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Dragon Ball, Dragonball
Z, Dragonball GT, Bulma, Vegeta e tutti gli altri personaggi sono proprietà di
Akira Toriyama, Bird Studio e Toei Animation.
Questa fanfiction
è stata creata senza fini di lucro, per il puro piacere di farlo e per quanti
vorranno leggerla.
Nessuna
violazione del copyright si ritiene, pertanto, intesa….
ARRIVA
BRA.
La gravidanza di Bulma era oramai giunta quasi al
termine. Mancavano ancora circa due settimane e la donna non vedeva l’ora di
mettere al mondo quella che già sapevano essere una bambina.
Era estate inoltrata e faceva un
gran caldo e questo la rendeva ancora più spossata ed esausta. Si irritava
facilmente e incominciava a mal sopportare le marachelle del figlio.
“Insomma, Trunks. Quante volte te lo
devo ripetere?” sbottò esasperata verso il bambino. Come al solito, appena
aveva terminato l’allenamento con il padre si era precipitato fuori di casa con
l’amico Goten mollando i vestiti per tutta la stanza. Calzini sul davanzale,
maglietta sul divano e i pantaloncini sul pavimento.
“Ma mamma. Ho fretta?” si giustificò
il ragazzino.
“Torna subito indietro e rimetti
tutto in ordine” gli disse brusca.
“Quando torno” si sentì rispondere.
“Trunks” gli gridò dietro sua madre.
Ma il ragazzino era già arrivato in giardino e sarebbe volato in direzione delle
montagne se la figura austera del padre non gli si fosse parata davanti.
“Papà” disse Trunks sorpreso.
“Rientra immediatamente in casa,
Trunks” fu il secco ordine che ricevette.
“Ma, papà…” tentò di obiettare il
bambino. Ma l’espressione dura del padre gli suggerì di obbedire.
Vegeta entrò in casa con affianco il
recalcitrante figlio e lo condusse nella sala, dove si trovava Bulma.
“Chiedi scusa a tua madre e fila in
camera tua, subito”.
Vedendo l’espressione ferita sul
volto della madre, Trunks si pentì per il modo con il quale le aveva
disobbedito.
“Scusami, mamma” disse serio,
avvicinandosi a lei.
Bulma guardò il suo ometto e con un
sorriso dolce gli disse “Sei una piccola peste, Trunks. Sei scusato, ma cerca
in futuro di non farmi arrabbiare, le sole scuse non bastano sai?”.
Annuendo il bambino si avviò verso
le scale.
“Ti senti bene?” le chiese Vegeta,
non appena furono soli.
“Sì. Va tutto bene. Sono solo molto
stanca. E poi fa così caldo” si lamentò la donna.
Vegeta non soffriva il caldo come la
moglie, il suo fisico saiyan sopportava meglio le escursioni termiche di quello
terrestre.
“Io esco” le disse calmo.
“D’accordo. Rientrerai per cena?”
gli chiese lei tranquilla. Era inutile chiedergli dove andava, tanto sapeva per
esperienza che non le avrebbe risposto, lui era fatto così.
“Sì” le disse prima di uscire dalla
stanza.
Esasperata dal caldo di quella
stanza la donna faticosamente si alzò dalla poltrona. Meglio andare a sdraiarsi
qualche ora sul letto, nella camera avrebbe fatto sicuramente più fresco. Aveva
appena raggiunto la rampa di scale quando avvertì un sordo e violento dolore
all’addome. Oddio, la bambina. Pensò spaventata.
Appena il dolore scemò la donna
chiamò il marito, forse non era ancora uscito di casa.
“Vegeta” gridò con tutto il fiato
che aveva. Ma lui non rispose. Maledizione, se n’era già andato. Tuttavia il
suo gridò aveva attirato l’attenzione di Trunks che era subito accorso.
“Mamma! Ti senti male?” chiese il
piccolo preoccupato.
“Tesoro, presto telefona a casa di
Goten e dì a Goku di venire subito qui. Digli che si tratta del bambino”.
Confuso il piccolo fece come le
aveva detto la madre. Neanche il tempo di riattaccare la cornetta che Goku
piombava in cosa loro, grazie al teletrasporto. Subito si avvicinò a Bulma che
intanto si era lasciata scivolare a terra.
