Amedeo Pimpini


BLUETOWN III

MEMORIAL


Ve l'avevo annunciato a suo tempo, ed ora ho il piacere di mantenere una promessa che mi ero arrischiato di fare ai lettori di Continuum: in questo ricco n°14 c'è anche la notevole attrattiva della pubblicazione del nuovo racconto di Amedeo Pimpini che conclude la sua trilogia interamente presentata sulla nostra fanzine e che si distingue per l'originalità nell'ambientazione e per l'elevatezza dei ritmi di una fantascienza avventurosa a cui (purtroppo) non siamo più molto abituati.
Termina qui dunque il Ciclo delle paludi del nostro autore, che in questo terzo capitolo (non a caso sottotitolato "Memorial") raccoglie le fila dell'intero lavoro, dal Ralph Munch divenuto ormai leader di una forse velleitaria orda di ribelli all'istituzione di Jada della Vittoria, attraverso una battaglia senza quartiere per la libertà dai Coronati oppressori.
Roberto Furlani



Trascorsi dodici anni dal ritrovamento della corona e due dalla fondazione della città, aspettavano il ritorno del piccolo esercito partito per strappare dagli irriducibili della setta dei coronati, asserragliati sulle montagne intorno al loro vegliardo, l’unica ragione di vita del loro capo: la donna perduta Jada.
Erano partiti tutti i migliori. Avevano giocato alla guerra fino a sfinirsi: in lotte, imboscate, nella preparazione delle armi. Semot era diventato maestro nel maneggiare la balestra.
Con loro era partita anche Lenny; mentre il suo compagno era rimasto lì come ostaggio.
I due coronati superstiti erano rimasti nascosti tra i canneti dell’isola per molti giorni e molte notti dopo l’ultima battaglia. Gli avevano impedito di fuggire dall’isola attirando pescecani intorno alle coste. Al mattino una imbarcazione usciva per pescare e poi fissava trance di pesce sanguinante alle boe seminate intorno all’isola. Li avevano trovati, larve irriconoscibili, sfiniti dalla fame e dal freddo. Non volevano dire chi fossero. Avevano aspettato rinforzi o qualcuno che li venisse a recuperare dormendo di notte tra le canne e rifugiandosi di giorno sotto l’acqua per respirare con una lunga canna. Dopo averli trovati li avevano nutriti e vestiti. Quando avevano saputo della distruzione delle bande armate erano rimasti muti per molti giorni.
Ralph infine aveva parlato loro con gentilezza. La donna temeva ogni sguardo e si copriva il volto che pian piano riprendeva i colori. In lei infine Ralph riconobbe Lenny. Allora le propose la scelta: rimanere in prigione o diventare amica e alleata.
Tutte le sere la gente della città si riuniva in piazza per aspettare insieme il ritorno o per commentare qualche notizia delle pochissime che arrivavano.
Lenny cercava di convincerci che per riavere Jada occorreva far fuori tutta la banda.
Ralph rispondeva che voleva parlarci, di persona, ed era sicuro che sarebbe riuscito a persuaderla di venire in città.
- Non sai cosa vuol dire - incalzava lei - avere la speranza di accedere ad una qualche forma di immortalità. Stanno tentando di recuperare i pieni poteri della croce coronata.
- Siete tutti pazzi. Anche tu se ancora ci credi. Se vuoi tornare dai tuoi, fai di tutto perché io riabbia Jada. E ti lascerò andare.
Lenny rifletteva e scrollava il capo.
- Il vecchio saggio è molto più influente e ascoltato di quanto tu non creda. Poi se le tiene ben strette le sue persone.
- Vuol dire che ci sono delle cose che dovete tenere nascoste. Che usa per controllare il vostro gruppo? - La guardava storto lui. Lei taceva per un po’ fissando la terra e poi ripeteva sempre.
- Tutti farebbero qualsiasi cosa per lui.
Dopo che l’avevano riportata in custodia Ralph cercava di convincere Semot a seguirlo e lui rispondeva:
- Dopo quello che è successo, sarebbe un’ingenuità. Ce la farebbero pagare cara. E poi non sappiamo quanti sono e dove sono. Dovremmo camminare per molto nel loro territorio. Potrebbero farci fuori in ogni momento.
La sera Ralph partiva sempre da solo per fare il giro di ispezione delle vedette e passava per tutte le coste e i sentieri più lunghi.

Una mattina chiara e luminosa le vedette avevano avvistato un convoglio di barche e la piazza si era andata riempiendo di gente vociante, speranzosa, in bilico tra la felicità e la paura. Ognuno aveva un figlio o un fratello tra i combattenti e nessuno sapeva ancora se sarebbero tornati vittoriosi o sconfitti.
Non erano issate bandiere, procedevano lentamente, alla conta non mancava nessuna imbarcazione. La gente si era affollata agli approdi. Si scorgevano i primi volti seri e composti e si riconoscevano da lontano amici e parenti. Non rispondevano ai saluti e presto sulla folla cadde il silenzio. Lenny era davanti nella prima barca che tagliava l’acqua quieta della laguna, riflettendovi la veste chiara e i capelli neri.
Appena la barca ebbe accostato, il silenzio divenne un brusio sommesso, un fitto scambio di sguardi attoniti. Circondato dai combattenti, sul fondo della prima barca giaceva qualcuno; anche sul fondo della seconda. Forse una donna.
Ralph lo disposero sopra degli assi e lo sollevarono sulle spalle di quattro di loro. Così fecero con la donna e il corteo si avviò lasciando dietro solo il rumore del tramestio. Elis era quasi irriconoscibile, scura dentro le sue armature. Ma era sana e vigorosa, lo sguardo irrequieto ma composto in una nuova consapevolezza. Aveva intorno forti combattenti che trascinavano armi mai viste in città: specie di motori leggeri con ali ed eliche ripiegati. Semot scarmigliato, in disordine, stravolto e sfinito trascinava a forza i passi. Porse a uno tra la folla un piccolo velivolo che tratteneva sulle spalle.
Il corteo entrò nella sala dell’assemblea e i due corpi vennero deposti vicini al centro sopra due file di sgabelli.
Semot si avvicinò frugando in una borsa ed estrasse una preziosissima corona che dispose tra i due, sopra le loro braccia accostate, vicino alle spalle.
Quando tornò tra la folla che andava radunandosi sulle gradinate, molti gli domandarono chi fosse la donna e lui confermò che era Jada.
- Come è successo?- gli chiedevano tutti cercando di sedergli vicino.
- E’ stato lui. - Rispondeva laconico.
- Lui?! - Lo guardavano increduli.
- Vi racconterò tutto.
- E come mai Lenny è tornata tra noi? Come dobbiamo considerarla? Per quanto rimarrà?
- Vi racconteremo tutto. Ma ora non reggerei. - E, poggiati i gomiti sulle ginocchia, nascondeva il volto tra le mani.
Fuori, in piazza, erano state abbandonate una grande varietà di armi a motore: specie di mini elicotteri e piccoli rover telecomandati. A fianco dell’entrata era appesa ad un chiodo la balestra di Semot.
La città al tempo era abitata solo da giovani e nessuno organizzava o dirigeva, bastavano le direttive generali dei quattro saggi scelti nel periodo. La maggior parte delle cose avvenivano per spontanee iniziative, oppure per accordi diretti. Per tutto il pomeriggio alcuni si occuparono di lavare e preparare i corpi per la sepoltura, altri scavarono due tombe al centro del cimitero dei guerrieri. Altri portarono pasti e bevande. I combattenti più stremati vennero aiutati a prendere un bagno e ricomporsi.
A sera la sala del consiglio era stracolma di gente. I nostri quattro saggi parlottavano nelle prime file. Entrarono Semot, Elis e Lenny e tutti tacquero sedendosi.
In mezzo giacevano Ralph e Jada. Tra loro, sulle braccia distese, la corona, piena di pietre lucenti, con la croce dentro.
Semot avvolto in un mantello bianco si rivolse alla folla attenta e iniziò lentamente.

