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Desclaimer: Capitan Tsubasa, Tsubasa,
Wakabayashi, Hiyuga e gli altri personaggi, sono proprietà di Yoichi Takahashi
e della Shueisha Inc. Tokyo e per la versione italiana Edizioni Star Comics.
Questa fanfiction è stata creata senza fini di lucro, per il puro piacere di
farlo e per quanti vorranno leggerla.
Nessuna
violazione del copyright si ritiene, pertanto, intesa….
THE BEST GOALKEEPER
By Aresian
CAPITOLO
5
(L’allenamento
speciale del Kaiser)
Karl e Benji restarono a fissarsi in silenzio. La piccola, che
non comprendeva bene cosa stava succedendo, tirò i pantaloni del tedesco per
attirare la sua attenzione.
“Sai fratellone, lui mi ha salvato da una macchina prima. E’
stato molto coraggioso”.
Karl sbiancò in volto. Mentre Benji registrava mentalmente che,
a quanto pareva, la piccola Maria era niente meno che la sorella minore del
Kaiser.
“Che vuol dire. Come da una macchina?” chiese sgomento, per poi
cercare direttamente la risposta da Price. “Ti spiacerebbe spiegarmi?”.
Benji si strinse nelle spalle. Detestava trovarsi in situazioni
di cui non si sentisse padrone e quella era una di queste.
“Giù in centro. Un’automobilista è passato con il rosso mentre
lei attraversava sulle strisce. Comunque non si è fatta niente” minimizzò
ansioso di andarsene. Qualcosa però, nello sguardo di Schnider lo colpì. I suoi
gelidi occhi azzurri erano divenuti incredibilmente dolci mentre si posavano
sul viso della sorella. Con delicatezza la prese in braccio studiando da vicino
il suo volto, a sincerarsi che stesse effettivamente bene.
“Ti ringrazio, Price. Sono in debito. Qualunque cosa tu abbia
bisogno non hai che da chiederlo” disse poi in tono calmo, voltandosi a
guardarlo. La preoccupazione che trapelava dai suoi occhi scosse Benji. Il
freddo Karl Heinz Schnider provava emozioni allora, come tutti.
“Nessun debito, Schnider. L’avrebbe fatto chiunque” detto questo
se ne andò.
Il giorno seguente, al campo d'allenamento, Karl si comportò come al solito. Tuttavia, al termine della sessione, fece in modo di parlare con Benji a quattrocchi e lontani da orecchie indiscrete.
“Riguardo ieri sera. Guarda che dicevo sul serio” cominciò tranquillamente appoggiandosi alla parete dello spogliatoio.
Benji, seduto su una delle panche alzò lo sguardo.
“Non ti arrenderai finché non ti chiedo qualcosa, vero?” disse ironico.
Schnider abbozzò un sorrisetto prima di aggiungere “Vedo che stai imparando a conoscermi. Allora?”.
“Se proprio insisti c’è una cosa che potresti fare…” si arrese a quel punto il giapponese.
“Sarebbe?”.
“La mia preparazione atletica è un po’ migliorata in quest’ultimo periodo ma tecnicamente sono ancora molto scarso. Quello che so fare è d’eccellenza nel mio paese, ma qui, in Europa è un altro paio di maniche. Dammi qualche allenamento supplementare, i tuoi tiri sono l’ideale per sgrullarmi un po’, e siamo pari. Ci stai?” chiese deciso.
Schnider lo osservò un istante. Avrebbe potuto chiedergli di aiutarlo con la squadra. Di mettere una buona parola per fargli avere il posto di titolare. Invece gli chiedeva un allenamento supplementare. Solo quello. Price era una continua sorpresa. Taciturno, scontroso ed arrogante. Maniacale sino all’inverosimile negli allenamenti. Ma leale e giusto. Tutto sommato erano più simili di quanto pensasse.
“D’accordo. Affare fatto”.
Da quel giorno, il Kaiser allenò il nostro portiere. Allenamenti duri, forse più di quelli che subiva insieme alla squadra. Ma Benjamin non era tipo da lamentarsi…
“Non ci siamo, Price. Continui ad essere troppo lento” disse Schnider in tono freddo e controllato.
Benji si sollevò faticosamente da terra. Era in un bagno di sudore e impolverato dalla testa ai piedi. Non aveva un solo muscolo che non gli dolesse. Istintivamente si portò la mano al viso per asciugare il sudore e notò, in quell’istante, che i guanti erano letteralmente “mangiati” e incrostati di sangue, mentre si intravedeva la pelle escoriata delle mani.
“Non mi dirai che hai paura di qualche graffio?” disse in quel momento la voce glaciale di Karl. Sapeva quanto i suoi tiri “bruciassero” e doveva ammettere che Price non se la cavava poi tanto male. Aveva fatto progressi notevoli da quando era arrivato, qualche settimana prima, ma era ancora al di sotto dello standard richiesto dall’Amburgo per un portiere titolare. Specie se questo portiere parlava…. giapponese. Non era una questione “razziale” semplicemente, l’idea che avevano gli europei dei calciatori nipponici, e asiatici in genere, era pessima.
Benji si rimise in piedi.
“Niente affatto. Dammi solo un minuto. Devo cambiare i guanti” disse pratico il nostro amico, per nulla disposto a cedere.
