Inchiesta

Che fine ha fatto il futuro?

 

 

Probabilmente come naturale sviluppo del saggio "Che fine ha fatto la fantascienza?" pubblicato su Continuum nー12, Fabio Calabrese si è posto una domanda più ampia, che esce dalla specificità del nostro genere per andare a toccare questioni sociali di interesse cruciale per tutta l置manità, ovvero: che fine ha fatto il futuro? Questa volta però Fabio ha preferito lasciare ad altri l段ncombenza di rispondere al quesito, precisando il significato della sua domanda nella seguente traccia.
Roberto Furlani

Penso che sia necessario dire due parole per chiarire il senso di questa nuova inchiesta che vorrei proporre agli amici e collaboratori di "Continuum". La tendenza emersa con sempre maggiore chiarezza negli ultimi anni che vede la fantasy prevalere sempre più nettamente sulla fantascienza, non mi sembra si possa ricondurre per intero a situazioni editoriali contingenti.
La fantascienza ha bisogno, io penso, del futuro come categoria mentale, un futuro che si possa supporre sarà diverso dal passato e dal presente. Essa si basa sul presupposto, mi sembra, che scienza e tecnologia abbiano non solo delle ovvie ricadute sociali, ma la capacità di modificare l段mmagine che gli uomini si fanno del loro mondo e di loro stessi.
In particolare, le nostre conoscenze avrebbero dovuto destare l誕ttenzione sul fatto che oggi e per il futuro ci troviamo a dover affrontare una serie di emergenze globali che richiedono risposte su scala planetaria, esse sono:

  1. L段neguale distribuzione delle risorse: oggi i 5/6 delle risorse della Terra sono a disposizione di un terzo dell置manità, mentre gli altri 2/3 devono cavarsela con il sesto residuo.

  2. Il progressivo esaurimento delle fonti energetiche e delle materie prime.

  3. L段nquinamento e la devastazione degli ambienti naturali.

  4. La sovrappopolazione.

La necessità di affrontare questi problemi avrebbe dovuto stimolare la capacità di pensare all置manità ed al nostro pianeta come un tutto unico, e la fantascienza avrebbe dovuto avere un ruolo importante nel diffondere una mentalità nuova, una capacità di valutare i nostri problemi e di calibrare le nostre reazioni basandoci sulla conoscenza scientifica anziché su istinti ed emozioni irrazionali.
E però evidente che le tendenze attuali non sono affatto queste.
La scomparsa dell旦nione Sovietica e della contrapposizione in blocchi/sistemi di alleanze nel 1991 avrebbe dovuto aprire le porte ad un mondo meno frazionato e più solidale nel quale sarebbe stato possibile affrontare in maniera unitaria almeno i più impellenti problemi, che d誕ltra parte continuano a permanere e non affrontati si aggravano. Non è quello che è accaduto: la scomparsa del mondo diviso in blocchi ha portato ad un pullulare di conflitti locali: Kuwait, Bosnia, Kossovo, Afganistan, Irak. Abbiamo visto risorgere antichi fanatismi e fondamentalismi che parevano relegati nel passato, come ha chiaramente dimostrato l誕ttentato delle Twin Towers dell11 settembre 2001.
La fantascienza non ha mai ritenuto, mi pare, che il futuro che ci attende dovesse essere per forza idilliaco, ma qualitativamente diverso dal passato (anche in coloro che tratteggiavano gli scenari più cupi), questo si.
Oggi questo futuro inteso come spazio mentale che è una delle condizioni della fantascienza, sembra venuto meno. Ecco dunque la domanda che vorrei rivolgervi non senza angoscia e con la consapevolezza che è in gioco ben più della sopravvivenza della fantascienza come genere: che fine ha fatto il futuro?
Fabio Calabrese

 

 

Andrea Carta:
L'evento che ritengo più plausibile e importante per il futuro prossimo/a medio termine dell'umanità è una nuova guerra mondiale, che presumo verrà combattuta entro poche decine di anni. La mia convinzione nasce dal fatto che l'intera storia dell'umanità è caratterizzata da continue guerre tra le principali potenze del pianeta, e dubito che nel giro di poche decine di anni (cioè dal 1945) l'animale uomo sia "guarito" improvvisamente da questa malattia: la sola cosa che ha impedito lo scoppio di una guerra mondiale negli ultimi 58 anni è stato il timore delle armi nucleari.
Sommariamente, io ritengo che l'animale uomo sia afflitto da una invincibile tendenza ad opprimere i suoi simili e a spadroneggiare ovunque gli sia possibile: questo porta alla guerra, i cui danni calmano per un certo tempo le tendenze aggressive (oppure qualcuno prevale e per un po' di tempo gli altri si rassegnano). Passato questo tempo, rinascono le tensioni finchè non si arriva ad un'altra guerra.
Ma nel caso attuale queste tensioni vanno sempre aumentando e nonostante si cerchi di evitare la guerra per i motivi di cui sopra, ritengo che a un certo punto la corda si spezzerà - proprio per il troppo tempo trascorso senza guerre - e ci sarà un nuovo conflitto.
Dai segnali che giungono ormai da molti anni a questa parte è plausibile che la guerra sarà combattuta tra l'Occidente ricco e cristiano da un lato e il cosiddetto Terzo Mondo guidato dai paesi islamici dall'altro. L'islamismo dilaga nel terzo mondo, specialmente in Africa, ed è plausibile che ben presto vi sarà coincidenza geosociopolitica tra queste due realtà; contemporaneamente gli islamici moderati cedono sempre più di fronte ai cosiddetti integralisti (in mano ai quali sono caduti Iran, Sudan, Yemen e Afghanistan negli ultimi 25 anni, mentre paesi come Algeria, Egitto, Indonesia, Pakistan e persino la Turchia scricchiolano) e si può ipotizzare che alla fine l'odio anticristiano di questi ultmi unito al risentimento terzomondista verso il ricco Occidente porti allo scoppio di una guerra dei "poveri contro i ricchi".
Presumibilmente questa guerra verrà vinta dall'Occidente grazie all'appoggio del mondo orientale (Cina, India, Giappone, Indocina, Corea) che non avrà scrupoli nell'usare le armi nucleari e che tra qualche tempo sarà abbastanza ricco da sentirsi più vicino a noi che al Terzo Mondo/Islam (attualmente è ancora nel guado).
Il mondo occidentale, già in forte decadenza da oltre 50 anni, diventerà subordinato a quello orientale; la Cina diventerà la nuova superpotenza e noi ci troveremo in una condizione analoga a quella di Atene nei confronti di Roma dopo che questa ebbe assorbito il mondo ellenistico.
Ciò che rimarrà del terzo mondo/blocco islamico verrà colonizzato e assorbito dai vincitori; l'integralismo religioso scomparirà, soffocato dal pragmatismo cinese/orientale, al quale non saranno estranei influssi veterocomunisti.
Per quando riguarda la fantascienza, è possibile che in piccola parte l'attuale crisi sia dovuta ad aspettative future non molto buone; esiste forse il timore, in qualche scrittore, di descrivere uno scenario futuro che potrebbe diventare reale o realistico nel giro di pochi anni.
Tuttavia la causa principale della crisi è molto più semplice: la fantascienza è un genere letterario molto particolare, e gli argomenti di cui può occuparsi sono limitati. Basta poco, e si finisce le fantasy o nell'horror, e comunque un romanzo cosiddetto mainstream ha ben altre possibilità.
Quindi, in soatanza, gli argomenti di cui la fantascienza può occuparsi sono esauriti da tempo, e non esistono più idee originali in grado di reggere opere di un certo spessore. Tutto quello che si può fare è cercare di trattare in modo originale un tema già usato e abusato: ma, data la difficoltà della cosa, è raro che qualcuno ci riesca, onde per cui dobbiamo rassegnarci a godere di bei romanzi FS solo occasionalmente, a differenza di quanto accadeva una cinquantina di anni fa, quando i temi "vergini" erano ancora moltissimi.

