Inchiesta
Scienza e fantascienza

Nel corso del n°5 di Continuum, e più precisamente nella sezione della saggistica, si è parlato profusamente di quali canoni debba seguire uno scrittore di fs quando affronta questioni di tipo scientifico, se debba cercare di scrivere speculazioni credibili, verosimili, probabili, documentate ecc.
Da prendere come titolo dell'inchiesta fatta (la seconda dopo "Come nasce un racconto di fantascienza" del n°4) è la domanda che ho girato a tutti coloro hanno deciso di contribuire a questo speciale, e cioè: "Quant'è importante nella tua narrativa l'aderenza tra storia ed elemento strettamente scientifico? Per esempio tu scriveresti un racconto di viaggi interstellari senza farti lo scrupolo di come superare le enormi distanze?"
Una nota doverosa: Fabio Calabrese ha optato per non partecipare all'inchiesta, poiché la sua opinione in merito è ben trapelata nella saggistica dello scorso numero. Un'opinione un po' "fuori dal coro" come avrete occasione di appurare, ma è proprio questo lo scopo di iniziative come la presente: mettere a confronto le diverse idee di fantascienza di chi se ne occupa, nella speranza di dare al lettore un quadro con diverse sfumature ed entusiasmante proprio per tal motivo.
Leggendo i singoli contributi credo che l'obiettivo sia stato pienamente raggiunto!
Ringrazio di cuore Valerio Evangelisti per il suo apporto dato in quest'occasione, così come ringrazio davvero tutti gli altri. Particolarmente piacere mi ha fatto il "ritorno" di Antonio Piras (che non avevamo il piacere di leggere dal n°1) e di Luca Masali (pubblicato sul n°2). Ora non ci resta che apettarci un racconto da loro... eh, sì, siamo proprio viziati!
Roberto Furlani




Vittorio Catani:Per me, se si scrive sf, bisogna sapere di cosa si scrive: voglio dire, occorre documentarsi se si vuole affrontare un argomento scientifico. Poi magari possiamo "ricamarci" fantasticamente o fantascientificamente sopra, ma la base di partenza dovrebbe essere seria, plausibile. Pero' non amo che si cada nell'eccesso opposto: cioe' che si scrivano pagine e pagine di fanta-tecnicismi. Non essendo io uno scienziato, non avrei la forza di apprezzarli... anche se fossero fatti in modo giusto.
Be', ci sono delle eccezioni. Per esempio, certe storie di Stanislav Lem, lo scrittore polacco, sono lunghissime e tutte di scienze inventate, ma sono scritte con tale magistero, capacita' inventiva, e soprattutto con tale "capacita' narrativa" da lasciarmi incantato. Mi riferisco a racconti come "Non serviam" (strano titolo per un fantasaggio-racconto assolutamente splendido).


Alberto Cola:Per prima cosa, bisogna vedere se e' presente questo elemento. Torniamo sempre al solito discorso fatto dai non addetti ai lavori, che se e' fantascienza deve necessariamente esserci qualcosa di scientifico. Allora io non scrivo fantascienza, semplice. Il fatto e' che, ripensando a tutto quel che ho scritto fino a oggi, devo ammettere che la componente scientifica e' ridotta a un misero 0 virgola qualcosa percento.
In realta', di cosa si sta parlando? Certo, se scrivo un romanzo o un racconto basato su una scoperta tecnologica che funge da fulcro a tutto il resto, dovro' fornire qualche spiegazione (e comunque non e' detto). Questo e' senz'altro facile se ti chiami David Brin, per esempio; leggersi "Nel cuore della cometa" e' un'esperienza per chi ama l'hard science fiction, e vogliamo proprio dire che, visto che il signore in questione e' un astrofisico, la cosa non c'entra proprio nulla?
Di solito mi affido a un principio molto semplice: parlare di quel che si conosce.
Io ad esempio non ne parlo affatto o quasi, se si tratta di scienza. I motivi sono due: primo, prediligo lavorare sui personaggi e sulle ambientazioni perche' ritengo che una buona storia parta sempre da queste due componenti, anche con un'idea semplice alla base perche' vorrei evitare di scomodare Miss Originalita'. Secondo, non ne capisco un'acca di tutto il resto.
