ROMA / LAZIO 2-0

 


IL COVVIEVE DELLA SEVA

Lacrimogeni in curva Nord, coreografie annullate per protesta, le due tifoserie solidali. I romanisti ricordano Paparelli
Paura all’Olimpico, ultrà uniti contro la polizia
Prima e dopo il derby forze dell’ordine colpite da molotov e sassi. L’obiettivo è la legge antiviolenza

ROMA - Venti perquisizioni, quaranta persone identificate, tre arresti, otto denunciati, cariche della polizia, qualche ferito lieve. È questo il bilancio di un Roma-Lazio che doveva nascere sotto il segno del «volemose bene». Paura e tanta rabbia prima del derby capitolino numero 117 in campionato. Solo il fischio d’inizio dell’arbitro Cesari ha riportato tranquillità in una curva, quella laziale, dove la tensione stava superando il livello di guardia. A creare questo clima non sono stati gli scontri tra le due tifoserie che, al contrario, hanno solidarizzato tra loro, ma un intervento dei «reparti speciali» della polizia che nel pomeriggio avevano perquisito le abitazioni di venti tifosi della Lazio. L’irruzione delle forze dell’ordine nelle case dove gli ultrà biancocelesti avevano lavorato alla preparazione dello spettacolo coreografico da offrire al derby, ha portato alla scoperta di armi da taglio, spranghe, manganelli, passamontagna ed un’ascia (il problema è che se i coltelli sono da cucina, le spranghe sono i pezzi dell'armadio e via dicendo.... Avere questi oggetti dentro un'abitazione NON è reato, è reato se li porti fuori. Se quindi veramente voleva essere fatta un'operazione preventiva, nel segno della legalità, e se è vero che il questore aveva scoperto un "piano" per provocare incidenti, era sufficiente - e molto più probante - attendere che questi soggetti venissero attesi all'uscita da casa: se infatti esco da casa con un'ascia, un coltello ecc. ecc. commetto un reato. Se a casa mi trovano un coltello da cucina non è reato, altrimenti i macellai non potrebbero neanche lavorare.... n.d.L.). L’operazione di polizia è partita grazie a una segnalazione, dopo la scoperta di un presunto piano architettato per creare incidenti prima di Roma-Lazio. Alla notizia, che era arrivata alle orecchie del gruppo degli «Irriducibili» poco dopo le 15.30, i tifosi della curva laziale decidevano di sospendere ogni tipo di iniziativa coreografica preparata per l’occasione.
Alcuni dirigenti della società biancoceleste hanno cercato di convincere gli ultrà della curva nord a desistere dalla loro decisione. Poco prima dell’inizio della gara, gli «Irriducibili» hanno emesso un comunicato in cui accusavano le forze dell’ordine di quanto accaduto nel pomeriggio, definendo le perquisizioni «una retata gratuita ed immotivata. Se avessimo poi fatto la coreografia, essa sarebbe stata una mancanza di rispetto per tutti quei ragazzi che avevano lavorato giorno e notte. Il tutto sarà rimandato alla gara con il Brescia in programma domenica 4 novembre all’Olimpico».
