Editoriale

 

 

 

Un elemento di confronto tra l’opera di due Gibson

 

Eccomi qui, a parlare sul nuovo numero primaverile di Continuum, segnale di per sé positivo (tendenzialmente ogni anno in cui è uscito il numero di primavera siamo riusciti a pubblicare tutti i quattro numeri previsti).

Come nell’editoriale precedente, anche qui voglio parlare di cinema, tallone d’Achille del nostro genere sempre più simile ad una sorellastra indesiderata del fantasy che catalizza completamente le attenzioni delle masse. Basti vedere l'interesse destato da film come il nuovo Harry Potter, “Van Helsing” e “Il signore degli anelli – Il ritorno del re” e dell’evidente e grave carestia di sf nelle sale cinematografiche.

Sui primi due film non vale nemmeno la pena di soffermarsi, perché “Van Helsing” è abbastanza demenziale da meritare l’indifferenza ed Harry Potter trova nella giovinezza del pubblico a cui è destinato l’unica giustificazione alla sua deficienza intrinseca.

Sul Signore degli anelli – Atto Terzo invece qualcosa si può dire. Un film ben fatto, sontuoso per effetti speciali, scenari, costumi e quant’altro; molto migliore del secondo episodio in cui il tessuto narrativo era logorato dalla macelleria iniziata e finita col secondo tempo della pellicola. Un’opera nel complesso ampiamente positiva, godibile con qualche punta di eccellenza.

Tuttavia, pur rischiando l’impopolarità, devo confessare di non aver esaultato davanti al trionfo di Peter Jackson, anzi sono rimasto piuttosto amareggiato. Infatti l’assegnazione di 11 Oscar (troppi!) ad un film così stereotipato, moralista e con alcuni frammenti di idiozia di vanziniana memoria mi fa pensare che siamo in un periodo di elargizione di statuette e di generale scadimento del cinema.

Onestamente, qualunque appassionato del fantastico dotato di un minimo di buon senso, condividerebbe appieno il pari merito nel record di Oscar tra “Il ritorno del re” e lo strappalacrime “Titanic”, ma non riuscirebbe a capacitarsi dell’equiparazione di film simili con lo splendido “Ben Hur”.

È consolatorio però che almeno la sorte abbia punito severamente quest’ingiustizia storico-artistica, rivelatasi alla fine della fiera un autogol nella più classica delle gaffe fantozziane.

Sarebbe sensato, infatti, supporre che il film detentore del record di Oscar sia quantomeno contemporaneamente il film dell’anno, invece la terza puntata de “Il signore degli anelli” è stata letteralmente oscurata da “La passione di Cristo” diretto da Mel Gibson.

L’ultimo lavoro dell’ex arma letale (eccellente provocatore dietro la camera da presa) ha sollevato un polverone superiore alle aspettative, alimentando discussioni di carattere religioso quanto artistico.

Questo sì, cattura completamente la mia attenzione, al punto di farmi decidere di dedicare l’editoriale all’argomento, nonostante possa sembrare un atteggiamento incoerente da parte di chi ha sempre impostato la propria rivista come una pubblicazione esclusivamente di sf nel senso (se non proprio pedante) fiscale del termine.

Infatti tra le varie cose Continuum si occupa di narrativa, del raccontare storie ed è proprio questo il punto fondamentale da osservare in questa sede.

Lasciando perdere le beghe religiose (c’è chi ha definito il film antisemita) ed anche i dubbi sulla ragionevolezza si esasperare così tanto il realismo senza risparmiare allo spettatore crudezza e violenza (per alcuni il soggetto è servito solo da pretesto per dare in pasto al pubblico fiumi di sangue, in una sorta di horror religioso) “La passione di Cristo” si distingue per aver focalizzato un momento importante di una vicenda inizata prima dei titoli di testa e conclusa dopo i titoli di coda.

È purtroppo usuale, infatti, credere che in una narrazione vicenda principale e contesto al contorno debbano andare di pari passo e venire definiti e sviluppati nella loro totalità entro la fine.

Chi la pensa così è evidentemente condizionato dagli strascichi della letteratura ottocentesca, in cui tutto doveva essere esplicitato e l’ambiguità era quanto di più deprecabile si potesse ravvisare in una storia.

Una visione arcaica, cha va assolutamente corretta ed è proprio compito dell’artista educare il lettore (o lo spettatore) ad accettare l’interrogativo insoluto come uno strumento possibile, legittimo ed appagante.

Per ottenere lo scopo il punto di partenza è quello di fare chiarezza nella terminologia: un racconto è “sconclusionato” quando la vicenda principale narrata risulta incompiuta.

Spesso si usa impropriamente l’aggettivo per indicare che anche una delle situazioni contestuali non viene definitivamente chiusa, ed ovviamente questa è una limitazione notevole quanto inutile.

Un ottimo esempio di racconto che lascia irrisolti alcuni dubbi ma che è erroneo definire sconsclusionato è “Il continuum di Gernsback” di William Gibson, una delle prime prove del fondatore del cyberpunk.

Anche il nuovo film dell’altro Gibson (Mel) non è sconclusionato, benché i contesti secondari della vicenda girata dal regista proseguano oltre la durata della pellicola.

Tuttavia, nonostante abbia apprezzato la scelta coraggiosa e sofisticata del regista, debbo confessare che c’era qualcosa di “La passione di Cristo” che non mi ha convinto, anzi mi ha lasciato piuttosto perplesso.

E non c’entrano per niente i presunti attacchi agli ebrei od il troppo sangue spanto per tutto il set: non sono molto impressionabile, quindi i miei dubbi erano prettamente di carattere artistico.

Il film ha infatti un difetto molto pesante, del tutto assente nel racconto di William Gibson citato: il progressivo venir meno della narrazione a favore di una forte carica emozionale raggiunta tramite scene ad effetto.

In tal modo Mel Gibson ha smesso di raccontare una storia, ma ha semplicemente mostrato la sequenza di un massacro antico, in ossequio al suo stile le cui specifiche prevedono la predilezione delle sensazioni rispetto ai contenuti.

L’inclinazione di Gibson a comunicare mediante impressioni indotte si vedeva già ai suoi esordi dietro la telecamera (“L’uomo senza volto”) e nel corso del tempo si è manifestata con sempre maggiore decisione (“Braveheart” e “Il patriota”), sino a raggiungere il suo apice con appunto “La passione di Cristo”.

Qui però Gibson (che ha dimostrato ampiamente quanto gli stessero stretti i panni di sex symbol hollywoodiano, rivelandosi artista originale ed intelligente) a mio avviso si è reso conto di aver esagerato nel seguire le proprie convinzioni, privando quasi il discorso intrapreso di una vera ragion d’essere.

Non a caso ha imposto diversi flash-back (talora non pertinenti e comunque insufficienti all’obiettivo preposto) nella chiara intenzione di correggere il tiro e di aggiustare in extremis un’opera un po’ compromessa. Un tentativo doveroso ma vano, insomma, i cui esiti dovrebbero suggerire a Gibson di fare in futuro un passo indietro.

Concludo l’editoriale di questo n°16 di Continuum (dedicato perlopiù all’Italcon e a nuove iniziative editoriali di assoluto interesse nella sf italiana) con un sentito ringraziamento a Sabrina Moles, l’autrice della splendida immagine di copertina.

Sabrina è un’eccellente illustratrice fantasy che da mesi sto cercando di convertire alla sf. Finora sono riuscito ad ottenere la promessa di una collaborazione saltuaria e per me questo è già un traguardo non da poco, che spero farà bene a Continuum e anche alla nostra fantascienza.

 

Roberto Furlani