Ovvio, puo' accadere contro la proprio volonta', che per far funzionare una storia alla fine uno straccio di elemento scientifico serva. E allora? Semplice, c'e' Santa Biblioteca proprio dietro l'angolo. Documentarsi e' fondamentale, quanto e forse piu' di tutto il resto. Tempo fa un ragazzo iscritto alla Mailing List di Fantascienza, dopo aver letto il mio racconto "Ozone Park", disse che si vedeva che conoscevo certi argomenti e che lavoravo nell'ambito della chimica. A malincuore confessai che le notizie di una certa natura riportate nel racconto erano frutto della lettura di un paio di numeri di una rivista della quale non ricordo piu' il nome e della Treccani. Del resto, se Ken Follet afferma di impiegare un anno soltanto per raccogliere documentazione prima di scrivere un romanzo, avro' pur il diritto di perdere un'ora per un mio racconto?
E poi c'e' l'arte del dissimulare. Ti faccio un ultimo esempio. Il mese scorso m'ha preso una voglia stranissima; mi sono chiuso nello studio, ho controllato bene che la finestra fosse chiusa, che non ci fossero microspie e quindi, lo ammetto, ho scritto un racconto con delle astronavi. Non l'avevo mai fatto, che esperienza ragazzi! Comunque, il problema era che dovevano affrontare un bel pezzo di strada per arrivare in un posto da qualche parte. Ebbene, tutte insieme riescono a creare una singolarita' luce e zac!
Ora, cos'e' una singolarita' luce?
E che ne so io? La mia parte l'ho fatta, il lettore poi immaginera' quel che vuole, ammesso che la cosa lo interessi.
Ognuno supera il problema tecnico/scientifico come puo'.



Valerio Evangelisti:Se da un lato ritengo, come Dick, Leiber, Sturgeon ecc., che la fantascienza non debba essere necessariamente vincolata all'esattezza scientifica, d'altro lato penso che debba comunque proporre soluzioni fondate sulla logica. E' ciò che la distingue dal fantastico generico, dall'horror ecc.
Dunque, un minimo di attendibilità ci vuole.
Detto questo, devo precisare che non credo di scrivere fantascienza in senso proprio, anche se mi pubblicano (in Italia) in collane di quel tipo.


Roberto Furlani: Io credo che l'etichetta di scrittore di fantascienza, nel mio piccolo, mi si addica perfettamente. Badate, non è presunzione, il fatto è che scrivo e talvolta anche pubblico da qualche parte quasi esclusivamente fantascienza, malgrado abbia avuto occasione di cimentarmi nel mainstream ed in generi come il giallo, lo spionaggio, l'avventura e soprattutto il fantasy (soprattutto perché è l'unico altro genere in cui abbia saputo scrivere qualcosa che non passasse sotto la meritatissima qualifica di schifezza).
Per quanto mi riguarda ogni altra sotto-classificazione è sballata, inutile per non dire inesistente. Scrivo fantascienza, ok, ma un po' di tutto quel che può essere considerato science fiction, senza limiti di ogni sorta e natura. Purché, sia bene inteso, possa essere considerato science fiction, come ho precisato poc'anzi. Mi è capitato di scrivere cyberpunk, ma questo non vuol dire che io sia uno scrittore cyberpunk, così come mi è capitato di scrivere hard science fiction pur non essendo io necessariamente uno scrittore di fantascienza ortodossa.
Detta in soldoni, insomma, nell'ambito della fantascienza scrivo di tutto e quindi anche la space opera su cui si sofferma particolarmente la domanda. Magari non mi avventurerò ad immaginare imperi galattici, fondazioni e odissee nello spazio, ma non per l'implausibilità scientifica quanto perché sono dei temi ormai logori e abusati.
