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Dragonball, Dragonball Z, Dragonball GT,
Bulma, Vegeta e tutti gli altri personaggi sono proprietà di Akira Toriyama,
Bird Studio e Toei Animation.
Questa fanfiction è stata creata senza fini
di lucro, per il puro piacere di farlo e per quanti vorranno leggerla.
Nessuna violazione del copyright si ritiene,
pertanto, intesa…
UNA FIGLIA DA SALVARE
By Aresian
L’atmosfera sulla Terra era cupa e pesante. Vegeta era
rientrato rapidamente alla Capsule Corporation e aveva messo al corrente la
moglie che in lacrime si era accasciata sul divano. Comprendeva il suo dolore
ma non era il momento di lascirsi andare o di perdere la testa.
“Adesso smettila, Bulma. Piuttosto
vedi di mettere in sesto la navicella con la quale hanno viaggiato Goku, Pan e
Trunks due anni fa. Devo inseguirli finchè riesco a percepire la sua aura o
l’avremo persa per sempre” disse brusco.
Quelle parole ebbero il potere di
squotere la donna. Vegeta aveva ragione. Senza alcun indugio si precipitò nel
Laboratorio e si mise alacremente a sistemare l’astronave. Normalmente
sarebbero occorsi tre giorni per rimettere in funzione la navicella ma Bulma impiegò
solo ventisei ore, sperava non fossero state troppe.
I nostri amici, nel frattempo non
erano rimasti con le mani in mano, avevano evocato Shenlong e in questo modo
Goku era ritornato tra loro.
“Kaharoth. Qualunque cosa volessero
quei quattro potrebbero tornare o arrivarne degli altri. Tu resta sulla Terra e
bada a Bulma e agli altri. Io, Trunks e Gohan li seguiamo” aveva stabilito
Vegeta e non aveva ammesso repliche.
La navicella decollò rapidamente. Ai
comandi si era messo Vegeta in persona. La tensione a bordo era palpabile.
Tutti temevano il peggio ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.
- Sto arrivando piccola. Resisti –
pensò il saiyan turbato.
Il suoi rapitori l’avevano lasciata
dentro a quella gabbia per quasi otto ore. I suoi muscoli erano totalmente
atrofizzati e doloranti. Con un gemito sommesso si rivolse al suo aguzzino.
“Liberami. Mi fa male” disse rabbiosa.
Reigos volse lo sguardo verso la
giovane donna. Ce ne aveva messo di tempo a chiederlo. Aveva più resistenza di
quanto pensasse.
“Potrei anche farlo. Ma ti avverto. Se
tenti di fuggire o di farmi un tiro mancino ti ci rinchiudo alla potenza
massima per il resto del viaggio” le disse duro.
Bra lo avrebbe strozzato. Ma se voleva
mettere fine a quella tortura che la stava logorando da ore doveva essere
accondiscendente.
“D’accordo” disse semplicemente.
Soddisfatto l’uomo premette un
pulsante sul pannello di controllo e il campo magnetico si allentò. Premendo un
altro tasto fece in modo che lo stesso si dilatasse lasciando alla giovane un
raggio di movimento di circa cinque metri.
La giovane lo fissò irritata. Sapeva
che suo padre non si sarebbe arreso tanto facilmente. Era pronta a scommettere
che era già partito al suo inseguimento. Doveva trovare il modo di sopravvivere
fino al suo arrivo e pertanto doveva essere più diplomatica con quel temibile
alieno. Lo osservò meglio. Era diverso dagli altri. Era molto alto e aveva un
fisico asciutto e scattante. Folti capelli biondi sfuggivano all’elmo della sua
armatura e i suoi occhi azzurri erano freddi e penetranti.
“Perché mi avete rapita?” chiese dopo
un po’.
“Taci. Come osi rivolgerci la parola?”
la apostrofò duramente il guerriero dall’armatura blu e fucsia.
“Lascia perdere, Meigres” disse Reigos
tranquillo “Per risponderti, perché me lo hanno ordinato”.
“Chi?” insistè la giovane.
“Lo scoprirai presto” fu la sibillina
risposta che ottenne e la conversazione finì lì.