La tensione è andata lievitando con il passare delle ore. E intorno alle 19 sono scoppiati i primi incidenti nei pressi della curva nord. Sono stati lanciati sassi e bottiglie molotov contro la polizia, che ha risposto con una carica di «alleggerimento» e lancio di lacrimogeni. Si è reso necessario anche l’intervento di vigili del fuoco per domare un piccolo incendio che era divampato nei pressi dello stadio dei Marmi.
La tensione si è successivamente trasferita all’interno dell’Olimpico, dove sono proseguiti gli scontri tra tifosi e forze dell’ordine, che hanno lanciato altri lacrimogeni dentro la curva prima che fallisse il tentativo di entrare nella nord. A questo punto scattava la solidarietà dei tifosi della Roma che inveivano a loro volta contro gli agenti. Alle 19.30 un tifoso della Roma si produceva in un’invasione del campo, riuscendo a scavalcare prima la recinzione e poi ad attraversare, sciarpa alla mano, tutto il terreno di gioco fino a raggiungere la curva nord. Bloccato da cinque poliziotti, il ragazzo si è giustificato affermando che voleva solo mettersi in mostra.
Da quel momento si sono visti solo striscioni per ricordare chi in curva non c’era più, il passato da tifosa «infedele» di Sabrina Ferilli e lo scudetto scucito dal petto dei rivali di sempre. L’ingresso in campo delle squadre dissuadeva tutti dal proseguire negli scontri. Riprendevano alla fine della gara. Circa un'ora dopo un gruppo di tifosi ha lanciato un grosso sasso contro un’auto dei carabinieri fuori lo stadio Olimpico. I militari sono riusciti a bloccare quattro persone. Pochi minuti dopo c'è stato un nuovo assalto degli ultrà, questa volta a farne le spese è stata una volante della Polizia a cui sono stati distrutti il lunotto posteriore e i finestrini laterali.
Questo derby, a differenza di tutti gli altri, non è vissuto sulle coreografie, uno degli aspetti più folcloristici e attesi nella storia della stracittadina capitolina. Il momento più toccante si è vissuto nell’intervallo, quando in curva Sud è apparso uno striscione che recitava: «La morte non ha colore, in ricordo di De Falchi, Paparelli e tutti gli altri». Tutto lo stadio, oltre naturalmente alla curva Nord, ha applaudito, ponendo fine così a cori vergognosi e veleni che sembravano infiniti. Tuttavia nel secondo tempo, gli ultrà laziali sono tornati a offendere con ululati razzisti i giocatori di colore della Roma.
A proposito di Vincenzo Paparelli, il tifoso della Lazio morto prima di un derby colpito da un razzo lanciato da un ultrà giallorosso, stamattina, alle ore 10.30, in curva Nord verrà affissa una lapide in sua memoria. A 22 anni dal tragico evento (28 ottobre ’79) i rappresentanti di Roma e Lazio, le autorità comunali e la famiglia Paparelli si sono dati appuntamento per ricordare un padre di famiglia e una delle pagine più dolore e drammatiche di tutto il calcio italiano.

