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MAL DI UOVA
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1 -
Il
giallo si tinge di rosso ed io continuo ad andare misteriosamente in bianco,
sono venti e sei anni che niente, la vita scivola su di me costeggiando la mia
esile figura, seguo le lezioni all’università ma vanno più veloci di me,
vado a vivere da solo e i miei si separano, persino i miei pesci rossi si sono
lasciati morire nella loro vaschetta a pinna in giù, ma niente, non diventerò
come loro, io non mi arrendo. Le donne poi niente, proprio niente, conosco
sempre le amiche delle amiche che i miei amici si vogliono fare amiche, così
usciamo in quattro e per convincermi mi dicono che la mia è proprio simpatica,
simpatica proprio simpatica, ma la serata finisce che siamo seduti per strada
tutti e quattro a farci un joint, passano gli spazzini per il loro giro e
bisogna convincerli che quella accanto a me non è un cassonetto: “No signor
netturbino, aspetti, no, sta commettendo un grosso errore, quella è una mia
amica, è molto simpatica sa”, ma niente, è già alla centrale del
riciclaggio e il mio amico e già via che imbarca con la sua, che doveva essere
una mediocre istruttrice di funky-jazz-gym-acqua-pin-silkepil, ma io me la sarei
proprio fatta su un tavolo di cristallo. La tragedia poi comunque è sempre e
solo sul lavoro, che sul resto si sopporta tutto, ma sul lavoro dai: ho
incominciato a lavorare come cameriere in un ristorante, e dopo due mesi –pam-
la cassiera carina incinta; estate, animatore in un villaggio della Calabria e
dopo una settimana la capovillaggio scappa con la giardiniera spagnola con un
fiume d’amore e il torrente dei nostri assegni circolari; vado a fare
l’obiettore, che le divise non le sopporto neppure in figurina, vabbè dico
io, lavoro duro duro duro, ma alla grande che poi la sorella del mio paraplegico
si rivela ben presto l’enciclopedia del mio desiderio sessuale. Alta più di
me, bionda più di me, cattolica troppo più di me: era una papa-girl di quelle
che si erano sparate tre raduni
pre-giubileo aspettando il giorno
del pezzo grosso tutto vestito di bianco. E io me la lavoro ai fianchi con
indefessa passione, piano piano, cercando i suoi punti deboli, alla fine del
servizio casca tra le mie braccia: il problema ora è il sesso. Io niente, ma
voglio fortissimamente voglio, con lei, ora e prima del possibile, anzi la
butterei nella macchina del tempo per iniziare prima, ma lei niente, mi dice che
ne sta parlando con il suo confessore di fiducia, mentre io ne parlo con il mio
che mi segue dalla prima e ultima comunione: Don Perignon. Inizio ad intravedere
l’ennesima disgrazia. In quei giorni lì mia sorella si sposava fuori e io
parto per una settimana, al mio ritorno la trovo all’uscita di un drive-in tra
due cadetti di Modena, lei mi tira fuori la faccia di una che si è lasciata
alle spalle in una settimana dieci anni di vita con sei mariti tutti morti per
avvelenamento da funghi. Prendo la mia autostima, le copro gli occhi e mi vado
ad infilare nel primo bar; da lì troppo tempo ho vissuto per piangerci ancora
su, anche le lacrime devono trovare un loro termine biologico, come quella sera
di settembre. Che poi da quando non vado più a scuola io lo odio settembre,
perché non è un mese né d’inizio né di fine: settembre se non vai a scuola
non rappresenta un cazzo. Insomma in settembre, in una di quelle sere in cui
piangevo e mangiavo, ed è brutto piangere con una coscia di pollo in bocca,
nel locale sotto casa mia (non prendete mai una casa al primo piano sopra
un pianobar) inizia la serata di un gruppo Jazz francese che veniva lì a
suonare ogni settimana, e dall’inizio dell’estate non aveva mai cambiato né
pezzi da suonare né la scaletta d’ordine in cui eseguirli; l’acme del loro
spettacolo era l’esecuzione dell’inno composto in onore di Tin Tin, fumetto
storico dei cugini transalpini. Quest’inno a metà rallentava e diventava
blues recitato ed io quella sera, che mi ero stancato di piangere e mangiare,
conquistato dal megafono di mio papà che allenava la squadra di calcio
dell’oratorio di S.Oreste, acceso il magnifico strumento iniziai a vomitare
dalla finestra una sequela d’insulti contro il pianobar, i suoi avventori e i
quattro francesi che ci suonavano: “Falliti, andate a lavorare che ci avete
rotto le palle con questo cazzo di Tin Tin, tornate in Francia che tra un po’
servono braccia per la vendemmia”. Purtroppo ai vigili della municipale non
piacque il mio exploit, ma chi se ne frega ed iniziò a piovere. Ora è ancora
più diverso, perché tutto quello che non t’uccide ti rafforza, ed io sono
diventato più forte di superman e l’uomo ragno messi spalla a spalla, a forza
di calci tengo botta alla grande ed ora sì che sono pronto per far vedere al
mondo chi sono e quante ne ho vissute in questo mio tempo, non mi sono mica solo
ingrassato e ubriacato io, ho fatto step, vari stage, ho comperato una macchina
col leasing in una chat, e mi hanno messo due by-pass mentre facevo del cyber
sex, ma stavolta l’amore mi ha trovato. Io, quello che capisce tutto, dopo
stavolta ho previsto tutto: Linda me la deve dare per forza, per la legge dei
grandi numeri, mi sono sparato due ore di UVA, capelli perfetti, profumo da uomo
vissuto dalla testa ai piedi, non posso fallire, perdio, alla fine di questo
corridoio c’è la sua porta, e me la darà, ma la darà? Me la darà, se la da
è mia! Stai calmo scemo, ti ricordi perché sei qua?
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QUANDO SI E’ NERVOSI TUTTO SI AMPLIFICA E SI CONFONDE.
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Merda, ti ricordi perché sei qua?
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FUORI GLI OCCHI DELLA TIGRE.
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Sì, mi ricordo, devo accompagnare la mia amica Linda (quella che poi me
la da, ricordo) ad un colloquio di lavoro in questo albergo!
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CONTARE FINO A DIECI.
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Bravo Merda, ti voglio deciso e sicuro sul da farsi, parlale che è la
cosa migliore, vedo che l’angoscia di essere superfluo te la sei lasciata alle
spalle bene, ma la biancheria intima?
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PENSIERI POSITIVI ABITANO LA TUA MENTE.
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Mi sono lavato e cambiato, indosso abiti stirati e mutande firmate e non
da me.
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NULLA TI PUO’ PIU’ TOCCARE ORA.
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E le gomme al mentolo per l’alitosi? Ti sarai certamente ricordato
della tua alitosi, vero?
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PORCO ZIO L’ALITOSI ALLORA?
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Sono una merda.
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SI’, SEI UNA MERDA.
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Bussa alla porta che sei arrivato e tra mezz’oretta smettila di
parlare, oppure fuma prima, dai che ci siamo. Sì, sono pronto ad usare tutte le
mie armi, per me e per me solo condurrò questa battaglia, pronto a vendere
tutto quello che ci sarà da vendere in quella stanza, mi proporrò, tonico e
preparato, mirerò dritto all’obiettivo, la barca condurrò nel calmo porto,
la luna imbriglierò nella mia bottiglia, la vittoria mi sta aspettando.
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2 -
Strano
albergo per un colloquio, grandi strutture di cemento armato, imponente colosso
che contiene vita, vita che passa e lascia un segno, ma colosso che rimane lì
fermo per altra vita, si sente il passato in questo albergo, si sente il blasone
che ora è puzza di vecchio e stemmi, tutto coperto dall’odore dei
disinfettanti al fresco odore di pulito della foresta equatoriale. La moquette
gialla finisce per portarlo davanti alla sua porta, la luce un po’ bassa
tradisce comunque delle bruciature sul pavimento, l’aria condizionata ancora
taglia e crea distanze, correnti d’aria sfiorano i passanti di un corridoio
non molto trafficato, c’è luce, c’è vita, ecco la porta ora più grande
che mai di fronte a Roberto, lui bussa con decisione, la porta si apre la luce
si spegne. Per un po’.
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3 -
Era
lì. A casa. Immerso nella sua (o quasi, gli mancavano tre rate) vasca da bagno
con idromassaggio, assieme a Caterina e Fiorella, le sue amate paperelle di
gomma. Incastrato perfettamente nel volume della vasca come un vampiro di giorno
nella sua bara, si portava addosso ineccepibilmente la sua lurida
quarantacinquina, né eccessivamente grasso, né eccessivamente calvo, né
eccessivamente non grasso e non calvo. Né eccessivamente alto, né basso.
Pareva fatto con le formine degli antenati.
Alle sporadiche donne che gli si avvicinavano, specialmente d’estate,
rispondeva, alle ripetute frecciatine sulla sua presunta pancetta, che quei
fantastici rotolini non erano accumulo di grasso fetido, ma il simbolo del
benessere, il marchio sociale che esibisce l’uomo che percepisce più di un
milione e due al mese, e si può permettere il grana padano e il prosciuttino di
Parma che tanto gradiva e ai quali era tanto gradito. Aveva scritto anche un
libro sulle diete, sul cibo e sulla socialità che fa da sfondo al mangiare,
perché l’importante non è mangiare bene ma mangiare, stare insieme quando si
mangia, perché il mangiare è un universo della comunicazione, che va
dall’erotismo allo sport, all’economia, a Zeus solo sa che cosa. Perché
prima del mangiare c’è il rito della spesa, e prima ancora tante altre
preparazioni fino al concepimento di ciò che sarà mangiato. Mangiare è il
vero diritto naturale, altro che seppellire i morti! Un uomo morto è un uomo
morto, un maiale morto sono due prosciutti come minimo. E allora ecco la vera
vita dopo la morte: i cattivi vanno in paradiso, e i buoni vanno a tavola! E
visto che del maiale non si butta mai via niente, sfido io a trovare un maiale
in paradiso. Tutto intero. Insomma, ci teneva al suo prosciuttino. Senza contare
le paperelle, abbiamo detto. Nulla lo rilassava più che giocare con loro
immerso in un mare di schiuma, che avrebbe poi irrimediabilmente inquinato i
nostri azzurri mari. Spesso le faceva litigare: discutevano sulla convivenza
quelle due anatroccole, non riuscivano proprio a convivere in quella vasca. Né
lui si adoperava troppo per aiutarle in questo senso, anzi adorava farle
litigare. Già, ma questo lui chi era? Bene, prendiamola alla lontana,
mettiamoci subito d’accordo: se la simpatia e l’antipatia sono due
sentimenti estremamente soggettivi, chi è simpatico a me potrebbe risultare
antipatico a te, e poi dipende anche molto dalle circostanze. Se Gandhi mi
avesse tamponato sull’A1 mentre facevo la fila per entrare al casello, che
opinione avrei io ora di lui? Ma una cosa è certa: chi critica per MESTIERE non
può essere simpatico. Il professor Zappalà lo sapeva. Essendo poi a tempo
perso anche il più feroce critico di se stesso. Per continuare a vivere bene e
per viver ancor meglio, teneva una sua rubrica dal titolo “Quello che sta sul
cazzo a Zappalà” sulle pagine di un quotidiano molto accreditato; inoltre non
trascurava il suo impegno come docente di storia e critica del cinema presso la
facoltà di sociologia. Nella sua missione giornalistica si occupava di cinema e
non solo, tutto quello che ruotava nel mondo e per sua disgrazia entrasse in
collisione nell’orbita Zappalà precipitava sotto il fattore Z, figurando come
peggio sembrava agli occhi del docente-crociato nel suo bieco taccuino.
Dentro di sé era un critico e basta, si sentiva in dovere di criticare,
era un impulso che albergava nel profondo del suo cuore. Da bambino alle
elementari aveva iniziato con la maestra: lei scriveva le addizioni sulla
lavagna e lui, che osservava già da piccolo con l’occhio del critico, diceva:
“Signora maestra, vorrei farle notare come la sua scelta di usare gessetti
colorati sia in netto contrasto con i dettami dell’aritmetica, che richiedono
dedizione e concentrazione e non vezzi da femminuccia. Inoltre è palese agli
occhi di tutti come la sua vistosa scollatura distragga Righini, minandone la già
ampiamente compromessa istruzione, in quanto al suddetto, dalla posizione in cui
si trova, primo banco fila di sinistra, gode di una visuale nettamente
privilegiata, e anche sull’opportunità di ciò vi sarebbe da discutere”.
Intanto la lezione era terminata, e se ne erano andati via tutti, in aula non
c’era più nessuno. Ma lui non faceva una piega, e riponeva i libri e i
quaderni nella cartella borbottando su che razza di paese cattolico fosse mai
quello in cui viveva, se prima di concludere la lezione non si faceva dire ai
bambini neppure uno straccio di preghiera. E poi tornando a casa meditava su
come l’indomani avrebbe attaccato il prete che insegnava nella sua classe,
trovando estremamente poco democratico l’insegnamento a scuola di una
religione specifica. Perché un vero critico smonta sia il male che la cura,
demolisce e poi svanisce. Misurava il suo indice di obiettività da quanti non
lo salutassero quando era ospite dei programmi in tivù, godeva dell’essere
scomodo come una smania buia che agita in sé contenuti allarmanti, non solo per
la diffusione della sua immagine mediatica, ma per la sua dipendenza dal
pubblico: li odiava, li studiava, li insultava il più delle volte, ma ne aveva
bisogno più del tossicomane della nuova dose, ed era nel profondo del suo animo
un media dipendente. Non c’è
nulla di più devastante di un docente che prova il gusto del criticare
ferocemente, la fusione di nozione e disprezzo nei giri della storia si è
rivelata più volte insostenibile per la realtà, sovvertitrice di ordini
secolari che sgretolava costumi ancestrali come l’acido scioglie le carni.
Il
registro formale dell’insegnante l’aveva acquisito con gli anni, sui libri e
dalle conferenze, ma lui critico ci era nato, ed ora era lì a casa sua, nella
situazione che più lo rilassava, mentre giocava con le sue paperelle di gomma.
Era l’unico atteggiamento del suo animo che mai si era sognato di criticare,
anche perché addentrarsi nei meccanismi che portano uno stimato professionista
a parlare con due pupazzetti di gomma avrebbe potuto essere molto pericoloso.
Meglio sorvolare: il critico comunque si accorse che era tardi doveva accelerare
i ritmi per andare all’albergo scelto per la sessione di esami del livello
avanzato. Lui si era più volte ripetuto nei giorni addietro che svolgere gli
esami in un hotel era un idea radicalmente insana, partorita sicuramente dalla
solita mente ministeriale malata, che altro non aveva da fare che rendere ancora
più pesante la vita dei professori. Ma in fondo era tutto normale, pensare in
quel modo era il suo lavoro. Prima di uscire però sentì dentro di sé la
voglia inarrestabile di sermoneggiare ancora con le paperelle, perché un
arrivederci lascia sempre più dubbi di un addio:
“Rina
sei proprio una grande puttana, ha ragione Fiore che me lo ripete da settimane,
ma io non le volevo credere, su, su, buone ragazze, piano, piano, che mi devo
sbrigare, sì, poi ritorno tardi e mi tocca cenare fuori, che c’è, neanche
questo sapone vi piace, è il terzo che cambiamo dall’inizio del mese, però
effettivamente ‘sto sandalo indiano dopo tre giorni viene in nausea. Ma sì,
avete ragione voi, però adesso basta che lo sappiamo tutti e tre che le papere
di gomma non parlano, no, dai, non fate le offese. Ma andate a fare inculo voi,
per me ora esami e che esami, tutte quelle teste laccate che mi leccano per un
misero voto, già me li vedo tutti là con le loro bottigliette di plastica, le
loro ansie, i loro capogiri, tremano e sognano decisamente troppo questi
giovani, io alla mia età me ne fregavo, mi preparavo, mi presentavo e via via
via, mai un esame due volte, una strada lastricata di successi universitari. Ma
pure la vita all’università quando l’ ho fatta io non era facile, sono
capitato negli anni dei colori a pastello io, e quelle sciarpe lunghe, che
pazienza guardate che ci è voluta per sedermi a fianco di quelle sciarpe
lunghe, ma quei cosacchini di pelle di camoscio, che odiavo, e li ODIO ancora,
vadano al diavolo loro e i camoscini dei loro nonni, me la prendo comoda e chi
se ne frega. Fiore, Rina, ragazze un po’ di spazio dai, e smettetela di
smignotteggiare. Signorine per favore un po’ di silenzio, ora vorrei volgere
la vostra attenzione al flusso catartico che si viene a consolidare al momento
del saldo bancario da parte del borghese medio preso dalle sue avventure in
piazza affari, ecco, mi chiedo, questo animale sociale, questo bradipo erede
dell’economia gentilizia, che vorrebbe fermare la coscienza morale e che non
comprende nel suo cieco appetito goloso…………”
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4 -
Il
panino dal punto di vista della lonza, è un qualcosa che ti rinchiude, ti
soffoca, non ti lascia capire cosa succede al di fuori, e così, quando meno te
lo aspetti –zac-, e due morse d’avorio ti tranciano e ti fanno a pezzettini
rendendoti poltiglia pronta per essere ingoiata. Finire in un panino per una
fetta di lonza deve essere un po’ come sposarsi, quelle unioni pesanti fatte
da due esseri che poi si dimenticano l’una dell’altro, tanto c’è il corso
di ballo, la palestra e il lavoro a tenerli lontani, ma alla lunga dopo
vent’anni si riscoprono nello stesso letto, e senza mai essersi chiesti se
qualcosa tra loro fosse cambiato nel frattempo, se i loro sogni fossero rimasti
quelli o le esigenze si fossero mutate, timorosi l’una dei pensieri
dell’altro si augurano la buona notte, e non riescono a chiudere occhio perché
si accorgono di non conoscersi minimamente. Eh, il matrimonio è una lunga
maratona, dove i centometristi di solito vedono morire lentamente la loro
robusta macchina da corsa, questo pensava Rossa mentre pranzava al bar. Stesse
sensazioni, stessa soffocante mancanza di prospettiva, e lei non si era mai
voluta sposare, e proprio il suo odio per ogni tipo di catena che l’individuo
si riesce ad accollare dai costumi di una società in attesa di tempi migliori,
assieme al tempo, l’avevano spinta a
far suo il desiderio di diventare una tassista, oltre alla licenza del padre,
grande tifoso ferrarista che sulla scia dell’entusiasmo dell’ultimo titolo
iridato aveva insistito per darle quel nome. Il tassista medio di solito o beve
o fuma, lei pensava parallelamente alla guida, rifletteva in corsa, e questo per
lei era sempre stato un istinto connaturato, non per evitare di ragionare con più
calma, a lei mettere in moto il suo cervello non dispiaceva, ma sentiva
l’esigenza di inseguire un flusso di pensieri in evoluzione, abbandonandosi
alla corrente che scaturiva dalla frenesia del momento.
Aveva scelto con cura la macchina per il suo lavoro, un ecodiesel 1.9 vw
st, prestazioni molto buone per consumi più che ragionevoli, poi di dietro
aveva una griglia trasparente, e inoltre aveva un impianto stereo da infarto.
Ogni domenica a Subiaco andava a far le gare con gli altri tassisti, lei era
sempre tra i primi ad aggiornarsi, da sola si occupava dei collegamenti e della
piccola manutenzione, col tempo non c’era più neanche uno dei suoi colleghi
più anziani che non le avesse chiesto almeno un consiglio su che tipo di casse
montare, o su quale fosse il caricatore migliore.
Sul suo taxi aveva trasportato stranieri, feriti, madri con bambini in
ritardo per la scuola, prostitute con protettore e senza, turisti e tranquilli
signori con un appuntamento del dentista. In tante corse mai malviventi, niente
rapinatori in fuga, né tanto meno inseguimenti hollywoodiani. Quelle sono
situazioni inverosimili, ed è proprio dei popoli esterofili, pensare a storie
lontano dalla realtà delle nostre striminzite e blande metropoli; innamorarsi
di ritratti americani vuol dire non accettare la realtà che ci troviamo a
vivere che è tremendamente di provincia, finendo paradossalmente per
accentuarne la sua chiusura. Sapete, le immagini sono pericolose, specialmente
quelle in due dimensioni che alle volte ci fanno dimenticare chi siamo,
inculcandoci solo l’idea di chi vorremmo essere, ma questa idea non è nostra,
ma desunta dai sondaggi di opinioni, se non figlia degli eventi e dal sentore
sociale del momento che di solito (per non dire sempre) è di una tristezza
visionaria. Lei cercava solo un po’ di sana confusione, e ogni giorno ne
faceva il pieno, con tranquillità, ed era contenta così, ma si sa, qualcosa
prima o poi arriva. Prima aveva fatto la fattorina, di notte trasportava i
giornali e di giorno lavorava per i grandi corrieri, ormai conosceva la città
così bene che non andava più a vie ma a civici, aveva i suoi locali fissi e
conosceva veramente tanta gente, il popolo della grande distribuzione, che ogni
giorno ancora vedeva e incrociava
nel traffico delle ore di punta. Traffico bestiale fatto di titani che lottano
contro il tempo seguendo l’ordine delle consegne, le loro mani si sdoppiano,
una sulla radio, l’altra sulla merce, il volante è quasi stregato dalla magia
del loro fare, un occhio alla situazione e il cervello che pensa già alla
prossima fermata, non c’è riflessione, la logica del momento lascia spazio
all’esperienza che uno si fa direttamente sul campo ogni giorno. Ogni notte
milioni di corrieri contravvengono alle più elementari norme di guida su
strada, provando un sottile piacere, dimostrano infatti ad ogni giro di consegne
che la distanza più breve tra due punti è la linea retta, una linea che
beninteso solo loro sono in grado di vedere, fatta di mille curve e mille
correzioni, e che obbedisce a leggi che a noi guidatori della domenica risultano
impensabili. Sono in possesso di veri e propri varchi per aprire la città, per
provare che l’orologio talvolta si può fermare e per dimostrare a loro stessi
che sono tremendamente i migliori nel lavoro che fanno, un lavoro piatto cui
loro sanno dare gusto. Ma lei ormai
aveva fatto la sua scelta, era diventata una tassista, che per un fattorino è
un po’ come mettere la testa a posto, un po’ come accettare che sotto di te
ci sia una rete precisa, più sicurezza, la stessa fatica e stessa piccola paga
sudata, ma qualcosa di rilevante prima o poi succede comunque!
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5 -
Iniziò
a piovere. Un elemento di grave disturbo per il critico professore,
meteoropatico dalla nascita anche
se comunque lo sarebbe stato per scelta. Tuttavia al lavoro: come ogni buon
docente universitario, il critico giungeva in colpevole ritardo rallentando così
in maniera irragionevole i tempi dell’attesa per gli studenti. Ma una volta
giunto sul posto, in una manciata di secondi era già a sedere attendendo
impazientemente il candidato da giudicare; quest’ultimo poi ripiombava
nell’angoscia nel più brusco dei modi possibili, ma non c’era tempo per
preoccuparsi, perché l’esame era già iniziato:
-
“Buongiorno signorina.”
-
“Buongiorno.”
E
il critico iniziò a domandare, e la ragazza a non rispondere. Un mezzo
disastro, fondato sull’imprecisione e sull’inconfondibile mano sudata di chi
si arrampica sugli specchi. Ma a Zappalà interessava togliersi soddisfazioni,
non bruciare le speranze di dissipare dubbi dalla mente della bella giovane. E
così, senza fare una piega, le disse:
-
“Signorina, lei di questa materia non sa assolutamente nulla, ma avrà
altre possibilità. Lei fuma? Fumiamoci una bella sigaretta.”
-
“D’accordo.”
-
“Vede, la sigaretta nei film è usata dagli attori mediocri per calarsi
nella parte, è un atteggiamento che copre l’incapacità che hanno gli attori
mediocri di riempire gli spazi vuoti tra una battuta e l’altra. Più che altro
colma una mancanza espressiva, più o meno come fate voi, che vi vestite in
maniera succinta il giorno dell’esame, forse nella speranza di distrarre noi
attenti guardiani del sapere. Può andare, e torni preparata.”
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“Va bene,” rispose la ragazza con la sigaretta ancora accesa tra le
labbra.
-
“E si ricordi,” disse chiudendo Zappalà, “sa cosa disse Enea nel
momento in cui si trovò ad abbandonare la città di Ilio in fiamme?”
-
“…”
-
“Addio, Troia fumante.”
E proseguì.
-
“Allora, chi è il prossimo? Bene, venga, coraggio, si sbrighi!
Buongiorno, il suo nome?”
-
“Alfredo Gheia.”
-
“Siete gay, e cosa centra?”
RISATE
-
“No, Gheia, è il mio cognome.”
-
“Ah Gheia, Alfredo Gheia, ecco qua. Dunque Alfredo, vuole iniziare
parlandomi del neorealismo del cinema italiano?”
-
“Certo
allora………………………………………………….”
-
“- ma no, ma guarda come muove
le mani mentre parla, è nervoso, troppo nervoso, ma si può venire a sostenere
un esame vestiti così, ma no, ma dai, cavolo ci vorrebbe proprio un bel caffè
freddo, fa un caldo, mai un albergo con l’aria condizionata sparata a mille,
che palle -”
-
“bla, bla, bla…….”
-
“- ma che palle quest’essere,
secondo me si è ingoiato tutto il libro, ha mandato tutto a memoria senza
capirci un’acca, adesso si tradisce e mi dice il numero della pagina che sta
recitando, ecco, sento arrivare l’esempio di ladri di biciclette -”
-
“Vittorio De Sica con il suo ladri di biciclette, da maestro ha saputo
tracciare la via che poi è stata seguita……………………..”
-
“- ma, ma dai, non lo sopporto
più, uffi: D’accordo tutto ok sul neorealismo. Ora può parlarmi delle
prime donne del cinema porno
ungherese?”
-
“Prego? Penso di non aver ben capito la domanda.”
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“Ma come Alfredo, proprio una domanda così banale la fa cadere in
crisi? Non è in grado di parlarmi delle statuarie forme delle regine del cinema
a luci rosse magiaro? Capisco che se siete gay non rispecchiano a pieno i vostri
gusti, ma…”
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“Ma io non sono gay!”
RISATE
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“Ah già, scusi Alfredo, errore mio. Allora facciamo così, si alzi in
piedi sulla sedia e mi canti I’m singing in the rain in versione spagnola.”
RISATE
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“Ma cosa fa, si sieda! Alfredo, era partito così bene….forse la sto
mettendo a disagio? Ma le assicuro che non ho alcun pregiudizio verso i gay.”
RISATE
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“Ma le ho detto che io non sono gay!”