Enrico Di Stefano:
Pur potendo contare su una informazione puntuale, che ci porta fin dentro casa le immagini provenienti dai più lontani angoli della Terra, noi occidentali tendiamo il più delle volte a non riflettere sul significato degli eventi. Ci basta una lettura superficiale di quanto accade intorno al perimetro della nostra compiaciuta prosperità. Ci sforziamo di vivere in un eterno presente e non osiamo sbirciare dietro le quinte del palcoscenico della Storia. Più o meno inconsciamente, intuiamo che l'ignoranza è comoda. Non ci piace ricordare lo sfruttamento del Terzo e del Quarto Mondo, indispensabile al nostro benessere. Non amiamo essere disturbati dalla consapevolezza che un'aspettativa di vita di ottant'anni non ci mette al riparo dalle malattie. Ci disorienta il silente biasimo che suscitiamo nei popoli che si sentono umiliati dai nostri sperperi. Ci tuffiamo nel sogno, nell'irrazionale, nell'illusione, per sfuggire ad una realtà che affrontata con coraggio ci costringerebbe a scelte dolorose: rinunciare all'automobile quando non è strettamente necessaria; limitare lo sciupio dell'acqua; controllare l'alimentazione; evitare le crociere su navi il cui lusso suona offensivo alla miseria che affligge metà del genere umano. La Fantascienza, figlia visionaria della Scienza, indaga impietosa ma con imbarazzante efficacia in quella zona d'ombra della realtà che la maggior parte di noi preferisce ignorare. Ecco perché molti la trovano fastidiosa mentre prosperano maghi, fattucchiere, cartomanti, santoni e guaritori. Tutta gente ben disposta a "soccorrere" gli illusi dicendo loro ciò che vogliono sentirsi dire. Non è facile aprire gli occhi e guardare avanti, ma il Futuro esiste - eccome - e ci attende dietro l'angolo. Proprio come una di quelle striscianti figure d'incubo con cui Karel Thole dipingeva i fantasmi che minano le certezze della nostra "Civiltà".