Pietro Pinelli



IL TEMPO

La rabbia degli Irriducibili

di FABRIZIO MARCHETTI
ROMA - Una serata piena d'amarezza, confusa tra il ricordo struggente di chi non c'è più (Vincenzo Paparelli) ed uno scenario fatto di scontri, cariche e fumogeni. La Nord aveva preparato un derby diverso, pieno di colore, passione ed originalità: il sogno di coronare, 22 anni dopo, una ricorrenza luttuosa s'è infranta nelle prime ore del pomeriggio, quando alcuni «reparti speciali», delle forze dell'ordine hanno lanciato una azione di «controllo preventivo» (temendo ipotesi di scontri tra le due tifoserie) facendo irruzione nelle case di alcuni ragazzi appartenenti agli Irriducibili, gruppo cardine della Curva biancoceleste e promotore dell'ennesima scenografia mozzafiato. Venti perquisizioni sono state disposte nell'arco della mattinata di ieri: un controllo che di fatto ha soffocato l'iniziativa coreografica progettata in una settimana vissuta all'insegna della passione e dei sacrifici.
Il lungo pomeriggio della Curva biancoceleste è stato quindi segnato da un episodio che ha turbato gli animi ed inasprito un clima invece improntato sulla volontà di onorare, rispettare ed esaltare la memoria di Vincenzo Paparelli, scomparso proprio in occasione d'un derby. Sono le 15.35 quando gli Irriducibili decidono di sospendere ogni iniziativa in segno di solidarietà con i ragazzi coinvolti nella vicenda. L'attesa diventa un rincorrersi di voci, proposte e cariche. La zona antistante la Curva Nord diventa teatro di scontri tra tifosi e forze dell'ordine. Anche all'interno dello stadio si respira una atmosfera pesante: c'è poca voglia di inscenare il solito, goliardico botta e risposta. Lo spettacolo è turbato da eventi che nulla c'entrano con il calcio.
La ricostruzione dei fatti
Venti perquisizioni, quaranta identificati, 8 fermi ed un arresto. Questo il bilancio della perquisizione. I reparti speciali entrano in azione nelle prime ore della mattinata. Un controllo a sorpresa, con un arresto. Nel corso dell'azione fonti ufficiali rivelano d'aver trovato materiale solitamente in dotazione alle forze dell'ordine, oltre a manganelli ed armi da taglio. Un conto approssimativo, che rende però elettrica l'atmosfera nei pressi dell'Olimpico, dove invece fervono i preparativi per concretizzare uno spettacolo già pianificato nei dettagli. Intorno alle 16 si cerca di carpire uno spiraglio che invece non esiste. Fuori dalla Curva Nord prevalgono i mugugni per una retata considerata, secondo il comunicato diffuso dagli Irriducibili, «gratuita ed immotivata». La società biancoceleste cerca di mediare, ma il tentativo non produce effetti. Intorno alle 18, il direttivo degli Irriducibili comunica al resto della Curva la decisione di annullare lo spettacolo.
«È una questione di rispetto verso noi stessi», questo il senso d'un messaggio che arriva qualche minuto prima la lunga sequenza di scontri fuori dalla Nord. Sono le 18.50 quando partono le prime cariche delle forze dell'ordine: vengono lanciati lacrimogeni per disperdere i tifosi, una molotov incendia una siepe. Scontri. Ripetuti, violenti, con qualche ferito. Non è questo il derby immaginato alla vigilia. Alle 19.30 gli scontri arrivano dentro la Curva: la polizia cerca d'irrompere con l'uso di lacrimogeni, la gente risponde. Sono attimi in cui la rabbia degli ultras biancocelesti trova anche la solidarietà della Sud giallorossa. La situazione rientra dopo pochi minuti. Le forze dell'ordine rientrano nella zona antistante la Nord, la gente riprende posto, mentre i pompieri cercano di cancellare l'effetto dei lacrimogeni. Anche la Curva giallorossa sembra voler assecondare il proposito della controparte: per qualche minuto sembra un derby senza spettacolo. La Nord preferisce la solidarietà, mentre gli Irriducibili preparano un comunicato, cui affidare i motivi della protesta.
