Inchiesta
Come nasce un racconto di fantascienza?

Un pomeriggio di qualche mese fa mi è capitato di discutere assieme a Fabio Calabrese a proposito della genesi dei rispettivi racconti, e abbiamo trovato (come spesso accade) parecchie analogie ma anche delle grosse differenze nei rispettivi "metodi di produzione".
Al che il buon Calabrese se ne esce dicendo pensosamente: -Interessante! Si potrebbe fare un'inchiesta chiamando in causa gli scrittori di Continuum dal titolo "Come nasce un racconto di fantascienza?". Io ho stralunato gli occhi, vagamente perplesso, poi con l'aria entusiasta di un bambino che vede per la prima volta un giocattolo nuovo ho gridato: -Che grande idea! Si potrebbe fare davvero!- Qualche tempo più tardi (questione di giorni, data la sua consueta rapidità) mi sono arrivate tutte le considerazioni su come nasce un racconto di fantascienza di Fabio Calabrese. Ok, mi sono detto, proviamo a girare la domanda agli altri e vediamo che cosa ne esce. Il risultato è ciò che vedete qui sotto, e ritengo che sia un sacco di materiale interessante e sorprendente.
Roberto Furlani




Fabio Calabrese: Caro Roberto Come nasce un racconto di fantascienza, in particolare come nasce un mio racconto? Devo dirti che in realtà queste sono due domande che implicano due risposte molto diverse. Immagino che per la maggior parte degli autori un racconto di fantascienza nasca nello stesso modo in cui nasce qualsiasi altro racconto, ed il procedimento dovrebbe essere all'incirca questo: si delineano dei personaggi psicologicamente credibili, si studia la maniera in cui potrebbero interagire, ed in tal modo si sviluppa una trama collocandola in un contesto appropriato. Se il racconto che si vuole scrivere è di fantascienza, allora il contesto sarà futuribile e/o spaziale, e l'autore dovrà, per descriverlo in maniera attendibile, utilizzare le sue conoscenze scientifiche o, se non ne ha a sufficienza, inventarsi una pseudo - scienza credibile e/o non calcare troppo la mano sul dato scientifico o tecnologico.
Piacerebbe anche a me saperlo fare! La maniera in cui nascono le mie storie è del tutto diversa e fortemente condizionata dal materiale che ho sotto mano. Dovrei farti degli esempi, e sarà meglio che mi attenga a materiale pubblicato, che i lettori possono conoscere, ad esempio Starlight, nell'antologia Strani giorni (Urania 1998). Mettiamo che l'avesse scritto qualcun altro; sicuramente sarebbe partito dalla rivalità dei due scienziati, poi avrebbe concepito il finale sospeso con la fine del mondo presentata come interruzione di un dialogo, l'ultima sua preoccupazione sarebbe stata quella di trovare una spiegazione scientifica dell'apocalisse imminente. Nel mio caso, il racconto è nato dall'osservazione banale che in un oggetto rotante i punti vicini al bordo esterno si muovono a velocità maggiore di quelli vicini al fulcro. Se l'universo si comportasse come un oggetto solido, e fosse in rotazione, la sua espansione non potrebbe oltrepassare il punto in cui un punto posto sulla sua circonferenza più esterna si muovesse alla velocità della luce. Che maniera stupida e complicata d'inventare una storia, ma è l'unico metodo che riesco ad usare!
Facciamo qualche altro esempio: Darwiener (Continuum). Il racconto è ispirato all'esperimento di Gerald Edelmann. Credo sia abbastanza facile realizzare un software che simuli il comportamento di un animale vivente, ma in quest'esperimento quello che era virtualmente simulato era solo l'ambiente ed i suoi parametri, mentre l'animale virtuale ed il suo comportamento erano il prodotto di un'evoluzione spontanea all'interno del software; io non ho fatto che cercare d'immaginare le conseguenze. Se posso citare i racconti giunti finalisti o segnalati al premio Courmayeur (qualcuno li avrà letti, spero), ad esempio Esperimenti di deprivazione