Mariano Equizzi:
E un piacere interrogarmi su questa domanda mentre sono a lavorare ad un film dell弛rrore, genere che è in parte nelle mie corde, ma che a molti potrebbe sembrarmi estraneo.
Proprio mentre elaboravo una chiave interpretativa per i personaggi e le relazioni fra essi, nel mio cervello si muoveva in background una sorta di angoscia.
Sono del 1970, la mia è una generazione che ha vissuto solo alla fine le entusiasmanti avventure spaziali dell置manità ( io ricordo "bene" solo il Viking e i rendez vous delle Pioneer e Voyager ), questo ha comportato inevitabilmente una strana relazione con la SF "classica" o anche la Space Opera Etnoantropologica ( Dune su tutti ) da un lato ne siamo stati cullati e intrattenuti, dall誕ltro ci siamo rifugiati quando è stato possibile nella New Wave ( anche Wyndahm ), in Ballard e nel Cyberpunkadesso posso dire che mi interessa anche il noir e il thriller tecnologico, ma cè un "ma" in questa agonia di un immaginario che è stato nostro solo perché riciclato ad arte ( leggi miliardi ) dal cinema.
Questo "ma" riguarda un fatto che mentre noi parliamo amabilmente di questi temi si svolge sotto i nostri occhi, sta arrivando la prima sonda umana su Titano (missione Huyghens-Cassini): nessuno ne parla, nessuno lo sa e non viene dato al fatto la prima serata di raiuno.
Hanno dato qualche giorno fa la notizia che hanno rimandato il lancio di una sonda per Marte, la MARS Express, tanto a chi gliene frega. Non è solo la morte del futuro, è il dilagante materialismo determinista che trasforma la scienza solo in una vacca da mungere per fare i melloni quadrati o farmaci, che ha ucciso il futuro in nome di una necessità piratesca e filibustiera. Fabio Calabrese introducendo questo problema ha elencato gli orrori del nostro mondo, che sono gli stessi di quelli del 1950, del 40 e del 1800, solo in scala maggiore, solo meglio documentati. Ma siamo sicuri di questa completezza di documentazione?
Sappiamo davvero come vengono combattute le guerre in Africa, o in Iraq, o come viene affrontato il problema della fame e della sovrappopolazione? Abbiamo solo un idea, vaga ed emozionale, basata su di un mix fra pauperismo, solidarietà, determinismo e materialismo storico; una bella miscela insufficiente non solo a farci capire, ma anche a farci guardare alla crudezza dello scenario e ai modi di risoluzione di questi problemi. Il risultato fondamentale resta tremendo le generazioni a cui dovremmo diffondere la SF la guardano come una favola bella, ma remota, sia nei significati che nelle speranze. Ad una analisi in profondità il mondo che ci circonda, e che non vediamo, resta lo Spazio più incredibile di tutti quelli narrati dalla SF poiché la sua complessità è pari alla confusione del sistema informativo che lo riguarda, che genera solo una infosfera autosomigliante priva sempre di una matrice di analisi che sarebbe in grado aprirci gli occhi davvero e che forse ci porterebbe ad abbracciare diverse forme di comportamento e di vita.
In questo senso, gli scrittori Horror epigoni ed antecedenti a Lovecraft avevano senza volerlo invitato il lettore a collegare gli avvenimenti, a cercare i segni di un mondo misterioso e inconoscibile. Lo stesso Dick e molti altri scrittori di SF e non, si sono spinti in questa direzione svelando ovviamente intrighi diversi ( Pynchon, Burroughs, Kafka ) ma sempre di matrice geopolitica, oso dire che erano strane e immaginifiche Spy Stories. In questo senso riviste come Nexus e Forthean Times segnano questa direzione di indagine.
Cito non a caso scrittori che parlano di futuri orrendi, di situazioni che affrescano scenari orrorifici e non solo fantascientifici che sono molto vicini ai panorami elencati da Fabio Calabrese nella sua introduzione.
La cosa che è venuta meno è la capacità dei media di dare speranza, le istituzioni scolastiche non riescono ad instillare fiducia in una società, la nostra, obbiettivamente più fortunata di quelle che Calabrese ha indicato poc誕nzi, ma colpevolizzata della sua fortuna e responsabilizzata oltre il verosimile di tutti i mali del mondo. Alcuni di noi sono in grado di considerare il medio evo come un弾ra avventurosa e interessante ( LOTR, Advanced Dungeons and Dragons, Harry Potter, le confraternite di Vampiri etc. etc. ), la rinascita del fantasy e la fuga in passati eroici/erotici evidenzia questo fenomeno.
Pare che l棚ntelligenza collettiva definita dai media vada in una direzione di critica così violenta e idiota della nostra realtà tecnologica e scientifica da rifiutarla, da auspicare un futuro di povertà totale e globale pur di non accettare e mitigare umanamente la ferocia che questa società, in cui abbiamo la fortuna di vivere, distribuisce alla altre.
Ma è un falso principio quello per cui la mia tavola imbandita fa 50 morti in angola; i 5000 morti in Angola sono fatti da scontri fra interessi minerari che manco ci immaginiamo, da soldati mercenari creati da eserciti irregolari, le Private Security Companies e finanziati dalle stesse società minerarie.
Altro che compagnie delle Indie, queste forze di cui parlo sono all誕ltezza della Weyland Yutani di Alien per ferocia e mezzi disponibili! La nostra spesa e la nostra sazietà non c弾ntra proprio un cazzo con la fame nel terzo mondo, le decisioni continuano ad essere prese da 50 uomini su 5 miliardi.
Credo che a questo punto gli scrittori di SF dovrebbero guardare a questo spazio, a questi problemi, a queste avventure, oppure dovremmo metterci a fare come i Testimoni di Geova, cercare di indicare una speranza all置manità attraverso un mutamento repentino di rotta verso il cielo, verso un ottimismo ed una FEDE nella frontiera collegata a ricerche scientifiche costosissime e apparentemente prive di quel materialismo che infetta le nostre vite di umani post illuministi.
Non a caso questo tipo di atteggiamento sarebbe molto Star Trek based e non caso, purtroppo, Star Trek è in crisi planetariapare irreversibile.
Parimenti non mi aspetto che la SF diventi un metodo per fare propaganda a soluzioni geopolitiche, la SF resta un prodotto artistico controllato dall段ndustria dell段ntrattenimento, che non è certo un aspetto trascurabile; l段mmaginario smuove miliardi di dollari ogni anno.
L檀abitus mentale ed interpretativo della SF potrebbe davvero rivoluzionare la nostra visione del mondo, ma inevitabilmente le visioni della moderna SF non possono essere quelle della SF degli anni 50, né possiamo gridare alla morte del futuro per questo.
Immagino la nascita della prospettiva nel Rinascimento, ovvero il succedersi di tecniche e stili nella pittura: i Surrealisti gridavano alla morte del Razionale, gli astrattisti alla morte della percezione, gli informali a quella della "forma".
Alla fine tutto è tornato, il cinema ha cannibalizzato il recente passato della sf e la televisione a ricannibalizato il resto, la cosa che non vorrei è che nella necessità di ridefinire un futuro, guardando ed analizzando il presente, gli scrittori di SF svilissero la necessaria funzione d段ntrattenimento che la SF ha sempre avuto nei confronti dei lettori, e si trasformassero in saggisti di anticipazione privi di sense of wonder e di avventura.