La nota degli Irriducibili
Pochi minuti prima della partita arriva il perchè del mancato spettacolo da parte del gruppo cardine della Curva Nord. «Alcuni reparti speciali hanno provveduto ad una retata gratuita ed immotivata nei confronti di ragazzi appartenenti al nostro gruppo e d'altri giovani». Nella nota si parla anche di «livore spropositato perpetrato nei confronti dei ragazzi, protagonisti attivi ed artefici della coreografia realizzata dalla Curva Nord». Gli Irriducibili affidano allo sconcerto rabbioso le note finali del comunicato, in cui parlano si parla di decisione presa per «rispetto della Curva stessa» e per non darla vinta a chi aveva promosso l'azione. Il gruppo cardine della Nord conclude il comunicato con un «se lo spettacolo colora la Curva, la solidarietà la rende grande». Gli Irriducibili sottolineando anche che «per l'amore ed il sacrificio con cui il lavoro è stato svolto, la scenografia sarà presentata in occasione della prossima partita casalinga (Lazio-Brescia, domenica 4 novembre, ndr ). Un epilogo che era stato scongiurato anche dal direttivo dello stesso gruppo: in settimana il direttivo degli Irriducibili aveva infatti lanciato un chiaro appello alla gente. «Non cadiamo nel tranello del sistema, facciamo che questa derby viva all'insegna della sana mentalità ultras, senza incidenti e nel rispetto di Paparelli».
Lo spettacolo mancato
Immensa. Spettacolare. Unica. La Nord sognava un derby così: gli Irriducibili l'avevano disegnato per essere ancora protagonisti. Massimo Disegnello aveva lavorato notte e giorno per confezionare l'ennesimo capolavoro stilistico, vanificato da una giornata ad alta tensione, in cui ha urlato il ricordo di Vincenzo Paparelli. Avevano preparato due coreografie, loro, i ragazzi della Nord. La solidarietà diventa un applauso tangibile quando dalla Sud appare un «la morte non ha colore...in ricordo di De Falchi, Paparelli e di tutti gli altri». Un gesto che tradisce mentalità e valori. L'unico segnale che vale un sorriso: la Nord stavolta non ha voglia neanche di issare striscioni ironici. All'inizio della partita ci sono solo stendardi e quel coro che è ormai diventato vanto d'un popolo intero. «Non mollare mai», con una riedizione tentata dalla Sud e subito smontata dalla Nord. C'è poca voglia di fare tifo, anche se la Ferilli è sempre oggetto designato dei ritornelli della Curva biancoceleste.
Qualche fischio contro i giocatori avversari, l'orgoglio d'esserci alimentato da «Blue is the color» e da «Noi siamo i biancoblù», che nell'hit parade di gradimento della gente occupano un posto di prim'ordine. La Nord si compatta, cerca di colmare il divario numerico (rapporto di 2 a 6) con la voce e la passione. Non capitola, s'aggrappa alla forza di chi crede in una fede che è anche stile di vita. La partita non conta, si canta a prescindere. La Lazio di quest'anno ha scoperto un dodicesimo impagabile. L'ha trascinata alla vittoria contro Atalanta e Psv, cerca di traghettarla verso un risultato che potrebbe cancellare gli stenti d'inizio stagione.