sensoriale cerca d'immaginare le conseguenze della deprivazione sensoriale prolungata, un campo nel quale non ci sono molte ricerche, proprio per la sua pericolosità per l'equilibrio mentale dei soggetti coinvolti. Nel 1997, sembra che nel corso di un esperimento negli Stati Uniti si sia riusciti a teletrasportare un fotone ad un metro di distanza (ma la fantascienza conosce il teletrasporto da molto più tempo, basta che pensi a Star Trek). Era possibile descrivere in termini realistici e credibili quale effetto potrebbe avere il teletrasporto sulle esplorazioni spaziali? Per cercare di farlo, ho scritto La sagola. Ancora, oggi si parla tanto, ed a sproposito, di clonazione; ho scritto Clone (prossima pubblicazione su Continuum) per spiegare cos'è realmente un clone.
A volte sono fortunato: un'idea può portare ad una concatenazione che si sviluppa in una trama ricca ed interessante. Ad esempio, qualcuno ha osservato che una macchina composta da un unico circuito stampato potrebbe esplorare le profondità oceaniche ed un ambiente come quello di Giove, non essendoci il problema della pressione che ad ogni momento sarebbe uguale su entrambe le facce. Da qui, l'idea che una persona radicalmente invalida, il cui corpo fosse costituito quasi esclusivamente dal sistema nervoso ed abituata fin dalla nascita a servirsi di protesi elettroniche, sarebbe stata il driver ideale per telecomandare una simile macchina, e quindi il problema delle relazioni con gli altri di questa persona che non avrebbe neppure sesso, e sappiamo come la nostra identità sessuale condizioni tutti i nostri rapporti con gli altri, mi sono ritrovato fra le mani la storia di Any (2° classificato premio Courmayeur 1997).
Un'altra simile concatenazione è rappresentata dal racconto Mahùt (Continuum). Ogni anno migliaia di tonnellate di idrocarburi finiscono in mare: scarichi industriali ed urbani, scarichi delle petroliere, incidenti, eccetera. Io ho immaginato delle navi, i pascolanti, che in futuro potrebbero "brucare" la superficie dei mari per recuperare questi idrocarburi e disinquinare. Uno dei mari più impregnati d'idrocarburi è probabilmente, dopo il conflitto Iran - Irak e la guerra del Golfo con la distruzione dei pozzi, il Golfo Persico, che è anche antistante l'antica Mesopotamia, una delle aree del nostro pianeta più dense di enigmi archeologici.
Ovviamente è il colmo dell'assurdità, ma lo stesso metodo si può applicare anche alla fantasy, anche se le idee non saranno di tipo scientifico/tecnologico ma cosmologico in senso lato oppure storico. Ad esempio, noi sappiamo che i concetti di lontano e vicino sono relativi: noi possiamo approssimarci ad un luogo lontano e questo diventa vicino, mentre i luoghi prima vicini diventano lontani da noi man mano che ci spostiamo. E' possibile immaginare un luogo che sia in assoluto il più lontano di tutti? E' sorprendente che sia venuto fuori un racconto da un presupposto così idiota, ed ancora più sorprendente che questo racconto, Il luogo più lontano, appunto, sia stato finalista al premio San Marino 1998 e pubblicato nell'antologia E' sempre tempo d'eroi.
Uno spunto di tipo storico si presenta più spesso, c'è per esempio un antico poema, la Hildebrandsage, una saga medioevale fra le più vetuste che si conoscano, che narra del duello di un padre e di un figlio, ed il finale è andato perduto. Ho immaginato la conclusione della storia con un contrappasso simmetrico nel racconto Il cavaliere senza nome (Il secolo d'Italia, 1999), ma uno spunto per un racconto può presentarsi in ogni momento. Anni fa, stavo seguendo un talk show televisivo, quando telefona in diretta una spettatrice che dice: "Telefono da Rema in provincia di Roma". Ne è venuto fuori il racconto Il tempo di Giano (3° classificato al premio San Marino 1999, e pubblicato nell'antologia Le ali dell'impero).


