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SETTEMBRE 2001: QUALE VERITA'?
Terrorismo, l'arma dei
potenti
di
Noam Chomsky* - da Il Manifesto
"Come mai - si
chiede il presidente Bush - siamo così
odiati», quando siamo «così
buoni"? I leader statunitensi
continuano a non curarsi degli effetti a
lungo e medio termine della loro politica
estera, che li spinge ad usare qualsiasi
mezzo per imporre al mondo la propria
supremazia. Il finanziamento da parte
dell'amministrazione Reagan della
contro-rivoluzione anti-sandinista in
Nicaragua (57mila vittime), l'aiuto
militare alla «lotta contro il
terrorismo» condotta dal governo di
Ankara contro i kurdi (due-tre milioni di
rifugiati, decine di migliaia di vittime,
350 città e villaggi distrutti), il
sostegno incondizionato all'occupazione
israeliana dei territori palestinesi sono
tutti episodi che mostrano come i
dirigenti statunitensi non si facciano
alcuno scrupolo ad appoggiare pratiche di
violenza calcolata e «guerre di bassa
intensità» che possono essere
equiparate al terrorismo. Ma, come mostra
efficacemente la parabola di Osama bin
Laden, i loro successi di ieri possono
essere scontati successivamente ad un
prezzo altissimo. Bin Laden è il
prodotto della vittoria statunitense
contro i sovietici in Afghanistan: quale
sarà il costo del loro nuovo trionfo in
questo paese?
di Noam Chomsky*
Dobbiamo partire da due postulati. Primo,
che gli avvenimenti dell'11 settembre
costituiscono una atrocità spaventosa,
probabilmente la maggiore perdita
simultanea di vite umane della storia,
guerre escluse.
Il secondo postulato è che dovremmo
porci l'obiettivo di ridurre il rischio
che possano ripetersi tali attentati,
siano essi rivolti contro di noi o contro
altri. Se non accettate questi due punti
di partenza, tutto quello che segue non
vi riguarda; se invece li accettate, si
pongono molti altri problemi. Cominciamo
dalla situazione in Afghanistan. In tale
paese vi sarebbero milioni di persone
minacciate dalla carestia. Questo era
già vero prima degli attentati:
sopravvivevano soprattutto grazie
all'aiuto internazionale. Ma, il 16
settembre, gli Stati uniti hanno imposto
al Pakistan di sospendere i convogli di
automezzi che portavano cibo e altri
generi di prima necessità alla
popolazione afgana. Tale decisione non ha
provocato alcuna reazione in Occidente e
il ritiro di personale umanitario ha reso
ancora più problematica l'assistenza
della popolazione. Una settimana dopo
l'inizio dei bombardamenti, le Nazioni
unite ritenevano che l'avvicinarsi
dell'inverno avrebbe reso impossibile
l'invio di cibo, già ridotto al lumicino
dai raid dell'aviazione americana.
Quando alcune organizzazioni umanitarie
civili o religiose e lo stesso portavoce
della Fao hanno chiesto una sospensione
dei bombardamenti, tale notizia non è
stata neppure riferita dal New York
Times; il Boston Globe se l'è cavata con
appena una riga, ma all'interno di un
articolo dedicato a un altro argomento,
cioè alla situazione nel Kashmir.
Nell'ottobre scorso, la civiltà
occidentale si era rassegnata al rischio
di veder morire centinaia di migliaia di
afgani. Nello stesso momento, il leader
di tale civiltà faceva sapere che non si
sarebbe degnato di rispondere alle
proposte afgane di negoziare sulla
questione della consegna di Osama bin
Laden, né sulla richiesta di una prova
su cui fondare una possibile decisione di
estradizione.
Avrebbe accettato soltanto una
capitolazione senza condizioni.
Ma torniamo all'11 settembre. Nessun
crimine, nulla ha fatto più morti nella
storia - o soltanto su tempi molto più
lunghi. Peraltro, questa volta le armi
hanno puntato su un bersaglio insolito:
gli Stati uniti. L'analogia così spesso
evocata con Pearl Harbor non è
appropriata. Nel 1941 l'aviazione
nipponica ha bombardato alcune basi
militari in una colonia di cui gli Stati
uniti si erano impadroniti in condizioni
poco raccomandabili; i giapponesi non
avevano attaccato direttamente il
territorio americano.