IL TEMPO
Una sera di guerra e pace
di STEFANO MANNUCCI

ROMA - Totti e Nesta non sono neppure arrivati negli spogliatoi, dove la boccetta dell'olio canforato giace ancora sigillata, ma il derby già vive i suoi drammi. Non è in palio lo scudetto, nessuno cita le campagne d'Europa. Piuttosto, a un'ora dalla partita, l'odore dei lacrimogeni sparati in Curva Nord ricorda che questa è una sera di guerra e pace, con gli oltre duecento Paesi collegati via tv ansiosi di vedere immagini diverse da quelle che ci propinano Al Jazeera e Cnn: attorno all'Olimpico si riunisce il mondo che sogna la spensieratezza di prima dell'11 settembre, che ha voglia di celiare su minutaglie di sport e campanile, ma che non può fare a meno di ignorare che, da un mese a questa parte, le cose non sono più come prima.
Così, ed è uno scenario inedito, quando la polizia si inoltra sotto la tana biancoceleste, e dopo il blitz del pomeriggio davanti allo Stadio, nasce spontaneamente un'alleanza più improbabile di quella tra Usa e Iran. Dalla Sud inveiscono contro gli agenti, tolgono dalla pista d'atletica lo scudettone con il numero tre e lasciano esposto solo uno striscione, quello che da dopo Bologna-Roma dello scorso campionato chiede "giustizia per Alessandro", picchiato fin quasi alla tragedia sulle tribune del Dall'Ara. La Repubblica del Tifo accomuna per qualche decina di minuti le due sponde capitoline: è un patto provvisorio, certo, e al fischio d'inizio nemici come prima. Ma è un momento da segnare sul taccuino, 22-anni-meno-un-giorno dalla morte di Paparelli, per quel razzo che non era un Cruise, ma stroncò una vita, sprofondò nel dolore una famiglia, inaugurò la stagione dell'orrore tra gli appassionati di calcio. Oggi che l'umanità è appesa a un filo Roma e Lazio scoprono inattese, sotterranee complicità. Riconfermate anche all'intervallo, quando la Sud propone un "la morte non ha colore, in ricordo di De Falchi, Paparelli e tutti gli altri", accolto dagli applausi dei dirimpettai. Poi, naturalmente, ognuno a pensare ai propri guai.
Ferilleide
Sotto la Sud si formano crocicchi improvvisati, nuclei di inconsolabili, grumi di sbandati. E' in discussione la virtù della Lupa Nutrice, e gli argomenti usati sono Fede, Verità, Coerenza, Sincerità. Tiene banco un tracagnotto con uno zucchetto da fruttivendolo, la voce inevitabilmente roca, le braccia mulinanti nella sera. Gli altri, variamente abbigliati, lo ascoltano con attenzione e annuiscono. «Va perdonata - strilla l'oratore - perché era 'na regazzina, nun ciaveva l'età della raggione, e semmai la dovemo eloggià». Gli astanti lo guardano interrogativi. «Che je conveniva - spiega - atteggiasse a madrina della Roma quanno la Lazzio annava mejo? Ndò sta l'opportunismo?» Uno tutto secco e allampanato prova a contestarlo: «Ennò, cià na macchia sulla coscienza: si je batteva er core pè Signori nun è pulita, dico bbene???» E si gira cercando consensi. Un terzo, uno scheletro infagottato, cerca di rafforzare il concetto: «Magari è pè questo che nun sè spojata der tutto, ar Circo Massimo: pè nisconne er tatuaggio dell'aquila dove nun batte er sole!!!». Risate, applausi, come a esorcizzare una ferita, uno squarcio nel petto che non sarà come quello sulle maglie dei laziali, però fa male. Prova a rimediare, quasi pentito, il solito fruttivendolo. «Vabbè, comunque tiramo avanti. Diciamo che all'epoca Sabrina nun era ancora fidanzata con noi, mica potemo esse gelosi de quello che era prima, no?». Sollevazione popolare: tutti, all'unisono, gli danno addosso: «Perché, si tu moje te confessa che è annata da regazzina cor tuo peggior nemico, tu stai serafico?».
L'altro incassa. «Io capisco se avesse detto: ero della Fiorentina, der Perugia, me spingo fino ar Milan! - martella impietoso un nuovo arrivato - ma la Lazio, la Lazio, dico!!!» Il tracagnotto è distrutto: soffia a mezza voce concetti incomprensibili, fino a un più chiaro «ma lei ciaveva anche ragioni geografiche». E qui, finalmente, il deus ex machina: per dirimere la questione spunta un professorotto con scoppola e burberry, che alza un dito e ottiene silenzio: «E no, cari miei - chiosa forbito - qui non c'entra la geografia, ma la storia. Premesso che per me Fiano è Roma, con questo scherzetto sulla Ferilli i laziali hanno inteso vendicarsi di quello che loro considerano ancora, a duemilaottocento anni di distanza, un torto incancellabile». I nasi dei presenti si protendono verso l'erudito, come a dire: spiega.