Alberto Cola: Per quanto mi riguarda non ho molto da dire. Non sono un pianificatore, vado d'istinto e quella che tu chiami "ispirazione", io preferisco definirla "curiosita'". Mi spiego: mi capita a volte di trovare riferimenti, espressioni, immagini provenienti da libri, quadri, foto e quant'altro, che mi stimolano in modo particolare, incuriosendomi verso questo stato che risvegliano in me e facendo si' che qualcosa di indefinito cominci ad agitarsi nella mia testa. Mi capita spesso di rimuginare una scena o un pensiero per molto tempo, mesi a volte, finche' l'oggetto di questa mia ricerca si materializza in qualcosa di piu' concreto, e allora mi metto davanti al computer a scrivere. Quasi sempre inizio col titolo, stranamente, senza avere idea del racconto che verra', come del finale, che 9 casi su 10 mai ho in testa all'atto di iniziare un racconto. Ti faccio alcuni esempi: "Krimini" e' una scritta che ho visto su di un muro a Rimini, passando col treno, e non mi ha mollato fino a destinazione.
"Superficie" e' nato osservando per dieci minuti buoni la statua a piazza S.Carlo a Torino, c'era qualcosa che mi colpiva, ma non riuscivo a capire cosa, forse alla fine non riflette molto il racconto, ma e' nato li'.
"Ozone Park" era citato all'inizio di un romanzo e mi e' piaciuto subito come ipotetico titolo. Poi, come ho detto, lo sviluppo a volte e' casuale, raramente mi e' capitato di scrivere un racconto e arrabattarmi per trovare un titolo efficace. Non sono molto organizzato nel mio modo di scrivere, come vedi, a volte e' di getto, in altre una storia mi cresce in testa finche' non e' completa, dall'inizio alla fine.
Ho pensato a "Mishima Boulevard" per quasi un anno prima di decidermi a metterlo giu', e una volta iniziato mi sono accorto che l'avevo gia' scritto tutto nella mia mente, immagine dopo immagine. In alcuni casi mi hanno chiesto da dove arrivano le mie idee, e sempre mi sento in imbarazzo perche' mi rendo conto che la persona che ho di fronte magari si aspetta una risposta intelligente e illuminante, e invece e' una cosa che non sono in grado neanche di spiegare a me stesso. Mi viene, come ad altri viene di dipingere, progettare, scolpire... e ad altri ancora di correre piu' veloci, saltare piu' in alto e via discorrendo. La ricetta, come in realta' tutti sanno, non esiste. E' come quando si compra un libro sulla scrittura: ti potra' dare qualche spunto per migliorare semplici errori, ma non ti fara' mai diventare uno scrittore perche' l'unica, vera palestra e' il foglio bianco che si ha davanti, cartaceo o digitale che sia.
Forse quel che ho detto e' tutto scontato, ma non credo ci siano strade alternative efficaci. Riguardo poi all'ispirazione/curiosita', be', ognuno sicuramente ha la sua.
Ammesso che riesca a spiegarla.