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“Giusto, cavolo, ma sa l’apparenza inganna, ad ogni modo non vedo
proprio dove sarebbe il problema. E’ forse lei ad avere dei pregiudizi,
Alfredo?”
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“Ma certo che no!”
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“Mah….mi pareva, comunque non ha importanza, senta, mi tracci un
quadro conciso ma allo stesso tempo esauriente dei grandi maestri del cinema
orientale.”
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“Ma certo, allora………………………….”
-
“- Guardalo come ha ripreso
colore, viscida testa di cazzo, non ha avuto neanche il coraggio di mandarmi al
diavolo. E’ incredibile, sembra che certa gente viva seguendo un manuale , a
questo qui non importa fare una figura dignitosa, vuole solo ritornare a casa
con il suo trenta. Vabbè, accontentiamolo subito……Senta Alfredo
d’accordo, va tutto bene, complimenti, lei è molto preparato, d'altronde avrà
capito che io prima stavo scherzando…..”
-
“Ma certo professore.”
-
“Dunque, facciamo così. un bel ventinove e torniamo tutti a casa
contenti.”
-
“Ma veramente se mi facesse un’altra domanda potrei arrivare a
trenta…..”
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“Buongiorno e auguri.”
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“Ma…….”
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“Ho detto buongiorno, firmi qua e a-u-gu-ri.”
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6 -
Rumen
Paovic, croato di Spalato, da qualche anno in Italia per affari. E che affari.
Segni particolari: rappresentante dell’errore, ne era il perfetto riassunto,
il vero disegno originario. Paovic aveva sbagliato tutto, ma soprattutto aveva
sbagliato mestiere: in Croazia aveva ottenuto la licenza commerciale per vendere
cibi macrobiotici, praticamente privi di grassi. E così ecco spuntare nel
centro di Spalato un meraviglioso centro dove si poteva acquistare di tutto, dai
cereali alle quarantotto fibre alla bistecca di soia con solo il cinque per
cento di bistecca. Era una modo di avvicinarsi all’occidente, e in una società
dove tutti cercavano di perdere peso, lui avrebbe almeno assicurato di non farne
acquistare altro. Secondo lui era una grande idea aprire un negozio del genere,
il suo motto era diventato: “Il duemila sarà l’anno della crusca”.
Peccato che il resto della Croazia non la pensasse così, e che tutti volessero
avvicinarsi all’occidente in maniera più intelligente rispetto ad un
approccio basato sul mangiar sano. Gli affari non calarono semplicemente perché
per Paovic Manolo non decollarono mai, e il suo negozio si trasformò in una
stravaganza della quale sinceramente sul suolo croato nessuno si accorse. E
allora venne in Italia, speranzoso del fatto che la cultura occidentale fosse
maggiormente compatibile con il suo progetto. In risposta alle sue speranze gli
fu negata la licenza, e divenne così borseggiatore per necessità. Si inserì
facilmente nella criminalità spicciola, tanto che fu soprannominato Manolo per
la sua abilità, nel pieno rispetto della tradizione dell’italico umorismo a
buon mercato. L’ascesa di Paovic Manolo fu irresistibile, riusciva sempre a
cavarsela tranquillamente e aveva subito imparato quali fossero i pesci grossi
della zona, ai quali era assolutamente necessario non pestare i piedi. Lui, in
fondo, il suo lavoraccio lo faceva bene, e lo faceva da solo, e i boss che
controllavano la micro (criminalità), e che lo conoscevano non si interessavano
a lui, sapevano che non ne avrebbero ricevuto alcun fastidio. Una volta tanto
Paovic aveva l’impressione di averne imboccata una. Certo, sentiva dentro di sé
di non essere un ladro, non riusciva certo ad essere orgoglioso di sé stesso,
però doveva ammettere che il borseggio gli calzava come un guanto, ed in attesa
di tempi migliori poteva benissimo andare. Ora però, nello specifico, questo
per Paovic era un momento di magra, e non ci mise molto a rivestire i panni del
topo di albergo. Aveva in mente un colpetto semplice, nella hall, aspettando il
momento propizio, magari a colazione, quando di gente ce ne è tanta, magari con
l’aiuto del portiere dell’albergo, suo vecchio amico e complice da quando
era arrivato in Italia. Salì ai piani superiori e camminò lungo un corridoio
in attesa che passasse qualcuno adatto a farsi sfilare qualcosa. Ad un certo
punto Paovic Manolo notò una porta socchiusa: capitava infatti a volte che
alcuni dei clienti che lasciavano l’albergo lasciassero aperta la porta della
stanza con all’interno qualche oggetto di valore a sua volta dimenticato.
Paovic entrò, accese la luce e trovò un ragazzo svenuto: decise che non era il
caso di farsi troppe domande e gli sfilò dalla tasca dei pantaloni il
portafogli. Mentre controllava il contenuto arrivò una cameriera, cui disse di
essere un medico e le ordinò di chiamare un’ambulanza che le cose si
mettevano male (il bello è che pure lei non era una cameriera). Quindi uscì in
fretta dalla stanza, scese nella hall e si fermò quando vide una giacca
appoggiata su un divano di pelle, una bella giacca su un divano tra due
posacenere, si accese una sigaretta, la fumò guardandosi attorno, poi con un
guizzo rapido ciccò sul posacenere di sinistra e la spense in quello di destra,
e non appena il mozzicone smise di fumare la giacca non era più nella sala.
Attese uno, due, tre minuti di fianco al bar, e quando vide che non c’era
nessuno nei paraggi se ne andò via pagando la sua acqua tonica e raccogliendo
un mazzo di chiavi ad una signora cui erano cadute. La giornata è fatta, pensò.
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7 -
Comoda
nel suo taxi aveva appena finito il suo turno, spenta la radio di servizio stava
mettendo alla prova le sue casse sulle note di Midnight Express di Nuno
Bettencourt; alla terza nota era entrata in una dimensione nuova, chiusa da
dentro rimbalzava sulla frequenza di bassi che lei aveva modulato, rimbalzava
verso casa un po’ più isolata di prima dal mondo esterno, fuori pioveva, ma
lei non se ne poteva accorgere presa com’era nel suo personale vortice di
relax. Non pensava a niente di importante, rifletteva sulla spesa da fare al
supermercato, a vestirsi bene per far colpo sul cassiere carino che la salutava
sempre, si prometteva una calda doccia devastante prima di andare a letto, uno
spuntino gustoso e basta, forse si sarebbe pure ricordata di chiamare sua
sorella che quel giorno compiva gli anni, se non fosse stata costretta a
sterzare violentemente per evitare un ostacolo vivo che di colpo le era sbucato
di fronte. Spento lo stereo voleva solo giustificazioni, scuse e tanta
gentilezza, in retromarcia si accostò all’incauto pedone, neanche il tempo di
insultarlo che questo : “ All’ospedale presto”, la portiera di dietro si
era aperta ed era entrata una figura che con il buio era apparsa dai contorni
sgraziati e mostruosi, il respiro affannoso fu coperto dallo sbattere dello
sportello, accesa la lampada del cruscotto si palesò la vita che vuole uscire,
l’esistenza e le sue pretese. Era una donna tremendamente incinta che stava
per esplodere, assieme al suo uomo che era già esploso ed ora cercava aiuto e
soccorso per tre. Ripartì d’istinto come solo un tassista è disposto a
ripartire, un po’ come il pugile che si mette in guardia come sente il gong,
non era di servizio, era stanca e molto intontita, così per ben cominciare
sbagliò al volo strada, l’uomo se ne accorse e lei rispose prontamente che di
là c’era un traffico infernale, così allungava un po’, ma almeno si poteva
camminare. L’uomo, che già era stravolto e sapeva di non essere neanche a metà
della serata, si tranquillizzò a forza, Rossa invece non riusciva a guidare
come sapeva, presa anche lei dai suoi travagli interiori che tutt’un tratto la
visione di quella donna e della sua urgenza avevano risvegliato. Qualcosa lì
dentro non rispondeva più, se ne rese conto quando sbagliò strada
ulteriormente, ritrovandosi incolonnata ad un semaforo alla fine di una
stradina. Fortunatamente questa volta il marito non se ne accorse, assorto
com’era ora a stritolare la mano della compagna rigonfia e farcita di spasmi e
sussulti: ogni cento metri quella pancia si ingrandiva, fino a toccare tutte e
quattro le estremità dell’abitacolo. Rossa iniziava a sudare ora, calato il
finestrino pioggia di novembre e vento freddo la fecero rientrare in sé, appena
in tempo per chiudere una curva, aveva solo iniziato a correre, ma
l’itinerario era ancora affidato al caso, forse sperava di poter bloccare la
vita sul sedile posteriore solo correndo, ma presto dovette convincersi di
essere costretta a prendere subito una decisione. Incollata ad un semaforo con
lo specchietto li vedeva, e si vedeva, donna anche lei, incinta anche lei, sul
sedile posteriore pure lei, sentiva che sarebbe capitato anche a lei, ma che ne
sarebbe stato del suo taxi, della sua vita, del suo essere. Intanto che lei si
costruiva questi personalissimi film nella sua testa, i due di dietro non si
erano lasciati per un attimo, cercavano di orientarsi, ma venivano piacevolmente
calmati dalla velocità, come i bambini piccoli erano momentaneamente tranquilli
aspettando la prima occasione per l’esplosione definitiva. Passata la prima
fase di acuta paranoia Rossa contemplò la rara bellezza delle vibrazioni che la
vita le emetteva sul collo, avrebbe voluto saper dipingere per fare sua
quell’immagine, avrebbe voluto avere una telecamera, avrebbe voluto saper
curare per fare qualcosa per la vita e farla venire su più dolcemente, o forse
solo per entrare anche lei in quell’appassionato affresco. Lei così sulla
trentina, all’apice del suo fiore che adesso poteva soltanto appassire, si
sentiva bella, e lo era, così graziosa senza strafare in nessuno dei suoi
lineamenti, dannatamente armoniosa e dannatamente bionda, alta, col fisico
forgiato dai panini con la lonza. E a chi non pensa che sia una buona cosa, non
resta che vedere per credere. Tuttavia sentiva che tutto questo un giorno
sarebbe passato, e allora bisognava fare qualcosa, per nobilitare ciò che la
natura aveva creato e per mettere un freno ai morsi della coscienza.
Il problema è che in questa società sempre più esibizionista e
guardona di se stessa, c’è chi si sposa per essere protagonista per un
giorno, c’è chi per fissare la data in chiesa aspetta la conferma della
prenotazione al ristorante chic; ma fare un figlio, porco zio quant’è
diverso, la vita, come nella situazione che stava vivendo Rossa, entra in scena
di soppiatto senza chiedere permesso, esigendo il suo posto, recitando le sue
battute, infischiandosene a pieni polmoni degli altri attori e modificando in
maniera piuttosto massiccia tutto il teatro, senza chiedere scusa, perché
ancora lo deve imparare. Ma Rossa era lì intorpidita, stanca di stupirsi di
fronte a quella situazione che tante volte aveva vissuto nella sua famiglia, con
le sue amiche, ma fra lei e la vita diciamo che c’era stata sempre una
barriera, un distacco che mai era venuto meno, almeno fino ad ora. Il semaforo
scattò da rosso a verde, la sua mente si fissò su quel pancione, sul sedile
posteriore adesso c’era lei.
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8 -
Cos’è
un’ambizione, se non un apostrofo rosa fra le parole: “Ti spezzo in due”.
Beh
può essere tante altre cose: può essere la giusta spinta per andare avanti, o
una maschera che ci protegge dai disegni degli altri, e il pretesto per
continuare a fare qualcosa quando non si sa più il perché, oppure una grande
giustificazione di fronte al proprio armadio pieno di scheletri. Ma può essere
anche il demone nero che trasforma d’un tratto l’attenzione in possessiva
follia. Angelica era in possesso proprio di quella lucida follia derivata
dall’ambizione. E solo qualcuno che è incosciente riesce a trasformare ciò
che è già strano in qualcosa di eccezionale. Certo la sua esistenza tranquilla
di strano aveva ben poco: una famiglia alle spalle, una famiglia di quelle con
il nome che la seguiva sempre con dietro l’ombra
di una borghesia affermata nella società dei benpensanti. Tutta il contrario di
sua sorella, più piccola di lei di due anni ma che aveva vissuto
considerevolmente di più, e questo crescere in più se lo portava tutto addosso
in un’immensa fiera dell’abbondanza. Angelica invece non aveva mai smesso di
aspettare di crescere, sia professionalmente che in tutti gli altri sensi. E non
era brutta, chi poteva dire che era brutta? Nessuno, e infatti non lo era.
Tuttavia era un po’ magrolina. E un po’ bassina, suvvia…e poi lì davanti,
in confronto alla sorella…su, non c’era paragone. Angelica aveva bisogno di
essere prima, da quando la quarta della sorella aveva fatto capolino sin dalle
prime albe della fase-menarca: la sorellina-ona-ona era stata nel giro di
quindici anni punk, dark, retro’, satanista, iscritta alla Chiesa Evangelica
degli Avventisti del Settimo Giorno, e vergine per molto meno di lei. Lei
l’aveva conosciuto, Angelica no. E lo si vedeva nella vita di tutti i giorni.
I genitori superborghesi benpensanti con un piede nella fossa erano più
orgogliosi di Angelica, questo è ovvio, ma poi alla fine aiutavano l’altra,
davano soldi all’altra, davano attenzione all’altra che un po’
inconsciamente li compensava. Per Angelica questo non era giusto: lei aveva
sempre chiesto amore, la sorella al massimo la pillola del giorno dopo. Ci
doveva pensare il giorno prima, invece! Ma questi suoi rigidi valori non le
erano mai serviti a nulla, almeno prima di iniziare la carriera. Ora invece
l’essere tutta d’un pezzo l’aveva aiutata a fare a pezzi gli altri.
Lanciatissima negli studi, aveva preso la rincorsa dai tempi del liceo: diploma
col massimo dei voti, laurea con il massimo dei voti, master lampo ed ora si
affacciava nel magico mondo del giornalismo. Alle prime armi com’era avvertiva
il desiderio si voler consolidare la sua ancora precaria posizione. Di scrupoli
ne aveva pochissimi, amava stare sin troppo dentro la notizia qualunque essa
fosse. Atteggiamento questo che urtava sia i colleghi giovani come lei sia i più
grandi, che a volte la rimproveravano per l’impetuosità, appellandosi alla
deontologia professionale, e in seconda battuta, insultandola. Lei tuttavia non
si scomponeva mai, rispondeva: ”Da bambina non ho imparato a piangere”, e
andava avanti continuando per la sua strada, cercando di dimenticare la sorella
che di avventure ne aveva vissute tante, e ciò poteva anche andar bene se non
fosse che lei non aveva fatto nulla se non farsi una cultura, che al giorno
d’oggi significa….non lo sapeva cosa significasse, ma se ne era accorta
troppo tardi. Sapeva di aver scelto il giornalismo proprio perché un giorno,
quando avrebbe avuto qualcosa da raccontare (come la sorella), l’avrebbe fatto
nel migliore dei modi. Ormai era in ballo e doveva ballare, e doveva ballare
bene, perché lei non faceva mai le cose solo per perder tempo. Così ragionava
la sorella, ah la sorella, ma chi l’ ha detto che ai parenti bisogna per forza
volergli bene, non si potrebbe patteggiare, che so, un giorno ti saluto e
l’altro tu non mi opprimi con la tua presenza che da sempre mi provoca
complessi, invidia e una voglia matta di essere al tuo posto. Almeno per una
volta, almeno con una quarta. Comunque il cinismo, senza la follia, può essere
deprecabile, ma quasi mai pericoloso: dal momento stesso in cui ti poni un
limite, riesci ad evitare quelle conseguenze che vanno oltre quel confine. Ma se
il limite non esistesse? Allora non esisterebbe più nulla d’impossibile.
Angelica, nel più tranquillo dei giorni possibili, stava uscendo per andare al
giornale, nel più tranquillo dei modi. Anche lei era più tranquillo del
solito, ansiosa di cimentarsi in un po’ di quieto lavoro di ordinaria
amministrazione nel più tranquillo dei mondi possibili. Sembravano persino le
strade tranquille e ordinate, e così la gente da cui erano percorse: una città
squadrata si presentava ai suoi occhi, uno scenario regolarmente inverosimile.
Se un architetto aveva progettato tutto ciò, era sicuramente il migliore sulla
piazza: anzi no, diciamo il più preciso. Le strade facevano tutte angolo retto
tra loro, e i palazzi erano uguali. Di colore diverso, ma uguali, che se fossero
stati tutti dello stesso colore avrebbero rappresentato quella monotona anomalia
che avrebbe a sua volta riportato le cose alla consuetudine. E invece tutto era
troppo perfetto per essere vero: e chissà se quella realtà era davvero così
come la vedeva Angelica, o era semplicemente un riflesso dei suoi occhi, come se
riflessa allo specchio del reale fosse l’immagine di tutta una vita vissuta a
sfuggire l’anomalo, rendendo così gli imprevisti un qualcosa di irreale, e
trasformando così a sua volta la realtà come un’impossibile situazione senza
imprevisti. Ma gli imprevisti capovolgono le situazioni con la stessa repentinità
dei fulmini che squarciano il cielo: te ne avvedi appena, e quando realizzi sono
già belli che passati. Ed è soprattutto negli imprevisti che si rivela la vera
essenza di una persona: e se il carattere si rivela più forte
dell’imprevisto, allora sarà quest’ultimo a venire plasmato dal primo a sua
immagine e somiglianza. Angelica era praticamente arrivata: si trovava davanti
all’hotel che fiancheggia lo stabile che ospita la redazione in cui lavora.
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9 -
“Molto
bene ragazzo mio. Ascolti, lei la conosce quella che dice: “Qualsiasi
imbecille può prendere una tigre per i coglioni, ma ci vuole un eroe per
continuare a stringere.”
“Sì.”
“Buon
per lei, si è guadagnato il suo ventotto, e buona giornata”.
Il
critico Zappalà sa riconoscere i meriti degli studenti che valgono, ma senza
esagerare, come si vuole nel suo immutabile stile. Ad ogni modo la giornata lo
stava letteralmente annoiando. Doveva interrogare ancora un ragazzo, e poi aveva
in programma quell’appuntamento con la promettente giornalista che aspirava ad
un posto nel quotidiano dove lui scriveva. Stavolta però il critico si trovò
di fronte ad un piccolo ma imprevisto contrattempo. Il ragazzo era dannatamente
impreparato: tanta confusione, pochi riferimenti, mancanza di precisione. E i
tempi dell’esame si dilatavano ben oltre la mezz’ora prevista. Alla fine:
“Ragazzo
mio, mi dica la verità: ma lei c’è mai stato al cinema?”
Il
giovane abbozzò un sorriso amaro e se ne andò senza neanche aspettare un
diciotto di salvataggio. Fu così che Zappalà si accorse di essere (gay?) in
mostruoso ritardo. Se ne accorse quando era già in strada, e tranquillamente si
era incamminato nella direzione del giornale, prima ancora aveva pagato un paio
di bollette alla posta: se l’era dimenticata, quella ragazza che lo stava
aspettando nell’albergo. Non era da lui, anche perché quasi sempre la
pignoleria va a braccetto con la puntualità. Decise così di tornare di corsa*
all’albergo, in fondo era di strada, suvvia. La ragazza veniva da fuori e
alloggiava lì, e in fondo era possibile che non fosse andata ancora via. Una
volta arrivato però il critico Zappalà dal trambusto si accorse che doveva
essere capitato qualcosa. Pensava: “Un
rapimento! Lì davanti si era consumato un rapimento! Oggi ci mancava solo
questa! Quando vado al congresso gliela racconto: anzi no, non se lo meritano,
quei vecchi babbei!”. C’era la polizia, e in quella confusione era
pressoché impossibile rintracciare qualcuno all’interno dell’albergo. E così
il professor Zappalà rimase lì ad osservare la situazione così come aveva
sempre fatto per qualsiasi cosa.
*:
IL SENSO DI ZAPPALA’ PER LA CORSA: Ma cos’era per Zappalà correre?
Innanzitutto, se intendiamo la corsa come uno stato motorio accelerato degli
arti inferiori, potremmo dire che per Zappalà la corsa era come per ogni altro
essere umano. Ma se analizziamo l’accelerazione, ci troviamo di fronte ad un
vero e proprio conflitto di coscienza tra il corpo e il suo padrone, tra le
gambe e il cervello, tra il bene, il male e ciò che c’è in mezzo.
GAMBE
Z.: “Di corsa, di corsa! Quella poverina sta aspettando e noi l’abbiamo
dimenticata, che vergogna! Sbrighiamoci!”
CERVELLO
Z.: “Neanche per sogno. Io sono più vecchio, perciò sono io che decido. La
gavetta l’abbiamo fatta tutti, e lo specifico compito dei giornalisti più
esperti è quello di rendere la vita irritante (e, si badi bene, non
impossibile) ai novizi. Chi va piano va sano e va lontano, e poi arriveremo
comunque!”
GAMBE
Z.: “Guardalo, si dà delle arie solo perché lui è uscito fuori prima. E poi
tu non sei un giornalista, sei un critico, e noi siamo le gambe del critico, e
decidiamo noi se correre o no!”
STOMACO
Z.: “Che fame!”
CERVELLO
Z: “Zitto tu! E voi ricordatevi che senza di me sareste nulla!”
GAMBE
Z.: “Ma che cazzo stai dicendo?”
CERVELLO
Z.: “E’ così e basta. Non sto dicendo che non dobbiamo porre rimedio alla
dimenticanza, sto solo dicendo che ognuno ha il contegno che gli compete, e io
non mi metto a fare la maratona per una sbarba!” (Zappalà pensa cose che non
direbbe mai).
GAMBE
Z.: “Sei proprio uno stronzo!”
CERVELLO
Z.: “Care gambe, scusate, ma è tutta colpa del deflettore, da quando
l’hanno levato dalla produzione delle macchine, io non lo so, i pedofili, la
tv spazzatura, ve lo ricordate il deflettore, era geniale, perché ti permetteva
di fumare senza aprire il finestrino, di non far appannare i vetri con la
pioggia, insomma non ti dovevi chiudere come con l’aria condizionata, e la
radio, era l’ultima possibilità di interagire al volante e ce la siamo fatta
fregare…..”
GAMBE
Z.: “Ma lo sai che stai male…..??? Che poi il deflettore con la pioggia ti
fa colare l’acqua sulle ginocchia, e poi si stacca e si taglia,
lo aprivano i ladri e ti fregavano tutto.”
CERVELLO
Z.: “Zitte gambe, ed uniamoci in social catena!”
Nel
frattempo Zappalà ha a malapena attraversato la strada. Perché lui vorrebbe
sbrigarsi, ma il critico che c’è in lui glielo impedisce, e gli ricorda che
è troppo importante per ammettere un errore e troppo furbo per porvi rimedio.
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10 -
Paovic
aprì il portafogli e scoprì che c’erano pochissimi soldi. Quel portafogli
che adesso aveva in mano apparteneva al proprietario della giacca che si era
portato via poco tempo prima. Ma era mai possibile che non gliene andasse bene
una? Con quei quattro spiccioli non ci si pagava neanche una merdosissima cena
al Mc P. Quindi, estrasse la carta d’identità dal portadocumenti che si
trovava all’interno della giacca che aveva rubato, e leggendola gli si gelò
il sangue nelle vene. Nella foto riconobbe il faccione molto poco rassicurante
del cavalier Sulfaro. Che non era veramente cavaliere, ma gestiva il racket
delle estorsioni, i contatti con le eco-mafie e aveva le mani in pasta nel
traffico di stupefacenti di tutta la città. Paovic Manolo conosceva sin troppo
bene la fama del cavaliere, e, purtroppo, era convinto che anche il cavaliere
avesse sentito parlare di lui. Cosa sarebbe successo se Sulfaro si fosse accorto
che era stato Paovic a rubargli i documenti? Si sa che questi pezzi grossi non
lasciano passar liscia nessuna contrarietà, e poi Paovic Manolo non sapeva se
il cavaliere potesse avere bisogno dei suoi documenti sul momento. Se così
fosse stato allora erano veramente cazzacci suoi, tanto per usare un eufemismo!
Continuò
a frugarsi nelle tasche (perché lui era così, o frugava o fregava), e il colpo
gli venne doppio quando si ritrovò tra le mani anche il passaporto. Nelle
tasche della giacca c’erano anche quasi cinquecentomila lire, ma Paovic Manolo
guardò quel denaro come fosse una manciata di coriandoli sudici. Era
terrorizzato. Stava seduto sul suo letto nel suo piccolo appartamento arredato
poco e male, in disordine. Si sentiva soffocare, doveva assolutamente metterci
una pezza. Se Sulfaro si fosse accorto che era stato lui a rubargli tutto, gli
avrebbe messo le mani in un frullatore. A quest’ora si era sicuramente accorto
che la giacca era sparita: l’unica cosa da fare era restituirgli il maltolto
di nascosto e possibilmente alla svelta, senza farsi vedere. Così uscì dal suo
appartamento trafelato alla ricerca del cavaliere.