Circa un paio d’ore dopo Reigos ordinò
a Meigres di portarle del cibo. Per fortuna, il suo stomaco si stava
letteralmente rivoltando per la fame.
Il soldato azzerò il campo magnetico e
le gettò ai piedi un misero piatto con uno strano intruglio verdastro, un
bicchiere d’acqua e una pagnotta.
“Mangia e sta zitta” le disse
perentorio.
Gli occhi della giovane si restrinsero
a due fessure. Volevano farla morire di fame o che?
“Senti un po’” disse irata rivolta a
quello che chiaramente comandava, cioè Reigos “Hai intenzioni di affamarmi. Si
da il caso che questo non basti neanche a scaldarmi lo stomaco”.
Tutto quello che ricevette in risposta
fu un ceffone da parte di Meigres. Si era aspettato di vederla retrocedere
spaventata invece la giovane si era voltata verso di lui come una furia.
“Riprovaci e ti rifaccio i connotati
razza di barbaro che non sei altro”.
Reigos fissò divertito la scena e la
faccia allibita del soldato. Quella ragazzina aveva carattere. Per la seconda
volta, da quando era partito per quella missione, l’uomo si chiese perché il
suo signore Arextes volesse quella femmina. Poteva averne quante ne voleva sia
tra le suddite che tra le schiave, perché allora ordinare che ne venisse rapita
una di un lontano pianeta, tanto lontano d’aver richiesto venti giorni di
viaggio? Si soffermò a pensare alla forza del fratello. Aveva tenuto testa per
diversi minuti ai suoi soldati, non era un guerriero da poco questo era ovvio.
Il suo signore gli aveva imposto di evitare lo scontro con il padre della
ragazza, perché? Si riscosse quando avvertì lo strillo acuto della giovane.
Meigres, che non brillava per essere un gentiluomo, aveva preso la ragazza per
i capelli e l’aveva costretta ad inginocchiarsi davanti al piatto.
“Mangia, schiava o ti batto fino a
farti perdere i sensi” le disse furioso.
“Lasciala stare” fu il freddo comando
di Reigos. Il soldato si volse a guardare il suo comandante e lo sguardo freddo
e determinato dei suoi occhi lo indusse ad obbedire senza indugio.
“Resto io con la prigioniera. Puoi
andare” ordinò ancora e il soldato con un inchino si allontanò.
Bra si stava accarezzando la nuca. Le
doleva terribilmente, quell’incivile aveva cercato di strapparle i capelli di
testa. Improvvisamente vide davanti a se gli schinieri dell’armatura d’argento
del suo rapitore. D’istinto sollevò il viso a guardarlo.
“Non ti conviene provocare i miei
uomini. Sono dei mercenari. Sono abituati a prendere tutto quello che
vogliono…” le disse ironico. Il suo sguardo puntato sul suo seno era eloquente.
La giovane rabbrividì.
“Mangia. Quello è tutto il cibo che
avrai per le prossime dodici ore. Vedi di fartelo bastare” le disse ironico
allontanandosi verso il pannello di comando.
Tirandosi a sedere la giovane prese in
mano il pane e lo strano intruglio e iniziò silenziosamente a mangiare. Non che
fosse un granchè ma era veramente affamata. In meno di un minuto aveva spazzato
tutti il cibo e ripulito letteralmente il piatto.
Volgendo lo sguardo nella sua
direzione l’uomo realizzò che la ragazza non aveva mentito. O quando l’avevano
presa era digiuna da parecchio o aveva un appetito formidabile. Avrebbe
provveduto a farle avere razioni più abbondanti.
Placato un poco il suo stomaco la
giovane si accorse che il guerriero non aveva ripristinato il campo magnetico.
Non era stupida e sapeva perfettamente che non poteva andarsene da nessuna
parte visto che non possedeva il dono del teletrasporto ed erano in mezzo al
cosmo. Con fare guardingo si azzardò a muovere qualche passo nella stanza
notando con sollievo che lui pareva non avere intenzione di imprigionarla di
nuovo.
“Chi siete? Da quale pianeta
provenite?” chiese curiosa la giovane. Quel lato l’aveva ereditato dalla madre
e non solo.