«Vedete, cari miei, quando Romolo volle popolare l'Urbe appena fondata, sapete cosa fece? Andò dai Sabini, un popolo neppure troppo sanguinario che abitava nell'hinterland e fece rapire tutte le donne, che così mescolarono il loro sangue a quello romano: un'astuzia politica, se vogliamo, perché in questo modo il re dei Sabini, Tito Tazio, fu costretto a venire a patti con Romolo». Dalla platea si alza un sontuoso «aaahhh» di soddisfazione: non tutti sono certi di aver capito, finché non giunge la sintesi dell'allampanato: «Je avevamo fregato le ragazze, no?». Il professore conferma: «Proprio così. I laziali hanno voluto rifarsi con quello che potremmo definire il Ratto della Sabrina!».
Il caso è risolto, la sventurata è riaccolta nella domus curvarola. La Ferillona è fra gli ultras, mezzo nascosta sotto un cappellino bianco, agita la sciarpa prediletta, dalla Nord la insolentiscono.
Parole e musica
Rinviato giocoforza il derby delle coreografie, restano gli epiteti: il tono è soft, la volgarità è bandita. La Sud manda ai cugini le sue e-mail di stoffa: "Il vostro inno dice la verità, 1000 bandiere fate sventolà, e ve fermate là". Oppure: "Ciao frustrati". E ancora: "E non v'è quartiere che non mandi le sue schiere, che non innalzi le bandiere della Roma tricolore". All'annuncio delle formazioni, tutto lo stadio eleva un hurrah da psicoanalisi per Paolo Negro, l'autogoleador di un anno fa, poi spunta un perfido "sete come le Polo: er buco co' le maje intorno".
Naturalmente, l'incubo dei biancocelesti si materializza, formato maxi, in Curva Sud: e mentre viene srotolato lo stemmone giallorosso, con triplice foro sul richiamo laziale, si alza il canto di "State a rosicà", sulla stessa melodia cara agli avversari: quel "Non mollare mai" composto, anni addietro, (e con altro testo) da Michael Jackson. Scelta curiosa, quella dei biancocelesti: un hit, neppure nuovo, della black music. Proprio loro che sono stati tacciati di razzismo: ma Jackson, in fondo, è un nero sbiancato.
Fantasmi buoni e cattivi
Sul catino dell'Olimpico aleggiano spettri di ogni sorta: quelli laziali ciondolano tra Manchester e Torino. In campo c'è però Stam, con quella sua faccia oltre la legge: non da ladruncolo, piuttosto uno di quei geni in calzamaglia che si fregano il Topkapi senza far suonare l'allarme. Dall'altra parte si contano assenze nobili e meno: nessuno regala un pensiero a Montella, costretto in hangar per chissà quanto. Sic transit gloria mundi. E che dire dei pamperos invisibili, quei Cejas e Cufrè sottratti alle certezze dell'emisfero australe per immalinconirsi in Europa, tra alberghi e tribune? Per il difensore argentino c'è pure la riscrittura beffarda del pseudo-inno vendittiano: "Che c'è? Sognavo Cannavaro e c'ho Cufrè", ironizzavano nei giorni scorsi proprio quelli della Sud. E così si torna all'innocenza perduta, a quel Circo Massimo che sigilla e contiene un'epoca che non c'è più. Pensare a una festa da un milione di persone sembra impossibile, in questo Olimpico che è una delle strutture che il "piano Augustus" assicura di proteggere in caso di attacco terroristico. Qui, in questa serata dove il rombo di un aereo pubblicitario farebbe tremare tutti.
Nella gioia di un due a zero inappellabile, senti sottopelle questa angoscia che al Circo Massimo nessuno avvertiva: sembra un secolo fa, quando Antonello azzardò il playback nel megaconcerto, e si poteva discettare sui litigi tra Sensi e Capello, tra lo stesso Venditti e Totti, e via così. Quella sera, alla festa dello scudetto giallorosso, era presente un tifoso di nome Carlo Giuliani, che poi sarebbe morto negli scontri del G8, a Genova. Per quel summit un tale di nome Osama Bin Laden progettò un attentato aereo. Fu sventato, e tutti tirarono un sospiro di sollievo. Ricominciò il campionato, e presto i romanisti si concentrarono sul debutto in Champions League, previsto per l'11 settembre. Alla vigilia, i giornali titolarono: "Sarà una notte indimenticabile". Accadeva un mondo fa, prima di questo derby di guerra e pace. 