A dire il vero, nonostante mi sia descritto versatile, ho una predilizione per la fantascienza sociologica, il che fa capire abbastanza bene quale sia la mia posizione verso l'"aderenza tra storia ed elemento strettamente scientifico": decisamente "liberale", anche se per niente anarchica.
Preferisco l'elemento umano a quello squisitamente tecnico-scientifico, sia per quanto riguarda le mie storie che le mie letture: di manuali tecnici monocromati con esempi illustrativi, formule e valori commerciali ne ho visti sin troppi, e se mi ritrovo a leggere qualche romanzo contagiato dal folle e veniale bisogno di qualche riscontro pratico, tangibile e concreto, ebbene miei cari signori quel romanzo a mio avviso è immondizia.
Per definire la mia fantascienza (se è possibile una definizione e soprattutto se esiste una mia fantascienza) mi ritrovo piuttosto bene nelle parole di Riccardo Valla nell'introduzione di "Signore della luce" di Roger Zelazny.
Cito testualmente: "[…] ma non si sofferma a descrivere troppo a lungo i mezzi scientifici spiccioli di cui si servono i suoi personaggi: tutt'al più qualche accenno, come potrebbe fare lo stesso Zelazny parlando di un elettrodomestico di casa: `Sì, certo, funziona con l'elettricità, ha un motore. A me basta che funzioni; se si guasta, ci pensa un tecnico`"
Meraviglioso, esiste gente che mi capisce, che la vede come me. E pensare che alle scuole medie ero stato quasi dissuaso dall'occuparmi di fantascienza dopo aver letto quell'orribile porcheria di Verne, diventata un classico della fantascienza, che ha per titolo "Dalla Terra alla Luna". Io direi piuttosto "Dagli scaffali alla spazzatura"! Si tratta di uno dei più brutti libri di fantascienza che abbia letto in vita mia, se non il più brutto in assoluto, viste le tonnellate di dettagli tecnici che non davano spazio ad una storia resa pesante, blanda, priva della verve narrativa che rende godibile un romanzo. Bene, io faccio l'esatto opposto (beh, non esageriamo: non sono un estremista come Harlan Ellison o, peggio, Roger Zelazny): se la storia fila e c'è la possibilità scientifica non m'interessa nient'altro. Nel seguire questa strada ho stabilito un principio, una specie di patto con me stesso e con i lettori: è possibile tutto ciò di cui non è dimostrata l'impossibilità scientifica. Bravo, hai scoperto l'acqua calda, starete pensando, ma si tratta di un atteggiamento mentale che si oppone ad un altro tipo di pensiero e ad un altro modo di scrivere fantascienza, e cioè la teoria secondo cui: è impossibile tutto ciò di cui non è dimostrata la possibilità scientifica.
Un semplice gioco di parole? Può darsi, ma non direi, la differenza secondo me è sostanziale, non formale, perché io posso condire le mie storie con teletrasporti, veggenti infallibili (in fondo la scienza non ha ancora dato prova dell'infondatezza delle discipline dell'occulto), telepati e persino di elementi religiosi, mentre uno che si avvale del "secondo teorema" non lo può fare.
Nella fattispecie, data per vera l'equazione einsteiniana per la quale non è possibile superare la velocità della luce (anche se ci sono degli scienziati statunitensi, mi pare di San Francisco, che hanno asserito di aver accelerato un elettrone sino al quadruplo della variabile c) nella mia space opera l'astronave non potrà superare i 300.000 km/s, tutto qui. Embé? Chi se ne frega? Ci sono tantissime altre soluzioni che gli scrittori di fs che mi hanno preceduto hanno ideato per raggiungere i confini dell'universo: dall'ibernazione (che soluzione antipatica: non mi piace proprio l'idea di uomini surgelati per decenni prima di arrivare a destinazione) al teletrasporto, all'utilizzo dei buchi neri, per finire con i sistemi per "piegare" lo spazio. E sono sicuro è possibile trovare altri espedienti. In fin dei conti non si può mica sempre aspettare la pappa in bocca, bisogna darsi da fare per trovare nuovi stratagemmi plausibili che permettano di scrivere storie che, per quanto improbabili, sono possibili in quanto non impossibili.