Subito dopo il tramonto partiamo con le nostre silenziose barche. Con cenni ampi della mano Ralph ci indica i momenti e le posizioni. Attraversiamo bracci di mare nella notte senza luna. Lenny e due esploratori al fianco di Ralph accennano ora a questo promontorio ora a quello scoglio affiorante. Raggiungiamo un’isola su una zona sperduta di mare e lasciamo gli altri in una baia e, con una sola barca, su cui Ralph vuole me e Lenny, giriamo dietro un piccolo promontorio. Scendiamo in una piccola insenatura. Su una cima delle colline circostanti va morendo un fuoco. Aspettiamo che nulla si muova più nel piccolo accampamento composto da tre tende e poche masserizie. Il poco che il buio fitto permetta di scorgere. Solo una sagoma scura va avanti e dietro passando tra le tende.
Ci mettiamo in movimento in fila su un sentiero che sale dalla spiaggia: uno alla volta, con brevi corse, addossandoci di volta in volta alla vegetazione. Sollevo la balestra e la carico. Le tende sono a pochi passi. Sulle tende sono puntate tutte le armi ma nulla si muove se non pochi brandelli di tela alzati dalla brezza carica di salsedine. Quando la sentinella si volta dalla nostra parte il arpione vola e lui stramazza subito a terra agitando le gambe e stringendosi la gola con le mani. Ad un cenno corriamo e facciamo volare via le tende scoprendo cinque individui che giacciono nel sonno. Non gridano, non si muovono. Pigramente si sollevano mentre Lenny li interroga concitata, senza alzare la voce. Li scuote. Quelli rispondono con mugugni, sospiri rassegnati sulle poche cose che sanno.
Ralph mi manda a chiamare gli altri in attesa dietro il promontorio e appena ritornati nascondiamo le barche dentro i canneti. Corriamo per raggiungere il gruppo. Lenny è riuscita a farsi indicare un deposito di armi. Ora occorre che i cinque nostri prigionieri riescano a farsi aprire dai custodi del deposito senza che questi si accorgano della nostra presenza. Prima dell’alba. Domani riposeremo nascosti nel deposito e a notte usciremo per attaccare, sull’altra isola, il fortilizio degli irriducibili di cui si aveva solo confuse indicazioni.
I cinque non si scompongono più di tanto. E’ evidente che la disciplina era molto trascurata nel piccolo campo perché hanno divise sporche e consunte, trasaliscono quando arrivano gli ordini di Ralph. Ma sembrano buoni diavoli, solo un po’ fatalisti. Per nulla paragonabili all’idea che ci eravamo fatti degli irriducibili. Tre di noi indossano le divise dei prigionieri e spingono avanti gli altri due per chiedere ai guardiani del deposito di aprire subito. Balziamo fuori dalle tenebre e spingiamo tutti dentro.
Per il resto della notte, dentro la grotta deposito, ci siamo esercitati con le armi costruite dai coronati: micidiali giocattoli capaci di muovere su rocce impossibili, in cunicoli inaccessibili, in aria, sopra e sotto l’acqua e di portare o sparare cariche veramente distruttive.
Ralph e Lenny discutono sul domani. Assegnano i compiti e lui decide di portarmi con se nel primo giro di ricognizione alle prime luci dell’alba. Uno dei prigionieri con gli occhi mogi mogi ci passa informazioni su sentieri, baie, ripari.
Tutti ricevono l’ordine di tenere nascoste le armi; anche durante il tragitto. Non siamo venuti per una battaglia ma per uno scambio di prigionieri. Assicuro la mia balestra sulle spalle in modo che segua la linea delle mie spalle e con il manico mi protegga la spina dorsale.
Lenny prova e ripassa il discorso con cui chiederà al capo di essere accolta di nuovo e per ottenere Jada in cambio. Dopo la sconfitta i Coronati sono riparati nei territori interni, sulla catena montuosa che nereggia a settentrione.
Ci sdraiamo per dormire ma trascorrono i turni di guardia senza che nessuno chiuda occhio eppure con il buio ci aspetta una estenuante marcia.
Appena è notte, ci dividiamo in cinque gruppi che partono distanziati di tre minuti di marcia. Un prigioniero per ogni gruppo, al centro. Lenny cammina davanti a Ralph nel secondo gruppo. Il buio è così fitto che in certi tratti dobbiamo procedere con una mano sulla spalla di chi è davanti. Al minimo rumore sospetto ci dobbiamo allontanare dal sentiero e fermare, se possibile nascondendosi. Il cielo già nero incupisce e inizia a picchiare una fitta pioggia gelida e sporca.
Superiamo acquitrini e poi colline e ponti di tavole su ruscelli, un gruppo di case diroccate. Alle falde delle montagne valanghe di fango riempiono le bocche delle valli. I nostri stivali affondano a tratti fino al ginocchio. Le prime luci dell’alba ci colgono mentre trasportiamo tronchi per disporli in file sopra rigonfiamenti di fango. Ripartiamo in silenzio scrollandoci la terra di dosso. Ora i sentieri strisciano lungo fiancate in ogni dove franate per il peso dei terreni inzuppati dalle piogge. Tenaci alberi insistono a stringere manciate di terra tra le radici infilzate a fondo nelle rocce. Sulle spalle, sulle foglie lucenti, sulla terra fradicia batte instancabile il rovescio e schizza sui torrenti appena nati tra l’erba. L’acqua ha passato impermeabili, cappucci, stivali ed è arrivata fino alle ossa. Una notte non è bastata per arrivare. E’ strano vedere, in questo mondo inzuppato e grondante, alberi spaccati e inceneriti. A metà mattino raggiungiamo il gruppo che ci precede fermo in un punto fitto del bosco. Ralph interroga un prigioniero e scruta intorno i visi degli uomini. Sembra che ci sia ancora mezza giornata di cammino e molta gente è stanca. Ci nascondiamo per rifocillarci e mangiare qualcosa in silenzio. Vicino a me Lenny sta bisbigliando: - Ma perché dovrebbe venire da te? lì non le manca nulla. E’ libera.
- Non è libera. - Insiste Ralph.
- E se non accetteranno lo scambio o lei non volesse venire da voi? Io cosa faccio? Indietro non ci torno di sicuro.
- Vorrà venire. Vorrà venire quando mi riconoscerà.
- Sì, a dormire sui pavimenti di pietra! Avevamo tutto, prima.
- Il futuro è laggiù. - sospira lui.
Mi gocciola una foglia sul viso, i capelli sono un grumo informe. Molti compagni reprimono il bisogno di tossire. Viene diramato il permesso di consumare una razione energetica. Gli uomini del mio gruppo strigono le ginocchia e chiudono gli occhi forte per non sentire l’acqua che gronda addosso.
Ripartiamo lasciando il sentiero, dobbiamo raggiungere un alto pianoro. Due gruppi deviano verso destra e noi, con gli altri due, sulla sinistra. I boschi diradano e le ginestre lucenti sostituiscono i pini grondanti. Il gruppo di Ralph e Lenny devia ancora più sulla nostra sinistra. Le armi hanno sistemi radio incorporati ma vige il divieto assoluto di usarli. Prima occorre localizzare le postazioni. Procediamo lenti e guardinghi fino al limitare della sterpaglia.
Elis, preceduta da due prigionieri guida, avanza all’aperto. In caso vengano aggrediti abbiamo il compito di coprirli da distante. Quando superano la cima della collina li ferma un gruppo armato. Li vediamo parlottare e poi ripartire scortati verso il campo.
Continuerà a raccontarvi Elis quanto successe in tutto il pomeriggio nel campo.