Roberto Furlani: Ohibò, che domanda difficile. "Come nasce un mio racconto di fantascienza?" è davvro un argomento duro per costituire la prima inchiesta di Continuum.
Ovviamente ognuno ha i propri metodi per creare le sue storie di fantascienza, metodi che sono influenzati senza dubbio dal sottogenere cui appartengono: immagino che un racconto cyberpunk nasca in modo differente da uno di space opera o di hard science fiction.
Da quando scrivo mi sono occupato, bene o male, di diversi sottogeneri: cyberpunk, space opera, hard scince fiction, fantascienza sociologica, science fantasy, hi-tech, con una densità diversa per ciascuno di questi sottogeneri.
I miei primi lavori erano prevalentemente di space opera, mentre quelli attuali sono più rivolti alla fantascienza sociologica, anche se ho appena concluso (e sto rifinendo) un ritorno alle origini Furlani - vecchia maniera. Naturalmente ci sono grosse differenze con la mia prima produzione, visti gli anni che separano questo nuovo racconto da quei vecchi lavori e, spero, una certa maturità in più che fa parte della crescita di tutti coloro scrivono abitualmente.
In ogni modo vorrei parlare degli elementi che mi inducono a scrivere un determinato racconto portando alcuni esempi.
"Sabato notte speciale a Berlino Est" (presente sul numero 2 di Continuum) è un racconto nato dall'ascolto di una canzone dei Pooh, "Lettera da Berlino Est", in cui il cantante (immedesimatosi nei panni di un abitante di Berlino Est) racconta di lui che va sul tetto di una casa e vede l'America oltre il muro che taglia in due la città.
Da qui tutte le considerazioni su cui si basa il racconto: il muro interpretato come il confine ideologico tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la ragazza che "percepisce" i mali della Terra e quant'altro.
"Riccardo III" è un racconto di realtà virtuale scritto in stile cyberpunk e che ho buttato giù dopo la visione al teatro dell'omonima opera shakespeariana. Altro elemento su cui si basa la storia è la constatazione (ed il voler dimostrarla) che la vita non è fatta solo di bianco e nero, ma ci sono un sacco di altri colori e sfumature. Assieme a questa considerazione mi sono posto anche una domanda: che implicazioni può avere sulla mente umana l'iperealismo e l'estrema interattività cui siamo sottoposti da realtà virtuale, videogiochi, cinema dinamico e magari anche Internet? Ora che ci penso si potrebbe fare un lavoro analogo circa le alterazioni che potrebbero causare al nostro cervello l'utilizzo del bancomat e delle mappe turistiche interattive!
Rimanendo nell'ambito del virtuale è curiosa l'origine di "All'ombra di un sogno" (è in trattativa per finire da qualche parte). Una volta un mio amico mi ha raccontato un sogno che aveva fatto, curando con precisione i dettagli (profumi, caldo/freddo eccetera).
A quel punto pensai: "A che diamine possono servire tutte quelle aparecchiature complicate (e costose) quando si riesce ad ottenere un identico effetto emozionale semplicemente dormendo?"
Pare evidente che l'unico problema sarebbe quello di pilotare i sogni, ed infatti ho immaginato una multinazionale (la "GB dream") che producesse l'hardware necessario e che pagasse una serie di programmatori, per così dire, "artigianali" che creassero il sogno desiderato dal singolo utente su misura. Non è affascinante? Invece di perdere un sacco di tempo davanti alla playstation o sotto un casco, si potrebbe sguazzare nel virtuale durante il sonno, impiegando tempo che in ogni caso verrebbe perso. Una strana idea su cui costituire un racconto, non c'è che dire, ma confesso che mi è capitato di pensare che potrebbe gettare le basi per un nuovo sottogenere. Improbabile che ciò avvenga, specie in Italia dove non c'è il professionismo, il consumismo non è sfrenato come negli Stati Uniti e la propaganda è praticamente nulla, ma non escluderei che l' "onericpunk" potrebbe portare una ventata di novità in un ambiente in cui si considera un'originalissima trovata dell'ultima ora il racconto ucronico, tema già affrontato da Dick qualcosa come 38 anni fa. È una questione che personalmente ritengo umiliante per tutta la letteratura fantascientifica, che è riuscita a coprirsi di ridicolo come mai nella sua storia. Ma non è ora il momento di parlarne; spero di poterlo fare in un'altra occasione.
L'ultima autocitazione che vorrei fare riguarda "Automacrazia", racconto giunto finalista al Courmayeur e prossimamente pubblicato sulle pagine elettroniche di Continuum. È una storia di fantascienza sociologica che nasce da due riflessioni: è possibile trovare un sistema politico alternativo alla democrazia ed in qualche modo migliore? E poi: quando la parte del "cattivo" la fa l'automa, bisogna necessariamente rappresentarlo come una scatola di pelle sintetica, budella d'acciaio e crudeltà alta due metri e larga come un armadio a due ante?
Per intenderci: nella fantascienza l'automa dev'essere per forza di cose simile a quelli immaginati da Asimov e Dick o come quelli dei classici fantascientifici cinematografici come Robocop e Terminator?
Presupposti piuttosto blandi, com'è chiaro, ma del resto non occorre essere geni per scrivere fantascienza di buon livello e questo mi consola.
Con l'idea ben fissa nella testa comincio poi a buttarla giù (ritoccando eventualmente qualcosa del progetto originale) utilizzando uno stile personale (il mio, naturalmente) ma adeguato: non potrei mai scrivere un racconto profondamente drammatico con i toni scanzonati di questo contributo all'inchiesta o del mio racconto flash "Attorno a focolari d'illusioni".
Come vedete un mio racconto può nascere da qualsiasi cosa ed in qualunque modo, quindi tenetevi pronti per le prossime novità: cercherò di non deludervi.


Alessandro Vietti:

Come nasce un racconto di fantascienza


ovvero

Sulla procreazione della narrativa (breve)

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa
in modo che venga poi scoperto"
I. Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore

