
1941): il PIL riprende a crescere, la
disoccupazione viene praticamente azzerata.
La guerra in Corea
Subito dopo la guerra torna la crisi economica,
pur mitigata dalla domanda differita di beni di
consumo accumulatasi durante il conflitto, e
dall'avvio del Piano Marshall in Europa. Già nel
1949, comunque, gli USA sono nuovamente in
recessione. Provvidenziale, nell'estate nel 1950,
scoppia la guerra di Corea. Il risultato è una
fortissima spinta al riarmo. I Paesi della NATO
triplicano in soli 3 anni le loro spese militari,
che passano infatti dai 38 miliardi di dollari
del 1949 ai 108 miliardi del 1952. Ma la parte
del leone la fanno gli Stati Uniti, le cui spese
militari nel 1952-3 giungono al 15% del PIL. Non
a caso la guerra di Corea è tuttora considerata
"una caso paradigmatico" di "forte
incremento esogeno della spesa pubblica". Un
incremento che durerà a lungo: anche dopo la
fine della guerra, infatti, le spese militari,
pur diminuendo, resteranno a lungo attestate su
percentuali del PIL più che doppie rispetto agli
anni precedenti la guerra di Corea. Ma, ciò che
più conta, all'enorme incremento delle spese per
gli armamenti corrisponde una nuova fase di
espansione economica: definita, per l'appunto, il
"boom coreano".
La guerra in Vietnam
Nel 1961, quando John F. Kennedy raggiunge la
presidenza, gli USA sono da tempo in piena crisi
economica. La risposta e quella del Welfare e
dell'aumento della spesa pubblica. Ma, ancora una
volta, l'82% di questo aumento è ascrivibile
alle spese militari. Viene inoltre potenziata la
vendita delle armi ad altri Paesi (prima cedute
per i nove decimi gratuitamente). I risultati non
si fanno attendere: il valore delle armi vendute
dagli USA aumenta in sei anni di ben sei volte.
La guerra del Vietnam, e le relative spese
militari, tornate a superare il 10% del PIL,
ridanno slancio all'economia americana. La quale,
infatti, a partire dal 1964, conoscerà una delle
più lunghe fasi espansive della sua storia
(sfuggendo alle recessioni che in quegli anni
attanagliano l'Europa).
Anche in questo caso, il nesso tra impegno
bellico ed espansione dell'economia è chiaro
come il sole. Così chiaro da essere entrato nel
senso comune di chi si occupa di economia.
Tant'è vero che qualche tempo fa un
editorialista del Sole 24 ore si è potuto
lasciar sfuggire, come se niente fosse,
un'affermazione come questa: "La pur magra
crescita del quarto trimestre del 2000 ha
conferito a Bill Clinton l'alloro di essere stato
l'unico presidente dai tempi di Lyndon Johnson,
ma quelli di Johnson erano tempi di guerra (del
Vietnam), a non aver conosciuto neanche un
trimestre di regressione del PIL".
Lo scudo stellare di Reagan
Già sotto la presidenza Carter le spese
militari ricominciano ad accelerare il passo.
L'occasione è offerta dall'invasione sovietica
dell'Afghanistan (24 dicembre del 1979): già nel
numero di Business Week del 21 gennaio 1980 si
parla esplicitamente di New Cold War Economy e si
ipotizza una sensibile crescita della spesa per
armamenti. Cosa che avviene puntualmente.
Ma l'accelerazione diviene frenetica con l'arrivo
di Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, e
con il lancio della sua creatura prediletta: lo
"scudo stellare". Le spese per la
difesa aumentano dal 1981 al 1985 del 7%
all'anno, mentre la quota delle spese militari
all'interno del bilancio federale cresce dal 23%
al 27%.
Ancora una volta, le spese per gli armamenti
vengono giocate in chiave recessiva dando luogo a
un curioso paradosso: mentre con una mano Reagan
agita la bandiera del liberismo, con l'altra dà
vita a uno dei più giganteschi programmi
"keynesiani" si spesa pubblica. Con il
particolare non trascurabile che la spesa
pubblica non viene impiegata per servizi sociali
e di assistenza, ma adoperata per produrre e
comprare armi.
La guerra del Golfo
Con il crollo del Muro di Berlino e l'agonia
dell'Unione Sovietica, l'America si ritrova di
colpo, senza il "Nemico" per
eccellenza: il regno del Male (secondo la
cortese definizione di Reagan, riecheggiata nelle
settimane scorse nelle parole di Bush contro bin
Laden) sta uscendo ingloriosamente di scena. Per
fortuna c'è Saddam Hussein, ex grande alleato
dell'Occidente (nella guerra contro l'Iran), che
nell'agosto del 1990 decide di invadere il
Kuwait. La risposta è una guerra, condotta con
un enorme dispiegamento di mezzi, dapprima
attraverso bombardamenti poi con un intervento
terrestre diretto dell'esercito americano (16
gennaio-28 febbraio 1991).
Dal punto di vista strategico si tratta di una
vittoria importante per gli Stati Uniti, che
consolidano la presa sulle risorse petrolifere
del Golfo Persico.
Il politologo Samuel Huntington ha così
sintetizzato la posta in gioco e i risultati
della guerra: "La guerra del Golfo è
stata la prima guerra tra civiltà dell'epoca
post-Guerra fredda. La posta in gioco era
stabilire se il grosso delle maggiori riserve
petrolifere del mondo sarebbe stato controllato
dai governi saudita e degli emirati, la cui
sicurezza era affidata alla potenza militare
occidentale, oppure da regimi indipendenti
antioccidentali in grado e forse decisi a
utilizzare l'arma del petrolio contro
l'Occidente. Il quale non riuscì a spodestare
Saddam Hussein, ma riportò una vittoria in
quanto ribadì la dipendenza della sicurezza
degli Stati del Golfo dall'Occidente e si
assicurò un'imponente presenza militare nel
Golfo anche in tempo di pace. Prima della guerra,
Iran, Iraq, il Consiglio per la cooperazione nel
Golfo e gli Stati Uniti competevano per
l'acquisizione di influenza nel Golfo. Al termine
del conflitto, il Golfo Persico era diventato un
lago americano".
La guerra, già prima dell'attentato alle
Twin Towers, era, per così dire, nell'aria.
lo era nella forma soft del progetto di difesa
missilistico (il cosiddetto "scudo stellare
2"), proposto già sotto la presidenza
Clinton e poi rilanciato con arroganza da Bush e
dal ministro della Difesa Rumsfeld.
Con il necessario corollario della ricerca di un
"Nemico", che nel caso specifico veniva
rinvenuto (ben poco plausibilmente) nei
cosiddetti "stati canaglia", ossia
Iran, Iraq e Corea del Nord.
E lo era -questo è l'importante- sotto forma di
necessità economica.
Che la spesa militare e la guerra
facciano bene all'economia capitalistica è cosa
che non riguarda soltanto gli Stati Uniti, e che
non riguarda solo il passato. Vediamo quindi, per
concludere, i vantaggi del "Warfare" -
con lo sguardo rivolto alla concreta forma che
esso sta assumendo in queste settimane.
Le spese militari sono una forma di spesa
pubblica per il rilancio dell'economia. Esse
rappresentano, cioè, una forma di deficit
spending, ossia una delle forma attraverso cui lo
Stato finanzia l'economia (se è il caso anche
indebitandosi). Ma perché proprio questa forma
viene preferita al "Warfare",
nonostante che quest'ultimo rilanci direttamente
i consumi individuali?
Per numerosi motivi.
(...)
Tratto da
www.disinformazione.it
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