Elis emerse dalla folla e andò verso il centro della sala al fianco di Jada e Ralph e sedette su uno sgabello. Attese un cenno dalle prime file.

- Siamo venuti a proporvi uno scambio di prigionieri. - iniziò Elis scrutando per un attimo i due che giacevano lì al fianco.
- Era quanto dovevo dire appena raggiunti dalle guardie. Non erano molto ben in arnese, le divise in discreto disordine e tutti molto giovani. Mi guardavano con un misto di orgoglio e di curiosità. Poi cercavano di capire dagli altri due coronati che mi accompagnavano come avrebbero dovuto comportarsi e sapevano di essere sotto tiro. Anche i ragazzi erano bagnati fino alle ossa e tremavano dal freddo. Ci hanno scortato dentro una costruzione in legno, dal capoposto, che ha subito consegnato i due prigionieri accusandoli di aver abbandonato il posto di guardia.
- Sono Elis della Città di Jada della Vittoria. Abbiamo vostre persone e sono qui per proporvi uno scambio di prigionieri. Debbo portare la vostra risposta entro il far della notte. Se non mi vedranno di ritorno verranno a cercarmi.
Mi ha fissato per pochi istanti, poi ha percorso con gli occhi tutti i miei vestiti e ha fatto un cenno ad uno dei presenti perché andasse a chiamare una donna per perquisirmi. Mi hanno dato dei vestiti asciutti di lana fintanto che lui emanava ordini per perlustrare le colline, per avvisare gli altri.
Socchiudeva gli occhi, calmo, il capoposto scrutando ogni mia espressione: - Non ci sono prigionieri da noi - scandiva serio mostrando un palmo della mano - chiunque è libero di andarsene quando vuole. - Non riuscivo a delimitare l’età del mio interlocutore ma intorno ai quaranta, molto atletico, coi capelli e con il bavero della divisa cercava di nascondere una ferita sul collo quasi sotto il mento.
- Vorrei parlare con il vostro capo. - Ero al fine in piedi e vestita.
- Se dovete consegnarci delle persone non c’è bisogno di cerimonie. Lasciatele libere e torneranno da noi.
- Le abbiamo salvate e nutrite, crediamo di avere diritto ad un po’ di considerazione.
- Considerazione - soppesava le parole senza staccarmi gli occhi di dosso come se dovesse scoprire qualche inganno - dunque, considerazione. - Annuiva poco convinto.
- Non credo che abbiamo molto tempo per meditare.- Allungai uno sguardo verso la finestra.
Si alzò, fece il giro del tavolo e vi sedette sopra con una coscia fissandomi ironico. Entrarono quattro persone, dall’aspetto marziale ma in abiti civili ben curati, che senz’altro mi fecero cenno di mettermi in marcia e seguirli.
Ringraziai il capoposto con un sorriso.

- Dunque avete con voi nostre persone. - L’anziano mi guardava speranzoso. Gli altri nella biblioteca avevano alzato gli sguardi dai libri e ascoltavano attenti.
- Due. - Cercavo di riconoscere tra quei visi una donna alta, mora, occhi verdi, viso fine, sui trentacinque, come me l’aveva descritta Ralph.
- Può per gentilezza dire i nomi?
- Lenny. - Il vecchio e altri ebbero un sussulto. Mi sorridevano.
- Davvero è una buona notizia questa.- Sembrava animarsi e riprendere colore.
- E il compagno. - Ho aggiunto piano. Molti si sono alzati con le vesti lunghe e colorate e sono venuti ad ascoltare in cerchio. La biblioteca non era grande ma raccolta e silenziosa; potevo sentire gli scrosci della pioggia fuori.
- Dunque cosa chiedete per lasciare libere le nostre persone.- Sembrava disposto a qualsiasi cosa.
- Da voi vive una donna, che un tempo, - mi fermò con un autoritario cenno della mano. Era rabbuiato. Ma respirò e chiese severo:
- Ebbene?
- Vorremmo parlarci liberamente.
Abbassò lo sguardo sul libro per pochi istanti e quindi inspirò a lungo e sollevò su di me uno sguardo implorante.
- Chiedeteci terre, chiedeteci risorse; ma non posso trattare delle persone che sono ricorse a me. - Scrollava il capo sconsolato. Ho cercato di capire dalle espressioni che mi circondavano se ci fosse qualche donna in particolare colpita.
- E’ lo scopo della nostra missione.
- Prima che faccia buio debbo ritornare. - Ho scandito calma ma decisa.
Come raccogliendo le forze il vecchio si è alzato e, stringendo gli occhiali tra le mani e il petto, mi è venuto vicino. Con un ampio gesto ha indicato gli scaffali e i libri aperti sui tavoli e dopo una lunga pausa in cui mi ha penetrato fino all’anima con uno sguardo impaziente, ha sussurrato:
- Noi sappiamo che si può superare il dolore. Lo sappiamo perché i nostri fondatori hanno conosciuto l’immortalità. Abbiamo un potente segno della loro condizione superiore.- Era ispirato e fervente.- Ha estratto dal petto la corona che vedete qui, riposare su queste braccia, e mostrando le pietre che balenavano di colori iridescenti, fissandomi e cercando di soggiogarmi con lo sguardo ha proferito:
- Anche tu credi nell’immortalità. I cristalli incorrotti e incorruttibili che vedi, emanano l’energia per armonizzarci con l’universo. La corruzione, il dolore sono una condizione temporanea. - Gli altri avevano fatto cerchio.
Il mio tacito sottrarmi provocò in lui dapprima uno stupore, poi un sordo rancore. Infine gli è affiorato negli occhi spalancati un odio totale appena tradito da un tremolio della mascella. Ha alzato l’indice minaccioso e è indietreggiato accentuando i tremiti.
Era calato un gelido buio e mi ha avvicinato il capoposto facendo cenno di seguirlo. Ha borbottato che i boschi erano infestati di briganti e che non era prudente uscire. Non da soli almeno. Comunque avrebbe voluto aiutarmi a trovare la persona. Non occorreva fare chiasso intorno alla cosa. Non aveva capito il nome che cercavo e se gliele potevo ripetere. Sapevo benissimo di non aver accennato a Jada. Ho risposto che avevo solo una sommaria descrizione e che volentieri avrei fatto una visita al campo. Visto che era deciso a non mollarmi ho sperato che sarei potuta fuggire con l’oscurità. Invece ha chiamato una scorta di quattro angeli custodi intirizziti di freddo e di umidità. Sotto le tettoie all’aperto chiacchieravano poche persone e nessuna assomigliava a Jada.
Stupii vedendo Lenny di lontano, tra la pioggia, passare di tettoia in tettoia e chiedere informazioni alla gente. Il capoposto notò la mia indecisione, con uno sguardo capì e mi tappò la bocca tirandomi a se. La mano puzzava di erba e di fumo, i vestiti di terra.
Lei cercò tra le tende e sollevò il telo di una, sotto cui entrò.
Sempre tenendomi una mano sulla bocca il capoposto mi fece avvicinare e ci sedemmo sotto una tettoia vicina.
Ora che è tutto finito Lenny stessa può raccontarci l’incontro con Jada.