"L'arte di un autore sta nel cancellare"
C. Dossi, Note azzurre

Non esiste mitologia su come la creatività viene applicata alla narrazione, lunga o breve che sia. Non c'è alcuna formula magica e, nel pieno dello sforzo creativo, nessun'aura speciale avvolge lo scrittore, tanto più quello di genere, che scrive senza intenti accademici, ma innanzitutto per divertirsi e divertire. C'è solo una buona dose di sano artigianato e poi tanto sangue e sudore spillati dalla tastiera e le parole, che vengono scritte (e se necessario cancellate, e se necessario riscritte, ecc. ecc.) una dopo l'altra, sorrette dall'entusiasmo della passione. Ingredienti fissi di un impasto così sfuggente e, anche nell'esperienza soggettiva, quanto mai variabile, sono l'intuito dell'originalità, una considerevole quantità di esperienza e di tecnica nello sviluppo, e per finire, magari, quel pizzico di talento che non guasta mai per esaltare gli altri ingredienti e dare al tutto un sapore speciale.
Per il resto, non si deve credere che il grosso del lavoro sia darci dentro sui tasti. Quando qualcuno chiedeva ad Asimov come nasceva un suo racconto, lui rispondeva semplicemente che, più d'ogni altra cosa, pensava, pensava e pensava. Ebbene, lui, il Buon Dottore, aveva capito tutto. Ma andiamo con ordine.

Il concepimento
Per scrivere una storia di fantascienza c'è e ci sarà sempre bisogno di una lampadina che si accenda nell'oscurità. Una cosa che, tuttavia, è ben difficile che faccia da sola. La famosa "idea", quella su cui si fonda l'intero impianto narrativo, quella che sorprende il lettore, lo trascina e lo accompagna in territori inesplorati, facendogli scoprire orizzonti nuovi e illuminandolo sulle contraddizioni della realtà e le conseguenze dei suoi mutamenti tecnologici, politici, sociali ecc., nasce esclusivamente da una predisposizione mentale ad applicare un meccanismo speculativo a ciò che si osserva, e a trasporlo in chiave fantastica. In questo modo, il classico paradigma del "Che cosa succederebbe se..." della narrativa di fantascienza, non a caso definita da Heinlein Speculative Fiction, diventa una sorta di filtro mentale sintonizzato su questa lunghezza d'onda, che assimila gli stimoli provenienti dall'esterno e li vaglia, li esamina, li fa a pezzetti, e poi li ricostituisce estrapolandone schemi rinnovati e ampliati. In una parola, rivelatori.
Sono molte le cose che possono far scattare il meccanismo. Può essere una pubblicità, una frase alla radio, una fotografia, un articolo, un fatto di cronaca, le parole di una canzone, il risultato di una catena di associazioni mentali nate apparentemente per caso, oppure anche, perché no?, la lettura di un altro racconto. Non credo proprio esista uno schema comune o un meccanismo evocativo particolare. Almeno personalmente non esiste. A volte mi è capitato, come nel caso di un racconto intitolato La fine della conoscenza, che la prima cosa cui pensai fu il titolo. Una specie di big bang narrativo. Non ricordo esattamente come mi venne in mente e non nego di essere stato forse influenzato inconsciamente dall'asimoviano La fine dell'eternità, ma ricordo che esistevano solo quelle quattro parole e nient'altro. Era come trovarsi in una stanza buia tranne per questo titolo, lì in mezzo, bello come un diadema, che mi incalzava a esplorare la stanza, promettendo altri tesori... Qualcosa si era sintonizzato su certe lunghezze d'onda del mio cervello e lì aveva messo radici, non permettendomi di pensare ad altro. E a volte diventa davvero un'ossessione. In quel caso la costruzione del racconto fu come accendere progressivamente dei piccoli cerini all'interno di quell'universo nero per cercare di capire che cosa c'era dentro, com'era fatto, aggiungere particolari su particolari fino a riuscire a immaginare un quadro d'insieme, quello stesso scenario che, proprio come un universo, si è poi espanso sulla carta per creare qualcosa che prima non c'era.
In altri casi è stato invece il concetto centrale ad arrivare per primo. Per esempio nel caso di Cronocasalinga (Delos 48) stavo riflettendo (ahimè, come spesso faccio!) su quanto sarebbe comodo avere un lavoro che mi consentisse di avere più tempo a disposizione da dedicare alla scrittura, e in breve questo pensiero mi portò a fantasticare che lavorare viaggiando nel tempo sarebbe una bella soluzione. È in momenti come questo che nella testa scatta una specie di preallarme, una vocina registrata che dice: "Attenzione, attenzione: idea potenzialmente buona per una storia!" In questo caso, tuttavia, sulle prime pareva piuttosto banale. Insomma, da Wells in poi quante storie sui viaggi nel tempo abbiamo letto e visto? Decine? Centinaia? Eppure, anche in questa circostanza c'era qualcosa di incomprensibile che mi attirava e nel contempo mi spingeva a non abbandonare quella strada, qualcosa di indefinibile che mi lasciava intravedere delle prospettive interessanti, benché ancora non avessi la minima idea di quali fossero. Lo si potrebbe chiamare "intuito", oppure "talento", o ancora "esperienza", o semplicemente "fortuna"... di certo è qualcosa di molto poco razionale. Sta di fatto che decisi che valeva la pena non far abortire quest'idea, e d'istinto mi dedicai alla seconda fase.