In questi ultimi due secoli, noi
americani abbiamo scacciato o sterminato
popolazioni di indios - milioni di
persone - conquistato la metà del
Messico, saccheggiato le regioni dei
Caraibi e dell'America centrale, invaso
Haiti e le Filippine, uccidendo in
quest'ultima occasione anche 100mila
filippini. Poi, dopo la seconda guerra
mondiale, abbiamo esteso il nostro
dominio sul mondo nella maniera ben nota.
Ma quasi sempre eravamo noi ad uccidere e
il combattimento avveniva al di fuori del
nostro territorio nazionale.
Ma, come si ha modo di constatare quando
ci fanno domande, ad esempio, sull'Ira e
sul terrorismo, le domande dei
giornalisti sono molto diverse, a seconda
che riguardino una sponda o l'altra del
mare di Irlanda. In generale, il pianeta
appare sotto tutt'altra luce a seconda
che si impugni da molto tempo la frusta o
che si sia abituati a subirne i colpi nel
corso dei secoli. Forse è per questo, in
fondo, che il resto del mondo, pur
dimostrando un orrore senza eccezioni di
fronte alla sorte delle vittime dell'11
settembre, non ha reagito come abbiamo
reagito noi agli attentati di New York e
di Washington.
Per comprendere gli avvenimenti dell'11
settembre, occorre operare una
distinzione fra gli esecutori del crimine
e l'area diffusa di comprensione di cui
ha goduto tale crimine, anche fra i suoi
oppositori.
Gli esecutori? Supponendo che si tratti
della rete di bin Laden, nessuno conosce
la genesi di questo gruppo
fondamentalista meglio della Cia e dei
suoi accoliti, che ne hanno tanto
incoraggiato la nascita. Zbigniew
Brzezinski, segretario alla sicurezza
nazionale dell'amministrazione Carter, si
è addirittura felicitato della
«trappola» tesa ai sovietici nel 1978,
manovrando gli attacchi dei mujaheddin
(organizzati, armati e addestrati dalla
Cia) contro il regime di Kabul: una
manovra che ha spinto alla fine dell'anno
successivo i sovietici ad invadere il
territorio afgano. Solo dopo il 1990 e
dopo l'installazione di basi americane
permanenti in Arabia saudita, su una
terra sacra all'Islam, questi combattenti
sono diventati nemici degli Stati uniti.
Adesso, se si vuole spiegare l'area
diffusa di simpatia di cui godono le reti
di bin Laden, anche fra le classi
dominanti dei paesi del Sud del mondo,
occorre considerare innanzitutto la
collera che suscita l'appoggio degli
Stati uniti a regimi autoritari o
dittatoriali di ogni sorta; occorre
ricordarsi della politica americana che
ha distrutto la società irachena
consolidando nel contempo il regime di
Saddam Hussein; occorre non dimenticare
l'appoggio costante di Washington
all'occupazione israeliana dei territori
palestinesi dal 1967 ad oggi. Nel momento
in cui gli editoriali del New York Times
lasciano intendere che «loro» ci
detestano perché noi difendiamo il
capitalismo, la democrazia, i diritti
umani, la separazione fra stato e chiesa,
il Wall Street Journal, meglio informato,
dopo aver parlato con banchieri e alti
dirigenti non occidentali ci spiega che
«ci» detestano perché abbiamo
ostacolato la democrazia e lo sviluppo
economico - e appoggiato regimi brutali,
o addirittura terroristici.
Fra le alte sfere dell'Occidente, la
guerra contro il terrorismo è stata
equiparata ad una «lotta contro un
cancro diffuso dai barbari».
Ma queste parole e questa priorità sono
tutt'altro che nuove; ne parlavano già
venti anni fa il presidente Ronald Reagan
e il suo segretario di stato Alexander
Haig. E per combattere i nemici depravati
della civiltà, all'epoca il governo
americano organizzò una rete
terroristica internazionale di dimensioni
senza precedenti. E, se tale rete commise
atrocità innumerevoli da un capo
all'altro del pianeta, il massimo impegno
venne dedicato all'America latina.