Lenny con un viso disfatto dal dolore e dalla stanchezza si alzò e dal posto tra la folla iniziò.

- Il tuo ex Ralph vuole parlarti, ti accompagno se vuoi. Sono appena fuori dell’accampamento. - La sorpresi intenta negli esercizi quotidiani. Aggrottò appena la fronte e riconoscendomi sorrise: - Lenny! Che meraviglia! - E corse ad abbracciarmi.- Dove sei stata tutto questo tempo!
- Prigioniera. Non posso raccontarti tutto. Vuoi parlare a questo tuo Ralph? Non potranno stare lì sotto la pioggia in eterno.
- Ma cosa dici? - Era tenerissima e stupita sinceramente. Il compagno dormiva nel loro giaciglio.- Quale ex? Non ci sono ex! Lenny! Raccontami di te piuttosto. - Abbassò la voce quando sentì il respiro dell’uomo.
- Non ti ricordi della vostra fuga? Tu sei stata colpita dai coronati e sei caduta nell’acqua. Ti hanno ghermito. Ralph ancora non può perdonarsi di non essere riuscito a difenderti. Lenny ricorda!
- Non dire sciocchezze. - Mi sorrideva e scrollava la testa.
Tanto non sarei mai riuscita a svegliarle i ricordi. Allora me ne uscii per andare a cercare qualcuno che potesse aiutarmi. Avevo fretta di arrivare prima di Ralph. Ero scappata dal gruppo partito per recuperare Elis, per anticiparli, perché temevo avrebbero commesso la sciocchezza di tentare di rapirla.

Sedette sconfortata. Riprese allora Elis seguita con grande attenzione da tutti gli sguardi.

Il capoposto vedendola uscire le corse dietro trascinandomi. Però le premeva più lei perché con uno strattone riuscii a scappare nelle zone più buie del campo pestando infinite pozzanghere nel buio.
Avevo fretta di raggiungere i miei per evitare che partissero per recuperarmi, ma sono stata catturata da una squadra che mi ha accompagnato in una casa dove più tardi sono stati portati anche Ralph e Jada. Era partito con Trux per cercarmi. Ma Trux, non ce la può raccontare.

Tornò al posto tra la gente e sedette sistemando i capelli che le calavano sulla fronte. Uno dei saggi la avvicinò e parlarono per un attimo. Si rialzò Semot con grande fatica dallo sgabello.

