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Analisi e commento ad ‘Italy’ di Giovanni Pascoli

Italy è un ampio componimento di 450 versi, diviso in due canti, che fu composto nel 1904 e pubblicato nella terza edizione dei Poemetti. È dedicato ad un tema caro a Pascoli, quello degli emigranti italiani costretti ad abbandonare dolorosamente il loro "nido" per andare a cercare lavoro in paesi stranieri. La vicenda, ispirata a un fatto reale, è la seguente: due fratelli emigranti, Ghita e Beppe, tornano dall’America al paese da cui erano partiti, Caprona, vicino a Castelvecchio, con la nipotina Molly, già nata in terra straniera, malata di tisi. La bambina in un primo tempo detesta l’Italia, ma poi si instaura un profondo legame affettivo tra lei e la nonna. Molly guarisce grazie al clima salubre della Garfagnana, mentre la nonna muore. Gli emigranti ripartono per l’America, e Molly, ai bambini che le chiedono se ritornerà, risponde in italiano: "Sì". Il testo ha un carattere marcatamente narrativo: i cinque capitoli scandiscono sequenze ben individuate: l’arrivo dei tre emigranti accompagnati dal nonno, l’ingresso nella vecchia casa e l’incontro con la nonna che accende il fuoco, il colloquio con la nonna e la descrizione della casa, la nevicata notturna e la scoperta del paesaggio innevato al mattino, l’incontro di Beppe con alcuni compaesani che richiedono ed ottengono informazioni sulla vita degli amici rimasti in America.

Il tema fondamentale è quello del rapporto, affettuoso ma non facile, fra due mondi distanti: quello della provincia agricola toscana, che, per che c’è restato, è rimasto sempre uguale a se stesso, immodificabile come la natura, e quello della modernità americana, che ha coinvolto gli emigranti, modificandone i ritmi di vita, i costumi, la lingua. Fra i due mondi la comunicazione è difficile (vv. 98/99-103), nonostante il riconoscimento emozionato dei luoghi e dei volti a lungo conservati nella memoria e la nostalgia del "nido" che ha spinto gli emigranti a tornare. L’emigrazione (che coinvolse, negli ultimi anni dell’Ottocento, grandi masse contadine) è una realtà dolorosa, che disperde il nido familiare e costa lacerazioni psicologiche profonde. Però il ritorno al nido (alla famiglia, ma anche alla patria) può donare agli emigranti, che hanno sofferto le pene della lontananza e dell’esilio, la salute e la serenità perdute: la malattia e la guarigione di Molly questo vogliono rappresentare. Ideologicamente il poemetto lascia intravedere il populismo dell’autore, che depreca il fenomeno dell’emigrazione, idealizza il mondo rurale fondato sulla piccola proprietà contadina, guarda con sospetto alla modernità urbana e industriale (l’America), caldeggia provvedimenti che consentano agli emigranti di tornare nel loro mondo d’origine. Il tema del nido si è dilatato, dall’originario significato autobiografico ed esistenziale, ad un significato sociale e politico.

Per quanto riguarda le implicazioni ideologico-politiche di Italy, basterà ricordare che qui è già evidente quel processo che porta il poeta dall’ideologia del "nido" alle posizioni nazionalistiche e che sarà chiaramente enunciato nel discorso La grande proletaria si è mossa.
In Italy infatti c’è la solidale rappresentazione del prezzo di dolore e di mutilazione affettiva che l’emigrazione comporta, dell’estraneità e della solitudine dell’emigrato condannato a correre per "terre ignote con un grido/straniero in bocca", ma sempre anelante a ritornare con un gruzzolo per farsi "un zampettino da vangare, un nido/da riposare"; ma c’è anche l’auspicio che l’Italia, l’antica madre, un giorno "in una sfolgorante alba che viene/con un suo grande ululo ai quattro venti/fatto balzare dalle sue sirene" riscatterà i suoi figli dispersi. Qui il lirico poeta di Myricae si assume il pesante ruolo di poeta vate, dirottando verso forme di nazionalismo il suo umanitarismo socialisteggiante.

La materia del poemetto, come si vede, è realistica: ma la resa dello stile non è affatto naturalistica, grazie all’amplificazione epica delle scene narrative (che hanno il ritmo di un’arcaica saga contadina), alla indeterminazione spazio-temporale della vicenda (nonostante i toponimi esatti), alla frammentarietà dei dialoghi (che sembrano rimanere sospesi fra ampie zone di silenzio), al carattere analogico di certi squarci di paesaggio. E soprattutto grazie alla lingua, che è un originalissimo impasto di italiano, toscano (vv. 32, 36), inglese e italo-americano (vv. 110-118). La motivazione realistico-mimetica di tale scelta (da non escludere del tutto) è peraltro soverchiata da una motivazione più complessa: la volontà di differenziare il linguaggio poetico dalla medierà linguistica della comunicazione normale, in una direzione opposta, ma complementare, a quella percorsa in Myricae: come là la lingua tendeva al livello "pre-grammaticale" così qui punta verso quello che Contini chiama livello "post-grammaticale" (risultante cioè dall’impasto di lingue speciali, come sono i dialetti, i gerghi, le lingue straniere). In ogni caso Pascoli persegue uno scarto rispetto alla norma linguistica, costruendosi una lingua stratificata e composita fino a diventare stridente, con la quale esprimere poeticamente la perdita di forza comunicativa del linguaggio comune (e l’incomunicabilità dei due mondi rappresentati). Va inoltre precisato che l’operazione linguistica di Pascoli non è gratuita, ma nasce da una necessità poetica: "questo stridente impasto linguistico è la testimonianza e il mezzo più valido per rendere quell’intima lacerazione, quel doloroso offuscarsi della voce e del sentimento della terra natale" (Getto) che si sono prodotti nell’animo degli emigrati. La soluzione linguistica è quindi in stretto rapporto con il tema di fondo del poemetto.


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