Roberto Furlani:
Una domanda simile può essere scomposta in due componenti, come un vettore geometrico. La prima sarebbe: "Esiste un futuro?". Io credo di sì: il prossimo istante è già "futuro" ed onestamente non credo che all置manità restino ancora pochi secondi (facciamo tutti gli scongiuri possibili). Forse la mia osservazione apparirà un po troppo banalmente poetica ed astratta, però sebbene abbia i miei dubbi sull弾sistenza della razza umana tra cento milioni d誕nni, non ne ho moltissimi per quanto riguarda (ad esempio) i prossimi dieci, ed in dieci anni possono succedere un mucchio di cose.
E qui giungiamo alla seconda domanda: "Quale futuro ci aspetta?". Cominciamo col dire che risulterebbe improprio rispondere con un aggettivo: la storia insegna (o dovrebbe insegnare) che non ci sono state epoche positive o negative per tutti i versi. Prendiamo ad esempio l弾poca della Grecia, genericamente considerata un periodo di grande progresso e sviluppo per l置manità. È vero, la Grecia è stata la prima democrazia attiva apparsa sul nostro pianeta, nonché fucina di grande cultura (dai filosofi alle olimpiadi, dai matematici ai cantori), però è stata anche segnata da dubbia moralità (imperversavano prostituzione e gioco d誕zzardo ben più che nell丹ccidente di adesso), dalla schiavitù, dall弾marginazione di coloro che non fossero cittadini puri e delle donne (non avevano diritto al voto) e da un rallentamento di qualche tipo di espressione artistica (su tutte la pittura).
È altrettanto comune pensare al Medioevo esclusivamente come un migliaio di anni di buio e di regresso, trascurando il grande fermento di fondo che avrebbe portato ad una rivoluzione del pensiero e non solo: il Medioevo è infatti simbolo dei (pur distorti) valori religiosi, della fedeltà alla propria patria (regno o casata che fosse), dell段mportanza dell弛nore, delle innovazioni agricole e militari, dell弾uropeismo (inteso però come il desiderio di vedere l棚mpero dei Franchi estendersi su tutto il continente) e da tutte quelle cose che attraggono gli appassionati della heroic-fantasy. Oltretutto se non ci fosse stato il Medioevo Valerio Evangelisti avrebbe dovuto trovare altri spunti per dar sfogo alla propria fantasia e chissà se i risultati sarebbero stati altrettanto eccezionali: pensate che peccato!
Sempre dalla storia, procedendo per induzione, potremmo evincere che ogni secolo sarà più rapido di quello precedente, nel senso che a parità di tempo trascorso avverranno sempre più eventi, fino al raggiungimento di una saturazione, un periodo di declino. Forse un altro Medioevo, forse l置ltimo.
Ho poi l段mpressione che la nuova umanità sarà fortemente mediatica e si svilupperà sempre di più un controsenso di cui adesso possiamo vedere soltanto i primi sviluppi: le comunicazioni diventeranno sempre più potenti ed i contatti umani (fisici) tenderanno a diminuire drasticamente. Per fare un esempio pratico ci potrebbe accadere di farci recapitare a casa la spesa ordinando attraverso Internet pane e latte, cosicché avremmo la possibilità di dover sopportare di vedere solamente il garzone, evitando l段ncrescioso incidente di sfiorare qualche estraneo in negozio.
Un po quello che descriveva Asimov in "Il sole nudo", se volete.
Questo però solo nel Nord del mondo: nel Sud, come sempre, avviene sempre l弛pposto e lì la sovrappopolazione e la poverà progrediranno sulla strada già tracciata, quella delle favelas e delle bidonvilles dove la comunicazione è invece ristretta a chi si trova a pochi metri di distanza ed il contatto fisico è assolutamente inevitabile, nella più drammatica realizzazione delle tetre fantasie di Ballard.

Giuliano Giachino:
Posso, scrivendo in fretta e dicendo le cose alla svelta e senza cesellare le frasi, constatare solo come, secondo me:
1- La Science Fiction abbia fatto sino in fondo il suo dovere nel prevedere, segnalare, sottolineare i guai che si addensavano all'orizzonte e nell'indagarne in tutti i modi possibili le conseguenze per il genere umano. Prova ne sia il fatto che anche un non esperto di Science Fiction riesce d'acchito, scorrendo i 4 punti qui segnalati (distribuzione risorse, esaurimento fonti energetiche, inquinamento ambiente, sovrappopolazione) a farsi venire in mente almeno 6 o 7 romanzi o racconti di spessore che affrontano e trattano a fondo proprio di quegli argomenti.
2- Questi avvertimenti sono rimasti COMPLETAMENTE inascoltati da chi dirige e governa l'economia e la politica mondiale. Un caso per tutti: l'energia pulita (solare, eolica, etc.) nel cui senso gli autori di SF indicavano indispensabile muoversi già 30-40 anni fa, e che è rimasta praticamente al palo, eccetto piccole isole felici. E poi, anche: il controllo delle nascite (veniamo incoraggiati a figliare di più); il nucleare (abolito solo in Italia, ma già pensano di fare marcia indietro); e ancora e ancora.
3- La maggior parte della gente, molti magari solo a livello inconscio, ha perfettamente capito che, grazie alla direzione sbagliata in cui il mondo è stato e viene portato, stiamo per finire tutti nel.... guano, e nel guano puzzolente.
4- Conseguentemente preferisce ficcare la testa sotto terra, come lo struzzo, e leggere Fantasy.
Si tratta di un parere strettamente personale, magari sbagliato, ma di cui sono convinto.

Alberto Panicucci:
Da "cittadino del mondo" osservo brevemente che il futuro sta andando in direzione delle previsioni della fantascienza, che spesso ci ha descritto mondi cupi, con ambienti devastati, sfruttamento del lavoro, guerre, ineguale distribuzione della ricchezza ecc ecc.
Non siamo ancora, per fortuna, ai livelli apocalittici di certe visioni futuristiche, ma insomma, talvolta guardando la tv viene davvero da chiedersi: dove stiamo andando? (nel caso dell'11 settembre, poi, addirittura la realtà ha superato la fantasia, come molti scrittori hanno anche detto).
Di qui, forse, la crisi o la difficoltà dello scrivere SF (che è un genere se non realistico almeno legato alla realtà, presente e futura), e la migliore salute del fantasy, che più fortemente si stacca dal quotidiano.