Il grigiore inzuppato del giorno diventa notte rigida e fredda. Quando il buio nasconde le nostre sagome nere e pesanti d’acqua gelata, e gli scrosci coprono i passi, usciamo all’aperto, saliamo un prato e guadagniamo la cima strizzando l’erba con gli stivali.
Sul vasto pianoro uno sterminato accampamento di tende e legno. In mezzo una costruzione in pietra con due finestre illuminate da un bagliore tentennante. Sparsi per il campo alcuni fuochi hanno resistito al diluvio. Nessun segno di guardie. Nessuno potrebbe pensare che fuori, in quel freddo, ci potessero essere cinquanta persone venute a proporre uno scambio di prigionieri.
Sento alle spalle arrivare qualcuno e mi precipito. Ralph, con il suo gruppo e Trux, ci raggiunge per prendere il prigioniero guida. Ha fretta di andare a recuperare Elis.
- E’ proprio pazzo - mi sibila sconsolata Lenny - non riusciremo mai a trovarla e poi lei non verrà per nessun motivo.
La guardo fisso per distinguerla nel buio e la faccio cenno di seguire Ralph in silenzio e scompaiono nella notte.
Passano minuti in cui non succede nulla. I minuti diventano interminabili ore. La stanchezza sale dalle cosce lungo alla schiena fino a mordere la cervice. I miei uomini fanno a turno per starmi vicino. Dormono due alla volta.
Ci raggiunge Trux sconvolto:
- Ho girato una vita per raggiungervi. I guardiani ci hanno individuato: erano già più che in allarme. Lenny era scappata prima che arrivassimo alla porta. Abbiamo comunque cercato un passaggio nel recinto. Non è stato difficile. Dentro c’era gente ancora sveglia sotto le tettoie. Ci hanno indicato la tenda di Jada e ci siamo avvicinati. Lui l’ha chiamata per nome. Più volte.
Infine qualcuno da dentro butta da parte il telo con rabbia.
- Cosa volete? - E’ un uomo barbuto che continua a stropicciarsi gli occhi. - Andatevene! Cosa volete? No. Non c’è nessuna Jada qui. Vi ho detto di andarvene.
Ralph lo prende per il petto e, tiratolo fuori nel freddo e nella pioggia battente, entra veloce nel piccolo spazio aperto. Un tramestio viene dalla tenda mentre cerco di trattenere il barbuto che inizia a sbraitare impedendomi di capire cosa dicono all’interno. Gridano anche lì: ti stanno imbrogliando, chi sei tu? cosa vuoi?
Finché non riappare Ralph tirando dietro Jada. Accenniamo a fuggire trascinando dietro il barbuto che urla aggrappato ai vestiti di lei finché non gli calo un bastone in testa.
Ci aspettava lì una fila di guardiani con davanti il capoposto a braccia conserte.
- Dividiamoci! - Mi urla Ralph.
Jada non ha forze per opporsi all’impeto di lui e solo ogni tanto riesce a riprendere il respiro per gridare. Inciampa, viene trascinata, sollevata. Li vedo scomparire nel buio.
Le guardie e il recinto non sono organizzati granché ma certo dopo quanto è successo organizzeranno ronde. Speravo di trovarlo qui. Forse non è riuscito a superare il recinto. Forse lei è scappata. In fondo conosce meglio il terreno. E poi è difficilissimo orientarsi. O forse ha intercettato qualche altro gruppo.
- Cosa possiamo fare noi? - Gli domando preoccupato.
- L’ordine sarebbe di non usare le radio e i telecomandi. Ma oramai l’allarme è di sicuro scattato.
- E se l’avessero presa come una banale scenata di gelosia?
- Chi li conosce i loro costumi? E le loro abitudini?
Trux parte per riprendere i contatti con gli altri gruppi raccomandando di non spostarci.
Il mattino avanza nel freddo e cala pian piano la pioggia. Io e i miei uomini tremiamo e ci accostiamo gli uni agli altri. Contro ogni mia previsione non succede nulla. Nel campo ristagna un silenzio mortale. Alle prime luci dell’alba, incerta e bassa tra le montagne e le coltri scure del cielo, provo a sbirciare nel campo ma tutto è come inchiodato a terra. Nemmeno la brezza riesce a smuovere qualcuno degli stracci appesantiti dall’acqua. A posto dello stradone che taglia in due il campo, l’acqua ha scavato un torrente irto di massicce pietre. Certo non è un terreno di battaglia ideale.
Cerco con gli occhi gli altri gruppi. Saranno tra l’erba. Forse sono appena indietreggiato per non essere visibili dall’accampamento.
Mi sembra strano che non arrivino ordini o visite. I miei uomini tremano e ogni tanto mi allungano uno sguardo interrogativo e comprensivo. Arretriamo anche noi sin dietro il dosso della collina. Appena quanto basta per alzare la testa tra l’erba e scorgere il campo. Lontano verso il bosco in basso cammina una figura che credo di riconoscere nel mirino come Elis nonostante la pesantezza dei panni inzuppati e di un colore e foggia sconosciuti. La poca luce livida e fredda permette ora di scorgere i contorni delle cose e le distanze. La pioggia è diventata un velo leggero ed invisibile.
Rombando improvvisi e sibilando nell’aria ci passano sulla destra armi telecomandate in formazione che si precipitano a valle.
Non facciamo in tempo a capire dove siano dirette che dalle prime piante del bosco aprono il fuoco ed iniziano ad abbatterle. Scoppi e fiammate succedono l’aria e il terreno.
Non oso aprire il telecomando e la rice dell’arma. Non so cosa vuol fare il gruppo che è dislocato nel bosco ma non voglio essere localizzato. Ai fianchi a destra e a sinistra dei nostri amici stanno arrivando correndo due squadre di coronati; e mentre i nostri debbono rispondere al fuoco delle armi telecomandate essi prendono posizione proteggendosi dietro alberi e rocce. Siamo alle spalle, non sparano a raffica. E’ evidente che vogliono recuperare qualcuno. Ai miei uomini chiedo di scegliere quattro obbiettivi ciascuno e poi faccio il cenno di aprire fuoco. Cadono in molti e altri tentano di individuare l’origine dei colpi non previsti. Ma sono presi tra due fuochi e in breve una trentina di uomini giacciono in terra massacrati.
E’ urgente scoprire da dove siano sbucati all’improvviso e da dove venissero manovrate le armi teleguidate ora ridotte a tizzoni fumanti. Oltre al campo, che alle nostre spalle iniziava un’agitazione convulsa, c’era dell’altro, dunque. Di sicuro da qualche parte staranno cercando di capire da dove fosse venuto il fuoco. I nostri sembrano scioccati e ancora incapaci di credere a tanta distruzione. Eravamo venuti per proporre e per parlare. Hanno invece reagito nel solo modo che conoscono non appena hanno capito dove fossimo nascosti, grazie al rientro di Elis.
Sento con tutto me stesso che abbiamo sbagliato e che qui possiamo parlare solo il linguaggio delle armi. Se Ralph è prigioniero tocca a noi decidere, e subito.
La vista dei morti davanti al bosco, il puzzo degli esplosivi, del fumo, l’improvviso silenzio e i lamenti dal campo mi bloccano il pensiero riempiendolo di terrore, di spaventosa solitudine. Sento che il destino del gruppo dipende dalla mia decisione ma il freddo delle ossa e della mente non hanno nessuna luce di speranza per lunghi attimi. Finché i miei compagni non mi scuotono. Continuavo a fissare i morti squartati sull’erba. Dunque così disastroso, per noi e per gli altri, è sbagliare?
Consiglio allora ai miei di annientare tutto ciò che vola e di non toccare i telecomandi e partiamo per seguire da distante le tracce lasciate sull’erba dalla squadra che era sbucata dalla nostra collina. La cosa da fare ora è scovarli e io lo sto facendo.
Le tracce di erba calpestata girano intorno al pianoro e finiscono in uno spiazzo, nel nulla. Non ci sono strutture intorno. Sta diventando giorno. Ci affacciamo verso il pianoro per capire cosa succede al campo. Sul fangoso stradone centrale sta partendo un gruppo di uomini e donne, disarmati, in tutto sei persone che scendono impacciati verso il bosco dove sono i nostri.
E’ urgente, urgentissimo capire dove sono nascoste le squadre di intervento.
Chi è il più veloce di gamba tra noi? Diciamo che in cinque minuti su terreno fradicio possa percorrere, spingendo al massimo, in salita, un chilometro? Ci appostiamo nel limitare di un boschetto in modo da vedere in tutte le direzioni. Chiedo a Fiore di portare un’ arma un chilometro più in basso, tra delle rocce e un ciuffo di cespugli, di accendere i telecomandi e le ricetrasmittenti e di scappare come il vento fino a noi. Lui va senza fiatare. Lo vedo accovacciarsi, mettere a terra l’arma e schizzare come una scheggia. Scrutiamo intorno con massima attenzione. Fiore aggredisce la collina e qualche volta scivola, lo vediamo roteare le braccia, riprendersi. Silenzio spettrale intorno. Solo lontano un gridare sommesso nel campo. Fiore ha bruciato metà del percorso. Un deltaplano sbuca dalle cime dalla parte opposta rispetto al campo. Un secondo lo segue da vicino. Tutti incitiamo con cenni il nostro uomo. Non ci deve tradire con la presenza e la direzione della corsa. Radenti le cime la processione dei delta manovra per precipitare verso lo spuntone di roccia, cambiano direzione. Hanno visto Fiore. Ho calcolato male i tempi di reazione di questi maledetti pipistrelli. Faccio cenno di seguimi subito nella direzione da cui quelli sono venuti. Debbo strattonare, non possiamo aspettare. Con la coda dell’occhio vedo che Fiore cambia direzione. Ha capito. Buona fortuna uomo!
Corriamo incespicando, siamo rimasti in quattro. Non so come tenere la direzione ma non sto sbagliando di molto. Il bosco finisce. Sulle nostre teste continuano a ronzare gli ultimi delta. Alle nostre spalle crepitano armi automatiche e rimbombano esplosioni. Ora possiamo andare. Corriamo all’impazzata sull’erba e, finito il pianoro, sulla nostra destra costoni di roccia nascondono il fianco sud della montagna. Da lì sono venuti. Ci arrampichiamo sui massi, scorgiamo la piccola valle piena di costruzioni basse di legno tra la vegetazione.
- Individuiamo i depositi! - Ansimo ai miei.
Siamo a monte e secondo qualche stratega coronato forse i due accampamenti dovevano difendersi le spalle a vicenda. Non aspettavano di certo un esercito di sole quattro persone. Due coppie di guardie girano in continuazione intorno al campo. Lenny avrà spifferato quanti, dove eravamo e con che armi. Ma questa non è una regolare battaglia essendo in gioco la sopravvivenza. Cosa staranno pensando là dentro?
Tra minuti saranno di ritorno, occorre agire subito. Appena supereremo le rocce saremo visibili. Smonto dalla schiena la balestra, la carico con un arpione a filo. Gli altri sono pronti e tesi. Una coppia di guardie si allontana, troppo fuori portata. Preparo un secondo arpione facendo attenzione a non mescolare le sagole. Il cielo è ancora sgombro. A tratti davanti al mio sguardo corrono le immagini infuocate dei giovani morti sull’erba giù davanti al bosco. La seconda coppia gira l’angolo verso di noi. Ho una fame lancinante. I due escono dagli alberi. Parte l’arpione. L’uomo ha uno scossone e mette le mani alla gola. Il compagno fa un passo, due, scatta all’indietro. Subito il secondo arpione lo soffoca. I fili vengono tesi e gli uomini cadono, vengono trascinati velocissimi lasciando in terra solo una esile striscia di sangue. Occorre fare tutto prima che arrivi la seconda coppia di ronda. Aiuto a tirare. Abbiamo le divise e i riconoscimenti; li indossano Marco e Pennanera. Agguantano le cariche e volano per la scarpata. Sanno cosa debbono fare. Carico un dardo normale. La fame mi distrugge la vista. Arriva guardinga la seconda coppia di scorta. Il sole è alto e brucia le rocce. Parte il dardo. Parte anche l’altro. I due uomini si contorcono in silenzio. I nostri sono in leggero ritardo quando girano l’angolo e scompaiono. Le munizioni sono di sicuro il quella costruzione isolata con un ampio recinto sgombero; dalla parte opposta; verso sud. Quando saranno nelle vicinanze dovremo distrarre il campo. Cerco qualche deposito di carburante alla portata. I nostri sbucano dietro le palizzate a ovest. Di sicuro un serbatoio c’è dietro delle cucine. Lo indico al mio uomo. Pennanera e Marco stanno entrando nella porta Ovest. Mostrano i tesserini alle guardie. Alla mia portata ci sono forse obbiettivi, ma, arriva una gomitata. In cielo ci sono i deltaplani di ritorno. I nostri due invadono lo spiazzo libero intorno al deposito. Qualcuno fa loro cenno di allontanarsi.
- Vai.- Sibilo.
Un botto nelle mie orecchie e il serbatoio delle cucine salta con una fiamma azzurra e un boato inudibile. Una ventata ci costringe ad abbassarci dietro le rocce. Un secondo lampo seguito da un crepitio di boati scompiglia l’aria. Visti dai delta siamo due macchie grigie scure inzuppate, immobili sugli spuntoni rossicci. Mi dispiace perdere lo spettacolo del campo in fiamme. Da che parte staranno correndo Pennanera e Marco? Se saranno in grado di correre? I delta li percepisco con la coda dell’occhio. Non possono atterrare dove al solito e stanno cercando un posto. Dal campo salgono voci concitate e urla. Sarebbe bene prenderli in volo ma mi potrebbero vedere. Se mi muoverò lo noteranno sicuramente. Senza il centro per l’assegnazione degli obbiettivi comunque sono molto meno offensivi. Accendo la radio localizzatrice. Pennanera e Mario non rispondono: o non hanno capito o non possono.
I coronati stanno abbandonando i deltaplani al limitare del bosco e precipitano verso il campo. Con l’ultimo compagno mi precipito su quelle membrane abbandonate, saliamo su due e trascinandone una ciascuno ci libriamo facendo il giro verso monte per non essere troppo notati. Scorgiamo la piccola valle in preda alle fiamme. Pennanera sta correndo lontano su un prato in direzione opposta alla nostra. Giriamo ancora a monte per evitare la colonna di fumo nauseabondo. Planiamo verso di lui e lasciamo cadere i due delta. Lui capisce e presto siamo a girare volando intorno alla montagna per raggiungere gli altri. Il sole è quasi a perpendicolo. A tratti mi gira la testa per la fame. Il cuore inizia a battere all’impazzata. Non riesco a guardare in basso. Non sono più vicini a me i miei compagni. Sono solo dentro il sole. Il vento caldo mi schiaffeggia e la macchina volante accelera girando. Il sole appare e scompare vorticando e mescolando mille trasparenze. Un grumo di paura serpeggia nelle vene delle braccia per poi schizzare nello stomaco e infine rimbalzare e rimbombare senza sosta nel cervello. Incalza ballandomi addosso. Inseguo la mia testa pesante nel buio. Mille e mille spine cingono la mia testa. Il sangue le intride forte facendo colare stille rosse davanti ai miei occhi bui. Imploro la mia adrenalina. Imploro con il cuore impazzito, con il cervello insensato. Non posso riempire i polmoni con l’aria. Sono pieni di pietre morenti. Agli orecchi mi strillano gelose aquile nere squartandomi con becchi adunchissimi.