La gravidanza
Personalmente quando escogito un'idea che mi piace e mi stimola, provo un certo senso di eccitazione, un piacere mentale che ritengo sia comune a tutti quanti provano a scrivere e si trovano nelle medesime condizioni. Una sorta di innamoramento letterario alle cui lusinghe è molto pericoloso cedere. Il consiglio dell'esperienza, infatti, a questo punto è di fermarsi a riflettere, prima di precipitarsi sulla tastiera. È necessario far cristallizzare la materia, esplorarne a fondo le implicazioni ed estrapolarne tutte le conseguenze veramente significative prima di buttarsi a capofitto a riempire la pagina bianca. Tanto più che, spesso, l'idea da sola non basta e non bisogna accontentarsi dell'entusiasmo del momento, perché il risultato difficilmente sarà all'altezza. Quando parlava di cosa doveva fare uno scrittore di fantascienza, il glorioso John W. Campbell affermava che:

"il lettore vuole che l'autore faccia una di due cose fondamentali... e preferisce l'autore che le fa entrambe. La funzione dell'autore è quella di immaginare per il lettore ma deve (a) o immaginare con più ricchezza di particolari di quel che sia possibile al lettore, o (b) immaginare qualcosa cui il lettore non ha mai pensato. Idealmente l'autore immagina qualcosa di nuovo, con grande ricchezza di particolari". (1)

Ma Campbell diceva queste cose tra gli anni '30 e '40, in un periodo di grande fermento culturale, scientifico e industriale. La fantascienza era nel suo periodo aureo e fu allora e nei vent'anni che seguirono che si svilupparono e si sviscerarono tutte le grandi idee della fantascienza (viaggio nel tempo, esplorazione spaziale, invasione aliena, le grandi visioni future, universi paralleli, robot ecc. ecc.). Oggi come oggi non è così facile (impossibile?) tirare fuori del cilindro un'idea completamente originale, al punto che ci sono coloro che affermano che la "fantascienza" sia ormai alla frutta. Del resto, bisogna anche ammettere che già la cultura classica è stata sufficiente a esplorare in pratica tutte le trame possibili (non ce ne sono poi così tante) e, nella fattispecie, un secolo di fantascienza ha certamente visitato la maggior parte delle situazioni potenziali insite nel genere. Senza contare il rutilante progresso tecnologico dell'ultimo ventennio che ha letteralmente travolto lo scrittore di fantascienza le cui speculazioni hanno difficoltà a tenere dietro a una società che spesso si muove verso il futuro più velocemente di quanto non riesca a fare la sua immaginazione.
Non voglio dire con questo che non è più possibile avere idee originali, ma soltanto che la non assoluta originalità di un'idea (e qui si rende necessaria una certa cultura fantascientifica di base per sapere quali lo sono e quali no) non deve spaventare, perché in questo caso si ha sempre il secondo aspetto suggerito da Campbell su cui l'autore può battere, senza per questo esserne sminuito.
Cercare la prospettiva inconsueta, un'originalità nell'esposizione, nel linguaggio o nel punto di vista, qualcosa insomma che renda il racconto degno di essere scritto e, soprattutto, di essere letto. E questo lo si può fare soltanto, come diceva il Buon Dottore, pensandoci. Un processo che può durare anche mesi, o addirittura anni.
Il caso che ho citato prima di Cronocasalinga, ad esempio, si profilava già come un tipico racconto di viaggio nel tempo; allora mi misi a riflettere logicamente alla ricerca di una prospettiva diversa che rendesse quest'idea degna di essere raccontata. Il punto di partenza era una persona che decideva di lavorare per una società di viaggi nel tempo perché aveva bisogno di tempo libero. La ovvia domanda successiva era: a cosa le serviva il tempo libero? Trovai la quadratura del cerchio nella figura di una casalinga che aveva bisogno di lavorare per mantenere la sua famiglia, ma che aveva anche bisogno di tempo per accudirla e svolgere i lavori di casa. Una situazione quantomai attuale, ma nel contempo abbastanza insolita e stimolante rispetto al contesto nel quale volevo farla agire. Dopodiché, da un lato pensai a una missione che poteva esserle assegnata e, nella miglior tradizione del viaggio nel tempo, un modo accidentale in cui poteva essere alterata la Storia. Dall'altro scandagliai le motivazioni che avevano spinto la donna a fare quella scelte, e cercai di costruirne con coerenza il personaggio, restando fermo il fatto che, in fin dei conti, lei doveva essere una vera e propria "casalinga" del futuro... cosa che naturalmente feci pensando alle casalinghe del presente...
Insomma, la storia era partita da un'idea "maggiore", che tuttavia non era rimasta sola, ma era stata sviluppata per l'accrescimento progressivo di un certo numero di idee consequenziali solo apparentemente "minori", ma essenziali a dare originalità, credibilità ai personaggi, suspense alla trama, dignità al finale ecc. ecc. Se si dovesse formalizzare il processo, in un certo senso si potrebbe dire che nel caso di Cronocasalinga la costruzione del racconto fu di natura "deduttiva", essendo la storia stata originata da un nucleo primordiale molto particolare dal quale fu dedotto tutto il resto della vicenda, mentre in quello citato prima, La fine della conoscenza, si può affermare che il processo fu inverso. Partii dall'esterno con solo un semplice titolo e, usando logica e intuito, andai sempre più in profondità, facendo una serie di supposizioni che mi consentissero di realizzare un racconto con quel titolo. In questo caso, il processo creativo fu di natura "induttiva". Ritengo che questi due esempi identifichino con buona approssimazione due procedimenti complementari della scrittura creativa e, in tutta onestà, sono convinto che la nascita di ogni racconto sia in linea di massima riconducibile a uno dei due. Ed è solo quando si sente di aver esaurito questa fase, che si può cominciare a scrivere sul serio.
Devo dire che, tuttavia, almeno per quanto mi riguarda, non è detto che ciò avvenga tanto presto, anzi. Ricordo che per Cronocasalinga trascorse più di un anno tra la percezione dell'idea originale e l'inizio della scrittura vera e propria, che avvenne quando ritenni di aver raggiunto una visione d'insieme soddisfacente, ovvero quando l'irruento entusiasmo iniziale si era trasformato in qualcosa di più pacato e razionale e sostanzioso, anche. In un certo senso il racconto era maturato. E quando questo succede, allora posso finalmente passare alla terza fase.