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11 -
Si
svegliò, e sentiva una gran sete dentro, una sete di risposte ad una valanga di
domande che andava di pari passo con lo stordimento. Sentiva male sulla sua
faccia da ragazzo qualunque, col suo taglio di capelli qualunque. Quante cose
poteva dire quel taglio di capelli, poteva rivelare la verità: sulle occasioni
sprecate, sulle cose non fatte, sul coraggio che mancava. Si poteva leggere di
tutto su quel taglio di capelli, ma bisognava saperlo fare: altrimenti era un
taglio come tanti fatto da un barbiere non vedente che voleva sbrigarsi, e
basta. Roberto si ritrovò disteso al centro della stanza e si guardò subito
intorno, non c’era più nessuno, dopo una rapida ispezione realizzò di non
avere più il portafogli in tasca. Il suo orologio da quattro soldi lo aveva
invece ancora al polso, il ladro non si era sprecato. Lo guardò (l’orologio),
e scoprì di essere stato privo di sensi per poco più di cinque minuti. Forse
il ladro era ancora nei paraggi? Ma anche nella remota evenienza sarebbe stato
come cercare un ago in un pagliaio. E in fondo, nel portafogli non c’era poi
tantissimo denaro, solo tutto il suo mensile. Ma la scocciatura vera e propria
era per la carta d’identità e il bancomat della nonna che due giorni prima
gli aveva chiesto di incassare la pensione e lui si era sistematicamente
dimenticato, però il codice l’aveva sapientemente applicato sopra (e
l’aveva fatto subito per non correre il rischio di dimenticarsene)
con una bella etichetta adesiva giallo canarino gay. Doveva denunciare
l’accaduto alla direzione e soprattutto alle autorità competenti, e farsi
dare qualcosa per il mal di testa che spingeva da dentro. Ma la cosa che al
momento gli premeva di più era rintracciare Linda, in fondo non era molto in
ritardo, lui uomo che non aveva saputo proteggere la sua donna, lui uomo che era
stato preso di sorpresa, ma non sarebbe più accaduto, vaffanculo tutto il
passato, vaffanculo questo albergo senza sicurezze, vaffanculo il sangue che gli
usciva dal naso, non lo sentiva più come un limite quel dolore, non lo sentiva
più come un peso la sua sfortuna, ora sentiva solo di doversi rialzare (nel
frattempo aveva riperso i sensi) e mettersi in moto, la polizia avrebbe
aspettato, prima Linda, la sua Linda. Incassato il colpo scese nella hall per
chiedere in quale stanza alloggiasse la ragazza, e una volta arrivato, capì che
le sorprese non erano finite. Chiese cosa stava succedendo, e gli risposero che
era stata rapita una ragazza, una giornalista. Roberto non ci poteva credere:
allora era stato uno dei rapitori a stenderlo, e la ragazza rapita doveva essere
Linda. Evidentemente il rapitore aveva aperto pensando che fossero i complici a
bussare, e invece trovatosi di fronte Roberto, l’aveva fatto
subito….……...star buono senza pensarci due volte, prendendosi anche il suo
portafogli tanto per gradire. Roberto non riusciva a ricordare la faccia del
rapitore: lo aveva visto solo per un attimo, si era presentato a testa bassa: il
suo profilo migliore, come gli avevano sempre detto tutte le donne sin dalle
elementari. Iniziò a chiedere altre informazioni, ma nessuno pareva saperne
niente. Prima di andare dalla polizia, decise di dare un’occhiata fuori,
davanti all’ingresso dell’albergo. Anche lì c’era una piccola folla di
curiosi, ma nessuna traccia utile da seguire. Roberto si allontanò un po’,
arrivato alla fine della strada attraversò. In quel mentre, giunse sparata un
automobile, che frenò all’improvviso accorgendosi di lui. Anche lui si
accorse dell’auto tentando di spostarsi per non essere travolto. Ci riuscì in
parte: la macchina in frenata lo colpì colpendolo di striscio sull’anca,
facendolo cadere su di una larga pozzanghera, eredità delle piogge di poco
tempo prima. Intanto il sole tramontava ripassando le chine scure sulle figure
della notte, la luce lasciava spazio alle tenebre, nella metropoli il flusso di
traffico terminava i suoi cicli provocandone altri sulla scia dell’ombra
veloce degli uomini alle prese con i loro volanti.
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12 -
Quello
che lesse sul giornale del giorno dopo per fortuna non lo sorprese. Una semplice
nota che spiegava ai lettori che la popolare rubrica del critico era stata
posticipata al giorno seguente. Quella storia del rapimento gli aveva fatto
perdere un sacco di tempo. Aveva per l’ennesima volta assecondato la sua
indole sacrificando alla ragione il tempo del pensiero: Zappalà,
implacabilmente cinico, aveva osservato il comportamento della polizia, che
aveva trovato poco efficace, dei testimoni, che aveva trovato terribilmente
confusi, del personale dell’albergo, che non vedeva l’ora di lavarsene le
mani. Lo divertiva studiare un mucchio di gente concitata che cercava di
ricostruire un avvenimento al quale lì nessuno aveva assistito, eccezion fatta
per un paio di passanti, probabilmente. Comunque si rese conto che rintracciare
la ragazza che stava cercando era come cercare un pagliaio in un ago (cioè più
che inutile, assurdo) e così si decise finalmente a lasciare l’albergo, ma si
accorse che era tardi, e che doveva ancora scrivere il pezzo che sarebbe dovuto
uscire l’indomani sul giornale. Non ce la poteva fare, così telefonò al
giornale, e spiegò che aveva avuto dei problemi, e al giornale non gliene
crearono degli altri. Solo che chi non aveva mai tollerato giustificazioni ora
si trovava a doverne chiedere una. Zappalà si era accorto di questo e non
riusciva a stare tranquillo. Il critico che disprezzando tutto era da tutti
apprezzato, era da sempre roso dall’invidia di mille personaggi, che stavano
aspettando un millimetro di fianco per potervi affondare le loro lame intinte
nel veleno. Passò un paio di giorni con la testa ovattata dai suoi tubi di
gommapiuma, finché questi non si trasformarono in realtà di piombo. Diede
inizio alla ridda di battutacce ed illazioni l’opinionista De Rossi sul
quotidiano locale, quindi seguirono a ruota i vari settimanali, periodici e
ancora altri quotidiani. Tutti a sfottere Zappalà che predicava puntualità e
precisione in modo maniacale da una vita, ed ora personalmente rispettava le
proprie scadenze a seconda del suo umore mattutino, così per l’appunto
scrissero. Iniziarono a fiorire una serie di battutine velenose, di riferimenti
salaci, di sottili rimproveri riguardo all’episodio dell’infallibile Zappalà
che non rispetta le scadenze. Critiche assolutamente esagerate ed ingiustificate
per un episodio isolato, al quale i lettori non avevano dato peso; ne convennero
anche al giornale, dove tutti si strinsero attorno a Zappalà, consigliandogli
di non prendersela troppo. Ma lui, che sapeva di essere un personaggio di un
certo spessore, e non aveva di certo bisogno di una rassicurante pacca sulla
spalla da parte di un direttore, non se la prese come un novellino qualsiasi. In
realtà il critico Zappalà in questa occasione si accorse di avere molti più
nemici di quanto pensasse, e la cosa con le sue proporzioni del caso lo
impressionò. La quasi totalità dei colleghi gli aveva riservato delle
frecciatine che trasportavano nella faretra da anni; i più infami avevano
ordito delle vere e proprie invettive. Arrivò il sabato della prima di un
attesissimo film: appena entrato in sala, sentiva che tutti ridacchiavano di
lui, e parlottavano piano invece di seguire la proiezione. Aveva tentato di
difendersi commentando con un articolo ciò che gli stava accadendo, descrivendo
la situazione così come si stava definendo intorno a lui, ma non aveva
raggiunto l’effetto desiderato. Aveva capito che tutti stavano aspettando quel
momento da tantissimo tempo: finalmente una sua mossa falsa, o anche un qualcosa
che ne avesse la parvenza. Il pezzo grosso era caduto e come sempre avviene gli
avvoltoi scendevano giù per fare a gara per arrivare a sbranarlo, ma fa parte
della vicenda umana costruire per vedersi sotto gli occhi distruggere tutto, e
ricominciare da zero con gli occhi insanguinati e con l’unico desiderio di
lasciarsi tutto alle spalle, con davanti le cicatrici e il ricordo. Zappalà
sapeva di essere caduto: ci stavano provando in tutti i modi a non farlo
rialzare, ma tutto sommato era ancora in piedi. Certo, mai si sarebbe aspettato
che gli altri lo volessero tagliare fuori fino a questo punto: e ora provava un
po’ di timore, per un’eventuale ritorsione sull’opinione pubblica, ma
rideva nel vedersi abbandonare dagli alleati di sempre, rideva vedendo la
miseria di chi gli voleva far le scarpe, rideva della loro miseria e già rideva
pregustando…….. Non poteva comunque fare a meno di pensare che nella vita
una persona impiega anni per costruirsi un credito, e talvolta bastano delle ore
per il suo discredito. Non c’era dubbio comunque che la situazione stava
iniziando a divenire dannosa per la sua reputazione. Zappalà però, che stupido
non era, non smise di attendere, aspettando di veder passare lungo il fiume il
cadavere del suo nemico. Pazientemente.
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13 -
“Colonizziamoli.
Loro non sanno neanche cosa vogliono, vogliono solo tenersi ciò che credono gli
spetti. Facciamogli credere che noi glielo lasciamo, a patto che ce ne diano un
pezzettino. Un pezzettino per uno. A quel punto i padroni saremo noi, e sarà un
piacere osservarli mentre si spartiscono le briciole”. Con questa linea il
cavalier Sulfaro aveva monopolizzato, negli ultimi due anni, le estorsioni in
tutta la città. E proteggeva i commercianti. E le piccole imprese. E anche i
pezzi grossi che di persona aveva tirato fuori dalle sabbie mobili. E da tutti
aveva ricevuto un pezzettino. Sistematicamente. E, pezzettino su pezzettino, il
suo impero era bello che fatto. Aveva iniziato a dodici anni organizzando dei
poker a casa sua, poi verso i sedici anni era entrato nel giro dello spaccio in
periferia, una volta un ricettatore albanese cui doveva dei soldi gli era
entrato in casa con un accetta terrorizzando sua madre. Alla fine l’aveva
pagato, ma la madre non lo aveva guardato più in faccia, dopo qualche tempo
aveva fatto ammazzare l’albanese come un cane, gli era costato tutti i suoi
risparmi, ma alla fine si era rivelato un grande investimento per la sua
immagine….ma quel tempo era finito e di strada ne aveva percorsa, dato che il
cavalier Sulfaro si occupava ora anche di tante altre cosette. Era un criminale
illuminato, geniale nella gestione di ogni affare, un leader della new economy
che progettava in nero. Ed era ambiziosissimo, e nutriva grandi progetti per sé,
per chi lo aveva seguito e per chi voleva seguirlo. A sentir lui, era ormai il
padrone della città e della regione. Non era proprio così, ma la sua presenza
tentacolare rappresentava come un’alternativa parallela nell’ambito della
gestione pubblica, destinata prima o poi a sostituirvisi a pagamento. E poi lui
non voleva tutto, voleva il massimo, e inoltre l’accumulo gli interessava ben
poco: anzi, sapeva bene che a non evolversi e a non rinnovarsi si rischiava
troppo, ci si trasformava in facili prede senza neanche accorgersene. Ogni tanto
bisognava cambiare pelle, non rinunciando mai (a priori) a macchinoni di grande
cilindrata, al computer portatile della nuova generazione e al mangiar bene: ci
teneva più di ogni altra cosa, aveva avuto poche donne, ma quanti cuochi aveva
pagato profumatamente per farsi soddisfare gastronomicamente lo sapeva solo lui.
Questo era uno di quei momenti un po’ strani, in cui il mondo degli affari
aveva parlato ma bisognava aspettare un po’ di tempo per capire che cosa
avesse voluto dire, così si era dedicato fin troppo alle estorsioni, il
cavaliere sapeva quando bisognava fermarsi, con saggezza, e prima soprattutto
che qualche benestante che voleva benestare ancor di più tentasse qualche colpo
di testa. E’ importante non esasperare la clientela. Il futuro era il traffico
di valuta. Sulfaro entro quarantotto ore sarebbe volato a Lugano, dove avrebbe
gettato le basi per il nuovo movimento, e avrebbe diviso con cura i dividendi di
due anni di duro racket. Come al solito tutto era stato programmato nei minimi
dettagli. Il cavalier Sulfaro detestava a morte i fuori programma, e già aveva
pianificato il suo espatrio: il suo incontentabile contabile cornuto avrebbe
ritirato i documenti (falsi dal timbro della questura fino alla firma
dell’ufficiale competente, cosa importante per la necessità di un anonimato
impeccabile di fronte alla forza pubblica e al mondo intero). Questi gli
occorrevano entro poche ore, li teneva in una cassetta di sicurezza
blindatissima. Quindi avrebbe raggiunto la Svizzera, e dopo aver raccolto i
proventi si sarebbe concesso un sostanzioso periodo di ferie. Per mettere la
mente a zero, per capire dove stava andando il flusso degli affari, per
decomprimersi un po’ e riciclarsi un po’, con la mappa dei migliori
ristoranti svizzeri pregustava atmosfere e inghiottiva aromi, era anche un
ottimo cuoco, ma nessuno lo sapeva perché cucinava solo per sé, egoista, gli
serviva per rilassarsi, per realizzarsi, per sfamare la sua voglia di
concretezza. Si era fatto progettare una cucina segreta, con tante padelle e
pentolame particolare, terrine in rame, coltelli d’acciaio e pirofile
trasparenti, con ogni spezia e ogni utensile. La sua pietanza preferita era il
pesce, così leggero e così veloce, l’andava a scegliere di persona al porto
la mattina presto; spesso lo riconoscevano e gli regalavano saraghi grossi come
teste di bambino, ma la sua passione era il fritto di calamari, che poteva
innaffiare con vini bianchi pregiati che conservava nella sua preziosa cantina.
Ora però doveva aggiornarsi, cambiare orizzonti, ci voleva una vacanza.
Sicuramente non in Svizzera. In Africa, magari.
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14 -
Che
botta ieri, mi fa male tutto. Appena alzato accendo la TV e apro la busta della
sig.ra Antinori, ingoio un’aspirina e conto le banconote: un milione tondo più
l’extra per le spese. Fossero tutte così le mie clienti, altri cinque anni di
questa vita e potrei anche io produrre qualche filmetto. Intanto la tele
trasmette il solito notiziario, con le solite storie di mafia e vendette fra
clan, un volto di uomo, un indiziato, tale Giovanni qualcosa, accusato
dell’omicidio di due capicosca, l’agendina penso mentre suona il telefono,
è ancora lei, vuole rivedermi per l’ultima volta prima che torni il marito da
un viaggio di lavoro, le dico che si può fare nel pomeriggio, prima ho delle
scene da girare nel garage di mio cognato, di che tipo chiede lei, quelle che più
mi realizzano rispondo io, non sarai mica stanco dopo, replica lei, la
spudorata, non ci sperare concludo. La trivella che ho tra le gambe al suono di
quella voce flautata è già su di giri, ma analizzando la giornata che mi
aspetta mi imbottisco di integratori e mi sparo altre due ore di sonno; al mio
secondo risveglio il tempo stringe, mangio qualcosa di magro e iper-calorico e
corro da mio cognato Gianfranco, in arte “SetteSchizzi Sam”, passato dopo
diversi anni ai vertici per i suoi gran numeri, dall’altra parte della
cinepresa: ora come produttore, ora come talent scout. Appena arrivo subito mi
fa capire che sono in ritardo, come al solito, mi consegna l’abito di scena e
il mio copione dal titolo: “ Il PornoConvento”.
Le
riprese iniziano mentre ancora mi sto cambiando, sono preoccupato perché le mie
battute per la prima volta superano i due fogli dattiloscritti, inizio la
lettura, da quello che capisco, in pratica questo film è la storia di una
pornostar, che dopo il fallimento del suo matrimonio abbandona la carriera e si
ritira in un monastero. Io entro in scena a metà, sono il suo padre spirituale:
nella prima scena, lei si confessa e io mi masturbo, nella seconda le salto
addosso e lei tenta di difendersi con il crocifisso, nella terza gran finale con
orgia generale e benedizione urbi et orbi in trenino allegramente festante.
L’abito mi stava a pennello, le tasche del saio erano piene zeppe di santini
di S.Giuda, una volta cambiato mi guardo allo specchio e mi rendo conto di
essere sempre il più bello, il saio nero è totalmente gonfiato dai miei
muscoli, anche se il più potente di tutti ancora non si vede.
Ho fatto bene a lasciarmi crescere il pizzo, mi da un’aria così
distinta, dal fondo mi chiamano, è arrivato il mio turno, così mi faccio
strada tra le comparse; per lo più sono polacche e tutte mi guardano con
quell’aria da troia che mi fa impazzire, il loro sguardo non è di complicità,
ma di sfida, si aspettano qualcosa da me e ………..l’avranno, inonderò i
loro sguardi con il meglio di me, per questo amo il mio lavoro di attore porno,
perché per le donne è sempre ripetitivo fino alla nausea, e per gli uomini
appagante sino all’orgasmo.
Da
subito tutti gli occhi sono su di me, si inizia con la seconda scena, lei, la
protagonista mi guarda e mi parla, recita bene e per un attimo sono tentato di
entrare nel personaggio e ritagliarmi un piccolo pezzo di gloria interpretativo,
ma non mi ricordo tutte le battute e quando mi arrivano sulla nuca gli sguardi
delle altre femmine mi eccito a tal punto che parto in quarta troncando le
battute e ignorando le sue smorfie di dolore. Ora il protagonista sono io e come
sempre quando sono io a condurre i giochi è buona la prima.
Rapida
seconda colazione, uova, cornetti, bacon, e ritorno sulla scena più grintoso di
prima, ancora una volta non c’è storia, giriamo la scena dell’orgia e sono
sempre il più inquadrato, non seguiamo per questa ripresa uno schema e tutte le
donne vengono verso di me, solo il megafono del regista mi salva da
un’overdose di 6931, comunque me ne ripasso sempre due, e quelle due più
altre loro tre amiche insisteranno alla fine per avere il mio numero di
cellulino, mi sembra inutile dire che queste cose succedono solo ai migliori,
anzi no, AL migliore.
L’ultima
scena è una passeggiata e quando stacco mi accorgo che la sig.ra Antinori è lì,
accanto al fonico fissa i miei addominali che la sera prima l’avevano condotta
in quel mondo fantastico che ancora agogna, e anche se non è mia abitudine dare
troppa confidenza alle clienti, perché negarsi ad una donna ricca e piena di
fascino? Da come guardava capii che mi voleva, serrava la bocca e stringeva le
gambe, avvicinandosi mi consegnò l’ennesima busta dicendomi di sbrigarmi, non
avevamo tanto tempo, e così con ancora indosso l’abito di scena mi ritrovai
nella sua macchina. Dice che è quella del marito, una Lotus Elise, stiamo
stretti ma ragazzi che bello, è come stare dentro una supposta che vola in un
mondo di culi, il brutto è che lei pretende di far tutto mentre guida: fuma,
parla al cellulare e ascolta la musica. Mi vuole subito al primo semaforo, mi
vuole subito ora, anche se questa macchina non è fatta per fornicare, ma il
lavoro è lavoro così mentre incastro la mia testa fra le sue cosce il volante
ad intervalli regolari mi strazia la cervice, guidasse dolcemente evitando di
chiudere le curve all’ultimo la pelle del sedile non mi scartavetrerebbe la
barba, e poi mentre mi stavo più impegnando proteso fra il finestrino calato e
il caricatore della signora, l’alza cristalli si alza e mi ritrovo incastrata
la mano nella portiera, così appeso per il braccio dico basta ed inizio a
condurre le danze. Spengo la sua sigaretta che son cinque minuti che mi cicca
addosso, abbasso la musica che è bella ma alla lunga rompe e prendo il volante,
le dico molto chiaramente che cosa si può iniziare a fare data la precaria e
temporanea situazione. Lei approva, accosta a destra e mi fa passare alla guida
dicendomi che vuol essere comandata. Bene, la strada la so, la cosa che non so,
ma che scopro ben presto, è che è molto più eccitante la macchina della
signora Antinori che la signora in sé per sé. Che risposta i freni, gradevole
accelerazione e gran tiro in rettilineo finale, che ho un’ erezione e me lo
sento duro come un fossile, due curve in controsterzo con derapage in chiusura,
basta, ora mi devo guardare, regolo gli specchietti su di me e signori che
spettacolo, pure seduto neanche un rotolino di pancia. Che soddisfazione il
bicipite contratto fra spalla e volante, e poi il deltoide che guizza mentre
tiro il freno a mano, ragazzi, non c’è che dire. Arriviamo al garage,
testacoda calibrato, lo sbaglio di tredici gradi, ma non è colpa mia, deve
essere un’imperfezione dell’equilibratura a causare questo sovrasterzo, ma
anche queste sospensioni così rigide non aiutano. Mi giro per dirlo alla
signora Antinori, per chiederle da quanto non fa l’equilibratura, ma è tutta
bagnata, ha gli occhi chiusi e la bocca spalancata, si è pisciata addosso, che
peccato per quei sedili in pelle. Risalendo le scale, lei pregustava il giogo al
quale si sarebbe sottomessa, ed io contavo gli extra che avrei preteso, per via
dell’orario, della disponibilità, e non per ultimo della quantità che ancora
serbavo abbondante nel mio modesto serbatoio personale. Non so se mi spiego.
Aprimmo la porta e sedendoci sul divano ci versammo da bere, la sua distanza,
faceva parte del suo modo di vivere il sesso extraconiugale, stava osservando
quello a cui andava incontro e le piaceva così tanto da prendere la rincorsa
prima di buttarcisi dentro a peso morto.
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15 -
Davvero
non riusciva a sbrigarsi. Provava a concentrarsi, a inventare scorciatoie, a
bruciare i semafori, ma niente da fare. Era turbata, non c’era dubbio.
Capirai, lei che aveva passato una vita al volante, e già non riusciva ad
immaginarsi sul sedile posteriore, figuriamoci IN ATTESA DI UN BAMBINO. Perché
lei non aveva ancora avuto un figlio? Se lo chiedeva intrecciando i vicoli della
città, ubriacata dai dubbi e dallo smog di tutta una vita. Il marito dietro era
disperatissimo, ma non invocava ancora il “fatemi scendere”. E Rossa temeva
quella frase, la temeva perché sarebbe stato come trovare l’ospedale, i due
sarebbero scesi, e lei invece in quel momento aveva bisogno di quella donna,
della presenza di quella donna davanti ai suoi occhi, le serviva per riflettere
su sé stessa. Non capiva e probabilmente non credeva che le servisse un figlio:
ma aveva realizzato di sentirsi sola. Non era tanto il fatto in sé di non
essere madre a farla meditare, era piuttosto il fatto di non avere mai nella
vita neanche minimamente preso in considerazione la cosa. Era come se
inconsciamente si fosse sempre detta: “Io non posso”, e solo ora si
accorgeva che non era così. Aveva solo portato le persone da un posto
all’altro, non aveva mai pensato di chieder loro: “Vuoi fermarti con me?”.
Era come se non fosse mai scesa dal suo taxi, agiva come se avesse voluto
spazzar via da vicino a sé le responsabilità, i legami ed ogni punto di
riferimento. Ricominciare da zero ogni volta, come ogni altro cliente che saliva
sulla vettura. Ricominciare da zero, senza un’identità precostituita, senza
nomi da ricordare e senza ricordi da nominare. Le era sempre andato bene così;
ma ora lo sentiva il vuoto dietro di sé, eccome se lo sentiva, e per la prima
volta non le piaceva. E intanto non riusciva più ad orientarsi, ed in certi
attimi c’era il senso di colpa a non farla ragionare, pensando alla donna e al
bambino, che non sembravano avere tempo da perdere. Ma poi fissava lo
specchietto, e osservava la donna d’un tratto completamente tranquilla,
bellissima e annoiata, che pareva lì per caso e che non lasciava trasparire
alcun segno di ansia o sofferenza. E a quella visione Rossa si tranquillizzava,
tornando ad immergersi nei suoi pensieri, fino a quando, imboccata l’ennesima
via secondaria, la distrazione di Rossa la fece grossa: vide troppo tardi un
ragazzo che attraversava la strada, frenò troppo tardi e lo investì. Stavolta
Rossa non pensò affatto, e continuò a guidare. E che cazzo, tutto il mondo
stasera bussava alla sua porta sbarrata dall’interno, non c’era spazio,
c’era solo lei e la donna, come in un sogno, il muoversi continuo si era
fermato nella sua testa, con un equilibrio improvvisato stava completando
l’atterraggio, che il brutto non è la caduta ma proprio il toccare terra come
dice Hubert, e sì, il peccato era che il mondo non si era veramente fermato, ed
era così incazzato quel marito di dietro, così uomo da non capire, così
maschio da urlare, così stupido da continuare ad esserlo. Era una serata di
quelle in cui poteva succedere tutto, ma proprio tutto, tranne che il marito
scomodamente poggiato sul sedile posteriore capisse cosa cavolo stesse vivendo,
lui l’aria non la respirava, non si accorgeva della sua camicia sbottonata,
che fuori faceva freddo, voleva un figlio, voleva farla finita dopo nove mesi di
impotenza, voleva riuscire a prendere coscienza del contenuto invece di poter
solo guardare quel pancione crescere, e perder tempo a scrivere liste di nomi
per chiamarlo/a una volta venuto alla luce. Ci sapeva fare con il legno, le sue
mani avevano costruito una bellissima culla azzurra per quel figlio
fortissimamente voluto, una benedizione che lo faceva sudare, e lo avrebbe fatto
sudare ancora di più, ormai i suoi nervi sudati non gli permettevano più di
avere rapporti sociali, e il diminuire dei dolori sofferti dalla moglie
l’aveva fatto incazzare ancora di più, muoveva i piedi veloci e stringeva i
denti, la vena sulla fronte faceva capolino su una faccia degna del Conte di
Montecristo. Pure lui voleva
combattere per i suoi diritti, ma era un uomo con l’orologio ma senza
tempismo, e non capiva che la nascita non ha bisogno di stimoli, che tutto
quello che non esce in bene viene in male, che aveva lasciato la sua casa e ora
era totalmente immerso nel mondo di Rossa, in sua balia, sarebbe bastato capire
ciò per stare zitti e confidare in lei invece di metterla ancora più sotto
pressione.
Era
il momento di farsi un bel pianto, soffiarsi il naso e calmarsi, ma era un uomo.
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16 -
Si
sentì strattonare, si sentì tirare indietro, si ritrovò dentro ad
un’automobile verde che partì a tutto gas. Fece appena in tempo a cacciare un
paio di urla, ma quando qualcuno che era sul posto se ne accorse la macchina già
era lontana. Un uomo seduto vicino a lei la stringeva e la immobilizzava, altri
due seduti davanti non facevano altro che controllare se erano o meno seguiti.
Ripresasi dallo spavento, dalla sorpresa e dalla cinghia delle cinture di
sicurezza che le stava sfaccettando le chiappe, Angelica esclamò: “Ma che
siete tre rapitori?”. L’uomo seduto al fianco del guidatore rispose:
I
Tre della Legambiente: “Macché, siamo della Legambiente. Sai, ti abbiamo
beccato mentre gettavi a terra l’incarto di una merendina, e abbiamo convenuto
che un simile pericolo per la natura non poteva girare liberamente per strada,
così eccoti qua zozzona.”
Angelica:
“Sarcasmo?”
I
Tre sarcastici: “Stai zitta.”
Angelica
la rapita: “Ma perché, che motivo avete per rapirmi, sono solo una
giornalista, non ho soldi, i miei genitori non hanno molti soldi, persino voi
dovreste essere a occhio e croce più ricchi di me…”
I
Tre sarcastici maleducati: “Che fai troietta, sfotti?”
Angelica
la sorpresa: “No, no, ma io non sono nessuno, perché ce l’avete con me?”