Lunghi silenzi al tramonto. Solo lunghi silenzi al tramonto.
Una voce mi parla vicino. Sono disteso e sento una voce che mi parla vicino. La mia spalla destra è fasciata e mi infilza con aghi pazzeschi di dolore. Cerco di muovere gli occhi. Sono seduti vicino a me nell’erba i miei due compagni. Ogni tanto girano il capo per guardare. Ecco, notano che sono sveglio e scrutano un attimo.
- Dove. - Parlo troppo piano, non credo mi sentiranno.
- Hai fatto un bel volo amico. Davvero un bel volo, sai? Ce ne abbiamo messa per raggiungerti. Eri un po’ fuori rotta sai?
- Uhmm?..
- Andavi come un fulmine. Sono solo riuscito a venire sotto di te con la mia macchina per frenare l’ultimo pezzo della caduta. - E mi sorridevano.
- Cosa è successo a Marco? - Balbetto con un filo di voce?
Pennanera scrolla la testa e guarda lontano.
- I miei uomini! - Penso.

Intanto la mattina Trux aveva ricevuto la delegazione dei coronati venuti a riprendere i corpi dei loro soldati. Avevano accordato un cessate il fuoco per permettere le trattative dello scambio prigionieri. Anche se in effetti Lenny era fuggita durante la notte costringendoci a cambiare le posizioni delle squadre appena Trux è rientrato, rimanevano sempre due guide e il compagno di Lenny lasciato in città.
Come tutti i predoni non sono gran che come guerrieri, così i coronati vistisi schiacciare quando erano certi della loro superiorità grazie al tradimento di Lenny, hanno incominciato a piagnucolare. Era quello il momento per risolvere il problema. Invece Trux si era lasciato impietosire e quelli avrebbero avuto il tempo di riorganizzarsi. Quindi tutti erano rimasti attoniti e sconcertati nell’udire il rombo lontano delle esplosioni del campo militare alle spalle della montagna.

Quando noi tre raggiungiamo il campo, Trux mi affronta duramente.
- Non eravamo venuti a sterminare una popolazione.
Rispondo sorpreso e tetro:
- Allora forse siamo noi venuti a farci sterminare da una banda di predoni.
Mi afferra per il braccio e sbotta:
- Nessuno ti ha detto di inseguirli.
- La prossima volta, se vuoi, lascerò che vi massacrino. - Sono furioso.
Mi strattona stringendo il vestito davanti al petto.
- Dove sono gli altri tuoi uomini? Abbiamo perso degli uomini senza motivo!
- Dispersi. Dispersi. - Ribatto scansando con forza le sue mani.
Dispone lo scioglimento della mia squadra ridotta a solo due persone e veniamo presi sotto il suo diretto comando.
Con tanti sbandati in giro pieni di rabbia e paura occorre organizzare guardie continue e questo è il nostro compito.
Dopo esserci rifocillati e nutriti nel freddo umido della notte parliamo della situazione, del ritorno: non possiamo tenere gli uomini altri giorni al freddo. Elis mi racconta come era andata con Ralph dopo che il capoposto li aveva chiusi nella stessa casa.

Sedette facendo cenno a Elis di venire a parlare ma lei si negò scrollando la testa. Allora Semot continuò stando seduto. Gli portarono da bere.

Jada era ammutolita e se ne era stata tutto il tempo con le braccia conserte con Ralph che cercava di farle ricordare. Ricordare.
- Un giorno - le diceva accorato - eravamo insieme. Ci hanno inseguito e ti hanno catturato.
- Stai inventando. Straniero, lasciami in pace e ritorna alle tue tende.
- Ricordo il tuo viso, riconosco le tue fattezze. Sei tu Jada. Abbiamo costruito la nostra casa insieme.
- Io sono sempre vissuta qui. - Era via via più sprezzante.
- No, Jada, ti hanno iniettato questi ricordi per non farti soffrire. Per farti dimenticare la nostra separazione. Ti hanno rapito da me capisci? Ti hanno colpito e sei caduta in acqua mentre ci inseguivano. Ti hanno colpito, eri esangue. Siamo rimasti in acqua per tanto tempo. - Era accorato, il viso contratto.
Nella confusione di guardie e ragazzini avreste scorto Ralph porgere qualcosa a Jada, seduta scontrosa con le braccia conserte e le spalle curve, poi ritirarsi.
La donna non può abbandonare la casa e questo la esaspera, è una statua nel buio. Finora ha proferito due frasi soltanto. Ci sono donne che entrano per curiosare. Ad una Elis propone il proprio vestito in cambio degli stracci di lei. Lei accetta. Dalla casa prima esce Elis. Poi la donna che viene fermata dalle guardie.