Il diritto internazionale è debole Un
caso, quello del Nicaragua, è
incontestabile: e infatti è stato
risolto dalla Corte internazionale di
giustizia dell'Aja e dalle Nazioni unite.
Chiedetevi pure quante volte questo
precedente indiscutibile di un'azione
terroristica a cui uno stato di diritto
ha voluto rispondere con i mezzi del
diritto sia stato richiamato dai
commentatori più in voga. Eppure, si
trattava di un precedente ancora più
estremo degli attentati dell'11
settembre: la guerra dell'amministrazione
Reagan contro il Nicaragua ha provocato
57mila vittime, fra cui 29mila morti (gli
altri sono feriti o mutilati), e la
rovina di un intero paese, forse in
maniera irreversibile (si legga alle
pagine 16 e 17).
All'epoca, il Nicaragua aveva reagito.
Non facendo esplodere bombe a Washington,
bensì appellandosi alla Corte
internazionale di giustizia.
E la Corte decise, il 27 giugno 1986,
dando ragione alle autorità di Managua.
Condannò «l'uso illegale della forza»
da parte degli Stati uniti (che avevano
minato i porti del Nicaragua) e ingiunse
a Washington di porre fine al crimine,
senza dimenticare di pagare danni e
interessi rilevanti. Gli Stati uniti
replicarono che non si sarebbero piegati
a tale giudizio e che non avrebbero più
riconosciuto la giurisdizione della
Corte.
Allora il Nicaragua chiese al Consiglio
di sicurezza dell'Onu l'adozione di una
risoluzione secondo cui tutti gli stati
erano tenuti a rispettare il diritto
internazionale. Non si citava nessuno
stato in particolare, ma il messaggio era
evidente. Gli Stati uniti esercitarono il
loro diritto di veto contro questa
risoluzione. A tutt'oggi sono quindi
l'unico stato che sia stato condannato
dalla Corte internazionale di giustizia e
che nel contempo si sia opposto a una
risoluzione che chiedeva il rispetto del
diritto internazionale. Dopo di che, il
Nicaragua si rivolse all'Assemblea
generale dell'Onu. La risoluzione
proposta ottenne soltanto tre voti
negativi: quelli degli Stati uniti, di
Israele e del Salvador. L'anno successivo
il Nicaragua richiese di votare sulla
stessa risoluzione. Stavolta, soltanto
Israele appoggiò la causa
dell'amministrazione Reagan. Arrivato a
questo punto, il Nicaragua aveva esaurito
tutti i mezzi giuridici a sua
disposizione, e tutti erano falliti, in
un mondo dominato dalla forza. Questo
precedente non lascia adito a dubbi.
Quante volte se ne è parlato,
all'università, sui giornali?
Si tratta di una vicenda per molti
aspetti rivelatrice. Innanzitutto rivela
che il terrorismo funziona. E anche la
violenza. In secondo luogo che ci si
sbaglia a considerare il terrorismo uno
strumento dei deboli. Come la maggior
parte delle armi di morte, il terrorismo
è soprattutto l'arma dei potenti; quando
si sostiene il contrario, ciò avviene
unicamente perché i potenti controllano
anche gli apparati ideologici e culturali
che consentono di far passare il terrore
per qualcosa di diverso. Uno dei mezzi
più correnti di cui dispongono per
ottenere tale risultato consiste nel far
scomparire la memoria degli avvenimenti
di disturbo; in tal modo, nessuno se ne
ricorda.
Del resto, la potenza della propaganda e
delle dottrine americane è talmente
grande da imporsi alle sue stesse
vittime. Andate in Argentina, e vedrete
che dovrete essere voi a rievocare certi
fatti. Allora vi diranno: «Ah, sì, ma
lo avevamo dimenticato!».
Nicaragua, Haiti e Guatemala sono i tre
paesi più poveri dell'America latina.
Figurano anche tra i paesi in cui gli
Stati uniti sono intervenuti manu
militari, il che non è necessariamente
una coincidenza fortuita.