I
Tre che ce l’avevano con qualcuno: “L’ hai detto, perché sei una
giornalista. E non ce l’abbiamo con te, ma con il tuo giornale. Vediamo se
continueranno ancora a parlar male del nostro movimento politico rivoluzionario,
quando spediremo loro l’orecchio di una loro cara corrispondente”
Angelica
la scocciata: “Che? Oh, non fate gli scemi…”
“Ma
lo sai come ci avete definiti?” disse inserendosi nella conversazione l’uomo
seduto accanto a lei: “Dei pazzi invasati. Pazzi invasati, a noi!”, e con
una testata frantumò il finestrino al suo fianco.
“Ma
che diavolo fai?” disse irritato l’uomo al volante. “Scusa, ma lo sai
quanto mi irritano le calunnie.” Angelica non aveva alcun’idea su chi
potevano essere quei tizi. Maledì la sua abitudine di saltare sempre le pagine
della politica, ma comunque bastava ricordarsi quale corrente appoggiava il suo
giornale per capire che quei pazzi stavano sicuramente dalla parte opposta.
Resasi conto di non avere la minima idea dello schieramento del suo quotidiano,
Angelica riprese a discutere con i rapitori:
“Ma
che c’entro io? Io sto alla cronaca locale, non mi occupo di politica!”
“Non
importa, sei del giornale, questo basta. Ti abbiamo visto che stavi entrando
negli uffici.”
Angelica
quella del giornale: “Ma che cazzo vuol dire! Avrei potuto anche essere una
fattorina, o una addetta alle pulizie. Ma che razza di rapitori siete? Agite a
casaccio?”
“Ora
basta, puttana, o ti faccio scendere.”, disse l’uomo seduto vicino a lei.
“Ma che cazzo dici?” disse l’uomo al volante. “Ah già, volevo dire, se
non la finisci, ti faccio saltare il cranio!”
Angelica
si decise a tacere, ma non per molto. L’ambizione si era di nuovo impadronita
di lei: aveva atteso per uscire fuori quel tanto che bastava per far passare la
paura, e ora si era riproposta, sempre accompagnata da quella scintilla di
pericolosa follia. Con aria rilassata chiese:
“E’
la prima volta che rapite qualcuno?”
Intanto
dal cielo Dio si avvicinava a S.Pietro e insieme guardavano la terra:
Dio:
“Oh Pietro.”
P:
“Si Signore, dimmi.”
D:
“Oh Pietro, ma chi è quello lì?”
P:
“Quello su quel campo?”
D:
“Sì Pietro, chi è quello che si sta spaccando la schiena su quella terra,
perché lo fa???”
P:
“Ma l’hai detto tu che l’uomo doveva conquistarsi il frutto del suo lavoro
ottenuto con il sudore della
fronte…”
D:
“Sì Pietro, ma io scherzavo, te lo sai, state tutti tranqui. E quello lì
invece chi è Pietro?”
P:
“Chi, quello vestito di nero?”
D:
“Sì Pietro, quello là.”
P:
“E’ un prete Signore, quello sì che l’ha capito che scherzavi!”
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17 -
E
sono sicuro che sarebbe stata una di quelle rincorse che ti fa spedire la palla
in rete, oppure ti fa saltare più in alto degli altri, se non fosse stata
interrotta da quella presenza estranea, che di soppiatto girò la chiave nella
serratura e svelto entrò nell’ampio salone all’americana. Era il padrone di
casa sua: il marito cornuto. Di corporatura esile, la prima cosa di lui che si
notava era lo spessore che il suo viso formava a contatto con gli occhiali, un
viso noto, la donna gli saltò al collo per salutarlo, fingendo tutto
l’autentico amore di cui è capace una moglie ninfomane, appena reduce per
giunta da uno dei periodi più appaganti per la sua naturale voracità.
Approfittai del diversivo per camuffare un’erezione galeotta, poi fui
presentato come un docente della loro figlia, che era di lì passato per
riscuotere la seconda rata d’iscrizione al collegio dei santi padri
dell’ordine di S.Giuda. Fu solo allora che riconobbi quel volto, mentre si
avvicinava per darmi la mano, in quel rapido slancio, nella sua affermazione di
identità, riconobbi Nicola Antinori, il principale indiziato per tutti i
maggiori crimini di mafia dal novanta ai giorni nostri. Cazzo, cazzo, cazzo, ero
andato a trovare la moglie del lupo che si era mangiato cappuccetto rosso
proprio nella sua tana, ragiona cervello mio, inventa qualcosa che mi cacci
fuori da questa situazione e ti userò più spesso, lo giuro, mai più clienti
facili, mai più soldi a rischio, pensa e fallo, fallo, fallo in fretta.
Completamente immobili, ora mi guardavano entrambi, l’uomo mi si avvicinò e
il suo pugno destro sfiorò il mio orecchio salendo sul muro alle mie spalle
fino al bordo della cornice di un quadro lì appeso, io sospirai coprendo così
lo scatto del congegno di una cassaforte, che ubbidendo alla combinazione del
proprietario si aprì sopra la mia testa, il piccoletto trasalì scoprendo che
il vano era completamente privo di contante, si girò verso la porca consorte e
la sgridò platealmente per lo shopping selvaggio che praticava ogni qualvolta
lui si allontanasse da quella casa. Abilmente lei scoppiò in lacrime, e con la
facilità che le donne hanno al pianto fece un grosso numero sui dolori della
lontananza e sui vuoti che solo con lo spendere riusciva a colmare, io in quel
cantuccio ormai ero come un ustionato al sole, maledicevo lei acqua calda che mi
aveva scottato e temevo lui acqua fredda pronta a bagnarmi.
Mi
lasciarono da solo sul divano di vera pelle, mentre loro continuavano nel
sontuoso corridoio il litigioso teatrino, vedevo emergere dalle sue fauci canini
aguzzi e già vedevo i titoli sui giornali: “scomparso misteriosamente giovane
attore hardcore”, e poi, a distanza di poche settimane, “ritrovato il
giovane scomparso in un bagno di calce viva con addosso abiti sacri”; a
risvegliarmi dai miei incubi fu proprio l’omettino che pensavo mi ci avrebbe
fatto sprofondare del tutto, mi disse di alzarmi e seguirlo, non ci sarebbe
voluto molto, obbedivo e contemporaneamente gli ripetevo di non disturbarsi, che
l’istituto sarebbe stato ben felice di attendere qualche giorno la quota di
una famiglia rispettabile come quella degli Antinori. Lui replicò che la
famiglia non c’entrava e di seguirlo in silenzio, prima saremmo usciti e prima
avremmo finito quella che ora definiva come scomoda transazione, ripetendomi che
dovevo avere quello per cui ero entrato in quella casa, e chi aveva sbagliato
doveva pagare.
La
donna era sparita, eravamo soli io e lui e dal basso mi prese e mi spinse fuori
dalla porta, afferrò un mazzo di chiavi e prendendomi sotto braccio mi trascinò
fino al garage.
Mi
aprì la portiera e mi fece salire in tutta fretta, dicendomi che prima avremmo
concluso e prima si sarebbe levato un peso dallo stomaco, sedendosi la sua tasca
dei pantaloni si era allargata fino a farmi intravedere un metallo che
scintillava, fu allora che ebbi un sussulto che non riuscii a controllare, lui
se ne accorse e mettendomi una mano sul torace mi allacciò la cintura, così
stretta da non farmi più respirare. Guidava con la prepotenza dei pazzi, ad
ogni incrocio rischiavamo l’urto con le altre macchine, il pedale del freno
sotto il suo piede chiedeva pietà, ma lui ignorandolo proseguiva dritto e più
veloce di prima. Usciti di città prese una stradina, era inverno e già si era
fatto buio, la stradina poco illuminata confermava i miei sospetti, da lì a
poco saremmo arrivati, e per me sarebbe stato il capolinea, avevo le lacrime
agli occhi e pensavo a tutte le cose che avrei fatto, o a tutte le cose che
avrei voluto finire di fare, prima di quel momento di profonda crisi per me,
povero pornoattore.
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18 -
Rialzatosi
dalla pozzanghera, pensò di fingere di non essersi mai alzato dal letto quella
mattina, di non essersi vestito e profumato, di non aver mai minimamente sperato
di conquistare una donna e farla sua. Roberto
era sporco come un maiale e tre volte più incazzato. Si accorse che era stato
un taxi a tirarlo sotto. Il veicolo non si era neanche sognato di fermarsi, e lo
aveva lasciato ruzzolare nel fango senza neanche minimamente pensare a quale
avrebbe potuto essere il suo stato di salute. Nell’attimo dell’incidente il
tempo si era dilatato, in bianco e nero aveva visto la macchina arrivare,
ignorarlo e infrangere la sua traiettoria a rallentatore, anche il dolore delle
sue gambe iniziava di nuovo adesso d’un colpo, come un’orchestra
sapientemente diretta: prima i timpani assiepati sulle sue ginocchia, poi le
viole sugli avambracci, subito seguiti dai rimanenti archi le costole, a
continuare i controfagotti delle labbra, tutti diretti dalla bacchetta del
maestro che ogni tanto sfiorava il leggio della faccia che trasudava fango sul
sudore seccato attorno agli zigomi dolenti.
Comunque Roberto non si era fatto molto male: si sentiva solamente un
po’ ammaccato e aveva qualche graffio sul braccio sinistro, ma nessun
particolare problema di sorta. Si diresse nuovamente verso l’albergo, e si
rinfrancò nel veder andargli incontro un poliziotto tutto blu, che avrebbe
potuto finalmente potuto offrirgli un po’ di aiuto in quella giornata dai
risvolti infernali.
L’agente,
osservando l’avvicinamento di quel barcollante coso melmoso malconcio, si
rivolse a lui con un paterno:
-
“Fermo tu, brutto drogato!”, pronunciato con accento calabro-tirolese.
-
“Macché drogato “ rispose Roberto “guardi, lei mi deve
aiutar….”
-
“Ad andare in galera ti aiuto, disadattato mentale. Stai fermo sai?
Guardati, sei ubriaco fradicio e sporco come la mia vasca dei pesci rossi.”
-
“ No, guardi che lei non ha capito, sono appena stato investito…”
-
“ Piantala di delirare, che con me non attacca mica sai. Guarda, ti
faccio un indovinello per verificare la tua destrezza. Allora, dimmi: delle
quattro quale è quell’essere che cammina a quattro zampe al mattino, a due il
pomeriggio e a tre alla sera? A) un cavallo giocoliere; B)l’uomo; C) un famoso
campione brasiliano protetto dai diritti d’immagine a seconda l’orario in
cui deve giocare la partita D) l’uomo volante. Rispondi…….”
Roberto
stava per rispondere, quando all’improvviso l’agente gli sferrò una
manganellata sul cranio che al confronto il colpo ricevuto in albergo sembrava
un massaggio shatzu.
“AaaaH!”
disse Roberto in seguito alla forte botta presa.
“Hai
visto hai sbagliato, era la B! seguimi in centrale, balordo!” esclamò il
poliziotto tutto blu, che afferrò Roberto per un braccio e iniziò a
trascinarlo verso la volante. (Che gag squallida).
“Sta
commettendo un errore…” disse Roberto massaggiandosi il capo e
grattugiandosi una gamba sull’asfalto “…vede, c’è stato un
rapimento…..”
“
Lo so che c’è stato un rapimento, sei tu che non dovresti saperlo.”, ribatté
il cerbero tutto blu in divisa. “Ma ora appena arriviamo in centrale vediamo
quanto nei sai tu di questa storia.” e se lo portò via in macchina, senza
neanche lasciargli il tempo di dire voglio scendere.
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19 -
Stava
percorrendo i vicoli in preda ad un’ansia divoratrice. Se non fosse riuscito
a riconsegnare il maltolto, a lui il male non lo avrebbe tolto nessuno. Le
nuvole stavano lasciando il posto al sole e ad un caldo polveroso, sicuramente
fastidioso per Paovic Manolo, che in quel momento era senza dubbio l’uomo più
nervoso del pianeta. Si fermò ad un bar per prendere un caffè e riflettere,
ma un bimbetto gli chiese l’ora e lui, che stava bevendo con la sinistra, si
inondò le braghe con l’espresso. Una vecchina gli mise una mano sulla
spalla per attirare la sua attenzione e chiedergli dove fermava l’ottantasei
barrato, ma lui si voltò di scatto e la immobilizzò legandola con le buste
della spesa sfilacciate e ficcandole un pompelmo in bocca. Ovunque si girava
vedeva facce sospette, sentiva che l’avrebbero stanato da un momento
all’altro. Timori esagerati: in fondo si era del tutto allontanato dal luogo
del furto, e se anche Sulfaro avesse sguinzagliato i suoi, era impossibile che
lo potessero trovare subito: per quanta fretta e sete di vendetta poteva avere
il cavaliere, un po’ di tempo era necessario. Ma lo spirito del commerciante
stava avendo la meglio su quello del borseggiatore: Paovic aveva talento, ma
in questi campi è fondamentale allo stesso modo l’esperienza. Era la prima
volta che Paovic era braccato, e non gli piaceva affatto: più che altro non
aveva idea di dove andare a sbattere la testa né di quando l’avrebbero
potuto beccare, né di quello che in finale avrebbe dovuto fare. Si prese la
testa tra le mani ed iniziò a non pensare a niente. Ma non ci riusciva. La
sua preoccupazione maggiore era che gli si stava bruciando tra le mani
l’unica ciambella che gli fosse mai riuscita col buco. Se anche borseggiare
ora gli provocava grattacapi, cosa gli sarebbe rimasto? In più, non aveva la
minima idea di dove potere andare a pescare Sulfaro: chi lo conosceva, in
fondo? Sulla base di questo Paovic Manolo cercava di convincersi che tutto
sommato fosse improbabile che Sulfaro potesse risalire a lui. Ma la semplice
ipotesi che questo potesse accadere lo terrorizzava. E si fermò a riflettere
ancora, per consumare un veloce pranzo al solito (ma non per lui) Mc P.
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20 -
Il
Mc P lo si riconosceva, anzi, lo si sentiva, dall’odore, da nubi tossiche
generate dal oli bruciati, plastiche mal riciclate ed animali estinti solo in
apparenza. La cosa andava avanti da cinquant’anni. La catena Mc P (che sta per
Mc Peter) era un impero, e come Roma doveva crollare, spinta ai confini da orde
di barbari che nella nostra storia non sono altro che i sindacati a difesa dei
dipendenti stessi. E’ un delitto contro la dignità umana, venti ragazzi
vestiti in kilt con dei turni che cambiano venti volte la settimana? Tra le
pecore e il personale non c’è tanto quella differenza, se non quella che
passa tra cotto e crudo, una sottigliezza di stagionatura. Questo, lo scozzese
Peter Mc Peter non lo avrebbe mai immaginato. Aveva aperto il primo negozio Mc P
(un carrettino con sopra una pecora viva che poteva essere servita con o senza
salsa segreta) perché in tempo di guerra bisognava mangiare velocemente, in
quanto ogni pasto poteva essere l’ultimo. Poi, visto che un pecoraburger
costava come un mese di stipendio, Mc Peter decise di affiancare il basso costo
al basso consumo di tempo. La formula ebbe successo, ma al termine del primo
decennio della pecora non era rimasto più nulla, e allora si passò ai montoni,
e presto anche ai maialini coraggiosi. Il Mc
P divenne presto un modello, anticipando il franchising e diverse
violazioni dei diritti umani che solo con l’avvento del nucleare avrebbero
fatto capolino. E venne anche esportato in tutta l’Europa. Il primo Mc P
d’oltremanica apparve a Genova, nel rispetto dello spirito originario
dell’impresa. Quindi spuntarono come funghi gli altri esercizi, fino a
conquistare il (sud) America. Nel 1974 la camera dei Lord impose di svelare la
composizione della salsa segreta, che venne ribattezzata simpaticamente
“strutto” dopo una riunione di esperti di marketing (simpaticamente
ribattezzati gli Oliver Onions) durata centonovantacinquemila ore. Nel 1980 le
leghe ambientaliste di tutto l’universo protestarono vivacemente contro
l’occupazione della foresta amazzonica da parte di milioni di pecore destinate
poi a finire tra due morbide ali di pane, e Mc Peter, ribattendo
orgogliosamente, rispose “lasciate che le pecore vengano a me”. Dopodiché
morì di dismenorrea, lasciando la patata bollente nelle mani del figlio gay
Roland Mc Peter, che introdusse al posto del ketchup la vaselina, dando così un
colpo al cerchio e uno alla botte, ritirandosi poi a vita circense. Gli
ambientalisti, che storicamente sono dei coglionazzi, ritennero soddisfacenti le
contromisure adottate e si ritirarono lasciando la foresta al proprio destino,
incatenandosi alla sequoia dell’amore (abbattuta cinque anni dopo e
trasformata in un Mc P a forma di pecora clonata). Negli anni novanta il Mc P
era ormai una multinazionale: entrando negli esercizi si veniva accolti dalle più
belle ragazze brufolose del quartiere vestite da pecora che pattinando sul
pavimento distrutto dai loro denti caduta dopo caduta, le quali accompagnavano
il cliente al proprio tavolo, invogliandolo a comprare decine di panini solo per
il gusto di tirarli poi addosso a loro ancora caldi. Per i più piccini c’era
la possibilità di assistere alla tosatura in diretta delle pecore o, se
impossibile al momento, delle cassiere che, in mancanza di brufoli, sopperivano
con una naturale pelliccia cutanea che le teneva calde calde per il lavoro e il
giuramento militare. La scelta era vastissima: dal canonico pecoraburger si
poteva passare al Doppio Mc Peter (con più pecora), fino all’Orgasmic Mc
Peter, con otto tipi di famiglie di pecora. Per i palati più raffinati c’era
anche l’alternativa del PorcozzoBurger (col 50% di grugno in più rispetto
alla concorrenza). Il tutto innaffiato da succo di intestino tenue di pecora,
con quel retrogusto un po’ così, denominato coca-(pe)cora. In quanto alle
patate fritte, erano fatte sì con vere patate, che erano però prima
sapientemente masticate e in seguito rigurgitate da pecore scelte. Paovic ordinò
un pecoraburger e continuò a pensare, per quanto poteva essere possibile farlo
lì dentro.
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21 -
Parcheggiò
davanti ad un magazzino abbandonato, casale Mistrani recitava il rosso di un
muro sbiadito, dinanzi a lui mi fece fare strada, mentre da dietro continuava a
spingermi, arrivammo nell’unica sala illuminata, e quattro uomini ci puntarono
tutti addosso le loro pistole, che abbassarono appena lo videro bene in faccia,
io d’istinto mi gettai per terra urlando di essere disarmato; i nervi avevano
ceduto, e le loro risate non mi aiutarono di certo, frugando tra le mie tasche
trovai solo i santini, che diedi a tutti i miei possibili sicari. Antinori mi
disse di mettermi in un angolo in disparte, tra poco avrei avuto quello per cui
eravamo lì. Ancora una volta in silenzio obbedii, e in disparte guardavo quegli
uomini che rispetto a me erano su un piano superiore, quella posizione
rappresentava il mio minimo storico, nella mia memoria mai avevo dovuto
dipendere così tanto da un uomo, cornuto per giunta, speravo sarebbe durato
ancora per poco, il mio futuro apparteneva al peggiore dei possibili, e quegli
uomini a turno mi fissavano seguendo i discorsi di Antinori, lo ascoltavano
osservandolo con grandissimo rispetto, e appena i loro occhi si posavano su di
me perdevano quella riverenza a favore di ghigni minacciosi, che automaticamente
si ricomponevano appena ritornava sulla sua persona.
Lui
gli consegnò un libricino, spiegandogli voce per voce tutte le prime pagine di
ogni capitolo, poi gli raccontò del viaggio, gli offrirono una pistola e lui
disse di averne già una, girò la testa verso di me e prendendo un mazzetto di
contante me lo gettò poi prese dei documenti che stavano sul tavolo, dicendo
che non mi poteva accompagnare indietro per ragioni di lavoro, ma appena uscito
avrei trovato poco più avanti una fermata della corriera. Uscii dalla stanza
veramente sollevato, ero ancora una volta il migliore, il mio mestiere mi aveva
reso salva la vita, che talento innato il mio, che sangue freddo, che magnifica
capacità d’improvvisazione, anche stavolta non avevo fatto prigionieri, ma
che volete sono fatto così, sono un magnifico animale da palcoscenico, un
diavoletto a letto e un dio sulle scene. Devo insistere di più su questo mio
talento, oramai sono cresciuto, basta hardcore, mi devo cercare qualche bel
porno in costume, o che so un erotico internazionale, ma devo ancora migliorare,
mi sono calato così bene nella parte da dimenticare del tutto le riprese
serali, finite quelle mi cercherò una produzione diversa, degna di me e del mio
calibro. Intanto continuerò a camminare fingendomi un prete, proviamo a fare
actor studio, entriamo nella parte e non lasciamola più, vediamo chi dubiterà
che sia un frate, per esempio quest’uomo che sta venendo, questo cretino al
bordo della strada, ho ancora uno di quei santini buffi, e diamoglielo, e
promettiamogli la felicità del regno dei cieli a questo cazzone, vediamo che
faccia fa. Mi inginocchiai ai suoi piedi baciandoli e farneticando me ne andai,
rimase piantato lì a studiare la foto di S.Giuda che gli consegnai, un altro
spettatore travolto dalle mie grandi capacità indiscusse, ma adesso dritti
verso il set, finiamola con i lungometraggi a basso costo e lanciamoci verso il
magico mondo delle pubblicità dei sexy-shop e poi sempre più su, sempre di più.
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22 -
Il
tempo continuava a passare, ma del cadavere del nemico nemmeno l’ombra. Ormai
erano trascorse due settimane dall’inizio della demolizione della figura
dell’irreprensibile critico Zappalà, e tutti stavano salendo sul carro
impazzito del vincitore: ci avevano preso gusto, in due parole. Ora sul giornale
si poteva leggere codesta cosa, frutto della rinuncia alla tattica
temporeggiante di Zappalà: “L’altro giorno, la notte è scesa su di me
accompagnata dall’ultima opera di Berlazzi, alla quale partecipa come
consuetudine Amanda Castaldi, divina come un posacenere pieno. Detto che alcuna
riflessione nasce in me dallo spettacolo (e dico alcuna e lo liquido così, e
Berlazzi lo sappia che stavolta sono stato buono con lui) potrei chiudere qui il
mio angolo, lasciando prezioso spazio a chi ha qualcosa da dire. Ma in questo
periodo ho capito come la mia assenza, anche brevissima e temporanea, ma che
dico fulminea, dal mondo della carta stampata, provoca fastidi e ansie
intollerabili ai miei carissimi colleghi, che mi vogliono da quanto ho capito un
tal bene che non riescono a stare senza di me. Sicuramente più di quanto io
riesca a stare senza di loro. Prendiamo ad esempio l’immagnifico scrivano
Goletti: non dovrebbe parlare di me uno che continua a scrivere poesie da
venticinque anni senza trovare nessuno disposto a leggerle, il che non sarebbe
poi tanto grave, se non fosse che (svelo un piccolo segreto) le scrive su
commissione. Le critiche di Attisani potrebbero essere più fondate, visto che
la collega lavora sul mio stesso campo: solo che al cinema spesso la scambiano
per la maschera (come può confermare la direzione del Lux), ma io non vado
certo a dirle come vestirsi. Miccio ha scritto che mi si è ritorta contro la
mia spocchiosità conosciuta in tutto l’ambiente: conosciuta in tutto
l’ambiente però è anche la moglie del caro Miccio (come può confermare la
direzione del Lux) ma io non glielo vado certo a dire. Su De Rossi, che ha dato
il via al valzer d’insulti nei miei confronti vorrei spendere poi due
paroline: se un lettore, che magari, che so, è anche poliziotto, volesse fare
un saltino a casa sua, potrebbe trovare degli oggettini interessanti. Lo so
perché è parecchio che ci frequentiamo, da bravi amiconi. Chiudo con un
messaggio per chi mi sta leggendo: questi personaggi che amano manipolare le
vostre scelte per sentirsi importanti, non sono nessuno. Non sono competenti.
Forse solo io lo sono, ma questo è un altro discorso. Ci pensasse il pubblico a
giudicare, a spendere ed ad investire qualche soldo in più nel cinema e sul
cinema, piuttosto che affidarsi a personaggi equivoci. Anzi da oggi in poi
questa rubrica si chiamerà CHI STA SUL CAZZO A ZAPPALA’, dove io medesimo
passerò in rassegna i difetti dei critici, e vi assicuro che ne leggerete delle
belle.” E con questo, il critico Zappalà, dalla ventennale esperienza, aveva
appena visto pubblicato il manifesto dell’inutilità del suo mestiere scritto
e firmato da lui stesso.
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23 -
“Non
si preoccupi, il ragazzo starà bene”. Rossa non era riuscita ad evitare il
giovane che le era sbucato davanti, ma non se ne preoccupò. Anche perché ormai
era nel pallone, e il ritardo già accumulato se lo sentiva pesare addosso come
un macigno. Ancora meno bene stava il marito sul sedile posteriore. L’accaduto
misto all’inenarrabile agitazione che si portava dentro, lo aveva reso un
calderone d’ira, che ribolliva si rivolse a Rossa con queste parole:
“Ma
siete impazzita, prima vi perdete in un viottolo e ora vi mettete a guidare come
una psicolabile! Ma come, mia moglie ha bisogno di tranquillità, e lei combina
questo casino? Siete tutte uguali voi donne! Basta ci faccia scendere, non
possiamo perdere altro tempo.” Rossa si aspettava un segnale di conforto dalla
donna, che però rimaneva impassibilmente in silenzio col suo semi sorriso da
sfinge sulle labbra.
“Si
calmi, ha visto come quel ragazzo è sbucato all’improvviso dal nulla. E poi
l’importante è che non si sia fatto niente, guardi lì come cerca di
rincorrerci insultando sua madre.”
“Casomai
starà insultando la sua.”
“E’
uguale.”
“Stia
tranquillo, saremo in ospedale in un baleno.” Il marito aveva già aperto
bocca per travolgerla di nuovo, quando la donna pronunciò le prime parole da
quando era salita sul taxi.
“Dai
Martino, lascia fare.”, disse, e il marito che pareva un fiume in piena si
acquietò subito, che neanche un cane con un fischietto ad ultrasuoni abituato a
cagare a comando.
La
donna incinta, dette quelle quattro parole, riprese la sua impenetrabile,
tranquilla espressione, e Rossa capì che lei comprendeva cosa stava pensando,
perché non riusciva a trovare la giusta strada, e capì anche che tra loro era
nata una sorta di complicità dannatamente femminile, e la cosa la straniva
ancora di più. Cercava comunque di farla finita con ogni tipo di elucubrazione,
perché pensava al bambino e non voleva creare problemi più seri, ma allo
stesso tempo pensava anche al suo di bambino, che non era mai nato e che non
aveva mai pensato di far nascere, e sapeva che non sarebbe mai più riuscita ad
immaginarlo così bene una volta che la donna fosse scesa dal taxi. Le mancava
stabilità, le mancava un figlio, le mancava proprio la stabile mentalità
materna, le idee per una famiglia, le mancava prima che un figlio, un rapporto.