Il travaglio
Io e la tastiera. Sempre di sera. A volte di notte. Fuori deve essere buio, forse perché l'oscurità rende più facile accordarsi con le frequenze dei sogni... I biglietti del viaggio sono in ordine. I bagagli sono pronti nell'ingresso: il punto di vista, il tempo verbale, i protagonisti e la lunghezza che si intende dare alla storia. Anche l'itinerario è fissato. Spesso sono stabilite delle tappe lungo la strada, così, tanto da facilitare il cammino, ma in buona sostanza l'unica cosa certa è da dove parto e dove vorrei andare (ma non è detto che ci andrò), perché scrivere è uno di quei viaggi in cui non è importante tanto la meta, quanto piuttosto il viaggio stesso, che ci farà attraversare terre che non possiamo immaginare finché non saremo lì. E se le conosciamo già da prima, allora il viaggio perde tutto il suo divertimento. È per questo che non porto cartine con me. Non ho l'abitudine di schematizzare in maniera preordinata o preparare dettagliate scalette (almeno nei racconti. I romanzi sono altra cosa...). Tengo tutto più o meno a memoria. Al massimo chiederò informazioni lungo la strada, qualche appunto sparso qua e là. L'avventura e il divertimento dello scrivere sono tutti qui, anche perché quello che viene dopo, ancorché necessario, divertente non lo è affatto. Anzi. Sto parlando della rilettura e della revisione, perché anche loro, purtroppo, fanno parte del travaglio dello scrivere.
A volte, quando mi appresto a rileggere qualcosa che ho scritto, mi sorge una domanda che non manca mai di provocarmi un brivido. E la domanda è questa. Nel caso in cui mi accadesse un incidente che mi facesse perdere la memoria, e in queste condizioni mi ritrovassi a leggere un mio romanzo o racconto, ebbene, come lo troverei? Mi piacerebbe? O lo troverei orribile? Più d'una volta mi è capitato di pensare di esorcizzare questo "incubo" (perché di vero e proprio incubo si tratta!) scrivendoci sopra un racconto. Per ora non l'ho ancora fatto e difatti l'incubo mi perseguita ancora. Ma sono convinto che presto o tardi lo farò!
Il fatto è che, ricordando troppo, si è portati ad accettare con troppa leggerezza quello che si è scritto, e a non riuscire a trovare in se stessi l'obiettività critica del punto di vista del lettore, necessaria a fare una rilettura proficua. Questo è il motivo per cui, alla base di una buona revisione, ritengo sia indispensabile "dimenticare" il racconto, abbandonarlo e lasciarlo decantare per qualche tempo (e quando dico "qualche tempo", intendo almeno alcune settimane, meglio qualche mese), per poi riprendere in mano la storia, rileggerla, aggiustarla, tagliarla (quasi mai vi si aggiunge materiale!) e infine, nella peggiore delle ipotesi, riscriverla in parte o in toto, perché, ahimè, anche questo capita!
Ricordo, ad esempio, che quando iniziai a scrivere Il codice dell'invasore, mi capitò di inchiodarmi dopo le prime duecento cartelle. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo proprio a risolvere la prospettiva di una situazione in cui mi ero andato a infognare e cominciai a considerare l'eventualità di buttare via tutto il lavoro fatto. Ci pensai molto bene prima di farlo, naturalmente.
Erano pur sempre duecento cartelle, ovvero quasi sei mesi di lavoro! Eppure, benché mi piangesse il cuore, alla fine lo feci ugualmente, perché avevo capito che su quella strada non sarei arrivato da nessuna parte, e così mi rimboccai le maniche e ricominciai da capo, decisamente con miglior sorte. In quel caso si trattava di un romanzo e quindi ricominciare fu molto più doloroso, tuttavia può essere necessario farlo anche per un racconto. Naturalmente in situazioni come queste l'esperienza viene in aiuto... Oggi, forse (anzi, spero!), me ne accorgerei un po' prima!
Ad ogni modo, credo che un minimo di "stacco" dalla propria opera sia sempre salutare per confrontarsi più obiettivamente con se stessi, com'è anche buona cosa confrontarsi con il punto di vista degli altri, dando a qualcuno da leggere il racconto in anteprima. Nel mio caso, la mia fidanzata svolge (suo malgrado!) questo ruolo egregiamente: in genere ho potuto constatare che se un racconto non le piace, significa che è buono e viceversa!
L'importante, a questo proposito, è non farsi coinvolgere da quella che chiamo "sindrome del revisore", in cui, una volta cominciato, si continua a leggere e a rileggere il racconto senza riuscire più a smettere. E ogni volta si trova sempre qualcosa che non ci piace, che non va, e si decide di cambiarla, entrando così in una specie di vortice paternalistico e morboso che ci impedisce di far nascere la storia una volta per tutte, quasi per la paura di sapere che dopo non sarà più nostra e la perderemo per sempre...