Reigos si volse a guardarla. Era poco
più di una bambina ma si atteggiava a donna con una divertente ingenuità.
“Sono un cavaliere deisiano. La mia
gente vive molto lontano da qui. Tra qualche giorno conoscerai il tuo nuovo
pianeta. Sarà la che passerai il resto dei tuoi giorni” le disse asciutto.
“Fossi in te non ci conterei troppo.
Mio padre mi verrà a cercare e quando mi avrà trovato rimpiangerete quello che
mi state facendo” disse freddamente la giovane.
Era comprensibile nutrire una fiducia
cieca in un genitore ma quello che traspariva da quelle parole era ben di più.
Lei era sicura che suo padre avrebbe vinto. Una spia luminosa si accese sul
pannello di controllo. A quanto pareva la giovane aveva ragione, qualcuno li
stava seguendo. Tipo ostinato quello….
“Non illuderti. Nessuno è in grado di
competere con noi deisiani. La nostra potenza è leggendaria. Siamo il popolo
guerriero più potente della Galassia del Sud. Come potrebbe un misero terrestre
competere con noi?” le disse ironico.
Ma il sorriso beffardo che si dipinse
sul volto della giovane lo disorientò.
“Sarà un bello scontro allora. Mio
padre è il guerriero più potente della Galassia del Nord” disse sprezzante.
Reigos provò un brivido di
aspettativa. E se la giovane avesse detto il vero? Questo avrebbe spiegato
l’avvertimento di Arextes. Ma perché rapire proprio la figlia di un guerriero
così potente? Voleva forse essere una dichiarazione di guerra alla Galassia del
Nord? Ma un “DEIOS” perdeva ogni potere fuori dall’AVVALONE. Ma certo, se
riusciva a trascinarlo fino al suo regno il DEIOS avrebbe potuto ucciderlo
senza difficoltà. Ecco il perché del rapimento.
Senza esitare prese la giovane e la
ritrascinò nella prigione. Poi riattivò il campo magnetico lasciandole comunque
un minimo di spazio vitale.
“Stai buona qui. O mi costringerai a
farti saltare la cena” le disse minaccioso prima di allontanarsi. Doveva fare
rapporto al suo signore e scoprire se i suoi sospetti erano fondati.
Non era trascorso più di un quarto
d’ora quando Meigres e i suoi due compagni entrarono nella stanza.
“Così ha osato ribellarsi” disse
sorpreso quello dai capelli neri e dall’armatura arancione.
“Già. Io credo che abbia bisogno di
una lezione. Voi che ne dite?” disse maligno Meigres avvicinandosi al controllo
del campo magnetico. Come girò la manopola la giovane venne imprigionata in una
morsa terribile. La pressione dell’energia contro il suo corpo era tale che
faceva fatica a respirare. Maledetto bastardo, pensò furiosa. Si divertirono a
vederla soffrire per una decina di minuti che alla giovane parvero
interminabili. Poi quello dai capelli neri eliminò la barriera così che la
giovane cadde pesantemente a terra. I muscoli atrofizzati e doloranti le
impedivano di muoversi.
“Perché l’hai liberata, Atalis?”
chiese Meigres contrariato.
“Semplice, mi è venuta un’idea
migliore. Perché non ce la sbattiamo un po’” disse ironico.
“Questa sì che è un’idea” disse il
terzo soldato avvicinandosi alla giovane. Ancora stordita Bra impiegò qualche
istante a comprendere le loro intenzioni. Improvvisamente le furono addosso e
mentre due la costringevano a sdraiarsi a terra tenendola per i polsi il terzo
le si sdraiava pesantemente addosso.
“Lasciatemi” urlò furiosa e
spaventata.
“E stai zitta. O vuoi che partecipi
alla festa anche Reigos?” le intimò Atalis mettendole una mano sulla bocca soffocando i suoi gemiti di protesta.
“Dai Meigres. Muoviti” lo incitò
l’altro.