Sentiva che le era venuta voglia di pensare al futuro, di fermarsi a discutere
col futuro: non le bastava più farlo salire e scendere dal taxi. Sentiva dentro
di sé una grandissima energia, una sensazione di carica mai provata prima, e
nel bel mezzo di questa ritrovata pace interiore, tamponando un ambulanza ferma
in sosta, capì che grazie a Dio, visto che non riusciva a raggiungere
l’ospedale, l’ospedale era arrivato da lei.
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24 -
“Allora,
siamo pronti?”. Sulfaro si stava bevendo una sigaretta con un’avidità
innaturale, e aveva la faccia di chi aveva voglia di uccidere. Il suo occhio
azzurro (perché quell’altro era marrone) brillava della luce dell’ansia, e
il respiro gli faceva andare su e giù la sua tonda pancia da sessantenne (ma in
fondo chi può dire di essere arrivato magro oltre i cinquanta, a parte Iggy
Pop). “Allora siamo pronti?”. Pizzi era da sempre il compare di Sulfaro. Si
può dire che erano come fratelli, se per fratelli intendiamo Caino e Abele. Ma
si sa, se vuoi far strada nel mondo della grassazione, devi essere pronto a
sparare alle spalle del tuo migliore amico in qualsiasi momento, stando attento
nello stesso tempo alle tue, di spalle. Comunque, Pizzi e Sulfaro avevano
passato praticamente la vita insieme, e il cavaliere aveva sempre vissuto fianco
a fianco all’alcolismo del compare, mascherato in un’onda perpetua di acqua
di colonia: non so se la cosa gli era piaciuta, ma era un dato di fatto. Ed ora
dovevano partire insieme per la Svizzera: la compagnia di Pizzi, più per noia
che per diffidenza, non era poi graditissima a Sulfaro. Il cavaliere spiegò a
Pizzi che prima di partire bisognava aspettare che il suo contabile ritirasse i
suoi documenti, e che quindi sarebbe potuto sopraggiungere qualche ritardo. Col
suo consueto aplomb tutto inglese, Pizzi sputò sei dita di whisky addosso al
compare e si mise a battere la testa sul bancone del bar del circolo, frignando
come neanche una bambina con le trecce e le lentiggini il giorno in cui le si
spezza il seggiolino dell’altalena con lei sopra. “Siamo rovinati! Se entro
quarantotto ore non siamo a Lugano da Vannucci, quello ci manda a zampe per
aria!” “Me ne fotto di Vannucci”, disse Sulfaro, “il mio contabile è
una persona fidata, i documenti mi arriveranno al più presto. D’altronde devo
andarci coi piedi di piombo, mi controllano, lo sai. Sai che io sono il primo
che si imbestialisce di fronte ai contrattempi, ma sai anche che possono
capitare.” “Possono ma non devono! Non ora! Qua si tratta di miliardi!”
“Miliardi nostri. Sturati quelle orecchiacce Pizzi: son venticinque anni che
sguazzo in ogni tipo di guano, e me la sono cavata da solo in ogni
disastrosamente merdosa situazione. Mi sono inventato i miracoli per diventare
quello che sono: quando ero un ragazzetto che ancora si pisciava addosso non mi
spaventavo se mi puntavano addosso un cannone, adesso che ho i capelli bianchi e
due cisterne al posto dei coglioni vuoi che mi spaventi una mezza sega come
Vannucci?” “Sei orrendamente volgare.” fu la risposta di Pizzi, che ordinò
un altro whisky. Il vecchio Fulvio, che gestiva il circolo da quando Sulfaro e
Pizzi portavano i calzoni corti (all’epoca li portava anche lui, a onor del
vero), ad un certo punto fece risuonare la sua voce alla Berry White nel locale,
chiamando Sulfaro al telefono. Pizzi, col naso immerso nel whisky, ascoltò il
cavaliere che si produceva nella conversazione, che si risolse nella ripetizione
per diciannove volte circa della frase: “Sì, signor Vannucci.”, al limite
alternata da un “Come vuole lei, signor Vannucci.” Quando tornò al bancone,
il cavaliere aveva la faccia di chi aveva voglia di essere ucciso. “Allora,
glielo hai detto?” “No, non ci sono riuscito. Era così gentile…” “E
che gli hai detto?” “Che dopodomani siamo a Lugano.” “Diavolo, non fare
quella faccia, mi innervosisci.” “Io la calma la mantengo. Se tutto fila
liscio saremo in Svizzera anche prima di dopodomani. Comunque, tutto è nelle
mani di quel cornuto del contabile.” “Zitto, mi trasmetti l’ansia. Dai, se
il problema è solo la polizia ce la può fare. Non è che magari invece qualche
tuo rivale può arrivare a mettergli i bastoni tra le ruote?” “I miei rivali
stanno tutti al cimitero.”, rispose impassibile Sulfaro. “In effetti sta
lontanuccio.” rispose Pizzi, che continuò “Però devo calmarmi, adesso però
devo calmarmi.”, e tirò fuori un ansiolitico che sembrava un uovo di struzzo.
“Non vorrai prenderti quel bombone dopo tutto quello che ti sei bevuto?”
disse il cavalier Sulfaro, preoccupato che il compagno di una vita potesse
cadere in catalessi. “Ma io ho bisogno di calmarmi” ribadì Pizzi, che cacciò
il pillolone in gola all’amico, in contemporanea ad una caraffa d’acqua.
“Ecco, sto già meglio” sospirò Pizzi ghignando.
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25 -
Uscendo
dal portone del Santo di turno, mi lascia alle spalle una grossa croce verde
con sopra scritto EMERGENZA. E chi più in emergenza di me, stanco di
sfortune, miserie e dolori all’anca ripetuti e incessanti, giorno e notte,
anno dopo anno. Ora però torno a casa, torno dalla mia Linda: alla fine era
stata lei a trovare me, il giorno dopo aveva letto la mia storiella sul
giornale. Inizialmente aveva pensato che fossi stato io a dargli buca, e mi
confessò che tutto sommato lo avrebbe preferito, visto quello che mi era
successo poi (poverina, in fondo mi voleva un po’ bene). Era venuta a
trovarmi col suo nuovo ragazzone Luca, centonovanta centimetri di possanza
medievale, che quando si soffia il naso tira scirocco. Ingessato persino al
pube, sentii di non poter competere con lui, e allora li salutai con un
sorriso e benedicendoli col retto femorale, che era l’unica parte del corpo
che non mi procurava dolori da morfina. Ogni giorno Faust e il poliziotto
tutto blu mi venivano a trovare, e mi fumavano in faccia e mi versavano il
vino del supermercato sulle mutande, che poi puzzavo così tanto che
l’infermiere si rifiutava di cambiarmi il vaso. Quindi una sera iniziai a
piangere, e piansi tutta la notte, perché ero guarito, e dovevo tornare a
farmi rompere il culo dall’ambiente circostante. Poco male, disse il mio
infermiere, e mi chiamò un taxi. “Lo porta la mia ragazza, riuscirà a non
farti tornare subito qui” mi assicurò, vedendomi comprensibilmente scosso
da settantasei giorni di degenza umiliante. Scesi le scalette, urtai una
decina di stampellati che rotolavano ai miei fianchi come anemoni nell’aria
di primavera, e trovai il tassì che mi attendeva. Provai una certa
inquietudine nel rivedere uno dei tanti oggetti che si era accanito contro di
me nella vita e nell’amore, ma basta, bisogna essere uomini, o ,per dire,
mezzo uomo e mezzo cristiano. La tassista mi raccontò la storia della sua
vita che non volevo ascoltare (magari mi avesse raccontato quella che volevo
sentire: storie erotiche, avventure nel mare del Sud, piccoli omicidi tra
amici): e così mi disse che aveva da poco scoperto di essere incinta, che suo
padre adorava la Ferrari, che la zia preparava un castrato con le cozze da
paura. Mmmm, castrato, dissi io fingendo interesse, e poi corsi a casa a farmi
del male con le spuntature di maiale in offerta speciale. A casa trovai la
casa, e già era tanto: c’era ancora! Trovai anche la segreteria piena di
messaggi; mi chiamavano per sapere come stavo, visto che stavo per uscire. Che
cazzo di domanda, se stavo per uscire stavo meglio, me lo dovevano chiedere
prima! Trovai anche un messaggio dei due poliziotti che mi chiedevano dove
stavo,ma preferii non rispondere. Richiamai invece tutti gli altri, che
avevano fretta e che mi dicevano di essere contenti che mi
ero rimesso o che mi ero laureato, non si ricordavano più.
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26 -
L’automobile
aveva preso la strada che conduceva fuori città. “Senti, vedi di stare zitta,
altrimenti ti faccio cucire la bocca” disse l’uomo al volante. “Ti
conviene dargli retta” sussurrò all’orecchio di Angelica l’uomo che le
era accanto “è molto pericoloso: ha fatto un corso di punto-croce.” Ma
Angelica insistette:
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“Volevo solo sapere se è la prima volta che vi trovate impegnati in un
rapimento”
-
“Il nostro movimento mette l’azione al centro delle sue idee, se
necessario si rapisce, si gambizza, si…”
-
“Uccide?” chiese Angelica l’eccitata.
-
“No, si scappa.” Continuò l’uomo. “E non c’entra la codardia.
A volte il non farsi identificare è più importante del buon esito della
missione. Lo facciamo per far vivere il movimento……..”
-
“E per non finire in galera” aggiunse l’uomo che era seduto vicino
ad Angelica, sfoggiando un sorriso a sette denti. L’uomo a fianco di quello
che guidava proseguì:
-
“Noi non siamo intenzionati a scendere a compromessi. Il governo deve
comprendere che non può più ostacolare la rivoluzione con la sua demagogia,
e….”
-
“Ma che cazzo stai facendo? Prendi appunti?”
-
“Chi io?” disse Angelica nascondendo il block notes.
-
“E’ mezz’ora che ti sta intervistando” disse con un sorriso
beffardo l’autista, che nel frattempo si era acceso una sigaretta e aveva
sputato un molare.
-
“E perché non hai intervistato me?” disse l’uomo a fianco di
Angelica, che nel frattempo si era acceso un pennarello dopo essersi disegnato
un molare sulle gengive.
-
“No dai, è che voglio capire le vostre ragioni. Intanto voglio farvi
notare che non sapete neanche chi avete rapito. Io sono Angelica Greta.”
-
“Sì, e da piccola ti chiamavano Gretina!”
-
“Spiritosi. E voi come vi chiamate?”
-
“Lui è Bruno, lui che guida è Nicola e io sono Lorenzo il
Magnifico” rispose l’uomo con l’Uniposca in bocca.
-
“Tappati quella fogna! E tu, bella Gretina che sei, hai poco da
rilassarti. Se il tuo giornale non asseconda le nostre richieste, sarai tu a
pagare.”, disse Bruno sputando un incisivo.
-
“E quali sono le vostre richieste?”
-
“La rettifica a tutte le illazioni che hanno scritto, e un
finanziamento per tutto il movimento. Ptù!” Angelica la Gretina trattenne a
stento una risata e rispose:
-
“E’ più facile che la direzione vi consegni lo scalpo delle loro
madri piuttosto che un finanziamento. Al limite, se voi foste disposti a
sganciare qualcosa, si potrebbe fare qualcosa per le illazioni…”
-
“Ma allora sei proprio Gretina! Ora basta!”, disse Nicola
spazientito, trattenendo a stento un canino e accendendosi l’ennesima
sigaretta. “Mettetela a tacere”.
E
Lorenzo il Magnifico si mise a cantare così forte, che non si sarebbe potuto
sentire nient’altro. Intanto parve evidente ad Angelica che l’automobile
si stava dirigendo verso l’aeroporto, e aggiunse dentro di sé: “Chissà
se lo sanno che fumare così tanto fa male ai denti.”
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27 -
“Innanzitutto,
caro bastardino, devi spiegarci come facevi a sapere tutte quelle cose sul
rapimento, e, soprattutto, cosa cazzo ci facevi lì conciato in quel modo,
oltretutto senza documenti. Una persona che non si tiene stretti i documenti in
tasca non è una persona sulla quale scommetterei.” La stanza dove avevano
portato Roberto era in penombra, piena di carte e sapeva di posacenere. Era in
compagnia del poliziotto tutto blu che lo aveva portato lì, che però se ne
stava zitto e in disparte, annotando qualcosa di inafferrabile, e di un altro
che lo stava interrogando. Chiedendosi se era quello il giusto prezzo da pagare
per essersi preoccupato della sua amica, Roberto cercava di spiegare la
situazione ai due policeman senza la benché minima speranza di successo.
-
“Mi ascolti, la rapita è una mia amica, avevo un appuntamento con lei
nell’albergo, ma poi i rapitori hanno steso anche me, ed evidentemente si son
presi anche il mio portafogli. Quando mi sono ripreso sono subito sceso a
cercarla, ma un taxi mi ha investito e mi ha gettato nel fango. Poi è arrivato
lui e mi ha portato qui, senza lasciarmi spiegare…”
-
“E ti aspetti che io creda a queste assurdità? Senti bastardino, o mi
dici la verità, e dico la verità, oppure sarò costretto a procedere come
piace a me…”
-
“Ma questa è la verità! Volevo vedere se i rapitori erano ancora nei
paraggi…”
-
“Stop bastardino, non fiatare. Forza, vai a chiamare Faust e fallo
venire qui immediatamente.”
Due
minuti più tardi il poliziotto tutto blu tornò nella stanza assieme a Faust,
che si presentò agli occhi di Roberto come un omino alto centoventidue
centimetri, calvo e con evidenti problemi di sovrappeso, che al confronto Danny
De Vito pareva Sylvester Stallone. Indossava una giacca di velluto verde con
toppe marroni sui gomiti. Che gli bastava, e gli avanzava anche di parecchio.
Faust fissò Roberto, quindi disse, con una voce che al confronto il cantante
dei Cugini di Campagna è un baritono:
-
“Ragazzo, non devi essere restio a collaborare. Tu sai dove i tuoi
complici hanno portato la ragazza rapita, lo devi sapere per forza. Parla, e in
men che non si dica ti lasceremo tranquillo, e potrai chiamare il tuo
avvocato.”
Roberto,
rassicurato dall’aspetto minimale di Faust, ribadì le sue ragioni:
-
“Vi assicuro che non ho la minima idea di chi siano questi rapitori.
Hanno picchiato anche me, guardate bene.” E mostrò un vistoso gonfiore sulla
nuca.
-
“Accidenti” esclamò Faust, ma il poliziotto tutto blu intervenne:
-
“Ma no, quello gliel’ho fatto io per portarlo qui. Credo che intenda
questo”, e indicò un bernoccolo sulla fronte.
-
“No, no”, disse Roberto, “quello me lo sono fatto quando mi ha
investito il taxi. Deve essere questo”, e indicò l’ennesimo segno del
destino che gli era caduto sulla testa. Faust osservò con attenzione:
-
“Vedo, vedo. Direi che per oggi ne hai avute abbastanza…”, e
dicendo così, afferrò un’asse di quercia sensibilmente più alta di lui e
spessa almeno altrettanto che stava appoggiata sul muro, e la scaricò con
inaudita e barbarica violenza sulla schiena di Roberto.“…sulla testa”,
aggiunse poi concludendo la frase.
Roberto
urlò come se avesse ricevuto due colpi, ed effettivamente Faust si era
affrettato nell’assestargli la seconda botta. Roberto tentò di dire qualcosa,
ma Faust lo interruppe intimandogli:
-
“Alzati in piedi se devi parlare.”
-
“Lasciatemi in pace, non c’entro nulla!”, sussurrò l’ormai
invertebrato Roberto con un filo di voce.
-
“Siediti”, gli ordinò quindi Faust, che gli spostò la sedia da
sotto le chiappe facendolo schiantare sul pavimento. I tre nella stanza risero
fragorosamente, quindi si ricomposero e continuarono a picchiare Roberto con
sobrietà.
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28 -
All’ombra
del parafango, Rossa ed un infermiere stavano romanticamente facendo la
constatazione amichevole. Il marito della gravida, una volta capito di essere
giunto a destinazione, sorvolò sul viaggio quantomeno raccapricciante, a tratti
allucinante, e saltò giù dal taxi. Giusto il tempo di accorgersi di aver
lasciato la moglie dov’era, ed era tornato, pronto a chiedere a Rossa una mano
per portare dentro la donna. Rossa congedò l’infermiere lasciandogli come
pegno il libretto di circolazione, e una volta tornata alla macchina trovò il
marito, ormai in evidente stato confusionale, semisvenuto sul cofano dopo aver
constatato l’assenza della consorte dal sedile posteriore. Rossa a questo
punto era decisamente confusa: dove poteva essersi cacciata la donna, che era
sul punto di partorire da un secondo all’altro? Partì alla sua ricerca col
marito, solo e disperatissimo. L’infermiere si attaccò ai due, “altrimenti
va a finire che il danno lo fanno pagare a me.” Al pronto soccorso il marito
fece un’accurata, calma e scrupolosa descrizione della moglie, tanto che fu
immediatamente compreso e accompagnato al cospetto di un ex maresciallo dei
carabinieri ottantacinquenne pronto per essere operato di appendicite. L’uomo
cercò quindi di essere più preciso, ma alla fine gli fu somministrato un
sedativo e fu lasciato lì. Rossa e l’infermiere cercarono la donna per ogni
dove, anche nella fontana-laghetto coi pesci rossi in giardino, ma non
riuscirono a cavare un pesce dal buco. L’ennesimo (e inspiegabile)
contrattempo aveva sopito il lato introspettivo di Rossa, che ora era più
sicura che mai di voler trovare la futura mamma, nonostante dovesse ancora
sistemare la faccenda dell’incidente e stesse perdendo tempo, lavoro, denaro e
salute mentale. Tuttavia, era preoccupata per quella donna, ed era sicura che
quell’inconscio impedimento nel trovare l’ospedale che prima sentiva era ora
assente, ma si sentiva un po’ responsabile, come il capitano di una nave che
affonda e non ha controllato prima della partenza l’efficienza delle scialuppe
di salvataggio. L’enigmatica signora sembrava però svanita nel nulla, e dopo
un paio d’orette buone Rossa e l’infermiere desistettero, e decisero di
recuperare il marito che giaceva su una panchina. L’uomo però sembrava
tutt’altro che in procinto di riprendersi, e non era assolutamente in grado di
denunciare la scomparsa della consorte alla polizia senza farsi arrestare. E così,
nell’attesa, Rossa e l’infermiere si misero a sedere sulla panchina,
terminarono di definire la pratica dell’incidente, si raccontarono come
avevano passato la giornata, la settimana e il resto della vita.
“Mia
moglie…dov’è? Come sta il bambino?” L’inutile maritino si era ripreso,
e volle fare un estremo tentativo in sala maternità. E la donna era lì, con la
creatura, un maschietto, in braccio, un po’ stressato pure lui come il padre,
ma con un sorriso indecifrabile che ora compenetrava gli zigomi straziati della
madre. Sorrideva ancora la donna provata dal travaglio, e non diceva una parola.
Il marito si avventò sulla sua famigliola come se avesse ritrovato il cervello
all’improvviso, e volesse riprendersi un ruolo che gli apparteneva, sudato e
trafelato veniva riammesso ai ranghi, dimenticandosi di Rossa che si congedò
salutando con lo sguardo il neonato.
Sullo
sfondo infermieri verdi, che sono più importanti dei bianchi ma meno dei
gialli, pulivano sale operatorie e conducevano parenti alle corsie dei loro
familiari, li traghettavano e l’ospedale, enorme polmone in espansione,
fermava il suo respiro e tratteneva un po’ il fiato per l’ora delle visite.
In quell’ora il sapere perentorio dei medici lasciava il posto ai pentoloni
con ogni ben di Dio, che fuoriuscivano dalla figura dei cappotti delle nonne, a
forma di scatole di cioccolatini e di mazzi di fiori, di fazzoletti profumati e
di acqua oligominerale da bere, tra sorrisi e lacrime il tutto si umanizzava
rendendo più digeribile la morte ed esaltando l’umanità della vita. In quel
girotondo di anime Rossa era finalmente disinnescata, fattasi pagare la corsa
fece ritorno al taxi e salutò anche l’infermiere:
“Che
giornata del cazzo! Voglio filare dritta a casa e dormire tranquilla finché me
lo merito.” E l’infermiere: “Certo. Però è strano: se quella donna non
fosse scomparsa, non ci saremmo conosciuti meglio. Saremmo rimasti solo due
persone senza nome che si mettevano d’accordo sulla dinamica di un
incidente.”
“Come
tutti quelli che si mettono d’accordo sulla dinamica di un incidente.
Comunque, mi ha fatto piacere parlare con te.”
“Potremmo
continuare la chiacchierata stasera, se non hai da fare…”
“Te
l’ ho detto, stasera dormo.”, rispose Rossa, che salì sul taxi, salutò il
ragazzo e partì. Per oggi aveva imparato abbastanza di sé stessa, ed era ben
ferma nell’intenzione di andare avanti una svolta alla volta. Per non
esagerare. E tenendosi ben stretto nel portafogli il numero di telefono
dell’infermiere. Che fa sempre comodo conoscere qualcuno al policlinico.
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29 -
La
rubrica “Chi Sta Sul Cazzo A Zappalà” aveva iniziato a riscuotere un
successo dilagante. Un successo quasi insperato. Un successo la cui portata non
era stata prevista neanche dal critico Zappalà. Il quale ormai aveva
sguinzagliato la sua anima commerciale come degno alter ego della sua essenza
snob, e tutto ciò pareva destinato a piacere dannatamente alla gente, gente
peraltro sempre affamata di pettegolezzi, indiscrezioni e bassezze varie. Stava
nascendo una nuova moda: la critica del critico. L’opinione pubblica stava
iniziando a diffidare di chiunque volesse imporre un parere, anche dall’alto
della più vasta esperienza. La gente non aveva smesso di ascoltare: aveva
smesso di credere. O almeno, di credere ad occhi chiusi. Il declino degli
oppositori di Zappalà era ormai iniziato, e non poteva più conoscere soste: il
primo fu De Rossi, al quale un carabiniere, accanito fan di Zappalà, decise di
fare una visitina come suggerito, scovando nella sua abitazione uno sgabuzzino
zeppo di materiale finalizzato alla propaganda filo-nazista, oltre ad un
servizio da dodici in porcellana firmato Terzo Reich. A lui seguirono tutti gli
altri: d’altronde Zappalà non aveva alcuna intenzione di porre freni alla sua
sottile opera diffamatoria. Non lo faceva certo per senso di giustizia.
Semplicemente, sentiva l’esigenza di doversi vendicare, e lo stava facendo
nell’unico modo che gli era congeniale: criticava i suoi avversari, così come
aveva sempre fatto, e come solo lui sapeva fare. La gente iniziava a fermarlo
per la strada, stava iniziando a diventare una specie di eroe civico, una sorta
di Robin Hood che vilipendeva i ricchi che avevano infangato i poveri.
“Hai
proprio ragione”, gli dicevano, “costoro si riempiono la bocca di parole
quando sono incapaci anche a stare zitti”, rispondeva lui.
Ah,
cari vecchi qualunquisti, conforto eterno di chi vuole solo distruggere e se ne
fotte di costruire e di chi costruisce, perché ora quello non era il suo
compito. Zappalà ascoltava soddisfatto i complimenti di tutti quelli che lo
fermavano, e poi li salutava mal giudicandoli con un’occhiata. E poi
continuava sul giornale parlando degli altri critici, raccontando di quello che
non riusciva ad interpretare bene i finali dei film horror perché si spaventava
e scappava a metà proiezione, di quello che si commuoveva sempre e poi diceva
che il film non aveva suscitato in lui emozioni e della moglie di Miccio. Sapeva
un’infinità di cose, perché, come spesso capita, quelli che ti pugnalano
alla prima occasione altri non sono che i tuoi adulatori, quelli che mettono la
loro vita nelle mani del migliore nella speranza che la manipoli secondo un
modello vincente, a sua immagine e somiglianza. Insomma, nel giro di poco tempo
i critici divennero quantomeno impopolari. E nel momento in cui la vena
distruttiva di Zappalà verso i colleghi andava sgonfiandosi per naturale
esaurimento (dei colleghi, ovviamente), il direttore responsabile del giornale
si affrettò a chiamarlo nel suo ufficio.
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30 -
[“Un
taglialegna lavorava duro, e un giorno, temendo una riduzione del personale
all’interno dell’azienda, decise di arrivare un’ora prima per tagliare di
più. E poi di fermarsi un’ora in più. Infine di saltare anche il pasto. Si
accorse però di tagliare ogni volta meno. E allora andò da un collega anziano,
un vecchietto che andava avanti con il suo ritmo, e decise di chiedergli un
consiglio: “Lavoro sempre di più e taglio sempre di meno”, gli disse. E
quello:
“Ma
ti sei ricordato di affilare l’ascia?”.]
Questo,
se fossi un uomo normale, potrebbe essere un finale abbastanza plausibile, uno
di quelli con una bella morale, per chi ce la vuole vedere, e una bella chiusura
per lo scrittore che la vuole trovare, ma io,
………..poi…..veramente normale non lo sono mai stato.
Sin
da piccolo ho percorso la mia strada senza pormi troppe domande e senza fare
tanti problemi, c’è chi nasce operaio, c’è chi diventa scrittore: io sono
nato sicario, anzi lo ero già da prima, infatti prima di me mia madre aveva
portato in grembo altri tre feti, tutte e tre femmine, e tutte e tre affogate da
quello che poi avrebbe preteso che lo chiamassi padre. Ero l’ultima speranza
di mia madre, se fossi stato la quarta femmina lei avrebbe chiuso, ed è buffo
pensare che venendo al mondo abbia salvato una vita e rimanendo vivo ne condanni
irrevocabilmente delle altre. Insomma, fin da bambino avevo ricevuto attenzioni
del tutto particolari. Mentre gli altri bambini venivano costantemente invitati
ad eccellere, a venir fuori dall’anonimato, a diventare famosi, verso modelli
di plastica, invitati a seguire i bianchi sorrisi televisivi, io ero stato
addestrato a non dare nell’occhio, costantemente punito ad ogni mia
rimostranza, perennemente invitato a non farmi
notare. L’unico mio pregio forse, se mi sforzo di vederne uno, è il
non aver mai amato mio padre, il non essermi mai arreso a lui, al suo modello, e
se crescendo sono diventato man mano un assassino molto più crudele, l’ho
fatto e lo faccio per sfida, per competizione e non per affetto, non per
emularne le gesta, lui è stato per me una sorta di datore di lavoro, che si è
curato della mia formazione professionale, cercando nel corso degli anni di
seppellire il mio lato umano, che riaffiorando ha trovato sfoghi e sbocchi
sempre più bizzarri e sempre più dissociati, inseguendo la scia di quel
bambino che colposamente mi sono lasciato alle spalle.