Monto il mio turno e ho tutto il tempo per meditare sulla nostra situazione. Soprattutto sull’accoglienza che è stata riservata a me e ai miei uomini. Due dei miei sono dispersi. Pennanera ha detto che erano stati notati e allora avevano messo tempi brevi nella carica non riuscendo a mettersi al sicuro. Se Marco è ferito è anche prigioniero. E allora lo stanno interrogando. Se lo stanno spremendo bisogna andarlo a riprendere. Se è morto debbo andare ugualmente a riprenderlo. Non ricordo da quanto non dormo. Girando mi procuro barrette energetiche. E Fiore? Nemmeno lui è rientrato al campo. Debbo sapere se è nelle loro mani. Appena smonterò dalla guardia, vedrò cosa posso fare. E Ralph che starà facendo, che starà pensando? Appena realizzeranno di avere il nostro capo tra le mani ci potremo scordare Jada.
I chiarori del mattino fanno fatica a sbucare da sotto le nuvole basse della pianura lontana. Nel campo dormiamo riparati alla meglio. Fa freddo. Arriva il cambio, consegno la guardia e mi sdraio sopra dei rami spezzati che separano appena dal fango. Un brontolio lontano di tuoni mi accompagna nel sonno.

Tacque scrutando la gente assiepata. Lenny allora si levò tra la folla e venne in mezzo all’assemblea camminando con il capo chino e gli occhi bassi. Sorrise appena guardando qualcuno nelle prime file. Tutti attendevano le sue parole.

Appena ho saputo che Ralph ed Elis erano prigionieri nella casa delle guardie ho temuto che tutto potesse precipitare e che non avrei mai più rivisto il ragazzo che era tra voi. Il fondatore e guida dei coronati era furioso per gli attacchi del giorno. Mi rivolgeva parole minacciose come se fossi stata una degli assalitori. Ho disperato e sono scappata; ma poi ho pensato al vecchio saggio Teonte. Allora l’ho raggiunto e mi ha riconosciuta. Nella notte l’ho pregato di andare a parlare con i guardiani e i prigionieri. Abbiamo trovato solo Ralph perché Jada era stata liberata e Elis aveva ingannato le guardie. Ralph era accasciato al suolo e non voleva rispondere.
- Cosa è successo? Chi ti ha catturato? Dove è Jada?
Scrollava la testa e buttava lo sguardo fuori della finestra dove ogni tanto scorgevamo lontani lampi silenziosi. Insistevo inutilmente.
- Dobbiamo portare a termine la trattativa. Sono furiosi con voi per l’accampamento distrutto. Devi dire che ve ne andrete il prima possibile.
Sospirava senza guardarmi, scrollavo un braccio, infine si è morso le labbra.
- Non mi riconosce. Non vuole riconoscermi.
- Vi farò incontrare segretamente. - Poi rivolta a Teonte, - Quest’uomo è pronto per un rito di passaggio. Possiamo accedere al tempio?
Lui ha capito e ci ha accompagnato. Le guardie ci hanno seguito discretamente. Per testimone e madrina ottenni che fosse presente lei. Accettò stupita fidando sulla nostra antica amicizia.
Così hanno aperto all’alba le porte del tempio per noi e abbiamo lasciato fuori i brontolii lontani di qualche temporale nelle pianure allagate. Nella sala dei seggi di quercia continuava il consiglio.
Ho acceso tutte le fiaccole alle colonne, portato due scranni vicino al grande braciere che ho cercato di rinvigorire gettandovi resine e profumi.
- Dunque vuoi superare il dolore. - Ha iniziato Teonte prelevando dal forziere la corona con tutte le sue gemme mettendola ad un capo dell’antico marmo bianco.
- Quale è l’origine del tuo dolore?
- Una passione perduta. - Mormorò Ralph.
- Sei disposto a dimenticare per sempre questa persona?
- Sì.
- Puoi sdraiarti su questa pietra. - Dal braciere accanto sono incominciate a salire intense volute. Jada lo ha guardato incuriosita cercando di tenersi distante. - Rivivrai per l’ultima volta i tuoi ricordi in modo che io possa cancellarli.
Fuori stentava ad avanzare un’alba fredda.
- Era un giorno di sole e io e lei stavamo finendo di costruire il nostro rifugio nelle paludi. Eravamo fuggitivi. Odiavamo entrambi i programmi di educazione forzata. - Ralph aveva chiuso gli occhi e abbandonato le braccia lungo i fianchi, sulla pietra, con le palme delle mani verso l’alto. - Abbiamo visto di lontano avvicinarsi una banda di persone armate e subito abbiamo deciso di scappare. Avevamo un nostro nascondiglio ma non potevamo raggiungerlo mentre eravamo inseguiti per non svelarlo. - Jada divenne cupa in volto, attentissima, fissava l’uomo. - Avevano barche veloci quindi abbiamo dovuto scegliere di correre su isolotti fitti di canneti. Sono scesi e ci hanno inseguito urlando. Ho portato in braccio a lungo lei con tutte le mie forze.- Jada gli si era avvicinata e ogni tanto deglutiva. Alle nostre spalle era entrato in silenzio il sacerdote capo dei coronati e ci scrutava attento. - L’hanno ghermita e siamo caduti in acqua sprofondando le gelo e nella disperazione sotto i brutali colpi degli assalitori. E’ scivolata via dalle mie braccia. Il dolore è rimbalzato dentro di me e mi ha sepolto sotto una immensa pietra nel fondo di un mare melmoso. Mi sono chinato su di lei ma gli occhi fissavano vuoti il cielo e con le braccia non riuscivo più a reggerla per i fianchi. - Jada era impietrita. Stava per posare la destra sul braccio di lui ma si è girata per accorgersi che era sopraggiunto qualcuno.
- Ralph. - mormorò tornando a guardarlo - Ralph.-
Il grande Sacerdote si era avvicinato e aveva scostato Teonte per prenderne il posto:
- Jada, cosa è la vita senza memoria? - Ralph aveva chiuso gli occhi e deglutiva.
Lei gli si fece sopra spalancando gli occhi premendo la mano aperta su quella di lui.
- Ralph Munch. - Scandì il Sacerdote, facendoli trasalire e versando nel braciere nuovi profumi, ma non si mossero. - Ralph, non abbiamo poteri sulla vita. Ci appartiene invece la memoria. - Jada aveva stretto forte la mano di lui, e i loro sguardi si erano incontrati. Avevo ottenuto ciò che volevo, strinsi forte i pugni. Lo scambio sarebbe potuto avvenire con buona pace di tutti, sospirai e sorrisi a Teonte che se ne stava discosto e cupo.
- Sono venuto a chiederti questa creatura, lasciala tornare da me. - Ralph era calmo e deciso, raggiante come non lo avevo mai visto. Jada lo aiutò a scendere dal marmo e si pose dietro di lui tenendolo per mano. Gli sguardi dei due si fissarono con forza sul vegliardo che con un ampio gesto li invitò ad accomodarsi di nuovo sul nudo altare. Afferrò la preziosa corona vibrante di vivi riflessi e la alzò in alto. Con voce forte e fermando gli sguardi con il suo iniziò le formule rituali:
- Ralph e Jada, sotto il potere antico ed eterno della corona e delle pietre, - sapevo cosa significavano quelle parole. Nessuno si era mai sottratto alla forza di quelle formule. In un lampo sfumava ogni speranza.
Uscii con gli occhi gonfi di rabbia smarrita. Sotto le nuvole scure passavano uccelli bianchi dai lunghi colli e dalle lente ali solenni. Altri più scuri seguivano fino a riempire l’arco del cielo. In breve da est ad ovest fu pieno di vita che fuggiva il temporale in arrivo. Correvo verso il campo affondando gli stivali nel fango e nell’erba fradicia. Le cime degli alberi andavano riempiendosi di un frullare luccicante di stille grondanti.