Ecco in sostanza la mia convinzione: ricordando che è possibile tutto ciò che non è impossibile, che è permesso tutto ciò che non è vietato, non si può e non si deve mettere un lucchetto alla fantasia perché costituirebbe un vero e proprio saccheggio alla fantascienza.
Immagino che le mie parole vi saranno sembrate degli artifici che faccio alla mia mente per poter scrivere tutto ciò che voglio, e magari supporrete che uno come me dovrebbe essere un maestro nell'eludere il fisco e le leggi.
In realtà sono solo uno che scrive fantascienza per amore di questo tipo di narrativa, e come tale adoro le storie, il ritmo, gli intrighi e i drammi profondamente umani tipici del genere letterario. Quando comincerò a non amare più questi elementi, ad eccitarmi per dei semplici dati numerici e ad esserne succube, beh, vorrà dire che la mia strada non sarà più quella della fantascienza ed in tal caso l'abbandonerò per occuparmi d'altro, di quelle cose (tanto per intenderci) che francamente ora disprezzo.


Luca Masali:A mio modo di vedere, la fantascienza è l'esplorazione letteraria del divenire, e quindi si tratta di una letteratura che ha come oggetto il rapporto tra l'uomo e il suo ambiente naturale: che per noi uomini di oggi, significa una complessa sfera politica, tecnologica, sociale e relazionale.
Ognuna di queste componenti influenza le altre, in un complesso gioco di rimandi che formano il nostro modo di vivere. Per esempio, una innovazione tecnologica apparentemente di secondo piano, poniamo il telefono cellulare tanto per stare sul semplice, ha modificato il nostro modo di vivere e lavorare sia al livello più terra terra (che so, il capo che ti rompe le palle mentre sei in spiaggia a pensare ai cavoli tuoi, o il marito che scoccia mentre flirti con un bel tipo conosciuto a una festa) sia a un livello più cerebrale, ma sempre personale (per esempio il fatto che non c'è più un centimetro quadrato del pianeta dove sia possibile perdersi, nessun luogo che sia veramente straniero). E anche a un livello più alto, che include la sfera sociale e politica: nascono nuove povertà e nuovi analfabetismi, come la povertà di possibilità di comunicazione e l' analfabetismo informativo che colpiscono con sempre maggior durezza la stragrande maggioranze degli uomini e delle donne, quelli che vivono nel cosiddetto terzo mondo, tagliandoli fuori sempre più dall'elite dei paesi ricchi. Una semplice applicazione d tecnologie già note cambia profondamente, in meglio o in peggio, la qualità della vita della gente. Il problema è che gran parte della letteratura ignora semplicemente queste dinamiche. Per letteratura intendo molto più che parola scritta: anche i film, i fumetti, la musica, i videogiochi a mio parere fanno pienamente parte della letteratura, in quanto raccontano storie. Ma troppo spesso, sono storie, diciamo apparentemente senza tempo: se leggi certi romanzi, o guardi certi film, diciamo così, di "letteratura mainstream", potrebbero essere ambientati anche al tempo dei romani. Al massimo cambiano i vestiti e l' arredamento, si userà il cavallo al posto della macchina, ma l'universo tecnologico è talmente marginalizzato da rendersi invisibile, si perde la visione globale dell'uomo immerso nel suo universo che è tipica della fantascienza. Fatta questa premessa, nel romanzo di fantascienza la tecnologia non solo riveste un ruolo di primo piano, ma ha anche una duplice funzione: da un lato, quello di elemento di rottura che concorre a ridisegnare le dinamiche personali, sociali e politiche (che sono poi la stessa cosa vista su scala via via più grande), dall'altro quella di diventare metafora del divenire. Per giocare entrambi i ruoli, la tecnologia della fantascienza deve avere una doppia anima: essere realistica ed essere fantastica. Realistica nel senso di consentire a chi scrive di amalgamarla con la realtà di oggi, quella di tutti i giorni, come un qualcosa di noto e familiare al lettore. E