Riflettendo
su di me, arrivo sempre al punto di avere un’età in cui si dovrebbe sapere
cosa significa parlare, e penso questo ogni volta che tento di fissare i miei
orizzonti in movimento, ogni volta che urlo davanti alla mia immagine riflessa
allo specchio, ogni volta che sento al telegiornale delle mie uccisioni, ogni
volta che sogno di parlare con mia madre. E la domanda che mi pone è sempre la
stessa: figlio mio, sei un predatore o un cacciatore, fai cadere teste per
l’arte, o per un tuo particolare appetito? Per darmi una risposta so di dover
partire da un punto, non da un concetto, non da un immagine, ma da un punto, che
ha segnato la mia esistenza e continua con i suoi riflessi a delineare
costantemente i miei confini interni. E i soldi in questo non centrano, o meglio
sono marginali, i soldi li troverete dappertutto, e per quanto possa sembrare
degradante, preferirei poter ammettere sinceramente, che so, di essere un
genitore, che per salvare la vita della propria prole, deve uccidere a
pagamento, oppure per difesa, ma così mentirei al mio cliente più caro, cioè
mentirei a me stesso e, come tutti, non me lo posso permettere. Alle volte lo
vorrei, però.
Comunque,
la risposta vera è che sto bene quando uccido, che questo lavoro mi piace, e
non per il sangue, ma per quello che c’è prima, lo studio, l’attesa e per
ultimo la vera e propria battuta di caccia, i soldi vengono dopo, sono i soldi
della morte guadagnati nelle ore della morte e servono a far sentire bene la
gente come me, a reinserirla nella società, consentendoci di parlare la stessa
lingua degli altri uomini, che percepiscono allo stesso modo compensi
mercificatori del loro lavoro guadagnati nelle ore del loro lavoro; così
diversi e così uguali, siamo come due gabbiani che volano sullo stesso mare ad
altezze differenti, stessa condizione, quella umana, ma modi assolutamente
opposti di rapportarsi ad essa.
Comunque
mai nessuno mi aveva visto, voglio dire visto veramente, fino a due giorni fa,
quando per caso mi fermò un devotissimo frate. Nessuno mi aveva guardato con
occhi così amorosi, nessuno mi aveva mai parlato con tanta carità nel cuore,
si inginocchiò ai miei piedi chiedendomi di trovare in me la fede, la mia fede,
prima di lasciarmi mi diede un santino e scappò via come se avesse ricevuto una
chiamata irrevocabile. Io, che non ho mai creduto, mi sono commosso veramente
alla visione di quell’essere così preso dalla sua missione, lo invidio e con
l’andare delle ore mi convinco che se un uomo si comporta così deve valerne
la pena, magari lui ha visto Dio, Gli ha parlato o almeno Lo sente. La verità
è che mi ricorda l’unica morte che non sono mai riuscito a digerire, un
ragazzo anni fa con una pistola giocattolo mi prese di sorpresa e mi rubò la
macchina. O almeno ci provò. Gli scaricai tutto il caricatore nel petto, e
nello stesso momento capii che si era trattato di un riflesso condizionato.
Quando la sua pistola cadde a terra, mi resi conto che era un giocattolo, e mi
resi conto che ormai uccidevo con freddezza; ma io non mi sentivo freddo,
uccidevo con raziocinio, non con spietatezza. E la faccia di quel prete ora mi
ha riaperto le porte della memoria, rivedevo le sembianze della gioventù che mi
era passata davanti tra un cadavere e l’altro, quegli occhi carichi
d’energia, che ora mi guardavano prendere quel santino, dietro il quale
c’era molto di più di un’immagine sacra, c’era la Fede, non importa se
infusa dalla Grazia o dall’Eroina.
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31 -
La
notte era trascorsa come un lungo incubo ininterrotto, tra il sudore e l’odore
della paura. Stava in piedi di fronte alla finestra e aveva paura di ogni
rumore, di ogni luce nella notte, di ogni sirena, di ogni voce più alta del
normale che inavvertitamente venisse percepita nel suo campo auditivo. Paovic
Manolo non sapeva assolutamente cosa fare. Ormai era giorno, si alzò dalla
branda e andò a prendersi un bicchiere d’acqua. Con una smorfia di disappunto
scoprì di non avere più bicchieri di carta, indispensabili da quando si era
giocato quelli di vetro a poker, ma poi si ricordò che gli avevano staccato
l’acqua e lasciò cadere la cosa. Si sentiva sconfortato, si appoggiò
delicatamente al tavolo, ma una gamba del medesimo cedette e Paovic si schiantò
a terra. Rialzandosi, prese un cartone di latte mezzo vuoto dal frigorifero
guasto, e bevendo iniziò a riflettere sul frigo che si era lasciato morire, con
tre chilogrammi di spuntature attaccate al congelatore la serpentina aveva
esalato l’ultimo respiro, anche lei non aveva retto e ormai la carne si stava
staccando gradualmente contornata di variopinte bollicine e strani liquidi
rossastri che a gocce colavano dalla plastica trasparente che stropicciata li
teneva in un unico corpo semi solido. La cosa che gli bruciava di più era il
sentire tangibilmente che per lui non c’era mai stata giustizia. Doveva sempre
pagare più del dovuto i suoi errori. I ladri, male che vada, li becca la
polizia: lui no, lui doveva essere braccato da un boss della zona, che se la
sarebbe presa con lui solo per dimostrare che nei suoi confronti non ammetteva
sgarri, e non perché fosse effettivamente furioso. Sarebbe stato solo un altro
morto nella millenaria storia del crimine, solo un inutile numero, a suo modo
una vera vittima del sistema. E Paovic Manolo non lo voleva di certo, non ne
aveva mai avuto intenzione, non avrebbe mai immaginato di arrivare a questo
punto. Il suo appartamento era nella periferia ovest, sopra la metro tra il
quartiere dormitorio delle lucciole e la centrale del latte, da lì proveniva il
grosso degli arredamenti ricavati dalla connessione di più scatole di plastica
grigia trafugate alla mattina presto prima dell’arrivo dei fattorini
consegnanti. Aprì la porta del bagno, e la maniglia gli rimase in mano: Paovic
Manolo ripensò alle sue vecchie aspirazioni di commerciante, e gli venne quasi
da piangere, aveva ancora in testa quel catalogo degli arredamenti commerciali
su cui tanto aveva sognato, quel bancone circolare che avrebbe dovuto
abbracciare tutto il locale per lungo con quegli sgabellini a chiodo così
simpatici. Maledetta la sua mano leggera, maledetti i passanti distratti,
maledette le guardie che non vigilano abbastanza, sempre con quei piedoni sotto
il tavolo dei bar. Non si sarebbe trovato in questa situazione, se si fosse
trovato in galera. O se per lo meno ci fosse passato. Stava tornando a letto,
quando inciampò su uno dei tanti rialzamenti del pavimento: alla fine si mise
seduto a terra con la schiena appoggiata al muro sbuffando, e tirò giù la
parete di cartonato bagnato rotolando in cucina. Prima che il lampadario (che
per sua fortuna era un filo leggero e senza lampadina) gli crollasse in testa,
ebbe il tempo di concludere che ormai il ruolo di borseggiatore stava divenendo
soffocante per lui: non aveva la stoffa per certi ambienti, fino a quel momento
gli era andata bene, ma era inevitabile che prima o poi si sarebbe andato a
cacciare in un pasticciaccio più grande di lui. Mentre si diceva ciò si stava
pulendo gli occhiali da vista con la maglietta dell’uomo ragno croato, e la
montatura si sbriciolò e più miope che mai si ritrovò in una situazione che
non sarebbe riuscito a controllare, in un cazzo di guaio. Lo capiva dal fatto
che anche il solo dubbio che lo stessero cercando lo stava facendo impazzire di
paranoie, si era fatto bloccare dal sospetto, sarebbe potuto scappare? Non lo
aveva neanche pensato, immobilizzato com’era nella calce viva della sua mente,
vedeva la fine dappertutto appesa ai muri che ora crollavano sotto il suo
pesante sguardo, nello specchio del bagno che lo rifletteva distorto dalle sue
innumerevoli incrinature, aveva paura pure delle urla animali dei vicini che
facevano l’amore dimostrando con tutto se stessi l’amore che nutrivano
l’una per l’altro. Non ce la faceva più. E la casa come la sua anima stava
cadendo a pezzi con tutto quello che riusciva a contenere ancora.
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32 -
Omero
era cieco e zoppo, eppure ha composto l’Iliade e l’Odissea e si è affermato
come padre della letteratura; Beethoven era sordo, eppure ha composto delle
sinfonie immortali. Gli autori di alcune delle più grandiose opere della storia
dell’umanità erano privi delle facoltà elementari per prodursi nella loro
disciplina. Il cavalier Sulfaro si consolava pensando a tutto ciò: lui in fondo
era chiamato ad una ben più prosaica impresa. Non doveva scrivere senza vista o
comporre musica senza udito, doveva semplicemente espatriare senza documenti.
Anzi, neanche, doveva solo espatriare senza i suoi VERI documenti. Esponeva
queste sue teorie al fedele amico e socio nonché dispensatore d’insulti nei
momenti difficili (Juan Antonio Carlos) Pizzi, nella sua villa appena fuori città,
durante una tranquilla partita a carte notturna, tra il fumo di sigaretta che
viziava l’aria già impregnata della solita acqua di colonia del compare. Il
compare ascoltava Sulfaro con le carte in una mano e un doppio whisky
nell’altra, e con la terza stava cercando l’altro mazzo.
-
“Stai caricando la questione di toni esageratamente apocalittici.
Piuttosto, l’ hai sentito o no il tuo fantomatico contabile?”
-
“Certamente. Gli ho intimato di ritirare i documenti dalla cassetta di
sicurezza entro domani mattina, e sono certo che non ci saranno intoppi.”
-
“E allora come mai ti trema la mano?”
-
“E’ a te che trema la vista, solo stasera ti sarai scolato una botte
di whisky.”
-
“E allora com’è che ti sto spennando?”
-
“Ma se stiamo giocando senza soldi!”
-
“Come? Ma se ho dato la mancia al cameriere con un pezzo da dieci delle
tue!”
-
“Mai avuto camerieri, io.”
-
“Allora forse è meglio che me ne vada a dormire.”
E
Sulfaro vide Pizzi rannicchiarsi docilmente nella lavastoviglie. Gli rimboccò
un vassoio sulle spalle, e se ne andò in terrazza, si accese una sigaretta ed
iniziò a riflettere sulle conseguenze come solo un fumatore sa fare:
INALANDO. Nell’eventualità che il contabile avesse toppato, il minimo che
Vannucci poteva fare in sua assenza era darsi alla macchia con tutto il
denaro: le regole degli uomini d’onore sono ferree, ma dal momento che solo
una di esse salta allora chiunque è autorizzato a comportarsi come meglio
crede. Sulfaro per vendicarsi gli avrebbe fatto uccidere la moglie, e Vannucci,
dato che Sulfaro non era sposato, se la sarebbe presa con la moglie di Pizzi.
Pizzi avrebbe poi fatto fuori la figlia del narcotrafficante Ardamando il
sordo-zoppo e cieco (come Beethoven e Omero insieme nei loro momenti migliori)
il quale, essendo nemico giurato di Vannucci, avrebbe scaricato la sua furia
sulla madre del re dei falsi in bilancio Di Carna, che per Vannucci era come
un fratellastro di quinto letto. Di conseguenza lo zio di Sulfaro, Saber, che
era l’amante della madre di Di Carna, la signora Nicole, si sarebbe ucciso
per il dolore trascinando con sé Lisandro, la balia che l’aveva cresciuto
nella più profonda delle depressioni. E Sulfaro voleva assolutamente evitare
questo, perché teneva moltissimo a suo zio e a quel frocione consumato di
Lisandro. Il massimo invece che Vannucci poteva fare era far saltare in aria
direttamente Sulfaro, a causa della sua scarsa propensione nel farsi prendere
per il culo. Anche questa ipotesi risultò antipatica al cavaliere, che spense
la sigaretta raccomandandosi alla sua buona stella e a quella del suo
contabile.
-
33 -
Pestato
più di un materasso alla domenica mattina, Roberto si trovava ora di nuovo
seduto sulla sedia dove avevano iniziato ad interrogarlo. Faust gli passeggiava
intorno masticando una mentina ed inciampando di tanto in tanto nella sua
giacca-tunica.
“Non
riesco a crederci, è possibile che non ti decidi a parlare? Non vorrai mica che
passiamo alle maniere forti?” “Ancora?” mugulò Roberto, mentre Faust
alzava un tappeto sul pavimento scoprendo un vetro che rivelava un omone di due
metri e dieci per centoventicinque chili, il quale sbavando brancicava un osso
grande come un lampione e lanciava urla primordiali.
“Lui
è il Baroncino Otto Von Furssel, il mio cugino di Rio de Janeiro, ma di padre
portoghese. Vuoi forse che ti faccio scendere da lui?” disse Faust
sadicamente. “Non sapevo che in polizia usaste certi metodi”, rispose
Roberto. “Si vede che sei nato ieri: tu guardi troppi telefilm, ragazzino”,
disse inserendosi bonariamente il poliziotto tutto blu, e dicendo ciò incendiò
la camicia a Roberto. “Tanto è già ridotta a brandelli…” si disse tra sé
e sé il ragazzo consolandosi. Nel mentre, un altro poliziotto fece irruzione
nella stanza:
“Abbiamo
individuato i rapitori”, disse, “hanno sequestrato un aereo in partenza e
sono fermi sulla pista dell’aeroporto. Sono tre, dicono di far parte del
commando di un movimento rivoluzionario e che non libereranno gli ostaggi se non
arriverà qualcuno per negoziare. Ma che cos’è questa puzza di bruciato?”
Quindi arrivò anche un altro poliziotto, che annunciò:
“Abbiamo
svolto gli accertamenti, il ragazzo non risulta, sembra pulito. Ma cos’è che
sta bruciando?” “Niente, niente” rispose Faust scaraventando un secchio
d’acqua gelata su Roberto. “Presto,
andiamo, servono uomini all’aeroporto. Ragazzo, scusaci per l’errore, vatti
a prendere un caffè con questi” disse Giancarlo, consegnando a Roberto due
buoni sconto da ottocento lire l’uno (non cumulabili) per un confezione
d’espresso qualità discount, e abbandonò la stanza assieme agli altri. A
quelle notizie Roberto era talmente in pena per Linda da dimenticare le pesanti
e continue offese ricevute dal suo corpo, e, raccogliendo ciò che era rimasto
di lui, uscì dalla centrale zoppicando, rimediò un passaggio e si precipitò
(o quasi, visto che trovò un traffico epocale) all’aeroporto.
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34 -
Giunti
all’aeroporto, Nicola, Bruno e Lorenzo il Magnifico, tenendosi sempre ben
stretta Angelica che non si perdeva una mossa né una parola, si diressero verso
gli imbarchi internazionali. Angelica era emozionata: ormai si trovava in pieno
stato d’incoscienza, in una sorta di trance professionale che le aveva
praticamente fatto dimenticare di essere lei l’ostaggio, e ragionava sulla
vicenda pronta a tirarne fuori uno straordinario servizio. E adesso immaginava
chissà quali azioni di forza i tre avrebbero messo in atto per eludere la
sorveglianza e salire sull’aereo; almeno quello era ciò che credeva avessero
intenzione di fare. E non si sbagliava, tranne che per un particolare: i
terribili rapitori erano muniti di regolare biglietto, anche per l’ostaggio.
-
“Ma come”, disse Angelica, “avevate già preso i biglietti?”
-
“Ovvio” rispose Lorenzo il Magnifico “siamo organizzatissimi. Hai
visto quanta sorveglianza c’è? Mica siamo matti!”
-
“Ah, mi pareva…”
-
“E se ti azzardi a fare qualche mossa falsa, ti assicuro che ci daranno
l’ergastolo in contemporanea col tuo funerale” le intimò Nicola, che non
aveva mai smesso di essere credibile.
-
“Con i tempi in cui si svolgono i processi attualmente, ne dubito”
rispose Angelica, che non aveva mai smesso di fare la Gretina, e che comunque
seguì senza ribellarsi i suoi carcerieri.
-
“Come avete fatto a far passare inosservate le pistole nella borsa?”
chiese poi Angelica. E Bruno:
-
“E’ più semplice di quanto tu possa pensare. Le avvolgiamo nella
carta stagnola dopo che lui ci ha sbavato sopra. Sai, il suo intestino ha
proprietà speciali”
-
“Il mio medico dice che sono sbalorditivo!” disse fiero Lorenzo il
Magnifico.
-
“Incredibile” commentò la Gretina, e annotò tutto di nascosto sul
bolck notes con un’avidità inaudita.
Quindi,
salì assieme ai rapitori sulla scaletta dell’aereo, tranne Lorenzo il
Magnifico che era rimasto impalato sul primo gradino. Raggiunse i compagni solo
quando Bruno gli fece presente che non era una scala mobile. Quindi, una volta
sull’aereo, attesero che i passeggeri fossero tutti seduti al loro posto e che
i piloti si fossero sistemati in cabina per passare all’azione. Nicola bloccò
i piloti, Bruno teneva a bada i passeggeri e il personale di servizio, Lorenzo
il Magnifico diede l’assalto alle noccioline.
“Questo
aereo è requisito”, urlava Bruno puntando la pistola sui passeggeri. Nicola
aveva già ordinato ai piloti di mettersi in contatto con le autorità.
“E
se provate a fare scherzi”, aggiunse Lorenzo il Magnifico, “sarà lei la
prima a pagare!” “Perché io?” chiese spaventatissima una bambina di otto
anni con le trecce. “No, no, intendeva lei”, intervenne Bruno indicando
Angelica, che era ora al colmo del panico perché non sapeva quali domande
rivolgere ai passeggeri.
Gli
steward smisero di distribuire le cuffiette per lo stereo e i passeggeri della
prima classe rinunciarono ai superalcolici, le hostess per espressa richiesta
dei sequestratori servirono subito la colazione e tutto i passeggeri sorrisero
quando Lorenzo il Magnifico si rovesciò la seconda tazza di caffè addosso, i
bambini impazziti chiesero alle loro mamme di viaggiare più spesso e il
comandante era proprio contento: non voleva volare con quella pioggia, e
ammiccando al copilota aprì il giornale del giorno e si mise a leggere le
pagine dello sport.
-
35 -
Succede
sempre quando le cose sembrano mettersi al peggio. Ti senti sconfortato, ti
senti perdente, senti che ti è crollato il mondo addosso. E’ allora che ti
accorgi dell’indifferenza intorno a te. Non importa che tu sia solo o
circondato dai tuoi cosiddetti amici. I tuoi guai sono una tua esclusiva,
appartengono solo a te, gli altri possono sforzarsi quanto vogliono di
comprenderti, di decifrare il tuo stato d’animo in un determinato momento. Per
loro non sarà mai la stessa cosa: ed è solo allora che acquisti la piena
consapevolezza che il mondo continua a girare per i cazzi suoi che tu stia bene
o stia male, che tu ci sia o non ci sia. Certo, puoi dire che lo sai già, ma
tutto sommato non te ne rendi pienamente conto finché non ti passa addosso.
Paovic Manolo se lo sentiva passare addosso in quei precisi momenti, e la cosa
lo rendeva ancora più mortificato della sua stessa vita. Arrivò al bar a metà
mattina, tra i sorrisi cortesi e inconsapevoli della gente, sotto un sole
inutile e insignificante. Almeno per lui. Seduti ad un paio di tavoli c’erano
le solite facce, alcune vecchie conoscenze di Paovic ormai, altre no. Tra le
vecchie conoscenze c’era anche Ferrino, ormai veterano degli “alleggeritori”,
un toro con la testa di un uomo al quale tuttavia gli anni iniziavano a pesare,
dotato del più grossolano umorismo di quartiere. Lesse la paura sulla faccia
del croato e chiese lumi sulle sue preoccupazioni. Paovic Manolo gli spiegò
quello che aveva combinato senza volerlo combinare, sperando anche di ricevere
un qualsiasi consiglio dal collega più anziano e più provvisto d’esperienza.
Ma Ferrino fu implacabile:
-
“Quello già ti cerca. Ti sei andato a impicciare con Sulfaro, peggio
non ti poteva andare e non potevi fare.”
-
“Ma come?”
-
“Scampo non ce ne hai, te lo dico da amico, ti metto in guardia. Cinque
anni fa uno gli ha fregato la macchina, al cavaliere. Dieci giorni dopo stava già
al Camposanto. Ed era pure scappato.”
-
“E allora cosa posso fare?”
-
“E che ne so, bello mio. Lo dovresti sapere che a certa gente i piedi
non vanno pestati. Ti conviene sperare che non riesca a scoprire chi gli ha
rubato la giacca, ma ne dubito. Lui sa tutto quello che succede qui, ha ogni
genere di contatto. Può darsi che a parlare sarà proprio l’amico tuo
portiere d’albergo, o qualcuno che ti ha visto prendere la giacca. E’ un
brutto affare.”
Paovic
se ne andò dal bar sconvolto, senza neanche finire il caffè che non aveva
ordinato e senza neanche salutare gli amici che non aveva incontrato.
“Sarai
contento”, disse l’uomo seduto vicino a Ferrino, “sei riuscito a
terrorizzarlo. A che serviva dirgli tutte quelle cazzate.” “Lo sai che ho il
gusto della presa in giro. Mi faceva ridere, si preoccupava senza ragione, come
un ragazzino. Quello slavo deve mostrare di avere più carattere” replicò
Ferrino, “mi sono divertito un po’, che sarà mai.”
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-
36 -
“Quando
finisce il calcio, si rompono le ossa” mi ripeteva sempre il mio nonno
veterinario. “Quando finisce il calcio, ricomincia la vita” mi ripeteva
invece mio padre dopo aver lasciato la direzione tecnica del S.Oreste. E la vita
per me ricominciava dal calcio: andai a parlare con Linda ad un campetto per una
partita squallida di categoria infima, visto che giocava il fratellino di Luca,
che se vinceva andava nei sedicesimi di finale. Luca però non poteva venire, e
allora aveva mandato Linda a dare l’adeguato sostegno morale a Pinuccio,
terzino destro che non aveva mai giocato più di tre minuti. “Scusa il
disturbo” disse Linda “ma, figurati, è la prima volta che Luca non riesce a
venire, Ah! Ah! Ah!”. Com’era cara. La partita iniziò, e tra una marea di
madri caccolose che tifavano per il figlio caccoloso di turno iniziammo a
parlare:
-
“Sai Linda, ti penso tutti i giorni…”
-
“Che fbwx dici?” disse lei con tre etti di pane e salsiccia in bocca.
-
“Se non avessi sbagliato stanza tra me e te le cose…”
-
“Guarda, guarda, Pinuccio ha bestemmiato in panchina!” disse lei
eccitata dalla quarta salsiccia salsiccia.
-
“Sì, che grande! Però, ti stavo cercando di dire che tra me e
te…”
-
“Arbitro! Figlio di mignaatta! Caarnuto!”
-
- Ah, le sue vocali larghe, che bello riconoscerle! –
“Ascolta, volevo solo sapere se…”
-
“Caro Roberto, tu devi capire in che situazione mi hai messo: pensi che
io amo Luca? Pensi che a me piace stare con Luca? Pensi che a me piace stare qua
a mangiar salsicce e a vedere un fratellino trentaquattrenne che sbraita in
panchina? E’ proprio perché quel giorno hai sbagliato porta che adesso mi
ritrovo così.”
-
“ Ma non ti ho costretto io a metterti con Luca…”
-
“Certo che sì. Noi donne non possiamo stare sole, dobbiamo avere
sempre qualcuno accanto a noi, anzi, possibilmente sopra di noi: in caso
contrario, chi fertilizzerebbe le nostre uova?”
-
“Come?”
-
“Ma noi abbiamo le nostre necessità: se non soffriamo per amore,
dobbiamo almeno tentare di fa soffrire il più possibile: e poi voi uomini siete
tutti uguali, avete bisogno di soffrire, sennò fate puttanate e non
fertilizzate. Ad esempio tu, hai dovuto fare per forza l’eroe quel giorno,
andare davanti ad un terrorista addirittura, spavaldo delle tue ragioni…”
-
“Ma tutto quello che ho fatto l’ ho fatto per te, perché pensavo ci
fossi tu lì sopra. Io ti amo Linda!”
-
“Sì, anche tu sei un pochino simpatico. Avresti un’altra salsiccia
salsiccia?”
Nel
frattempo la partita finì, la squadra di Pinuccio nostro aveva vinto sette a
zero ma lui non era neanche entrato nei sette minuti di recupero sul recupero, e
si tolse la vita chiudendosi negli spogliatoi con le finestre chiuse. Quando se
ne accorsero i suoi compagni si abbracciarono mimando un forsennato sirtaki che
unì idealmente vincitori e sconfitti. Perché i calciatori amano mimare dopo
una vittoria vari gesti, così come amano mimare dispiacere dopo una sconfitta,
magari all’interno di una megadiscoteca con un gin tonic in una mano e una
passeggiatrice nell’altra.
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-
37 -
La
stanza del direttore faceva un certo effetto anche a lui. Solo che era il solito
effetto. La trovava in disordine; e poi era arredata con poco gusto; e poi non
la riteneva sistemata in maniera adatta per il lavoro; e poi il direttore era
fondamentalmente uno stronzo. Fosse stato lui direttore, allora sì che avrebbe
provveduto a fornirsi di un ufficio degno di questo nome. Ma lui era molto di più:
era il padrone di se stesso. Questi discorsi ora comunque non avevano molta
importanza: se non altro, non erano produttivi. Il direttorone attendeva
tranquillamente il critico Zappalà, consapevole che il suo potere terminava
laddove il critico iniziava a fregarsene. Tuttavia anche lui aveva un dovere da
compiere, ed iniziò il discorso con pacata fermezza:
-
“Caro Zappalà, immagino lei abbia intuito il motivo per cui l’ ho
convocata qui.” Zappalà lo fissò con attenzione:
-
“Certo che no” rispose, e si vedeva lontano un miglio che non
mentiva. Se ne accorse un miglio più in là il direttore, che non si scompose e
continuò:
-
“In tutta sincerità, lei cosa pensa che cerchiamo di fare in questo
giornale? Pensa che siamo alla ricerca della verità?”