Amedeo Pimpini:
SF NEW DEAL
Come in passato la SF ha portato alla coscienza le paure dei nuovi poteri acquisiti dagli uomini nel campo della conoscenza della natura, così oggi potrà portare alla coscienza le paure per i nuovi poteri che l置omo ha acquisito su se stesso.
Il se stesso interiore con le fragilità e le paure di un guerriero a riposo.
Un se stesso sociale trascinato in correnti ingovernabili, in lotta con antiche forze interiori non più compatibili con la dipendenza stretta dagli altri in ogni minimo bisogno.
Un se stesso che non potrà essere più lasciato in un bosco di notte senza essere atterrito.
Non più uomo nel ruolo di maschio, non più donna nel ruolo di femmina: i nuovi ruoli non saranno più predefiniti.
Il futuro non è pieno di astronavi o di scienziati pazzi ma di psicologi e sedute di autocoscienza. Ed è questo che ci fa paura: scoprire che non siamo quelle creature divine dotate di infiniti poteri; ma mortali, e fatti di terra, aria, acqua e fuoco.
La tecnologia non è più fatta di transistor ma di riflessi mentali, comportamenti, comunicazione, ricordo. Da conquistare non più una nuova fonte di energia ma una nuova coscienza.
Non si tratterà più di viaggiare nello spazio o nel tempo ma nei meandri della mente.
L弾vasione non consisterà più nell弾splorazione di un nuovo pianeta ma di un nuovo sentimento.
Le battaglie si consumeranno tra il cattivo che cerca di manipolarci con oscuri condizionamenti e l弾roe che ne smaschera i biechi interessi.
L棚ntelligenza artificiale, come l段ngegneria sociale Orwelliana, le manipolazioni alla Gibson potranno rimanere come ambientazioni o sfide ma fanno inesorabilmente parte della SF di prima del New Deal.
Nelle aziende si insegna comunicazione efficace e linguaggio del corpo, i ragazzi giocano con gli stessi simulatori di volo e di battaglia in dotazione al pentagono. Tutti oramai sanno che l誕ggressività primordiale risiede nell誕migdala e che le bugie aiutano a facilitare i rapporti sociali.
E voi volete che questa gente legga ancora di astronavi e pianeti inesplorati?
Il fine della fantascienza era la fine della Fantascienza nel senso che si è confusa con la cultura attuale e quindi svolto ed esaurito la sua missione.
A meno che non ci fossero ancora molte, moltissime cose da raccontare: il New Deal, appunto.

Antonio Scacco:
IL RITORNO ALLE ORIGINI
Il quadro tracciato da Fabio Calabrese nel suo intervento Che fine ha fatto il futuro? è senz'altro veritiero e stimola il fan comune ma anche il critico militante alla ricerca delle cause e delle possibili soluzioni.
Mi sono occupato del problema nell'editoriale del n.29 di "Future Shock", La fantascienza sta morendo?, in cui, citando lo studio di Luigi Cazzato, Generi, recupero, dissoluzione (Schena, 1999), indicavo nell'estetica della contaminazione una delle possibili cause della crisi, che attualmente sta attraversando la fantascienza. Il motivo è abbastanza intuibile.
Si è sempre detto che la fantascienza ha uno stretto legame con la scienza moderna, quella che nasce, per intenderci, con la rivoluzione scientifica galileiana. La presenza della scienza è dunque la condicio sine qua non per qualificare un'opera di fantascienza. Dello stesso parere era anche Isaac Asimov, il quale scriveva che a uno scrittore di fantascienza "non basta conoscere bene la propria lingua: deve conoscere anche la scienza. () Non occorre essere scienziati o avere una laurea in scienze. Ma se gli studi che avete seguito sono stati carenti in materie scientifiche, allora è indispensabile che vi mettiate a studiare per conto vostro".
Ma che cosa accade quando tra i vari generi vengono abbattuti tutti gli steccati e non si tiene conto del codice di identificazione di ciascuno di essi? La scienza è la prima vittima sacrificale: essa non ha più una posizione preminente nella struttura narrativa, ma assume un ruolo marginale e viene, a volte, addirittura avversata. È quello che avviene, ad esempio, nel romanzo cyberpunk di William Gibson Luce virtuale (Virtual Light, 1993).
La marginalizzazione dell'elemento scientifico porta a delle incongruenze. Mi riferisco all'assegnazione, nella World Science Fiction Convention di Philadelphia, del Premio Hugo, tradizionalmente riservato alle opere di science fiction, al romanzo di J.K.Rowling Harry Potter e il calice di fuoco (Harry Potter and the Goblet of Fire, 2000), che con la fantascienza c'entra come i classici cavoli a merenda. L'incongruenza è ben sottolineata da queste amare parole del pedagogista Giorgio Bini, a proposito del successo della Rowling: "Gli adulti, con qualche eccezione, "dai maghi ci vanno sul serio, fanno messe nere, evocano gli spiriti, e credono alla maledizione del Faraone", come dice lo stesso Eco. E fanno molto di più: credono all'astrologia e perciò immaginano un influsso degli astri nella formazione del loro carattere e forse del loro destino, al "paranormale", si avvolgono nelle superstizioni, si rivolgono ai maghi, alle cartomanti, alle chiromanti, ai guaritori, ai ciarlatani d'ogni tariffa, [...] non sanno niente di scienza".
Quale soluzione al problema evidenziato da Fabio Calabrese? Per me, è costituita dal ritorno alle origini, ritorno che, ovviamente, va preso cum grano salis. Non si tratta di ricalcare pedissequamente le orme di un Verne, di un Wells, di un Huxley o di un Orwell, ma di penetrare lo spirito del loro successo. In pratica, uno scrittore o un regista non dovrebbe eccessivamente ed esclusivamente insistere sugli aspetti scientifico-tecnologici (che rimangono basilari per un'opera di fantascienza) o sugli effetti speciali, ma cercare di sviluppare una seria "riflessione filosofica" intorno al progresso e alla modernità. Insomma, gli addetti ai lavori del settore dovrebbero introiettare il messaggio umanistico che viene dalla scienza stessa, e cercare di veicolarlo ai lettori e agli spettatori.
Nel mio libro Fantascienza umanistica, ho cercato di muovere i primi passi in tale direzione, ma anche alla fine dell'editoriale del n.37 di "Future Shock" ho accennato brevemente all'uso della filosofia come una possibile soluzione della crisi che attanaglia la fantascienza. Come ho detto sopra accennando ai padri fondatori, non è un discorso del tutto nuovo: da sempre, alla fantascienza viene riconosciuto un ruolo didattico e pedagogico. Si tratta di rispolverare la tensione ammonitrice della fantascienza e di sintonizzarla con i tempi d'oggi che, come sappiamo, sono carichi di grossi problemi: terrorismo, inquinamento, droga, mancanza di democrazia, sottosviluppo, pregiudizi antiscientifici e antitecnologici, ecc.
Non vorrei dare l'impressione di scantonare nella politica. Anzi, da quest'ultima cerco di prendere le distanze. Sono infatti convinto che la fantascienza, in Italia, è stata pesantemente condizionata, negli decenni passati, dalla politica. Tutti gli scrittori e i registi venivano osannati o bistrattati a seconda che appartenessero a questa o a quell'altra ideologia politica. Non nego che in passato anch'io mi sono lasciato coinvolgere in tale gioco al massacro. Ma, dopo la caduta del muro di Berlino, ho rivisto le mie posizioni e, adesso, sono del parere che il criterio di giudizio si basa sull'accettazione o sul rifiuto della scienza. È inutile dirsi progressisti se poi si condanna il mercato globale o il cibo transgenico (o cibo Frankenstein, come lo chiamano i detrattori).