fantastica nel senso che può dilatarsi fino a diventare la chiave di lettura di un futuro possibile, arrivando alle estreme conseguenze di un mondo imperniato su quella tecnologia e soprattutto sulle sue implicazioni. Un perfetto esempio di questo utilizzo metaforico della tecnologia è il Grande Fratello di Orwell, dove la macchina altri non è che Stalin in persona, e il controllo ossessivo sulle persone, demandato nel romanzo al computer, non è altro che la metafora dell' oppressivo controllo dei commissari politici stalinisti sul rispetto dell' ortodossia di partito. Non ha nessuna importanza di come sia fatto il grande fratello, può essere a valvole, andare a vapore o anche essere una scatola piena di coriandoli: l'importante è che ci sia, e sia riconoscibile come trasposizione della realtà su un piano diverso, favolistica e inquietante. La buona fantascienza non parla del futuro, ma del presente. Ecco perché ogni epoca ha la sua fantascienza, che esplora quelli che sono i timori, i desideri e le paure degli uomini del suo tempo: in piena guerra fredda la fantascienza parlava di catastrofi nucleari, durante il Maccartismo parlava del "diverso", dell'alieno; negli anni '60, con l'affermarsi della nuova sensibilità politica abbiamo avuto la fantascienza sociologica, strettamente allacciata a quella che raccontava di catastrofi naturali, un filone figlio del movimento hippy, seme che si è presto evoluto da un lato nelle filosofie più attente ai problemi ecologici e dall'altro al proliferare delle sottoculture urbane, raccontate per esempio ne "La fuga di Logan". Prima ancora, tra la fine dell'ottocento e l'inizio del secolo, la fantascienza di Orwell raccontava il colonialismo britannico visto con gli occhi degli indiani (la guerra dei mondi) o la nascita del sottoproletariato urbano come forza politica (I Morlock de La macchina del tempo). Le tecnologie descritte variano, a seconda dei gusti dell'autore, dall'apparente realismo di Verne alla magia delle pietre che Orwell usava come carburante della sua macchina del tempo. Al di là del fatto che l'evoluzione tecnica reale abbia dato ragione al più visionario (le pietre usate come carburante possono ben prefigurare il plutonio di oggi) e torto al più realistico (andare sulla luna sparati da un cannone spiaccicherebbe chiunque ci provasse), quello che conta, allora come oggi, è che le tecniche paiano sensate a chi legge e contemporaneamente siano metafora di qualcosa di importante per noi, oggi, nel nostro tempo.


Antonio Piras:Hai colto nel segno: non troverai, fra i miei racconti, ambientazioni spaziali, proprio per le ragioni insite nella tua domanda. Allo scopo di risolvere il dilemma ho tentato di annullare lo spazio-tempo con tecniche sufi, di distorcerlo con l'ausilio di buchi neri, di aggirarlo (e/o raggirarlo) con trucchi alla "gatto mammone", eccetera eccetera. Ti confesso, senza risultati soddisfacenti. Così, ho deciso che scriverò qualcosa sull'argomento (ovvero su argomenti similari) solo e soltanto quando sarò riuscito a risolvere questo piccolo problemino. Scherzi a parte, credo che "l'aderenza fra storia e base scientifica", come tu dici, rivesta importanza fondamentale nello sviluppo di determinate tematiche (la space opera, rientra fra queste); può, in effetti, risultare meno... sostanziale nella trattazione di argomenti collegati ad altre branche della fantascienza. Mi rendo conto che questa distinzione, per forza di cose, possa sembrare vaga e superficiale... ed é proprio così: vaga e superficiale. Un'analisi più seria andrebbe condotta nello studio del "singolo racconto" (o romanzo o quello che é), in relazione ai reali intenti dell'autore, in funzione del "fondamentale" (se c'é) con il quale il medesimo aveva intenzione di raggiungere il lettore. Come dire: "in questo tipo di racconto (o romanzo o quello che é), in funzione degli intenti dell'autore, é davvero fondamentale che la base sia scientificamente provata?".