-
“Spero di no. Io mi occupo esclusivamente della ricerca della
menzogna.”
-
“La prego di non scherzare.”
-
“E’ la verità.”
-
“Lei lo sa, siamo al giornale per il giornale, per vendere un numero
decente di copie, dobbiamo piazzare gli spazi pubblicitari per non farci
schiacciare dal mercato. Ora, devo ammettere che la sua idea di attaccare in
blocco la categoria dei critici è stata vincente, si è saputo difendere bene.
Ne converrà però con me che tutto ciò non poteva certo durare per
sempre…”
-
“Nulla dura per sempre, neanche io.”
-
“A questo punto, lei dovrebbe tornare alle sue canoniche critiche
cinematografiche. Ed è proprio qui che risiede il problema. Si sarà di certo
accorto che in questo momento i critici non godono certo di una buona fama…”
-
“E quando mai ne hanno goduto?”
-
“Zappalà, la gente, e in particolar modo la gente che legge, non vede
più di buon occhio la critica. Si sente annoiata da essa. La sua popolarità e
la sua arte persuasiva hanno fatto buon gioco, ma sono andate troppo oltre. Già
altri due giornali hanno soppresso le loro rubriche di critica, De Rossi è
addirittura in galera. I critici non interessano più, lei ha detto alla gente
che sono inaffidabili e loro le hanno creduto. Forse tra un po’ di tempo
passerà, ma io devo valutare la situazione per com’è attualmente…”
-
“In pratica?”
-
“In pratica o si inventa qualcosa di nuovo o sarò costretto a
chiederle di abbandonare il giornale.”
Ma
prima ancora che il direttore avesse terminato di pronunciare quest’ultima
frase, Zappalà aveva già abbandonato la stanza. Licenziato, tutto qui: come al
solito la cosa non lo aveva smosso di un millimetro. E poi non era certo quello
il modo di licenziare la gente.
“Che
incompetenza” pensava Zappalà, “e
quello sarebbe un direttore, seeeeeee! E’ appena uscito
da uno stage universitario, non sa nulla di incarichi manageriali, la gente la
devi far sentire a proprio agio, le offri un sigaro, uno spuntino, un caffè
almeno, gli parli di qualcosa, ci entri in relazione e poi TAC! La licenzi. Mica
si fa così, il licenziamento a sangue freddo, si deve entrare prima in
un’ottica di ridimensionamento del personale, un richiamo, che so, un rapporto
di un esperto tecnico, gli si dovrebbe esprimere un po’ di gratitudine alla
gente prima di licenziarla, che fai, prima succhi il sangue, e poi butti il
cadavere prima che muoia del tutto per evitare di pagare il funerale. Sì, è
così, però, ci si deve chiedere, ma è………”
Il
critico se ne tornò a casa, e visto che era abituato a criticare anche sé
stesso, si domandò se in fondo non se l’era cercata. Alla fine si convinse di
no: erano gli altri ad essere troppo inadeguati, e lui non aveva potuto non
accorgersene, anche a costo di rimanere travolto da sé stesso.
-
38 -
“State
calmi, che non vi succede niente!” continuava a ripetere Lorenzo il Magnifico,
che terrorizzava i passeggeri dell’aereo riempiendo i sacchetti per il vomito.
I piloti informarono Nicola che la polizia e alcuni dirigenti del giornale
stavano arrivando e presto avrebbero potuto iniziare a negoziare. Bruno
sorvegliava Angelica, disperata perché non aveva con sé una cinepresa. E
proprio in quel momento, quando la situazione pareva quantomeno aver raggiunto
una fase di stallo, tutto si complicò. Una signora perse la calma ed iniziò a
scappare urlando verso la cabina di pilotaggio, e Angelica da vera Gretina la
rincorse immediatamente nella speranza di raccogliere delle dichiarazioni a
caldo. La cosa fece perdere la Trebisonda a Nicola, che con un urlo pietrificò
la signora isterica e la giornalista incosciente:
“Cazzo,
qui nessuno si deve muovere, chiaro?”, e con due colpi di pistola trafisse le
poltrone che erano proprio davanti a lui, posti 47A e 47B, all’altezza della
testa. C’era scappato il morto, e non i morti, perché uno dei due sedili non
era occupato, e ora, con un cadavere sulla coscienza, quei tre psicopatici
avrebbero potuto trasformarsi in degli sterminatori. Angelica lo comprese, e la
sua intraprendenza la spinse ad affrontare i terroristi faccia a faccia. Ma non
era spirito eroico: era sempre quella folle scintilla che la guidava, per amore
dell’ambizione. Iniziò senza prudenza:
-
“Siete degli assassini: come potete prendervela con questa povera
gente, come potete prendervela con chi non c’entra nulla?” Le rispose Bruno:
-
“Questo aereo va in Svizzera, e la povera gente non va in Svizzera.”
-
“Ma che dici? In Svizzera sono talmente poveri che la gente non butta
mai via nulla. E’ per questo che per le strade non ci sono rifiuti. Ma voi
certe cose non le potete sapere: fino a dove è arrivata la vostra
istruzione?”
-
“Ovunque. La nostra distruzione non conosce limiti.”
-
“Istruzione Lorenzo, ha detto istruzione. Scusa, ma questo cosa
c’entra?” le chiese Bruno.
-
“Le radici del vostro disagio potrebbero affondare nell’infanzia”,
rispose Angelica, “se mi raccontate la vostra adolescenza, magari potremmo
afferrare perché non vi siete inseriti nella società. Quali sono state le
ragioni che vi hanno spinto ad aderire ad un movimento terroristico?” Nicola,
che fino a quel momento era rimasto fermo e impassibile ad osservare il suo
cadavere, interruppe perentoriamente la conversazione:
-
“Finitela, facciamo sul serio, possibile che non lo avete ancora
capito? E tu, bella reporter, vediamo se così ti vengono in mente domande
migliori.” E puntò con forza la pistola sulla fronte di Angelica.
-
“Non ti senti un filino agitata ora, cara?”, le chiese Nicola con la
voce tremolante e lo sguardo alla Jack Nicholson, sbattendola sul sedile vuoto
accanto al morto.
-
“Da bambina non ho imparato a piangere”, disse lei.
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-
39 -
Era
mattina ormai da qualche ora. Pizzi attendeva Sulfaro con impazienza davanti a
un triplo whisky al circolo di Fulvio, avvolto nella sua nuvola di acqua di
colonia. E Sulfaro finalmente arrivò. Dall’aria con cui si presentò capì
che tutto era filato liscio, e tirò una sorsata di sollievo.
-
“Il contabile ha fatto il suo dovere?” chiese.
-
“Naturalmente, guarda che quel cornuto di Antinori sa il fatto suo”
rispose il cavaliere, che mostrò al compare i documenti falsi nella tasca della
giacca.
-
“Perfetto. Se parti nel pomeriggio Vannucci non avrà modo di piantare
grane. Sarà bene ricompensarlo a dovere, questo contabile.”
-
“Non ti preoccupare”, disse Sulfaro con l’aria di chi la sapeva
lunga, “ho già dato ordine di farlo ammazzare. Piuttosto, tu hai fatto quello
che dovevi fare?”
-
“Di me non devi mai dubitare”, rispose Pizzi con l’aria di uno a
cui sta salendo una sbornia, “ecco il tuo biglietto aereo e le mie coordinate
bancarie. Mi raccomando, non fare cazzate, versami tutto ciò che mi spetta. Poi
fai pure quello che ti pare.”
-
“Fila 16, posto 47B”, mormorò il cavaliere scrutando il suo
biglietto, quindi aggiunse: “Sei costretto a fidarti.”
Pizzi
annuì, anche perché era ormai ubriaco. Sulfaro fece due conti: l’aereo era
in partenza nel tardo pomeriggio, aveva ancora del tempo davanti a sé. Decise
di ingannare l’attesa andando a trovare il suo vecchio amico Argentesi.
Avevano iniziato assieme, da giovani, la scalata al mondo del crimine. Argentesi
aveva poi spostato i suoi interessi in Germania, e in questi giorni Sulfaro
aveva saputo che era temporaneamente rientrato in Italia, e decise di andare a
dargli un saluto nell’albergo dove alloggiava. Poteva essere una buona
occasione per pranzare insieme, parlare un po’ dei vecchi tempi e distendersi
un po’. Sulfaro incrociò Argentesi nella hall e iniziarono, dopo essersi
salutati calorosamente, a chiacchierare. Decisero di pranzare in un ristorante lì
vicino, ma aveva iniziato a piovere, e la costosa giacca che Sulfaro indossava
non era di certo adatta alla pioggia. “Non ti preoccupare”, disse Argentesi,
che salì nella sua stanza e riscese con una bella giacca a vento tra le
braccia. “Non fa niente, non mi serve” lo rassicurò Sulfaro, ma l’altro
tanto insistette che accettò. Stese la sua giacca su una poltrona e indossò la
nuova, e per prima cosa infilò i suoi preziosi documenti assieme ad un po’ di
contante nella giacca nuova. “Bravo, i documenti prendili” disse Argentesi
ignaro di che tipo di documenti fossero, “ma il resto lascialo stare che offro
io. Ragazzo, mi raccomando, tieni d’occhio questa giacca.” “Certo
dottore”, rispose distrattamente il portiere sessantenne. I due quindi
uscirono, e tra una parola e un bicchiere di troppo, tirarono tardi al
ristorante, un locale di gran classe. Ogni posto a tavola era provvisto di sei
forchette, quattro coltelli, otto bicchieri, due camerieri personali e tre water
e mezzo in ogni bagno per ogni
evenienza. Sulfaro si rese conto che il tempo era volato, e salutò Argentesi:
“Devo filare all’aeroporto.” “Ok, ti accompagno a riprendere la
giacca.” “Non ho tempo. Tanto ho qui tutto quello che mi occorre, un po’
di soldi li ho portati con me. Tienila tu, me la restituirai al mio ritorno.”
“Vediamoci presto.” “Ti saluto ma alla prossima offro io.” Pochi minuti
dopo il cavaliere era già su un taxi diretto verso l’aeroporto.
-
40 -
Scese
dal taxi già stanco. Roberto stava cominciando ad essere preoccupato più per
se stesso che per Linda: un’altra botta in testa e avrebbe collassato di
brutto. L’aeroporto era già nel caos: la polizia aveva presidiato gli
imbarchi internazionali, le trattative con i rapitori erano già iniziate ed era
pressoché impossibile avvicinarsi al punto nel vivo delle negoziazioni. Roberto
apprese che i rapitori avevano già ucciso un passeggero dell’aereo, ma si
tranquillizzò (per modo di dire) quando scoprì che non si trattava della
sequestrata. Ma era ormai evidente che la situazione fosse pesantissima da
gestire. Roberto non aveva assolutamente idea di cosa potesse fare per aiutare
la sua amica, quando all’improvviso, osservando sotto le gambe dei presenti,
vide distintamente la sagoma da gnomo giocondo di Faust che gestiva uno dei
cordoni di sicurezza. Iniziò a sbracciarsi per attirare l’attenzione di sua
bassezza, che non si accorse di niente. Fu il poliziotto tutto blu a notare
Roberto, raggiungendolo nel giro di pochi secondi.
-
“Cosa vuoi, bastardino? Che cosa ci fai tu qui?”
-
“Ve l’ho già detto in centrale, sono un amico della ragazza rapita.
Forse posso darvi una mano nelle trattative, visto che la conosco.”
-
“Non vedo come tu possa aiutarci, bastardino. Tu non puoi fare niente,
aspetta qui tranquillo e vedrai che ce la risolviamo da noi.” E lasciò lì
Roberto.
La
polizia comunicava via radio con i rapitori: avevano fatto sapere che esigevano
una celebrazione del loro movimento in prima pagina da parte del giornale,
altrimenti avrebbero compiuto una strage all’interno del velivolo. Era
evidente che ormai avevano perso la testa, e che l’importante era farli uscire
tranquillamente dall’aereo. La direzione del giornale si era prodigata a far
stampare alcune copie preparate appositamente, con sopra scritto tutto ciò che
i sequestratori volevano. In pratica cambiavano la prima e la seconda pagina
dell’edizione del giorno prima, che veniva ristampata con data differente; in
fondo i tre erano solo degli imbecilli in un gioco ormai più grande di loro, ed
era improbabile che fossero abbastanza furbi da rifiutarsi di scendere una volta
letto il giornale. Rimaneva il problema su chi mandare a consegnare i giornali
ai rapitori.
-
“L’operazione è ben definita ma è ad alto rischio” disse Faust al
poliziotto tutto blu, “mandare un agente di servizio non è sicuro, non sono
pronti per questo genere di situazioni. D’altronde, sarà bene non perdere
altro tempo in attesa dei reparti speciali. Servirebbe un agnello sacrificale
per valutare se questo tentativo funziona.”
-
“Ma non possiamo mica mandare il primo che capita. Se le cose andassero
storte non ce lo perdonerebbero, non possiamo permetterci una leggerezza
simile.”
-
“Potremmo se rimediassimo un volontario.”
A
queste parole il poliziotto tutto blu schizzò via, correndo immediatamente da
Roberto. “Ragazzo, abbiamo un lavoro per un tipo tosto come te” gli disse.
E Roberto, come sperava di fare, accorse prontamente.
-
41 -
Sono
solo e coltivo la mia fame, con pazienza la indirizzo verso il mio obiettivo
finale, che come sempre sarà la morte di qualcuno i cui interessi sono entrati
in contrasto con quel qualcun altro che mi paga, è questo il gioco delle parti
a cui attivamente partecipo, loro ci mettono i soldi e io la morte. Solo una
volta finora mi è capitato di ucciderli entrambi, ma era inevitabile.
Molti
ci temono, troppi ci disprezzano, ed altri ancora ci condannano in tiepide aule
di tribunale, al sicuro sulle loro sedie, vorrebbero mettere al sicuro le loro
coscienze spedendoci in un luogo a loro oscuro,
dove pensano che forse non potremo nuocere, ed è proprio qui che si sbagliano,
perché i sicari più brutali nascono in quelle luride celle, repressi, violenti
e violentati diventano così sconclusionati da abbracciare questa arte senza
esserne abili e per pochi soldi promettono esecuzioni da film. Ci vuole stile,
tempismo e tanto talento, non siamo predatori che accoppano per nutrirsi, ma
cacciatori pazienti che continuano
a sterminare per l’arte, dopo un po’ ti ci affezioni a questo lavoro. Non
importa quanto ci vorrà, alla fine gli incarichi che ci assumiamo verranno
terminati sempre con grande soddisfazione. Sì, quello che ci contraddistingue
dagli altri sbudellatori folli è il copione che con ingegno elaboriamo e
perseveranza attuiamo. Senza contare le gioie di far parte del magico mondo dei
liberi professionisti. C’era una barzelletta che udii tanto tempo fa in un bar
della Costa, la raccontò un tale ad un tavolo vicino ad un suo amico: sai
qual’ è la differenza tra un assassino, una prostituta e un avvocato?
Semplice: i primi due ti fottono finché non sei morto, il terzo continua finché
resiste il tuo conto in banca. Forse non era proprio così, ma
mi capirete, d'altronde non racconto
storie per vivere.
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-
42 -
L’atmosfera
sull’aereo si era fatta pesantissima. La pistola di Nicola aveva zittito
Angelica, ma la giornalista dentro di sé era tutta intenta ad immaginare come
avrebbe potuto descrivere la situazione nel suo articolo. Non aveva affatto
paura. Pensava che avrebbe dovuto averne, sarebbe stato giusto. Ma non ne
aveva. Sentiva solo salire dentro di sé l’ansia per non sprecare
un’occasione del genere. Riteneva di aver già raccolto testimonianze a
sufficienza tra i passeggeri dell’aereo. Quello morto era proprio morto:
peccato, fosse stato in fin di vita sarebbe stata prontissima a raccogliere i
suoi ultimi pensieri. Era un fiume in piena ormai, Angelica: ormai toccava ai
rapitori, anzi, agli assassini (l’affare si era fatto grosso), dire la loro
sul momento, e Angelica, una volta salva, avrebbe raccontato ogni cosa dal
punto di vista dei protagonisti. Semplicemente strepitoso; sarebbe andata così,
non sarebbe potuta finire diversamente. In caso contrario, sarebbe uscita di
scena con stile, come aveva sempre desiderato. Nicola da parte sua era invece
ormai alla stregua di una candela consumata. Non voleva uccidere nessuno,
tutto sommato non sapeva neanche perché era lì. Tuttavia ci si trovava, ed
aveva già ucciso, e ora puntava la pistola in faccia ad Angelica, ma senza
convinzione, e la ragazza poteva accorgersene. Ma quale lucido mostro avrebbe
mai potuto calcolare freddamente la situazione? Non riusciva a crederci, il
carnefice dentro di sé si sentiva vittima. Bruno nel frattempo aveva messo un
punto nelle trattative: il giornale accettava le loro condizioni e avrebbe
dedicato un servizio a favore dei rivoluzionari.
-
“Adesso arrivano”, disse a Nicola, “forse ce l’abbiamo
fatta.”
-
“Fatta a fare cosa?”
-
“Stai zitta!” intimò Nicola ad Angelica tenendo sempre la pistola
puntata contro di lei.
-
“Voglio dire, perché mai avete aderito al movimento? E quando?”
-
“Che fai, ricominci?”, disse Nicola con la voce vibrante, la mano
tremante e le palle giranti. Rispose però Lorenzo il Magnifico:
-
“Abbiamo aderito al movimento per la rivoluzione. L’abbiamo fatto
per la rivoluzione.” Angelica ormai era inarrestabile:
-
“E che cos’è per voi la rivoluzione?”
-
“La rivoluzione è un ideale. Anzi, è L’IDEALE”, rispose Bruno.
-
“Una rivoluzione ha senso solamente quando c’è un sistema da
fronteggiare. Ma voi non sapete neanche per cosa state combattendo. Cercate
solo di dare un senso a caso alle vostre vite, perché siete terrorizzati dal
fatto che esse possano durare troppo a lungo.” Ora probabilmente Nicola
avrebbe sparato ad Angelica, se Bruno non avesse replicato prontamente:
-
“Ti sbagli: noi combattiamo contro lo stato prepotente. Il nostro
nemico ha dei connotati ben chiari.”
-
“Se riusciste nella rivoluzione diventereste voi lo stato prepotente:
è la rivoluzione che si serve degli uomini, e non viceversa. No, voi non
sapete contro chi vi state ribellando, e soprattutto, non avete alcuna idea su
come ribellarvi. Siete solo dei pazzi qualsiasi, come milioni di altri, che si
nascondono dietro grandi parole, dietro grandi progetti sconosciuti anche a
voi che tentate di portarli avanti. La rivoluzione è una cosa seria, non vi
appartiene: voi volete solo cambiare a tutti i costi, perché allo stato
attuale delle cose non siete buoni per nulla.”
Era
già incredibile che fossero stati a sentirla. I passeggeri dell’aereo, che
dall’inizio della vicenda non avevano fatto altro che starsene pietrificati
ai loro posti (soprattutto il tizio morto) erano quasi commossi. Ma forse era
solo l’isteria dovuta alla tensione. Lorenzo il Magnifico era rimasto
profondamente toccato dalle parole di Angelica, e rimase a riflettere con tre
dita conficcate in una narice. Bruno non sapeva più cosa rispondere. Nicola
invece eliminò definitivamente i brandelli di autocontrollo che gli erano
rimasti:
-
“Ora basta, basta, fottutissima Gretina da due lire, mi hai rotto i
coglioni una volta per tutte. Non ce la spreco una pallottola per una come te,
cazzo. Sono quelli come te la rovina dell’umanità: pensi di avere una
risposta per tutto, in realtà stai solo recitando, le parole che pronunci non
le pensi affatto, le dici solo perché ti suonano bene. Se noi non sappiamo
quello che facciamo, neanche tu lo sai: solo che tu sai darti delle arie, sai
farti prendere sul serio. Io no: ma anche tu lo sai che quello vero sono io, e
quelli veri finiscono di merda. Chi sa fingere si salva, ed è contro i finti
che ci stiamo ribellando, ma tu non puoi capirlo, perché ci stai dentro fino
ai capelli. Ma ora basta, scendi subito da questo cazzo di aereo, non ce la
faccio più con te.”
Aveva
iniziato il discorso urlando, e progressivamente si era calmato, come se
all’inizio avesse voluto che tutti sull’aereo sentissero il suo sfogo
d’ira, e come se alla fine avesse avuto interesse ad essere ascoltato solo
da Angelica. “Falla scendere Bruno, falla scendere subito.” E,
inaspettatamente per la polizia, dallo scivolo la giovane giornalista piombò
sulla pista leggera leggera, tranquilla, rilassata, e si avvicinava ai suoi
soccorritori con in testa il più sbalorditivo pezzo del decennio. Lo sarebbe
stato comunque sarebbe andata a finire sull’aereo: quello non era più affar
suo, per lei le preoccupazioni finivano laddove il pezzo era pronto.
-
43 -
Era
lì. A casa. Immerso nella sua (o quasi, gli mancavano due rate) vasca da bagno
con idromassaggio, assieme a Caterina e Fiorella, le sue amate paperelle di
gomma. E le paperelle vedevano davanti a loro sempre il solito critico. Nulla si
era mosso di un centimetro per Zappalà, tranne il fatto che criticare non era
più il suo mestiere. Aveva perso il lavoro, ma lo aveva fatto perdere anche a
molte altre persone: il fine giustificava i mezzi, e lui era più che
soddisfatto. Inoltre, lui lo sapeva benissimo da solo di essere un critico, e di
essere il migliore. Non era certo necessario che un direttorino qualsiasi glielo
dovesse confermare. La sua essenza non gliela avrebbe portata via mai nessuno. E
poi gli rimaneva sempre la cattedra universitaria. Comunque, non poteva fare a
meno di riflettere sulla forte carica ironica della faccenda: aveva svolto
talmente bene la sua professione da distruggerla, come se lui rappresentasse
l’inizio e la fine della storia, come se la sua competenza fosse il punto
d’arrivo. La gente si era sempre fidata delle sue critiche, e da quando aveva
criticato i critici non si fidava più di loro. Sì, tutto sommato poteva essere
soddisfatto. Ora però bisognava pensare al futuro, esigenza pressante che fa
sempre capolino nei momenti più difficili. E allora non restava che mettersi a
criticare la gente. Tutto il giorno, tutti i giorni. Così passò alla stazione
radio locale. In fondo la fama gli era rimasta. La sua non era una trasmissione
di critica: la formula era nota e abbastanza banale, doveva semplicemente
ricevere telefonate e parlare con gli ascoltatori di problemi di interesse
generale. La particolarità era che Zappalà insultava chiunque lo chiamasse col
suo consueto stile sprezzante, senza soluzione di continuità. E tra l’altro
questo alla gente pareva piacere, visto che il programma ebbe un discreto
successo.
“La
folla non ama farsi insultare, a meno che non sia io a farlo.” Questo pensava
tra sé e sé Zappalà, e andava avanti per la sua strada. E se anche un giorno
non ci fosse stato più nessuno disposto ad ascoltarlo, non avrebbe avuto
importanza: a lui bastava la presenza delle sue paperelle, sempre pronte ad
accogliere le sue lamentele.
-
44 -
Il
cartellone pubblicitario su sfondo industriale recitava così attraverso la sua
scritta rossa che campeggiava su un blu oltremare: - dal
lunedì al martedì, dalle 10 alle 12 ascolta anche tu “CON CHI CAZZO CE
L’HA ZAPPALA’ ” un nuovo programma di Radio Onda Abbondante 128.37 Mg -.
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45 -
Era
arrivato all’aeroporto in orario. Era tutto a posto. Si diresse tranquillo
verso gli imbarchi internazionali. Dopo aver sistemato tutto in Svizzera con
Vannucci, si sarebbe preso un bel periodo di riposo. Il cavalier Sulfaro negli
ultimi tempi aveva davvero avuto troppo da fare, anche per la sua attitudine di
stakanovista del crimine. Ora poteva finalmente concedersi una pausa, e lo
avrebbe fatto con un conto in banca ancora più ricco. Tutto stava filando
liscio, teneva saldamente in mano tutto l’occorrente per l’imbarco:
documento d’identità falso, passaporto falso, biglietto aereo posto 47B. Ogni
cosa era in ordine. Sulfaro stava già studiando il modo in cui condurre la
riunione con Vannucci: bisognava stare attenti a non farsi fregare, perché
negli ambienti in cui tutti si fidano l’uno dell’altro non c’è da
fidarsi. Era immerso in questi pensieri, quando fu bloccato dal personale di
servizio dell’aeroporto:
-
“Signore, ci scusi, vuole seguirci un momento?” La cosa non gli
piaceva affatto. Lo fecero attendere qualche minuto, quindi lo presero in
disparte:
-
“Signore, questi documenti sono contraffatti.”
-
“Ma che cosa state dicendo?” Sulfaro era raggelato, non riusciva a
credere a quello che gli stava succedendo. Non gli era mai successo, e non
poteva succedere proprio ora.
-
“Temo che i suoi documenti non siano validi. Temo che dovremo
trattenerla per degli accertamenti.”
-
“Ma cosa dite, ma….devo andare, il mio aereo sta per partire…”
Nel frattempo un poliziotto si era aggiunto a quelli della sicurezza. Un
controllo dei documenti, una breve ricerca di non si sa cosa sul computer
d’ufficio, e alla fine:
-
“Mi dispiace signore, ma deve seguirmi in centrale.”
Sulfaro
non disse una parola, e seguì il poliziotto. Lo stavano portando via come
l’ultimo dei ladri di galline, e la cosa gli faceva ribollire il sangue. Non
vedeva più nulla attorno a lui, era come se tutti i contorni fossero sfumati e
stessero sparendo. Ma la rabbia per l’umiliazione era soffocata dalla
preoccupazione: tutto l’affare rischiava di saltare in aria, e aldilà delle
ire di Vannucci, che temeva comunque più di un eruzione vulcanica, il problema
maggiore era che rischiava di vedere andare in fumo anni di lavoro, di perdere
ogni guadagno, di perdere tutto. Peccato che avesse già fatto ammazzare il
contabile cornuto, se la sarebbe presa volentieri con lui. Comunque, ci sarebbe
stato chi gliela avrebbe pagata cara. Tuttavia, ora l’avevano arrestato, e
sentiva fortemente il bisogno di qualcosa che gli risolvesse la situazione. Ma
non aveva idea di cosa.
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-
46 -
Solo.