Gianfranco Sherwood:
Non ne c'è più, per l'homo sapiens. Credo che entro pochi decenni l'umanità incapperà in una crisi irreversibile e, allo stato, non so come si possa invertire la corsa verso l'abisso. Troppo potenti le forze che là ci spingono, troppo deboli coloro che cercano di opporsi. Ci sovrasta la collera degli imbecilli, per dirla con Flaiano, e siamo prossimi al punto di non ritorno. Seppure, come indica il mutamento climatico ormai dato per irreversibile, non l'abbiamo già superato. In questo contesto, non mi stupisce che la fantascienza abbia poco da dire. Il periodo d'oro, che ricordo per averlo vissuto come lettore, dal dopoguerra agli anni '60, era tempo di speranze, tutti credevano che il futuro sarebbe stato un buon luogo in cui vivere e la fs esprimeva ammonimenti e timori, certo, ma soprattutto la gioia dello speculare e del narrare. Oggi la speranza è svanita e gli scrittori faticano a immaginare un futuro che non sia amaro. Per questo, ritengo, i più preferiscono scrivere storie mirate soprattutto all'intrattenimento. Ma il vero guaio della fantascienza, e qualcuno l'ha già detto, sta proprio nel suo successo, che tende a superare - e annullare - i confini del genere. Però nel proporsi al pubblico più vasto, che non ha voglia di leggere storie che lo facciano riflettere e gli incutano qualche sana punta di timore, perde le sue migliori peculiarità. Citerò come esempio Andreas Eschbach, strombazzato astro nascente della fantascienza tedesca, e il suo Lo specchio di Dio, 523 pagine - di cui almeno 200 di troppo - per narrare una peraltro mal congegnata storia di paradossi temporali che vuol essere avvincente (senza riuscirci) sulla base dei meccanismi più triti della suspence. Ne consegue una sbobba fredda, priva di anima e personaggi credibili e soprattutto inutile.
Da ciò, immagino, anche la metastasi della fantasy più escapista e masturbatoria (Quanti crimini si sono commessi nel nome di Tolkien!). Eppure, la fantascienza potrebbe dire e dare ancora molto, contribuendo a costruire la nuova consapevolezza che porterebbe l'umanità fuori dalla trappola mortale in cui s'è cacciata. Qualcuno già traccia la rotta, unendo talento a rigore morale: Evangelisti, Greg Egan e pochi, pochissimi altri. Sta a noi, seguire il loro esempio, per quanto possiamo. E non dovrebbe essere solo una questione di contenuti. I grandi hanno anche uno stile da insegnare.

Gianni Ursini:
Che fine ha fatto il futuro ? Mah, come diceva Steve Reeves nel vecchio film di Arthur Lubin e Bruno Vailati "Il ladro di Baghdad" (1961) "Il futuro è come un miraggio: cè dove non si vede, e si vede dove non cè".
Bisognerebbe fare questa domanda ad un ragazzino di 15 anni. Per chi ha superato la cinquantina, come il sottoscritto, il futuro diventa irrimediabilmente parte del passato. Quando a metà degli anni 60 uscì la famosa antologia mondadoriana intitolata emblematicamente "L丹mbra del Duemila", io ero ancora un timido ventenne appassionato di fantascienza, che vedeva nell誕nno 2000 qualcosa di favoloso, irraggiungibile, e quasi inimmaginabile. Rimasi talmente impressionato dalla qualità dei racconti e romanzi di fantascienza contenuti in quel libro, che decisi che sarei stato felice di poter vivere fino a vedere l誕nno 2000 con le sue meraviglie.
Bene, l誕nno 2000 è arrivato ed è passato: che fine ha fatto il futuro ? Se fossi un filosofo, direi che ci è stato scippato da quel gran figlio di buona donna conosciuto come Padre Tempo, il quale assieme al fratello Destino ed alla sorella Morte, governa le vite degli uomini.
Ma dato che non sono un filosofo, ma solo un modesto esperto di science fiction, posso dire di avere sempre considerato i termini "narrativa di anticipazione" oppure "storie avveniristiche" come estremamente riduttivi. Se la fantascienza fosse rimasta confinata nell誕mbito circoscritto della narrativa di tipo profetico, oggi sarebbe ben poca cosa.
E tutta colpa di Giulio Verne . E lui che ha dato origine a quel famigerato luogo comune in base al quale la narrativa di tipo fantastico- scientifico dovrebbe "anticipare la realtà". A dire il vero egli non ha inventato nulla. E sempre andato sul sicuro. Tutte le macchine immaginate nei suoi romanzi e racconti erano perfettamente realizzabili con la tecnologia della sua epoca, tanto che che in una vecchia polemica egli accusava Herbert George Wells di essere scarsamente attendibile dal punto di vista scientifico. Effettivamente, a Wells non interessava per nulla la verosimiglianza razionale delle sue mirabolanti invenzioni, ma la loro conseguenza sul genere umano dal punto di vista sociologico. Per questo motivo io ho sempre considerato Wells, più che Verne, il vero precursore della fantascienza moderna.
Facendo un salto temporale al secondo dopoguerra, se dovessimo valutare le storie di fantascienza in base alla precisione delle loro previsioni, temo che dovremmo includere tra i cattivi profeti o tra i profeti mancati nomi illustri. Nemmeno Arthur C. Clarke e Stanley Kubrick nel 1968 erano riusciti ad immaginare i microchip: HAL 9000 occupava un段ntera stanza, e così pure, alcuni anni dopo, il computer "Mother" di "Alien". Anche il grande Philip Dick aveva immaginato il mondo del 2000 pieno di animali sintetici e bellissime replicanti. Nulla di più sbagliato, visto che per i loro divertimenti solitari i maschietti del ventunesimo secolo devono ancora accontentarsi delle bambole gonfiabili. No, se guardassimo solamente al lato profetico della fantascienza, andremmo su di una pista sbagliata. La vera "science fiction" era ben altra cosa. Essa riusciva a stimolare l段mmaginazione delle persone fino a farle affacciare per un attimo sull誕bisso insondabile delle infinite possibilità del tempo e dello spazio. Era questo che in altri tempi era chiamato "sense of wonder", il senso del meraviglioso, e temo che proprio questa qualità nel tempo attuale si sia affievolita fino quasi a sparire. In un mondo dominato dai patiti di giochetti elettronici come "Matrix Reloaded" non cè più posto per i sognatori, e, se le cose andranno avanti in questo modo, il futuro per le giovani generazioni si presenta arido, desolato e miserevole. Per quelli di noi che non sono d誕ccordo, non resterà che rifugiarsi nelle interminabili saghe della narrativa "fantasy". Oppure entrare a far parte della sterminata famiglia dei "trekkies".Purtroppo la fantascienza che noi cinquantenni abbiamo conosciuto ed amato, ormai non esiste più. Tuttavia,.mai dare niente per scontato! Questa è per ora a mio giudizio la tendenza attuale verso la quale si muove la narrativa a sfondo scientifico. Ma nulla vieta che in un prossimo futuro vi sia un 訴nversione di tendenza. Prima o dopo i giovani dovranno stancarsi di mettere la testa nei frullatori elettronici delle varie famigerate "playstation" , e forse riscopriranno il gusto del meraviglioso ed il piacere dei sogni ad occhi aperti. E con questa speranza che concludo questo articolo augurandomi di non essere stato troppo grafomane e logorroico. Come diceva Paperon de単aperoni nella mitica storia di Carl Barks " Zio Paperone e la Disfida dei Dollari " (1952) : " Sono solo un povero vecchio !".

