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Desclaimer: Capitan Tsubasa, Tsubasa, Wakabayashi, Hiyuga e gli altri personaggi, sono proprietà di Yoichi Takahashi e della Shueisha Inc. Tokyo e per la versione italiana Edizioni Star Comics. Questa fanfiction è stata creata senza fini di lucro, per il puro piacere di farlo e per quanti vorranno leggerla.

Nessuna violazione del copyright si ritiene, pertanto, intesa….

 

 

THE BEST GOALKEEPER

By Aresian

 

 

CAPITOLO 4

(Maria)

 

 

Freddy aveva accolto con un certo stupore il suo successo.

“Dici sul serio? Ma è fantastico, Benji. Adesso però dovrai stringere i denti perché, come sai bene, ti renderanno la vita impossibile, almeno finchè non ti mostrerai pienamente all’altezza, non solo, finchè non metterai a tacere i loro pregiudizi dimostrando sul campo il tuo talento” disse subito con estrema praticità.

“Lo so Freddy. Schnider è stato chiaro in proposito. Ma non mi interessa. Sono abituato a fare a spallate. Non faccio altro da tre anni” disse il ragazzo con un sorriso ironico.

 

Il suo primo giorno con l’Amburgo fu uno di quelli indimenticabili. Il benvenuto dei compagni di squadra lo lasciò, a fine allenamento, stremato e dolorante, disteso lungo la linea di porta. Quello alla quale lo avevano sottoposto non era un allenamento, no, era stata un’agonia. E dire che a volte aveva considerato duri quelli impostigli da Freddy. Impiegò più di mezz’ora prima di essere in grado di alzarsi e, quando lo fece, gli riuscì solo di barcollare stentatamente sino alla doccia.

“Va tutto bene, ragazzo?” chiese la voce impersonale del massaggiatore della squadra.

Benji bofonchiò un “Certo” prima di caricarsi la borsa in spalla e avviarsi mestamente verso l’albergo. Quando Freddy lo vide non fece commenti. Si limitò a scendere al ristorante e a fargli portare la cena in camera.

Alla fine della settimana era giunto alla conclusione che decisamente la sua preparazione atletica faceva schifo. Era l’unico a non reggersi mai in piedi alla fine dell’allenamento. Non importava quanto ci andassero pesante. C’era qualcosa in lui che non andava. Prese così la decisione di operare degli allenamenti supplementari, mirati esclusivamente al suo irrobustimento fisico, e prese a frequentare assiduamente una palestra a qualche isolato di distanza dall’appartamento, che nel frattempo, Freddy aveva abilmente affittato.

Fu durante una di queste “sedute supplementari” che fece la conoscenza di una bambina di circa sette anni (chiedo scusa ma non conosco la reale età della piccola – N.d.a.) dai capelli biondissimi e il visino di porcellana. Una conoscenza che avrebbe dato una svolta al suo rapporto con almeno uno dei compagni di squadra…

 

Erano le 17.30. Con l’immancabile sacca a tracolla, e il capello ben calato in testa, Benji attendeva con impazienza che il semaforo divenisse verde. Era in ritardo e la cosa lo seccava parecchio. Infilando le mani nelle tasche, della tuta da ginnastica, osservò distrattamente il traffico serale, che scorreva rapido sotto i suoi occhi. In quel momento il semaforo divenne verde e, seguendo la folla sul marciapiede, si apprestò ad attraversare la strada, quando qualcosa attirò la sua attenzione. Lo stridio di una frenata lo fece voltare, giusto in tempo per vedere una bambina fissare, paralizzata, i fanali dell’auto che stava per investirla. Non seppe mai come ci riuscì, ma non aveva importanza. Scaraventando a terra la sacca si gettò verso la bambina, prendendola tra le braccia, e piombando a terra a meno di due centimetri dal marciapiede, entrambi incolumi, mentre la macchina si fermava un paio di metri più avanti.

“Accidenti… E’ tutto apposto? State bene?” chiese l’autista scendendo rapidamente dalla vettura.

Rialzando la testa Benji constatò di essere tutto intero e preoccupato volse subito lo sguardo verso la piccola, per incontrare due occhioni azzurri colmi di lacrime e di spavento.

“Stai bene piccola?” chiese ansioso.

Per tutta risposta la bambina iniziò a piangere disperatamente, attaccandosi alla sua maglia come se fosse un’ancora.

“Si stiamo bene” disse ironico, rivolto all’autista “Ma chi diamine le ha dato la patente? Non ha visto che era rosso?” chiese poi rabbioso, incenerendolo con lo sguardo. Il poveretto era bianco come un cencio.

“Mi spiace tanto. Ma non ha dato il segnale di giallo per la svolta a destra e io non l’ho vista” bofonchiò.

Notando che avevano attirato l’attenzione di tutti i presenti, Benji decise di lasciar perdere. Quello che ora lo infastidiva era il pianto dirotto della piccola. Ma dove diavolo si erano cacciati i suoi genitori? Comuque fosse era meglio levarsi dalla strada.

“Su, smettila di piangere adesso. Piuttosto stai bene? Hai male da qualche parte?” chiese rimettendo in piedi la piccola e raccogliendo la sua sacca. La bambina scuotè la testa, tirando ancora su con il naso.

“No. Non ho male” rispose poi semplicemente. Aveva una voce cristallina e graziosa.

Benji diede un’occhiata intorno sperando che qualcuno desse segno di conoscere la piccola, ma piano piano la foslla di curiosi si era diradata e nessuno pareva cercarla. Perfetto, la sua educazione gli impediva di mollarla in mezzo alla strada e del resto, dando l’occhiata all’orologio, erano ormai le 17.45 e la sua ora di palestra era già belle andata a farsi benedire.

“Dove sono i tuoi genitori?” chiese scostandosi da in mezzo la strada e fermandosi sul marciapiede.

“A casa. Io sto tornando dal dopo scuola”.

^Meraviglioso. E adesso che faccio? La saluto e me ne vado come se niente fosse? Sarebbe un’idea^ pensò indeciso. Gli bastò però un’occhiata a quel visino spaesato perché, anche il cuore del freddo e compassato Benjamin Price, si sciogliesse.

“E va bene. Se mi indichi la strada ti porto a casa” disse a quel punto arrendendosi.

Fu gratificato da un sorriso a, bhè trentadue denti non li aveva, diciamo a ventisei. Senza esitazioni la piccola gli prese la mano e lo trascinò, letteralmente lungo il marciapiede. Di tutto il chiacchiericcio che la piccola fece, lungo la strada, non prestò molta attenzione. Solo il nome gli era rimasto impresso, a quanto pareva si chiamava Maria.

“Ecco io abito qui” disse ad un tratto la piccola fermandosi innanzi ad un’elegante villetta dallo stile bavarese.

“Perfetto. Adesso fila dentro e vedi di fare più attenzione quando attraversi la strada” la redarguì deciso.

La piccola annuì sorridendo. A quel punto Benji fece per andarsene, senonchè, proprio in quel momento la porta di casa si aprì e ne uscì un preoccupatissimo Schnider.

“Maria… Ma che diamine hai combinato? Hai tutti i vestiti sporchi” chiese ansioso raggiungendola per poi bloccarsi di botto notando il ragazzo che si stava allontanando.

“Price?!” esclamò sorpreso.

Benji si voltò di scatto fissando altrettanto  spiazzato il volto del proprio Capitano…

 

- continua -