IL MESSAGGERO

«Per una vita migliore
la Roma col tricolore»

di RITA SALA

che Giovanni, lupo diciottenne, ha scelto per la maglietta del giorno, lettere gialle e rosse sfondo blu notte: ne crea una nuova ad ogni partita, figuriamoci per il derby. Sul fronte opposto, avvistata supporter over 60 con aquila di plastica di oltre 500 grammi in cima al cappellino.
Aspettando lo sfarzo e la creatività delle curve, a due ore dal via, il cielo sopra Kabul appare, per contrasto, ancora più orrifico e incombente. Inquina, con diritto, il gusto dell’evento di sport, simbolico, antico, estetico al di là dei miliardi, nel suo tempo circoscritto e fermo che vede in gioco 22 gladiatori a caccia di se stessi. La sera scende in fretta. Domani — pensi — con l’ora legale, se ne andrà l’idea di luce che ha pervaso una troppo lunga estate, il brusio degli spalti si ferma allora per un attimo, e i tifosi si trasformano in folla di fantasmi saccenti. Ci si sente scolari della Classe morta di Tadeusz Kantor. Ma è solo un episodio. Quando entra in pista, su ruote, lo scudetto tricolore gigante che i lupi hanno preparato, facendolo attraversare da una sciarpa giallorossa, e la Sud inalbera lo striscione «Se Lima...gnamo», l’orizzonte colpevolmente si spiana, perde le rughe. Che derby sia.
«Laziale, va pe’ castagne». Il cartello sbuca a un certo punto, retto da anonima mano iconoclasta, nel marasma della Sud. Dall’altra parte, il popolo biancazzurro attende, campione di appena ieri pungolato dal campione di oggi. Che Sabrina Ferilli intervenga (o meno) alla gran cerimonia, non interessa francamente nessuno. Del resto, la madrina della Roma l’ha detto da sé, chiaro e tondo, con la consueta freschezza: «La Roma è la Roma anche senza la Ferilli». Dominante, massiccio, ruggente come un rombo dell’Etna, il «Siamo noi, siamo noi» dei lupi autocelebranti. Ci vorrebbe un pontifex maximus. All’improvviso, rischiarate da bengala, strane marette fanno il vuoto al centro della Nord: fumo, fuggi fuggi. Dio del calcio, tieni lontana dal derby la stupidità, di qualsiasi colore essa sia. I pompieri ghiacciano da par loro i bollenti spiriti con sventagliate di getti d’acqua. «Al di là dei colori — giura uno striscione romantico, dalla Sud — vale ti amo». Esorcismi, a parziale risarcimento dell’inconscia austerità, comunque evidente, che ha innervato i preliminari. E non solo.
«Col bruco giallorosso sei boro fino all’osso»: trovata di parte laziale delle ore 20, un po’ criptica, ma pur sempre in rima. Segue, fulminante: «Totti pallone boro»: fanno male ad inquietarsi i lupi, il capitano ha acquisito sense of humour, si sarebbe divertito anche lui. Replica giallorossa in Monte Mario: «Er tanfo der porcello ve richiama ar paesello». Bucolica. E ancora, in Sud, a caratteri cubitali: «Eccomi». Shakespeariana. Segna e sorregge la presenza della "Sabrina madrina" finalmente giunta, e piazzata, per ribadire la propria fede nel pieno della lava giallorossa. «Siete come le polo, per buco co’ la maglia ’ntorno», perfeziona un creativo a un quarto d’ora dal fischio di inizio. Sfottò vecchia maniera, come auspicava, alla vigilia, il presidente laziale Cragnotti.
Che peccato, a dieci dall’inizio, la notizia-bomba: curva Nord senza fantasmagorie per protesta contro le perquisizioni e l’arresto "patiti", nelle loro sedi, dagli Irriducibili biancocelesti. Il materiale preparato sarà messo in mostra durante Lazio-Brescia. «Ciao, frustrati», innalza, velenosa, la Sud. E gli altri: «Il tricolore non cancella l’odore». Tutto da inserire in un manuale di lirica demenziale metropolitana. Infine, apoteosi giallorossa: inno, colate di bandierine con i colori sociali, lenzuolone oceanico a centro curva, svolto piano piano, con arte, per mostrare staticamente date e simboli dell’orgoglio.
Quanto teatro, allo stadio? Scenograficamente, non è stato un catino di gloria. I tempi non l’avrebbero nemmeno autorizzato. Cuore e voce, quelli sì, hanno ballato sulla scena. Mentre i toreri, nell’arena verde, facevano la loro parte. Il resto è Roma, è Totti, stirpe di drago. 