Tutto ciò avvenne in un clima ideologico
contrassegnato dai proclami entusiasti
degli intellettuali occidentali. Qualche
anno fa, l'autocompiacimento faceva
furore: fine della storia, nuovo ordine
mondiale, stato di diritto, ingerenza
umanitaria e via dicendo. Era moneta
corrente, proprio mentre lasciavamo che
si commettessero atrocità innumerevoli.
Anzi, peggio, davamo un nostro contributo
attivo. Ma chi ne parlava?
Una delle più grandi conquiste della
civiltà occidentale consiste forse nel
rendere possibile questo tipo di
incongruenza in una società libera. Uno
stato totalitario è privo di questo
dono.
Che cosa è il terrorismo? Nei manuali
militari americani, si definisce terrore
l'uso calcolato a fini politici o
religiosi della violenza, della minaccia
di violenza, dell'intimidazione, della
coercizione o della paura. Il problema di
una simile definizione è che essa
coincide abbastanza precisamente con
quello che gli Stati uniti hanno definito
guerra di bassa intensità, rivendicando
questo genere di attività.
D'altronde, nel dicembre 1987, allorché
l'Assemblea generale dell'Onu ha adottato
una risoluzione contro il terrorismo,
c'è stata una sola astensione, quella
dell'Honduras, e due voti contrari,
quelli di Israele e degli Stati uniti.
Perché lo hanno fatto? A causa di un
paragrafo della risoluzione che precisava
che non si intendeva rimettere in
discussione il diritto dei popoli a
lottare contro un regime colonialista o
contro una occupazione militare.
Orbene, all'epoca il Sudafrica era
alleato degli Stati uniti. Oltre agli
attacchi contro i paesi limitrofi
(Namibia, Angola, ecc.) che hanno
provocato centinaia di migliaia di morti
e causato danni nell'ordine di 60
miliardi di dollari, il regime
dell'apartheid di Pretoria doveva
affrontare all'interno del paese una
forza definita «terrorista»: l'African
National Congress (Anc). Quanto a
Israele, occupava illegalmente alcuni
territori palestinesi fin dal 1967, altri
in Libano fin dal 1978, guerreggiando nel
sud del Libano contro una forza che
Israele stesso e gli Stati uniti
tacciavano di «terrorismo»: gli
Hezbollah.
Nelle analisi abituali del terrorismo,
questo tipo di informazione o di richiamo
non è frequente; affinché le analisi e
gli articoli dei giornali siano ritenuti
rispettabili, conviene in realtà
schierarsi dalla parte giusta, ossia
dalla parte di chi dispone delle armi
più potenti.
Gli inglesi non distruggono Boston Negli
anni '90 i peggiori attacchi contro i
diritti umani sono stati riscontrati in
Colombia. Tale paese è stato il
principale destinatario dell'aiuto
militare americano, ad eccezione di
Israele e dell'Egitto, che costituiscono
due casi a sé. Fino al 1999, il primo
posto spettava alla Turchia, a cui gli
Stati uniti hanno consegnato una
quantità crescente di armi fin dal 1984.
Perché proprio quell'anno? Non perché
questo paese, membro della Nato, dovesse
affrontare l'Unione sovietica, già
allora in fase di disfacimento, ma
affinché potesse portare avanti la
guerra terroristica che aveva iniziato
contro i kurdi. Nel 1997, l'aiuto
militare americano alla Turchia ha
superato quello che il paese aveva
ottenuto in negli anni dal 1950 al 1983,
cioè il periodo della guerra fredda.
Risultato delle operazioni militari: da 2
a 3 milioni di rifugiati, decine di
migliaia di vittime, 350 città e
villaggi distrutti. Man mano che la
repressione si intensificava, gli Stati
uniti continuavano a fornire quasi l'80%
delle armi utilizzate dai militari
turchi, accelerando addirittura il ritmo
delle consegne.
La tendenza si è ribaltata nel 1999,
allorché il terrore militare -
naturalmente denominato
«controterrorismo» dalle autorità di
Ankara - aveva conseguito i suoi
obiettivi. Succede quasi sempre così
quando il terrore è gestito dai suoi
principali utilizzatori, cioè dalle
forze al potere.