Uno dei quattro saggi fece cenno alla donna di sedere e a Semot di appressarsi e poi chiese in modo che tutti sentissero:
- Chi si è occupato dei dispersi nel frattempo?
Allora Semot si alzò con gli occhi bassi, portando il dorso dell’indice piegato alla bocca, e iniziò:

Mi svegliano scuotendomi forte.
- Dobbiamo andare a recuperare Ralph. O lo perdiamo per sempre. - Elis, Trux e Lenny sono agitati e il riposo non mi è bastato per capire in un attimo, ma balzo in piedi. Le luci del mattino mi dicono che al massimo avrò riposato un’ora.
- Hanno preso Marco. E’ ferito. L’hanno portato alla casa delle guardie. - Mi annuncia Trux mentre Lenny annuisce forte.
Allora domando: - E Fiore?
Trux mi assale: - Ancora non sono tornati ma vuol dire che non l’hanno trovato.
Raduniamo tutte le forze, si decide per mandare me e una delegazione con davanti i prigionieri. Lui e gli altri quaranta uomini sarebbero entrati da più punti dal perimetro del campo per concentrarci subito dopo. Alle porte ci aspettano armati. Il capoposto non vuol ricevere la nostra ambasciata. Lenny ci incita a fare presto. Noto, dentro i boschi che circondano a monte il campo, un movimento di uomini avanzare furtivi alla nostra destra e temo un accerchiamento. Chiamo alla radio Trux e gli chiedo di intervenire sulla guardia alla nostra porta. Non si fanno attendere dall’interno del campo e appena sento i colpi e quelli si girano, faccio segno ai miei di buttarsi a terra e fare fuoco riparandosi dietro i nostri prigionieri. Dagli alberi si levano folate di uccelli. Dal cielo cadono le prime grosse gocce di pioggia e a monte rombano lunghi tuoni. Ci slanciamo verso l’interno del campo e ricongiungiamo le forze. Elis giuda Trux verso la casa delle guardie mentre Lenny mi spinge correndo verso il tempio. In breve il campo è circondato dalle forze dei coronati che stavano percorrendo il bosco. Il tempio è immerso nel silenzio e a terra presso l’altare giacciono quattro persone. Mi prende la gola un acre odore misto ad incenso. Scorgo Ralph vicino ad una donna e ad un vegliardo riversi per terra. E il mio cuore non regge. Mi si gelano le forze nelle vene. Cedo vedendo l’uomo per cui ci stiamo battendo finito esanime in terra. Ma non posso fermarmi. Non ora. Chiedo a Lenny di portarli fuori. Mi tirano i compagni paurosi che qualche sortilegio ci domini la mente e ci precipitiamo per aiutare Trux mentre lei corre verso i morti con le mani alla bocca.
Nella biblioteca sono asserragliate le forze e il comando dei coronati. Nel campo dominano le nostre forze e dal perimetro sta penetrando una nutrita squadra di guerrieri. Riparandomi presso una malferma costruzione in legno mi levo dalle spalle la balestra e la armo con un arpione a filo. Occorre spostarsi perché dalla biblioteca ci stanno colpendo. Fisso l’altro estremo del filo alla mia arma a motore. La pioggia è diventata insistente. Si sentono spari dalla parte della casa delle guardie. Miro la trave portante della biblioteca e faccio partire il mio uccello d’acciaio dalla lunga coda. Accendo l’arma e la faccio salire ronzando. Sale nella pioggia trascinando dietro il filo. Curo che non si intrecci e corriamo a dare rinforzi dalle parti della casa delle guardie dove crepitano colpi da tutte le direzioni. Chiamo Trux che non risponde. E’ difficile capire chi spara su chi. Nel cielo passano lenti stormi di cigni neri incuranti della pioggia.. Il mio filo sta per raggiungere le nuvole. Insisto con Trux. Mi risponde Elis che ne ha raccolto l’arma. Trux non ce la farà. Una scarica si annuncia nella radio e subito ci investono un lampo e un boato infernale. La biblioteca è esplosa in un rogo.

Tra i saggi si alzò il più anziano e chiese a Lenny:
- Dunque erano morti prima della battaglia finale e non è stata una ritorsione per l’intervento e l’incendio della biblioteca. Dove era il Sacerdote?
Lenny si alzò.

Era con loro. Solo Teonte respirava ancora riverso in terra con lo sguardo rivolto alla porta. L’ho sollevato e trascinato per le spalle fino a fuori. Parlava appena e con voce roca:
- La corona, in terra, la corona, prendi. Attenta! non respirare; corri. Cercala. Hanno bestemmiato sulla corona. Ecco cosa, - ansimava - hanno negato, - e veniva preso da convulsioni. L’ho adagiato piano sulle pietre e sono corsa all’interno. In terra era sparso il carbone del braciere rovesciato e rotolato con il sostegno di ferro. La corona era vicino ad una colonna, tutta annerita. Scottava. L’ho presa stringendola con la stoffa del mio vestito e sono corsa da Teonte.
- Jada ha detto, ha detto, - spalancava gli occhi fissandomi atterrito - che non è nella corona il potere. Allora l’hanno gettata nel braciere.
- Teonte, perché? Cosa è successo. Ti farò portare dell’acqua. Parlami.- Lo scongiuravo. Alzando il dito tremante, scuotendo le spalle per il dolore ai polmoni, respirando a fatica continuò:
- Mentre il sacerdote pronunciava il rito per Ralph, Giada si è girata e gli ha strappato la corona di mano. Che fai, assassino! Ora sei tu nel mio potere gli diceva. Ora sei tu nel mio potere, gli diceva. Sono anni che debbo obbedire, ora mi ascolterai tu. Mi ascolterai. Allontaniamoci. Allontaniamoci. E il Sacerdote si è scostato stupito e ha rinvigorito il braciere con una manciata di sali. Si allontanava piano sorridendo. Non vuoi ascoltare le parole del tuo maestro, Jada, mia diletta Jada, le diceva calmo. Le volute dal braciere avvolgevano l’altare dove i due si stringevano. Insisteva lei, andiamo corriamo. Non posso diceva l’uomo. Le forze mi abbandonano. Non respirare. Non respiriamo. Ci attaccheremo alle sue vesti quando verrà. E ha gettato la corona nel braciere. Nel braciere. Il sacerdote è venuto da me: vienimi a prendere se cado. Oramai i fumi si sono sparsi. Ha corso ma non è tornato. Ho visto il braciere rotolare. Jada mi gridava di aiutarla. Sono riuscito a trascinare per due passi il Sacerdote; poi sono dovuto correre alla porta per respirare. Sono tornato. Le forze mi hanno abbandonato. Mi abbandonano. Lenny, addio.

Tutti nella sala girarono gli sguardi sui quattro saggi che si alzarono e consegnarono un foglio al più anziano, che lesse:
La nostra città sarà sempre grata a questi eroi e ai caduti per averci liberato dal pericolo con il loro coraggio. Questo sacrificio non si cancellerà mai dalla nostra memoria. Accogliamo tra noi, come liberi tra liberi, Lenny e il figlio dodicenne.