Alessandro Vietti:
NEI BRANDELLI DI UN PRESENTE CHE CORRE
Il concetto che l'uomo ha di futuro, per lo meno l'uomo occidentale, non è stato sempre lo stesso nel corso della Storia. Per secoli e secoli, il futuro è stato legato agli esiti di una battaglia, al successore di un impero, all'abbondanza di un raccolto, alla guarigione da una malattia, alle conseguenze di una tempesta, al successo di un corteggiamento. Interpretato da configurazioni celesti, dalle viscere di un animale, da mucchi di sassolini lanciati a caso, era il futuro degli auspici. Era qualcosa di "limitato" perché coinvolgeva sì, ciò che doveva ancora accadere, ma a un livello puramente individuale. Il futuro era qualcosa che, in un modo o nell'altro, riguardava le variabili fondamentali di ciascuna persona: vita e morte. Mancava qualcosa, rispetto alla concezione di futuro che consideriamo oggi. E questo qualcosa fa parte di una matrice culturale che non ebbe modo di svilupparsi fino al XV secolo. Fino al Rinascimento, infatti, il futuro come lo intendiamo noi non esisteva. Anzi, per certi versi il futuro non esisteva affatto. Gli uomini non erano portati a pensare a un mondo diverso da quello in cui vivevano. I sovrani, le monete, le fogge delle spade potevano anche cambiare, ma le carrozze sarebbero state sempre trainate da cavalli, i libri sarebbero sempre stati copiati a mano e per macinare il grano ci sarebbe sempre voluto un mulino. Il mondo cambiava, questo sì, usi, costumi e utensili del seicento erano diversi e più evoluti di quelli del feudalesimo, che a loro volta erano diversi e più evoluti di quelli romani o greci e così via, ma i cambiamenti avvenivano molto lentamente rispetto a una vita media molto più breve rispetto a oggi, affinché la gente se ne accorgesse e riuscisse a sviluppare l'immaginazione necessaria a pensare a come avrebbe potuto essere il domani. In secondo luogo, si può dire che fino al 1700 il mondo sia migliorato, ma non sia davvero cambiato. E il futuro, secondo la nostra concezione, presuppone un concetto di "cambiamento" che, prima del XVIII secolo, forse solo Leonardo Da Vinci fu in grado di intravedere. Questo perché inevitabilmente, il futuro, come lo intendiamo noi, è legato al concetto illuministico di progresso che non può prescindere da quella rivoluzione che, in fin dei conti, introdusse nella Storia per la prima volta il moderno concetto di futuro.
E' curioso notare che, per molti versi, lo sbocciare del concetto di futuro come noi lo intendiamo coincide con la nascita della fantascienza. Come succede con la fantasia e l'immaginazione, pensare al futuro in termini speculativi richiede un certo grado di allenamento e prima dell'avvento del progresso tecnologico questo addestramento mentale non esisteva, semplicemente perché, come abbiamo visto, i cambiamenti erano troppo lenti rispetto alla vita media dell'uomo. Chi invece assistette alla Rivoluzione Industriale nel corso della propria esistenza, ebbe modo di sperimentare cambiamenti straordinari, stravolgimenti radicali della propria vita. Pensate soltanto di vedere un treno muoversi a 40 km/h immaginando di non aver mai visto prima niente del genere, o di vedere la luce emessa da lampioni elettrici quando fino a pochi giorni fa non esisteva altro che la luce di un fuoco, gas, olio o legna che fosse. Se in quel periodo stavano dunque succedendo quelle cose nuove, chissà che cosa sarebbe potuto succedere tra uno, dieci, cinquant'anni, in una parola: nel futuro. Perché c'è un'altra cosa che non si deve trascurare e che i pionieri della Rivoluzione Industriale capirono subito. Ed è che il progresso tecnologico non si esaurisce in invenzioni come isole a sé stanti, ma ogni nuova importante scoperta scientifica porta con sé numerose implicazioni, ogni nuova invenzione può essere sempre migliorata, e tutto questo costruisce una rete di conoscenze scientifiche e tecnologiche collegate le une alle altre, che si nutrono l'una dell'altra, e progrediscono l'una con l'altra. Con la Rivoluzione Industriale quindi il concetto che l'uomo ha del futuro è evoluto dalla mera concezione medievale, alla concezione moderna che, a differenza della prima, prevede di poter immaginare come sarà il nostro modo di vivere nel futuro. La chiave sta tutta qui: nel modo di vivere. E poiché il nostro modo di vivere è influenzato in maniera pressoché totale dal progresso, inteso come l'applicazione della scienza e dalla tecnologia, ecco che il progresso è diventato da due secoli a questa parte il vero, unico binario del nostro futuro. Se quindi futuro e fantascienza sono tra loro agganciati attraverso i concetti di scienza e tecnologia, ovvero di progresso, e se, come da più parti si afferma, la fantascienza è in crisi o è addirittura defunta, ha ancora più senso chiedersi che fine ha fatto il futuro, anche perché potremmo scoprire che la crisi della fantascienza è causata da un nuovo cambiamento del nostro concetto di futuro. Vale quindi la pena fare qualche considerazione sulla fantascienza, rispetto al ruolo che il futuro ha tradizionalmente avuto all'interno di essa.
