Editoriale


 

Il numero dei jolly

Comincia con la presente edizione il 2002 di Continuum, già arrivata al suo secondo "compleanno" ed in procinto di cominciare il suo terzo anno di vita.
Niente male, non c’è che dire, abbiamo raggiunto una longevità ben più elevata di quella che ci aspettavamo all’inizio, considerati i ragionevoli dubbi circa la difficoltà di gestire una fanzine come la nostra, ma forse sopravvalutavamo il problema, o (più correttamente) sottovalutavamo l’apporto che ci sarebbe stato dato dai vari collaboratori, assidui o occasionali che fossero.
Apporto che c’è stato eccome, altrimenti non sarei senz’altro qui a raccontarlo. Basti pensare al fatto che sinora abbiamo pubblicato cinque racconti di Fabio Calabrese, quattro di Vittorio Catani e di Gianni Sarti, poi arrivo io con tre e Alessandro Vietti, Ivo Torello e Donato Altomare con due. Dei restanti (spero di non aver dimenticato nessuno) abbiamo pubblicato sinora solo un racconto a testa, ma spero vivamente di poterne proporre altri in futuro.
Tutto ciò per dire essenzialmente una cosa: siamo giunti sin qui grazie all’aiuto dei cosiddetti "punti fermi", ma c’è stato anche un importante contributo da parte di quelli che si potrebbero definire "gli esterni", ed è quello che speriamo di fare ancora in futuro.
E a proposito dei "punti fermi" un’altra constatazione, forse un po’ più interessante in quanto prettamente dalla statistica, è quella delle rubriche di Continuum.
Nello sport ci sono dei giocatori in grado di ricoprire diversi ruoli: questi giocatori vengono comunemente detti jolly. Vedendo il presente Continuum verrebbe proprio da pensare che il numero dei jolly è l’8, visto che per la prima volta Calabrese si occupa di recensire due romanzi e Andrea Carta (già nello staff da parecchi mesi) si cimenta con un’interessante recensione sui fumetti.
Tuttavia sarebbe ingiusto scordare che in passato Ivo Torello si è occupato di cinema con un saggio su David Cronenberg e che lo stesso Calabrese ha fatto la medesima cosa, questa volta con un saggio su George Lucas.
Sulle nostre pagine ritorna Ursini, con un nuovo saggio sul Festival della Fantascienza di Trieste, e questa volta si tratta di un tuffo nel passato della manifestazione tornata solo di recente ai fasti d’un tempo; e naturalmente non poteva mancare in quella stessa rubrica Fabio, che ci propone due spunti di riflessione davvero interessanti: il difficile (a suo avviso) momento che sta vivendo il genere di cui ci occupiamo ed il tema dell’immortalità (o perlomeno della considerevole longevità).
Ma il primo numero dell’anno che nel suo "Un momento d’incertezza" Fabio Calabrese chiama quello di un probabile silent running, la sorpresa vera e propria dovrebbe riguardare la narrativa, e del resto sin dal gennaio di due anni fa è stata quella la sezione preponderante, poi lentamente avvicinata (e forse raggiunta, questo non lo so, me lo direte voi) dalla saggistica.
Ritorna infatti con un racconto breve e con un sottile umorismo curato con notevole stile Donato Altomare, da considerare ormai a tutti gli effetti "dei nostri", tenendo anche conto che a breve pubblicheremo un’altra sua storia che non mancherà (ne sono certo) di colpire piacevolmente i lettori.
Altro ritorno (sicuramente meno importante) è il mio, con "All’ombra di un sogno" scritto nel ’99 e proposto ora dopo un bel periodo di "riposo" nel mio hard-disk ed in quello di alcuni amici.
Ma soprattutto ci sono due novità: Giampaolo Proni e Amedeo Pimpini.
Desidero anzitutto soffermarmi su Giampaolo, perché trovo meritevole d’attenzione la vicenda che ha portato una sua opera su Continuum e perché (in un certo senso) glielo devo. Oltre al Festival di Fantascienza di Trieste, le convention nate dalla scissione tra Italcon e Saga eccetera, credo che una delle iniziative più ben riuscite della science fiction targata 2001 sia stata l’antologia "Raccontare Trieste 2001 – (Co)scienza & fantascienza", poiché si mettevano a confronto sette autori molto diversi tra loro che dovevano in qualche modo descrivere una Trieste futura o futuribile in appena cinque facciate, autori provenienti un po’ da tutt’Italia e tra i quali c’era qualcuno mainstream. Eppure i risultati sono stati, a parer mio, perlomeno discreti e personalmente trovo la cosa abbastanza sorprendente. Bene o male ho partecipato anch’io all’antologia, ed ho avuto l’occasione di conoscere di persona quattro dei restanti sei autori e di confrontare con alcuni di loro le mie idee sulla narrativa di genere. Purtoppo il tutto è durato non più di un paio di serate, cosicché non c’è stato modo di conoscersi più a fondo, ed in particolare mi è dispiaciuto di non esser riuscito a scambiare qualche parola in più proprio con Giampaolo, soprattutto dopo aver letto e apprezzato il suo bel racconto di sf vecchia maniera "Perché Dio non gioca a dadi" (vedi Continuum n°7). Tuttavia prima di salutarci definitivamente siamo riusciti a scambiarci gli indirizzi email e qualche tempo dopo gli ho scritto, chiedendogli se magari aveva nel cassetto qualcosa per la rivista.
In breve Giampaolo mi ha spedito diversi racconti, dicendomi che sperava nella pubblicazione ma che soprattutto contava su una mia opinione in merito. Eccolo accontentato, "Après le déluge" è sulle nostre pagine elettroniche e le mie valutazioni personali sono parzialmente espresse nella presentazione alla sua opera, mentre il resto glielo dirò in un’email (difficile dire tutto in un’introduzione di una decina di righe!). Ho apprezzato ad ogni modo l’entusiasmo e la rapidità con cui Giampaolo ha accettato la mia offerta, pur avendomi conosciuto così poco ed essendo lui senz’ombra di dubbio una persona molto impegnata, nella narrativa e non.
Passiamo ora al secondo neo-acquisto, Amedeo Pimpini, che (da quanto mi consta) è un vero e proprio esordiente. A dire il vero, in questi primi due anni Amedeo è il primo esordiente nel senso pieno del termine: per quanto possa sembrare crudele la redazione della rivista deve setacciare il materiale che le arriva, al fine di garantire ai lettori degli standard qualitativi di un certo livello, oltretutto spesso si creano "code" di racconti in attesa. Se a questo aggiungete il fatto che Continuum è un trimestrale avete il quadro completo delle motivazioni per le quali tutti gli scrittori pubblicati in precedenza erano già apparsi prima in qualche altra rivista, elettronica o cartacea che fosse.
Mi auguro di cuore che presto si possa dire che Amedeo Pimpini è una scoperta di Continuum, perché a me pare che il talento ci sia: trovo che "Bluetown" sia una vicenda ben costruita, senza esagerazioni e senza cadute di tono, con un pizzico di mistero e avventura quanto basta. Se questo è il racconto d’esordio, ho pensato, figuriamoci cosa saranno i prossimi…
Ecco, è tutto, mi pare di aver detto quanto possibile su questo n°8. Il prossimo sarà focalizzato sulle convention e sui premi letterari di questo 2002 appena iniziato e che speriamo abbia veramente qualcosa d’importante da dirci.

Roberto Furlani