Era tornato nel suo appartamento, dove tutto gli stava cadendo addosso. Ma non
gli interessava, tanto tutto gli era già crollato sulle spalle da un pezzo. Le
parole dell’insensibile Ferrino non avevano fatto altro che puntellare le sue
convinzioni, rendendole certezze. Quel Sulfaro lo avrebbe fatto ammazzare. Non
c’era scampo. E comunque, era la consapevolezza di aver commesso l’ennesimo
errore a distruggerlo. Aveva sbagliato sempre, e aveva sbagliato ancora. Non era
un ladro, non lo era mai stato. Era stata tutta un’illusione. Si era illuso,
perché per una volta aveva visto che le cose intorno a sé stavano seguendo un
verso. Che verso, poi. Riusciva a sopravvivere bene, tutto qui. Il posto che
aveva trovato per vivere era un quadro di squallore. E per quanto poi avrebbe
potuto andare avanti, di questo passo. Prima o poi l’avrebbero arrestato.
Prima o poi avrebbe commesso qualche altra stupidaggine. Prima o poi si sarebbe
comunque reso conto che la cosa non poteva funzionare. Paovic Manolo non si era
mai sentito così insoddisfatto di sé stesso. Prima gli era semplicemente
capitato di sentirsi insoddisfatto della sua vita. Ma aveva fiducia in sé
stesso, era convinto di valere, era convinto che le sue qualità lo avrebbero
risollevato, prima o poi. Ma adesso non ci credeva più: da commerciante con
idee all’avanguardia si era trasformato in ladruncolo di strada, e neanche un
ridimensionamento tale gli era bastato per trovare un minimo di stabilità, per
schiarirsi almeno le idee. Le mura ingiallite attorno alla sua stanza gli
ricordarono una cella del braccio della morte. Chissà perché poi, lui non
c’era mai stato in un braccio della morte, e non aveva la più pallida idea di
come fosse fatta una cella al suo interno. Ma Paovic Manolo non avrebbe dato a
nessuno la soddisfazione di condannarlo: il nodo scorsoio che stava preparando
glielo aveva detto chiaramente. “Cappio cappio delle mie brame, solo tu mi
potrai salvare?” “Ma certo che sì!” Era sensualissimo: pendeva e
ondeggiava suadentemente dall’unica trave del soffittaccio che non si sarebbe
mai staccata. Lo stava invitando, solo lui poteva capire. E ormai aveva deciso:
addio splendide spiagge di Croazia, addio cibi macrobiotici e a basso contenuto
di colesterolo, addio vecchine che passano sul ciglio del marciapiede tenendo la
borsetta per il mignolo, addio vecchi compagni accattoni del crimine
disorganizzato. “Questa è sicuramente la mano di Dio che mi punisce, questo
è il castigo per aver smesso di mandare i soldi a casa, per aver chiuso tutti i
rapporti con quel che resta della mia famiglia, per non aver neanche per un
momento pensato di sposare in chiesa Ielena (chi è Ielena? Ielena è l’amica
di Paovic...). Questo è il castigo di dio o no? Tutto questo malessere, guarda
come mi sono ridotto a vivere. Guarda ora (D)(d)io come mi fai morire.” Paovic
Manolo usciva dalla scena in cui non era mai riuscito ad essere protagonista,
nonostante la parte gli fosse stata assegnata più volte. Sopra il tavolo, giù
dal tavolo: e buonanotte.
Però
come rimaneva stabile quell’ultimo cappio.
-
47 -
“E’
la resa dei conti, bastardino: tu adesso gli porti queste copie del giornale, e
se non fai puttanate non succederà niente di brutto a nessuno, neanche a te.”
Roberto ascoltava con attenzione il poliziotto tutto blu, era deciso più che
mai. Forse la sua azione sarebbe stata decisiva per strappare Linda ai rapitori.
Anche il poliziotto tutto blu, mentre parlava a Roberto, era sicuro dei fatti
suoi: poco importava se il ragazzo andava ad ammazzarsi, l’importante era
studiare la reazione dei rapitori ai tentativi di negoziazione. Se poi tutto
fosse invece filato liscio, meglio ancora.
“Ascoltami
bene, bastardino: ci terremo in contatto con te tramite questo auricolare,
questo, hai capito? Non fare che te lo mangi. Ora, noi continueremo a parlare
con i rapitori, e ti informeremo tempestivamente nel caso volessero fare
scherzi.” Alla parola “tempestivamente” Faust scoppiò in una fragorosa
risata. Il poliziotto tutto blu lo guardò storto, Roberto guardò storto il
poliziotto tutto blu e in quel festival di occhi incrociati Roberto si apprestò
a raggiungere l’aereo. Ovviamente non poteva utilizzare alcun mezzo di
trasporto, e doveva percorrere un lungo tratto a piedi prima di raggiungere la
pista. Un mezzo era comunque pronto in caso di necessità di soccorso, ma aveva
il tassativo ordine di muoversi solo in caso di estrema emergenza. L’atmosfera
era cupa, il tempo era nuovamente peggiorato e nubi scure si addensavano in
cielo. Mentre camminava col pacco di giornali tra le braccia Roberto rifletteva
su come il caso, in una giornata tanto negativa, gli avesse offerto
l’occasione di diventare un eroe, non solo agli occhi della sua amica, ma di
fronte a quelli dell’intera comunità. Ma non era certo per la comunità che
aveva fatto tutto ciò: e realizzò che se quello non era amore, allora lui
doveva essere davvero un testona di cazzo. Comunque, c’era un intero aereo di
persone sequestrate da riscattare: aveva in mano le carte per segnare una
svolta. Già, ma quali erano queste carte? Roberto passò dai sogni di gloria ai
dubbi più atroci in un batter d’occhio. Lui doveva consegnare quei maledetti
giornali, ma se questo non fosse bastato ai sequestratori? Non aveva di certo la
minima idea su come negoziare ostaggi. Arrivò intanto di fronte all’aereo e
si sentì preso dal panico. Si ricompose però subito, pensando a come Linda in
quel momento doveva essere ben più spaventata di lui. L’avrebbe tirata fuori
da quella brutta situazione. Roberto pensava questo quando sentì gracchiare
nell’auricolare la voce del poliziotto tutto blu: “Bastardino (non era poi
male come nome in codice), apri bene le orecchie. Ho una notizia buona e una
cattiva: la cattiva è che i rapitori ci hanno detto che si sono stancati di
aspettare, quindi mi auguro che tu sia quasi arrivato perché se quelli perdono
ancora di più la brocca sono cazzi. La buona è che ci hanno comunicato che la
sequestrata, la tua amichetta, è stata liberata. Tu ora dove ti trovi?”
Roberto si sentì mancare un colpo in petto: “Sono vicino all’aereo”,
rispose.“Allora dai un’occhiata in giro e dicci se la vedi.” Roberto si
guardò intorno, e proprio in quel momento si accorse che dietro di sé sfilava
a passo veloce la figura di una ragazza. Osservò bene: era già lontana, ma non
abbastanza da non essere riconoscibile. E non era Linda.
“Ma
io quella non la conosco…” disse pietrificandosi.
“Cosa
dici? Sbrigati bastardino, i rapitori dicono che puoi consegnar loro i
giornali”. Dal portellone aperto si sentì una voce:
“Sali,
e niente scherzi, niente cazzate o è finita per tutti qui!” Roberto era
totalmente stordito. Cedette del tutto quando si decise ad osservare con
attenzione i giornali che aveva in mano: e la testata non era quella per la
quale Linda voleva lavorare, non era quella di cui gli aveva parlato. Il
giornale era un altro, la ragazza era un’altra. Roberto non riusciva a credere
di essere finito in un equivoco del genere. Non riusciva più a fare nulla. Da
sopra intanto uno dei rapitori stava perdendo la pazienza:
“Sali,
ho detto!” Non aveva specificato neanche come. Uno, due, tre richiami. E alla
fine il colpo parte. Verso Roberto. La polizia non perde altro tempo,
intervengono i reparti speciali. Con un’azione di pura forza pubblica
sbloccano la situazione, immissione di publici ufficiali armati e contestuale
espulsione fisica dei sequestratori, ove lo richieda con largo abuso di piombo.
Roberto intanto, sul lettino di un’ambulanza, depresso, ferito e dolorante per
l’accaduto, non desiderava però morire. Sperava di finire tra i lungodegenti,
perché una vacanza dalla vita se l’era meritata, tutto sommato.
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-
48 -
La
dottoressa Martinelli ha stilato quest’oggi i profili di diversi soggetti
osservati dall’istituto per la ricerca e la preparazione dei dossier sulle
nevrosi dovute all’alimentazione da Mc P. Pare infatti che la prolungata
assunzione di emopecorina, un enzima di recente scoperta, rilasciato
dall’animale nella fattispecie quando è incazzato (perché la pecora è un
animale intelligente, e quando le viene fatto del male si autoavvelena) abbia
devastanti effetti sul sistema nervoso centrale.
Rivolgiamo
ora alla dottoressa alcune avance, dovute alla sua sesta misura di reggicervello,
precedute tuttavia da alcune domande.
-
“Dottoressa, come ha sviluppato quelle tettone?”
-
“Prego?”
-
“Oh, scusi, se sta pregando non la voglio disturbare…”
-
“Idiota.”
-
“No, volevo dire, come ha sviluppato la ricerca, dalla scelta dei
soggetti fino a giungere al risultato statistico.”
-
“Abbiamo condotto l’indagine…”
-
“Abbiamo chi? Lei e le sue boccione?”
-
“Non si permetta mai più. Dicevo, ASSIEME AL MIO STAFF, abbiamo
condotto l’indagine in collaborazione con la catena Mc Peter, che tramite le
tessere sconto ci ha permesso di osservare le abitudini di consumo di alcuni
affezionati clienti.”
-
“Si può parlare, come si è detto, di assuefazione alla emopecorina.”
-
“E’ del tutto inesatto. Non è l’uomo che sceglie la pecora, ma è
la pecora che sceglie l’uomo.”
-
“Credo di non seguirla…”
-
“Se la smettesse di sbirciare sotto la mia minigonna ci riuscirebbe.
Intendevo dire che il discorso poggia le sue basi nell’evoluzione naturale: La
pecora, la carne migliore dell’universo conosciuto, si offre in sacrificio
alla specie più intelligente, l’uomo. E’ un fatto matematico…”
-
“E’ come un incontro di due culture…”
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“Ma di più, mio buon amico. Non ci può essere altro rapporto nella
vita se non quello tra uomo e pecora. E’ il rapporto perfetto, l’uomo mangia
la pecora….”
-
“Sì?”
-
“E la pecora non oppone di certo resistenza! Si lascia divorare, perché
sa qual è il piano della natura.”
-
“Ma non sarà perché è stata precedentemente macellata, tritata,
cotta e ricoperta di insalata?”
-
“Che stupidata! Lei accetterebbe se le dicessero di venire macellato,
cotto e mangiato? Certo che no!”
-
“Ma le pecore non hanno scelta!”
-
“Sciocchezze. L’avvelenamento da emopecorina non è altro che un
nuovo passo verso il mondo perfetto. Presto inizierà a prosperare un’unica
razza, mezzo uomo e mezzo pecora-uomo, e i bambini studieranno in recinti dove
impareranno a ruminare e ad accoppiarsi senza sprecare le uova…”
-
“Perché le uova…”
-
“Dica, lei lo mangia il pesce?”
-
“Sì…”
-
“E allora sappia che verrà anche il loro turno!”
-
“Ma l’avvelenamento non era causato da una forma di depressione della
pecora?”
-
“La pecora non è mai depressa! E’ l’animale perfettissimo, tutti
gli altri soccomberanno di fronte a lui. Perché nella BiBBia i peccatori
vengono chiamati “pecorelle smarrite”? E perché i cristiani sono il gregge
di Dio? Dio non poteva scegliere un animale più cool allora, che so, un
ghepardo? Ti immagini, i gheparducci smarriti. “Lasciate che i ghepardi
vengano a me…”, sarebbe una stonatura…”
-
“Ma quelli erano i pargoli…”
-
“Pargoli o ghepardoli non fa differenza. La verità è che la pecora è
L’ANIMALE per eccellenza, ed è giusto mangiarla e spendere per mangiarla nei
ristoranti specializzati…SPECIE NEL PERIODO SPECIALE DEDICATO AL RAMADAN!!!
PER OGNI PECORABURGER ACQUISTATO DOPO IL TRAMONTO, REGALIAMO UNO ZAINETTO A
FORMA DI PECORA ANASTASIA, IL PECORONE UFFICIALE DELLA CATENA MC D!!!!!!!!!”
-
SIGLA “Mc P, Mc P, cosa c’è
di meglio non so, Mc P, Mc P, senza pecora io schiatteròòòòòò!” –
-
“Ma chi cazzo era che cantava?”
-
“Non si preoccupi, erano i miei assistenti.”
-
“Comunque dottoressa, io avrei un’altra idea sull’Animale per
eccellenza. Se vuole glielo mostro.”
-
“Orsù, non esiti.”
-
“Ecco qua.”
-
“Ooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooh! Gustavo, vieni a
vedere.”
-
“Sbalorditivo, dottoressa.”
-
“Lasciaci soli, Gustavo.”
-
“La dottoressa ha voglia di qualcosa di sostanzioso? Mi congedo
immediatamente.”
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49 -
Da
due settimane sto qui, attendendo l’attimo giusto. Devo freddare un vecchio
esponente della malavita locale, un pezzo grosso, che dopo aver ucciso il suo
contabile (un classico) adesso vuole cambiar vita per un po’ e va depositare
tutto in Svizzera (un classico). I migliori della città sono sulle sue tracce,
ma non sanno che è qui, con dei nuovi documenti falsi e pronto all’imbarco
sul volo di domani mattina per Ginevra. Il boss in questione non sapeva però
che il suo contabile aveva stipulato una cospicua assicurazione sulla sua vita a
beneficio della moglie: forse quella testa di cazzo se lo aspettava che un
giorno all’altro sarebbe andata a finire così, punito per la sua fedeltà.
Così la moglie riscuote a sorpresa quella enorme somma piovuta dal cielo, viene
presa dai rimorsi per aver cornificato per una vita Nicolino, sì, si chiamava
così, Nicola Antinori, e cosa ti fa? Decide di vendicarlo ad ogni costo, ed
eccomi qua, il resto poi è qui di seguito.
È
arrivato stasera, è stato gentile a non farsi aspettare troppo, fresco fresco
di cella e per questo non lo farò soffrire, un bel lavoretto pulito e veloce,
lo vedo mentre prende posto nella sua stanza d’albergo, gli intercetto una per
una tutte le sue chiamate: la reception, il servizio in camera e un 166 per dare
un po’ di sale alla sua vita. Quel gorilla invece deve essere il suo compare,
vediamo che fanno, bevono come pazzi, ah, che palle i soliti gangster tutti
poker e sigari, ma che tristezza. A
proposito, il mio nuovo palmare è proprio da infarto, l’invidia di tutti
quelli del mio giro, da quando ho imparato ad usarlo ha veramente sfoltito il
mio lavoro investigativo, ormai si può veramente arrivare dovunque, basta
aggiornarsi il software. Così invio alla mia consegnataria una nota spese, che
apparirà oggettivamente salata, ma ho il monopolio di quell’anima, e se la
Signora Antinori vuol vendicare suo marito dovrà pagare, allego persino delle
immagini del cavaliere che tanto vuol vedere morto per invogliarla. Io l’ho
beccato per primo e per primo faccio il prezzo, e mentre aspetto la sua risposta
stacco gli occhi dallo schermo e mi accendo una silk-cut. La mia mano sinistra,
mentre riaffogo l’accendino nella tasca della giacca cade su un pezzo di carta
che stagnava lì da giorni. Un santino di S.Bellisario, uno di quelli strani però,
new-age, pieno di colori sgargianti e con gli occhi spruzzati di porporina
argentata, c’era scritto beato ordine dei fratelli sorridenti; ora ricordo,
quel frate vicino al casale degli Antinori, inconsciamente lo poso per tornare
al mio lavoro. Preparo il fucile montando il ponte, calibro il mirino e
posiziono il tutto accanto alla finestra. Spero di beccarlo mentre sta steso a
letto, così poi il materasso attutirà ancora di più il colpo e se ne accorgerà
direttamente la donna delle pulizie il giorno dopo. Però è difficile, perché
si è messo di fronte il televisorone, e non lo vedo bene, meglio aspettare che
scenda. Taglio il vetro affinché non si rompa al momento dello sparo, ma è
troppo spesso, così lo rimuovo, metto un lenzuolo scuro a coprire il tutto da
sopra e il gioco è quasi fatto, ora sarà il tempo a lavorare per me, però
devo tappare ‘sto spiffero. Mi ritrovo ad aspettare il responso della mia
probabile cliente con S.Bellisario fra le mani, il prezzo è alto ma alla fine
accetterà, forse attende altre offerte per dare via ad un’asta sperando in
un’ipotetica morte convenientemente economica, ma questo stasera non avverrà,
sono sicuro di essere il solo sul luogo. Alla fine il peso della vendetta vince
sul prezzo del denaro, e dal fax esce un numero di conto da cui scaricare il mio
onorario a lavoro avvenuto. Il più e fatto, la burocrazia è l’unica parte
pallosa, e adesso che ce la siamo lasciati alle spalle è il momento
dell’ispirazione. Aspetto che il cavaliere nell’hotel di fronte dorma, per
farmi una doccia, e mentre mi asciugo il santino mi passa ancora di fronte, non
so come sbarazzarmene per via dei rigurgiti di una rigida morale cristiana, e
così finisco per piazzarlo sulla fessura sopra al mirino e non ci penso più.
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50 -
Il
cavalier Sulfaro era finito in galera. E non aveva smesso di preoccuparsi. Non
aspettava visite, tranne quella del destino che avrebbe dovuto tirarlo fuori dai
pasticci. Pizzi ne fu degno ambasciatore, anche se quando se lo vide comparire,
preceduto da un venticello d’acqua di colonia che preannunciava l’identità
del visitatore. Quando se lo vide comparire
davanti Sulfaro pensò si trattasse semplicemente della cilegina sulla
torta della rottura di coglioni. Pizzi esordì con un:
-
“Tu hai un culo inaudito, vecchio bastardo!”
-
“Prego?”, rispose Sulfaro, serenamente al colmo dell’ira.
-
“Il tuo aereo è stato sequestrato. Ti sei salvato per miracolo!”, e
gli mise davanti agli occhi la prima pagina del giornale, dove compariva
l’unico sequestratore sopravvissuto che riusciva a mangiare una banana
nonostante fosse ammanettato e circondato dalla polizia.
-
“Gli altri due terroristi sono stati uccisi, erano in tre a sequestrare
l’aereo. Ma l’incredibile è qui: dice che i rapitori hanno sparato, durante
un momento di tensione, ai passeggeri che occupavano i posti 47A e 47B. C’è
stata solo una vittima perché uno dei due posti era vuoto.”
-
“Il mio biglietto…” mormorò Sulfaro, impressionato nel rileggere
mentalmente il suo numero di posto.
-
“Te l’ho dato io quel biglietto”, continuò ridendo Pizzi, “è
incredibile, neanche così sono riuscito a toglierti di mezzo. Ma c’è
dell’altro: non immaginerai mai chi è la vittima.”
-
“Che ne posso sapere io?”, replicò Sulfaro.
-
“Ti dico solo che tu e Vannucci avreste raggiunto la Svizzera sullo
stesso aereo.”
-
“Non mi dire!” esclamò Sulfaro, serenamente al colmo della gioia.
-
“Vannucci è storia passata” sentenziò Pizzi “ora non ci resta che
lasciare il denaro ancora un po’ in stallo
e completare le nostre operazioni quando sarai uscito da qui. A
proposito, questo è l’unico problema che rimane, anche se devo ammettere che
non avresti potuto scegliere un momento migliore per farti beccare.”
-
“Quei documenti di merda mi hanno salvato!”, disse Sulfaro in estasi.
“Per la mia permanenza in carcere non c’è da preoccuparsi, vedrai, è
davvero l’ultimo dei problemi.”
-
“Certo, adesso ti sembrerà niente di fronte a quello che hai
rischiato.”
-
“Non hai capito. E’ fatta ti dico, non ci sono più problemi. Sono
pronto a scommettere che sarò fuori di qui ancora prima che tu sia nuovamente
ubriaco. E’ col cavalier Sulfaro che stai parlando, non l’avrai
dimenticato?”
E
il cavalier Sulfaro, grazie alla più classica delle riverenze che perfino il
destino sembra riservare ai potenti, secondo una sorta di soggezione
universalmente riconosciuta, era riuscito a restare a galla. Tutto si era
risolto come aveva sperato. E un uomo che ha ben chiaro nella sua mente cosa
volere, figuriamoci se non sa cosa sperare. Pizzi concluse il colloquio con una
comunicazione per il cavaliere:
-
“Prima che mi dimentichi: Argentesi, che ti manda i suoi saluti, mi ha
detto di avvertirti che la giacca che avevi lasciato in albergo è stata
rubata.”
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“Mi frega cazzi della giacca.”
-
“Comunque te l’ho detto. Per correttezza.”
-
“Grazie, se non hai altro da dirmi......”
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51 -
-
“Ah sì, dimenticavo, ho corrotto un alto funzionario drella polizia
aereoportuale, ha fatto saltare tutto il sistema dei computer, sono scadute
ventiquattrore per formulare un capo d’accusa, tieni sto nuovo passaporto,
firma la liberatoria e sei libero.”
-
“Ma non me lo potevi dire subito brutto...”
-
“Sì, potevo, però ‘sta faccetta me la sarei persa per dieci
minuti”
-
“Andiamo ti voglio comprare un’acqua di colonia seria”
-
52 -
Due
ore di sonno e rieccomi ancora lì, attaccato al vetro a studiare le possibili
angolazioni del sole di domani, le distanze e tutto il resto, carico la mia
Glock nel remoto caso servisse e levo la sicura al fucile aspettando che si alzi
il sipario sull’ennesima fine che mi trovo a presenziare.
Poi d’un tratto si fa mattino e il mio bersaglio esce nella sua
improponibile camicia a fiori, e pressato com’è dal fardello di tutte le sue
valigette anche senza di me non arriverebbe mai all’angolo della strada. Il
santino dall’alto del mirino intanto rifulgeva, l’avevo messo lì perché
non ero riuscito a trovargli un altro posto, e ora stava attaccato al mio
sopracciglio, graffiava la mia fronte, ma ormai era lì e non avevo il tempo di
trovargli una posizione più consona. Avrebbe assistito al compiersi dei miei
rituali con il suo bordo bianco tra i miei capelli, inutile frate con i tuoi
buffi santini…….. ma proprio mentre stavo per accoppare il mio bersaglio con
una traiettoria magistrale……. era dove sapevo che sarebbe passato, vestito
come sapevo si sarebbe vestito, ma c’era qualcosa: camminava alla velocità
che sapevo, ma c’era qualcosa. Quella smorfia che conoscevo sin troppo bene
dipinta sulla sua faccia, quelle mani tozze che avevo visto riempire quelle
valige la sera prima, ma gli occhi cominciavano a bruciarmi: C’ERA QUALCOSA.
Mi girai nella stanza cercando, ormai in piedi vedevo Sulfaro che barcollava sul
marciapiede, ma mi sentivo osservato, e il taxi che Sulfaro aspettava non
arrivava, iniziai a controllare tutti i possibili anfratti circostanti da cui
una persona mi avrebbe potuto osservare. Sulfaro ed io iniziammo a sudare
insieme, contemporaneamente, lui girato verso il portone dell’albergo e io
chino sul fucile, era come se mi fossi dimenticato di fare qualcosa, o come se
qualcosa per la prima volta si fosse accorto di me. Non so descrivere cosa
provai in quell’attimo, ma i miei schemi ormai erano definitivamente saltati,
lo vedevo dall’altra parte della strada, immobile, anche lui aspettava
qualcosa,il taxi, molto probabilmente. Sarebbe stato un centro troppo facile, ma
intorno a me qualcosa mi tratteneva. In quell’attimo sospeso tra il grilletto
e il vetro vedevo rispecchiato il riflesso di un ricordo che non sentivo mio da
tanto. Non so dire quello che vidi, non è facile ammettere di stare male, non
proprio adesso che devo sparargli. Sento l’esigenza di richiudere tutto,
lasciare tutto lì, svitare il mirino, staccare il calcio, l’esigenza di
fermarmi, di prendere quel santino in mano e osservarlo, e appena poso
l’occhio su quell’icona sento uno sparo, continuo a fissare il santino e
sento gonfiarsi la vena sulla fronte tra un odore di acqua di colonia e il mio
sangue che scende. Ora ho smesso di sudare.
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53 -
E
rieccomi qui, casa mia, storia mia, mors tua vita mea. Luca è impazzito alla
vista del fratellino morto e dei compagni danzanti, e si è ritirato a vivere in
un manicomio criminale. E Linda è tornata com’era, fresca,
limpida,passionale,con la sua eterna passione per le salsicce salsicce. Io sono
tornato all’università, il professore non mi ha salutato più calorosamente
del solito, rispetto alle altre volte che mi non salutava con freddezza: si vede
che non si è accorto della mia assenza. Comunque ho saltato la sua lezione, in
quanto il distributore delle bibite non ne voleva sapere di restituirmi la mano
(a proposito, grazie al pompiere Giovanni). Leccandomi il polso sono rientrato
in aula magna, e lì ho trovato un attore degli anni quaranta, tale Pasquale
Capozzio, che raccontava come investire in borsa senza rimediare un sacco di BOT
(c’era scritto proprio così sulla lavagna). Poi aveva iniziato a spiattellare
un discorso sulla smorfia che levati, tra le smorfie di chi lo ascoltava.
Guardai il mio orologio, regalatomi da Faust, che mi assicurava che almeno due
volte al giorno avrebbe segnato l’ora giusta (cioè l’ora del mio arresto),
e telefonai a Linda per un appuntamento per la sera stessa per…eccetera
eccetera. Presi l’orario delle lezioni,il calendario degli esami, gli
indirizzi utili in tutte le bacheche, smarrii tutto in men che non si dica e mi
fiondai all’appuntamento che avrebbe cambiato la mia vita. Perché sono venti
e sei anni che niente, la vita scivola su di me costeggiando la mia esile
figura, continuo a segiure le lezioni all’università ma continuano ad andare
più veloci di me, torno a vivere dai miei e loro divorziano
ufficialmente, persino i miei nuovi pesci rossi si sono lasciati morire nella
loro vaschetta a pinna in giù, ma niente, ma non diventerò come loro, io non
mi arrendo. Perché Linda me la deve dare per forza, e non più per la legge dei
grandi numeri, ma per quella del minimo storico, perché dopo il minimo storico
deve arrivare per forza un picco massimo.