Pur con una grande componente popolare e avventurosa, la fantascienza è tradizionalmente nata, ovvero si è sempre proposta di esplorare le strade del "se", senza mai dimenticare la sua ispirazione scientifica. Negli anni '30 e '40, ad esempio, iniziavano i lanci dei primi razzi, e allora perché non inventarne di migliori e metterci sopra dei passeggeri? Probabilmente in un futuro più o meno remoto sarebbe successo. Anche per i treni era già accaduto qualcosa del genere. E quindi che cosa c'è meglio del futuro per esplorare le conseguenze di un'ipotesi scientifica ardita, ma plausibile, oppure gli esiti dell'evoluzione di una tecnologia del presente? Per questo il futuro è sempre stato il territorio di conquista privilegiato della fantascienza. Nonostante risultati più o meno degni di nota e una messe di letteratura non sempre di qualità, da questo punto di vista la fantascienza è stata spesso considerata anche come "narrativa d'anticipazione", nel senso che, chiedendosi come sarebbero evolute certe caratteristiche del presente, riusciva ad anticipare peculiarità tecnologiche e tendenze sociali del futuro. Della science fiction questa era la cosiddetta Golden Age, e per un ventennio, dagli anni '40/'50, tutto fu possibile. C'era fermento. Aria di innovazione. L'equilibrio che si era venuto a creare era perfetto: da un lato, il progresso sostenuto, ma misurato, nutriva le fantasie e le speculazioni degli scrittori, dall'altro i lettori divoravano fantascienza per assaporare la suggestione di come avrebbe potuto essere il loro futuro, come se qualcosa di quello che leggevano avesse potuto un giorno entrare a far parte delle loro vite, di cambiare radicalmente il loro modo di vivere come lo stavano cambiando l'automobile e la televisione. Anche la fine della Seconda Guerra Mondiale contribuì ad alimentare questo fenomeno, creando un clima di rinnovata fiducia nel futuro. Era una visione forse un po' ingenua, ma per molti versi la fantascienza di quegli anni lo era, basti pensare alle storie di Isaac Asimov. Poi qualcosa cominciò a incrinarsi.. La Golden Age finì e Philip K. Dick cominciò a mettere in dubbio tutto quanto, perfino l'umanità dei suoi vicini di casa e le sue stesse percezioni della realtà. Il futuro cambiò e tornò a essere tetro e fosco, ma continuò a esserci. Dal punto di vista dei lettori (ma anche degli scrittori!), scienza e tecnologia sempre più avanzate cominciavano a invadere la vita di tutti i giorni. Tuttavia era ancora qualcosa di nuovo, cui non si era avvezzi, e per questo motivo suggestionava, faceva paura e scatenava quei fantasmi che Dick vedeva a ogni angolo. Per questo il futuro era lì, di fronte a noi. Forse non era tanto lontano, lo si poteva sfiorare allungando una mano, ma era decisamente buio. Senza contare che Guerra Fredda e paura dell'Atomica scatenarono le più terribili, ma fervide fantasie. Basti pensare a gran parte del cinema fantastico di quegli anni. Poi, il futuro come lo percepiamo, cambiò di nuovo, e questo accadde progressivamente, a mano a mano che la gente si abituava a tecnologie sempre più innovative che si susseguivano a un ritmo sempre più frenetico. Le paure di prima fugarono in una sorta di neo-positivismo. Di giorno in giorno la tecnologia si conquistò la nostra fiducia, dimostrando - forse a torto - di essere qualcosa di cui ci si poteva fidare, qualcosa che si poteva controllare, qualcosa che non aveva niente di maligno. Da questo punto di vista, negli ultimi vent'anni, ovvero più o meno dall'avvento del personal computer (chi non ricorda i leggendari VIC 20 o ZX Spectrum?), tutti noi abbiamo maturato una confidenza mai sviluppata prima d'ora nei confronti della scienza e della tecnologia e, secondo il detto popolare: "la confidenza fa perdere la riverenza". Così il "fascino", il "mistero", la "curiosità", le "suggestioni", le "paure" della scienza e della tecnologia, che mantenevano vivo il concetto di futuro che per quasi due secoli ha alimentato e stimolato il nostro modo di pensare e anche la fantascienza, si sono esaurite, sono state spazzate via da una realtà tecnologica che si rinnova e si reinventa ogni sei mesi. Anche per questo la fantascienza ha trovato una sua propria strada di rinnovamento nella contaminazione dei generi ed è sempre più spesso imprestata al mainstream, come se la fantascienza fosse l'unico genere in grado di afferrare per la coda i brandelli di un presente che corre verso il futuro alla velocità delle immagini di un videoclip. Perché se la fantascienza ha sempre rappresentato il futuro e il mainstream è sempre rappresentato il presente, il futuro è ora. E per diventare mainstream a tutti gli effetti, ormai alla fantascienza manca una cosa soltanto: che atterrino gli alieni.