Il parto...
Insomma, non so bene come facciano gli altri scrittori a capire quando il loro racconto è finalmente pronto per nascere. Per quanto mi riguarda io so che il momento è arrivato quando, a un certo punto, due donnone bionde in camice bianco entrano in camera mia e mi sollevano per le braccia allontanandomi di peso dalla tastiera. - Ok, ok. D'accordo, ho capito, - assicuro io, cercando di invano di divincolarmi. - La smetto, la smetto. Ehi, accidenti, lasciatemi, ho detto che la smetto!
Allora senza troppa grazia, le due nerborute (fanno davvero impressione, dovreste vederle!) mi mollano di nuovo sulla seggiola, e rimangono a sorvegliarmi con le braccia conserte e l'aria severa.
Dopo essermi asciugato sui pantaloni le mani sudate, appoggio la destra sul mouse, clicco sull'icona della stampante e, nel giro di due minuti, finalmente il racconto esce frignando dalla stampante (dovete sapere che il rullo della mia stampante avrebbe bisogno di po' di lubrificazione). È nato.
Soddisfatte, le due infermiere finalmente se ne tornano da dove sono venute, riportandosi via quell'inquietante camicia bianca con le maniche lunghe. Devo dire che finora mi è andata bene.
A volte mi chiedo cosa succederebbe se rifiutassi...



(1) Storia illustrata della fantascienza, James Gunn - Ed. Armenia 1979, pag. 102