Terrorizzata la giovane sentì le mani
del soldato vagare sul suo corpo ed insinuarsi sotto la sua gonna. Panico puro
la travolse e con tutta la forza di cui era capace esplose la propria aura quel
tanto che gli bastò per mordere la mano di Atalis e per lanciare un
agghiaccinte urlo appena avvertì la mano dell’uomo tra le sue gambe. La stanza
prese a vorticarle intorno e credette di essere sul punto di svenire ma
qualcosa attrasse la sua attenzione. Il suo aggressore veniva scaraventato
violentemente contro la parete della navicella mentre le mani che la tenevano
inchiodata al suolo si allontanavano precipitosamente da lei.
“Pezzi di idioti. Che diamine vi è
saltato in testa?” gridò Reigos furibondo.
“Ma, comandante, volevamo solo
divertirci un po’” disse Atalis confuso.
“Provate a rifare una cosa simile e mi
divertirò io a farvi saltare il cervello. Sono stato chiaro? Questa donna
appartiene ad Arextes e non credo che gradirà merce scadente. Mi sono spiegato
bene?”.
Al sentire pronunciare il nome del
loro signore e sovrano i tre impallidirono vistosamente.
“Reigos. Ti prego, non riferirgli
quello che è successo. Ci ucciderà” balbettò terrorizzato Meigres.
“Avreste dovuto penarci prima. Ora
sparite prima che cambi idea e vi ammazzi io stesso. Fuori…”.
Non appena i tre abbandonarono la
stanza, Reigos si voltò verso la giovane. Il suo viso era innondato di lacrime
e la gonna ancora sollevata mostrava le sue cosce liscie e bianche come la
porcellana. Fortunatamente era arrivato in tempo o Arextes avrebbe preteso la
sua testa. Inoltre non gli era mai piaciuto il modo di fare dei suoi compagni.
Prendere una donna con la forza era contro tutti i suoi principi, era un’azione
da codardi. In tre poi era una vigliaccata bella e buona. Preoccupato per il
suo pallore e per il tremore diffuso che la attraversava si avvicinò alla
ragazza. Non appena la sfiorò la giovane si ritrasse impaurita.
“Sta calma. Non ho intenzione di
finire quello che loro avevano cominciato” così dicendo le abbassò
delicatamente la gonna e le tese una mano per aiutarla ad alzarsi in piedi.
Disorientata la giovane fissò il suo volto
impassibile. Se non fosse arrivato lui…. Nuovamente i singhiozzi squassarono il
petto della giovane. Cielo, cosa diavolo doveva fare per farla smettere?, si
domandò il deisiano costernato. Non trovando un modo migliore la prese
delicatamente tra le braccia e prese a carezzarle gentilmente i capelli. Era il
suo rapitore, era colui il quale aveva dato l’ordine di uccidere suo fratello e
presto l’avrebbe consegnata nelle mani del suo sovrano ma in quel momento era
il solo porto sul quale la giovane potesse approdare. Con un gemito strozzato
affondò il viso sul suo petto e restò così a piangere finchè lentamente, con le
lacrime, l’umiliazione e lo spavento non scemarono.
Reigos la lasciò fare e avvertì suo
malgrado pena per quella giovane donna. Per la prima volta in vita sua si
domandò se quello che stavano facendo fosse giusto. Finchè si trattava di
combattere per la salvezza della sua gente, per i deisiani di Arextes, aveva un
senso uccidere. Ma strappare dalla sua famiglia una donna-bambina che nulla aveva
a che vedere con quella guerra fratricida che senso aveva? Arextes aveva negato
di avere mire sulla Galassia del Nord ma oramai in lui si era fatto largo il
tarlo del sospetto. Stava veramente facendo la cosa giusta a portare quella
ragazzina spaventata dritto tra le braccia di un DEIOS dedito alla guerra?
Vegeta aveva lentamente ripreso il
controllo dei suoi nervi. Quando aveva avvertito l’aura della figlia espandersi
a dismisura e poi il panico nel suo silenzioso e accorato appello di aiuto si
era sentito invadere da una sorda rabbia impotente. Si era calmato solo quando
aveva avvertito un ritorno alla normalità nella sua aura. Non osava pensare a
cosa potesse esserle accaduto. Non poteva permetterselo…
- continua -