LA REPUBBLICA
Prima sassi e cariche, poi tifosi giallorossi in piazza Incidenti tra ultrà laziali e forze dell'ordine, mezzi della polizia distrutti, tre arresti. Dopo il 20 della Roma cortei in strada
Derby, dagli scontri alla festa

GIOVANNA VITALE

Scontri e cariche della polizia; coltelli, bottiglie e striscioni sequestrati. Il bilancio del derby, al netto dei gol, conta tre arresti, cinque denunce, un blindato dei carabinieri e una macchina della polizia distrutti. Neppure l'appello congiunto dei capitani di Roma e Lazio ha dunque fermato la furia degli ultrà. È bastato che, un'ora dopo l'apertura dei cancelli, si diffondesse la notizia delle perquisizioni della Digos a casa di alcuni supporter, perché sotto la Nord si scatenasse la bagarre. Sono da poco passate le sei. Una sassaiola parte dagli spalti: l'obiettivo è il cordone di carabinieri che fa da filtro all'interno dello stadio. È il segnale per dare battaglia anche all'esterno: sassi e bottiglie cominciano a piovere sulla polizia che presidia l'ingresso della Curva biancazzurra. È un attacco concentrico, su due fronti. Esplodono i lacrimogeni, le siepi di bosso prendono fuoco. L'asfalto si trasforma in un prato di cocci. Nel fuggifuggi generale qualcuno cade, i motorini vengono travolti, i genitori fanno da scudo ai figli. Le forze dell'ordine caricano.
Torna la calma, ma dura poco. Mezz'ora e la scena si ripete, più violenta di prima. Arrivano i rinforzi, chi è già entrato viene rimandato sulle gradinate, fuori la fila tenta di riorganizzarsi. Ma ormai quella che tutti si auguravano fosse la festa dello sport è irrimediabilmente rovinata. Eppure era iniziata davvero come una festa: i bagarini a vendere i biglietti davanti a pattuglie di vigili preoccupati solo di controllare il traffico, tutt'intorno stuoli di tifosi festanti. Fino alla Curva Nord, all'esplosione della rabbia ultrà, alla reazione delle forze dell'ordine. Reazione subito bollata dagli Irriducibili come «una retata gratuita e immotivata», talmente «provocatoria» da indurli a non presentare più la coreografia preparata apposta per il derby.
Per 90 minuti trionfano i cori. Poi, sotto la Nord, si riaffaccia la guerriglia: tre ragazzi vengono arrestati, mentre i lacrimogeni offuscano la notte dell'Olimpico. Ma per i giallorossi è già festa. Le strade di Roma rimbombano di clacson e caroselli: "Siamo noi, siamo noi, i campioni dell'Italia siamo noi".



Domenica 28 Ottobre 2001, 12:56
 
Salgono gli arresti dopo Roma-Lazio
 
 Salgono a sei gli arresti nel dopo derby di ieri sera all'Olimpico.
Oltre a tre tifosi laziali, coinvolti in una sassaiola contro i carabinieri, i militari dell'Arma hanno arrestato anche altri tre giovani di 25, 35 e 37 anni che nell'area intorno allo stadio hanno danneggiato varie auto, rubando anche alcuni oggetti all'interno.
I tre tifosi laziali sono stati arrestati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Nei disordini durante e dopo la partita, con lanci di sassi e sampietrini, sono stati feriti un maresciallo e quattro carabinieri, con lesioni che vanno dai tre ai cinque giorni di prognosi.
Sono stati danneggiati anche alcuni mezzi dei militari: una Land Rover e due autofurgoni.
 
 


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