Karl lo osservò allontanarsi di corsa verso gli spogliatoi, un mezzo sorriso si delineò sulle sue labbra. Forse era solo un “limoncino” come lo chiamavano, spregiativamente, gli altri membri della squadra. Ma in quanto a carattere non era secondo a nessuno.
Venne così il giorno della prima partita ufficiale dell’Amburgo. La prima del campionato cadetto. Come c’era da aspettarsi, Benji era stato relegato alla panchina. Ad essere sinceri, la cosa gli dava parecchio fastidio. Sapeva di essere migliorato ed era convinto di essere in grado di giocare quella dannata partita come se non meglio del quotato titolare, ma tant'è che il numero 13, neanche il dodici solitamente riservato al secondo portiere, faceva mostra di sé sulla sua maglia. Al diavolo, non si sarebbe lasciato smontare da questo.
Al ventesimo del primo tempo l’Amburgo conduceva già 2-0, merito di una doppietta di Shnider. Benji, seduto in panchina, un po’ in disparte rispetto agli altri compagni di squadra, osservava attento l’evolversi della partita. Era l’occasione buona per studiare a fondo gli schemi e gli automatismi dei titolari. Prima o poi sarebbe toccato anche a lui scendere su quel dannato rettangolo di gioco, a far rimangiare ai “teutonici” sbeffeggi e scherzi di cattivo gusto. Come da pronostico, l’Amburgo si aggiudicò l’incontro con uno schiacciante 4-0 finale.
Erano ancora negli spogliatoi quando, Strauss si avvicinò a Benji dicendogli divertito “Sai, Price. Si scommette su quanto resisterai ancora in squadra”.
Benji si girò a guardarlo. Dietro suggerimento di Freddy aveva sempre evitato di rispondere alle provocazioni. Faceva sempre finta di non “cogliere” le allusioni, oppure le ignorava di bella posta, ma il suo carattere era tutt’altro che remissivo e adesso cominciava ad averne, decisamente, abbastanza.
“Ah, sì? Spero per te che tu non abbia scommesso sulla mia dipartita, perché perderai” disse freddamente, adesso basta, si erano divertiti alle sue spalle anche troppo.
“Ma guarda, il “limoncino” ha tirato fuori gli artigli” sorrise sornione il terzino, dandogli una spinta che lo fece andare a sbattere contro l’armadietto alle sue spalle.
“Tornatene a casa, giapponese. Non sappiamo che farcene qui di un moscerino come te” rincarò la dose Kalz (chiedo scusa ma non conosco i nomi degli altri giocatori dell’Amburgo e sono costretta ad … inventare… se qualcuno di voi conosce i nomi della “rosa” della Primavera dell’Amburgo me li faccia sapere… grazie – N.d.a.).
Benji si rimise in piedi e con un gesto lento e studiato si tolse l’inseparabile berretto, gettandolo sulla panca. Poi, prima che potessero prevederlo, scattò contro Kalz, il più vicino, stendendolo con un vigoroso gancio alla mascella. In meno di cinque secondi si scatenò una vera e propria rissa…
Karl uscì dalla doccia, perplesso, che diamine era tutto quel rumore? Legandosi un asciugamano alla vita, si avventurò entrò nello spogliatoio e rimase a fissare esterrefatto i compagni di squadra, pestare a sangue, Price.
“ADESSO BASTA!!!!” tuonò incollerito, battendo un pugno contro la lamiera di un armadietto per attirare l’attenzione. Immediatamente i compagni si voltarono a guardarlo.
“Certo che ci vuole del fegato a battersi nove contro uno” disse poi, gelido. Mentre gli occhi azzurri, freddi come il ghiaccio, passavano in rassegna il campionario d'idioti che componeva la sua squadra. A giudicare dagli occhi pesti, Price doveva aver reso una strenua resistenza, prima di soccombere alla loro superiorità numerica.
“Raccattate la vostra roba e andatevene. Discuteremo domani del vostro comportamento” disse duro, mentre i ragazzi, mugugnando, si apprestavano ad obbedire. Quando lo spogliatoio fu sgombro, si avvicinò a Price che giaceva, esanime, a terra.
“Certo che ti hanno conciato proprio bene” commentò ironico, prima di chinarsi a sollevarlo di peso e infilarlo sotto la doccia…
L’acqua gelida gli sferzò il viso facendolo rinvenire all’istante. Un po’ frastornato fissò gli occhi scuri sul volto di Shnider.
“Sei sempre deciso a rimanere?” chiese semplicemente il tedesco appoggiandosi alla parete. Gli occhi azzurri impassibili, come sempre.
Benji si tirò faticosamente a sedere. Ragazzi era a pezzi. Dannazione, ne aveva prese proprio tante di botte… Per riprendersi del tutto, mise la testa sotto il getto dell’acqua, lasciando che questa lavasse via la frustrazione e l’indolenzimento.
“Se pensano che basti una scazzottata a farmi desistere, si sbagliano di grosso” disse poi freddamente, rimettendosi in piedi.
Karl, incredibilmente sorrise, un sorriso aperto, cordiale.
“Domani alle sette. Hai dei numeri, Price. Vediamo di farli fruttare” disse poi, prima di uscire e lasciarlo solo.
- continua -