Nel caso della Turchia, gli Stati uniti
hanno trovato un paese tutt'altro che
ingrato. Washington le aveva dato gli
F-16 per bombardare la sua popolazione e
la Turchia li ha utilizzati nel 1999 per
bombardare la Serbia. Poi, pochi giorni
dopo l'11 settembre, il primo ministro
turco Bülent Ecevit ha fatto sapere che
il suo paese avrebbe partecipato con
entusiasmo alla coalizione americana
contro la rete di bin Laden.
In tale occasione, il primo ministro
spiegò che la Turchia aveva un debito di
gratitudine nei confronti degli Stati
uniti, che risaliva alla sua «guerra
contro il terrorismo» e all'appoggio
incondizionato che era stato assicurato
da Washington. Certo, anche altri paesi
avevano sostenuto la guerra di Ankara
contro i kurdi, ma nessuno con zelo ed
efficacia paragonabili a quelli degli
Stati uniti. L'appoggio dei turchi ha
goduto del silenzio, e forse è più
giusto dire del servilismo, degli
ambienti colti americani, che non
potevano certo ignorare le vicende in
corso. Gli Stati uniti dopo tutto sono un
paese libero e i rapporti delle
organizzazioni umanitarie sulla
situazione in Kurdistan erano di dominio
pubblico.
All'epoca, quindi, abbiamo deciso di dare
il nostro contributo alle atrocità.
La nostra coalizione contro il terrorismo
comprende altre reclute di prima scelta.
Il Christian Science Monitor,
probabilmente uno dei migliori giornali
sull'attualità internazionale, ha
rivelato che alcuni popoli che non
amavano affatto gli Stati uniti
cominciavano a rispettarli di più,
particolarmente felici di vederli alla
testa di una guerra contro il terrorismo.
Il giornalista, che peraltro era uno
specialista dell'Africa, citava come
esempio simbolo di questa svolta il caso
dell'Algeria. Eppure, doveva sapere che
l'Algeria conduce una guerra terroristica
contro il suo stesso popolo. Altri due
paesi che hanno abbracciato la causa
americana sono la Russia, che porta
avanti una guerra terroristica in
Cecenia, e la Cina, autrice di una serie
di atrocità contro quelli che definisce
i secessionisti musulmani.
Sia pure: ma che fare nella situazione
attuale? Un radicale estremista come il
Papa suggerisce di ricercare i colpevoli
del crimine dell'11 settembre per
sottoporli a giudizio. Ma gli Stati uniti
non desiderano ricorrere alle forme
giudiziarie normali, preferiscono non
dover addurre alcuna prova, e si
oppongono all'esistenza di una
giurisdizione internazionale. Anzi,
quando Haiti chiede l'estradizione di
Emmanuel Constant, giudicato responsabile
della morte di migliaia di persone dopo
il colpo di stato che ha rovesciato il
presidente Jean-Bertrand Aristide il 30
settembre 1991, e presenta prove della
sua colpevolezza, la richiesta non
sortisce alcun effetto a Washington, e
non suscita alcun dibattito.
Per lottare contro il terrorismo è
necessario ridurre il livello del
terrore, e non aumentarlo. Allorché
l'esercito repubblicano irlandese (Ira)
commette un attentato a Londra, gli
inglesi non distruggono né Boston,
città in cui l'Ira conta numerosi
sostenitori, né Belfast.
Cercano i colpevoli, e poi li giudicano.
Un mezzo per ridurre il livello del
terrore consisterebbe nel cessare di
contribuirvi noi stessi. Per poi
riflettere sugli orientamenti politici
che hanno creato un'area diffusa di
appoggio, di cui hanno poi approfittato i
mandanti dell'attentato. In queste ultime
settimane, la presa di coscienza
dell'opinione pubblica americana sulle
realtà internazionale di ogni sorta, di
cui prima solo le élite sospettavano
l'esistenza, costituisce forse un passo
avanti in questa direzione.
note:
* Professore al
Massachusetts Institute of Technology
(Mit) di Boston.
Questo testo è tratto da una conferenza
svoltasi all'Mit il 18 ottobre scorso.
Noam Chomsky è autore di numerose libri,
fra cui 11 settembre.
Le ragioni di chi?, Marco Tropea editore,
2001.
(Traduzione di R. I.) Tratto
da www.disinformazione.it
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