Naturalmente, penso che questo possa valere tanto per la fantascienza quanto per altro genere, proprio perché non mi piace considerare il genere fantascientifico come letteratura "altra" o "diversa" (o peggio poco "nobile"), preferisco appunto pensare al genere semplicemente come "letteratura" (nobile o no dipende dalla qualità del prodotto); e la "letteratura", dunque, in alcuni casi, può anche utilizzare "scuse", "artifizi" o "invenzioni", solo allo scopo di raggiungere il lettore con il "fondamentale".
L'argomento, capisci bene, comporterebbe trattazione più compendiosa, spero tuttavia di essere riuscito a esprimere sinteticamente la mia opinione in proposito.


Ivo Torello:Giocare con la scienza e sognare GRAZIE ad essa piuttosto che in OPPOSIZIONE può essere molto interessante, sia per lo scrittore che per il lettore... cio' nonostante non sono affatto persuaso che la fantascienza debba essere rispettosa di qualcosa. Mi sembra sempre che, piu' il genere da sfoggio dei propri lati folli, piu' si tenti di riportarlo alla calma in qualche modo. Prima con la negazione (tipo: il cyberpunk non esiste, William Burroughs non e' fantascienza), poi con il "purismo" (guai a mescolare la fantascienza con l'horror, a imbastardirlo con la pornografia o infarcirlo di scatologie pulp), o ancora trascinandolo nello scarico fognario del minimalismo, del pistolotto morale e del patema autobiografico (proprio la fantascienza, capperi!, per sua natura massimalista e politicamente scorretta). In mezzo c'e' il ritorno costante della verosimiglianza scientifica, a mettere un ulteriore bavaglio.
Giustificare questa volonta' di essere sempre e comunque scientificamente attendibili con la volonta' di sdoganare la fantascienza agli occhi della cultura ALTA, poi, mi pare a dir poco discutibile. Come se davvero ce ne fosse bisogno, come se la cultura Alta rappresentasse un regno di incantata bellezza. Come se la cultura Alta avesse chissa' quale attrattiva o meritasse chissa' quale considerazione.
Personalmente continuero' ad apprezzare il suono delle esplosioni nello spazio, la terra cava, i romanzacci pulp, lo spletter estremo, Barbarella e Druuna, "Crash" di Ballard & Cronenberg e, sopratutto, insistero' ad addormentarmi guardando "2001 Odissea nello Spazio" e a divertirmi come un matto con "Azione Mutante", i film di Godzilla e "Matrix". Continuero' a non sentir bisogno di sdoganare niente perche' non c'e' niente da sdoganare. E se vorro' far viaggiare topi maniaci sessuali su motoseghe stellari oltre la velocita' della luce verso galassie di escrementi, se per una qualche strana ragione sentiro' il bisogno di farlo, lo faro' senza problemi.
In fondo, il bello della fantascienza e' la sua natura mimetica e metaforica. La sua forza e' la follia, il non cotrollabile e l'inatteso. Il contro-natura. La costante deflagrazione dei dati considerati ufficiali, siano essi scientifici, politici o filosofici.
Il resto e' manualistica. Nozionismo. Quiz show.

E con questo credo di aver espresso la mia opinione. Ma lasciamo perdere le polemiche. La vita e' troppo breve per perdere tempo a inkazzarsi tanto. Il BELLO e' che ognuno ha la sua opinione! E (almeno per adesso) FORTUNATAMENTE non c'e' nessuno che possa mettere bavagli o censurare chicchessia.



Bella questa osservazione di Ivo, mi trovo d'accordo. Ho maturato però la convinzione che confrontarsi (purché in modo civile e pacato) sia sempre costruttivo. Ecco, lo scopo di questa inchiesta (come di quella precedente e di quelle, speriamo, future) era proprio di mettere a paragone le idee di ciascuno su qualche aspetto importante della fs, senza (per dirla come il nostro amico Ivo) inkazzarsi né censurare. Appunto per la bellezza di possedere un'opinione propria e la fortuna di non avere bavagli dobbiamo sfruttare l'occasione di confrontarci... E possono uscirne cose interessanti come l'inchiesta che avete appena letto. (R.F.)