“Bulma, cosa succede?” chiese subito
sollecito.
“La bambina sta nascendo. Potresti
portarmi all’ospedale, per favore?”.
Goku non se lo fece ripetere due
volte. Presa delicatamente in braccio l’amica si apprestò a portarla all’ospedale.
“Vegeta non c’è?” le chiese
indeciso.
“E’ uscito poco fa” riuscì a
rispondere Bulma.
“Trunks. Corri a cercare tuo padre e
digli che sta per nascere la tua sorellina. Venite in ospedale, capito?” disse
Goku al ragazzino.
Trunks annuì prontamente.
“Vado subito”.
Come giunsero al pronto soccorso la
donna venne subito ricoverata in sala travaglio. Goku era agitatissimo, come
quando era nato il suo Gohan. Iniziò a passeggiare su è giù per il corridoio.
Improvvisamente avvertì un certo trambusto. Qualcuno stava chiedendo
informazioni che evidentemente non riusciva ad ottenere e si stava alterando.
Vegeta! Pensò il saiyan andandogli incontro.
“Vegeta. Da questa parte” lo chiamò
facendosi vedere in mezzo alla selva di infermieri che avevano circondato il
fiero saiyan nel tentativo di calmarlo.
Con decisione Vegeta si fece largo,
seguito dal figlio.
“Dov’è?” gli chiese, senza
preamboli. Sul suo viso si leggeva la preoccupazione, per quanto cercasse di
mascherarla.
“L’hanno portata in sala travaglio.
Tranquillo, andrà tutto bene” gli disse incoraggiante, ma Vegeta non lo stava
ascoltando. Si avviò deciso fino alla porta dietro la quale si trovava la
moglie e si appoggiò silenziosamente alla parete. L’attesa sarebbe stata lunga,
lo sapeva.
Trunks, confuso era rimasto in mezzo
al corridoio. Goku gli fece cenno di avvicinarsi.
“Sta tranquillo. La mamma sta bene.”
Gli disse carezzandogli la testa.
Dopo qualche minuto Vegeta parve
uscire dallo stato di torpore in cui era calato e con semplicità disse.
“Kaharoth. Grazie”.
Goku sorrise “Voglio bene a Bulma
come ad una sorella. Era il meno che potessi fare”.
In quel mentre sopraggiunsero anche
Gohan e Videl seguiti a ruota da Goten che voleva stare vicino all’amico del
cuore.
“Come sta andando?” chiese Gohan al
padre.
“Dobbiamo armarci di pazienza ed
aspettare” fu la risposta.
Erano passate sei ore da quando
erano arrivati e non avevano avuto ancora nessuna notizia. Vegeta stava
decisamente spazientendosi.
“Dannazione. Ma quanto ci vuole.
Perché non dicono niente” sbottò contrariato.
“Sono sicuro che sta andando tutto
bene, a volte ci vuole molto tempo. Quando è nato Gohan ci sono volute quasi
dieci ore” gli disse Goku, cercando di rassicurarlo.
Vegeta si sentiva impotente, e la
cosa lo irritava moltissimo. Non avere il controllo della situazione era
qualcosa per lui di inaccettabile.
Due ore dopo un medico uscì dalla
sala. Il volto sudato e stanco.
“Chi di voi è il padre?” chiese
rivolto al gruppo dei nostri amici. Vegeta si allontanò dalla finestra, alla
quale era appoggiato, e gli si avvicinò.
“Sono io” disse deciso.
“Il parto presenta qualche
complicazione. Niente di preoccupante ma la signora comincia ad essere stanca.
Se la sente di entrare con lei e di farle coraggio?” gli chiese il medico.
Vegeta si sentì gelare il sangue
nelle vene. Era abituato al dolore. Sapeva come controllarlo ma vederlo dipinto
sul volto di un’altra persona alla quale teneva moltissimo sarebbe stata una
dura prova. Volse lo sguardo verso gli amici che erano tutti lì per Bulma e per
la loro bambina. Bulma, la sua donna, aveva bisogno di lui e dannazione questa
volta non sarebbe scappato come aveva fatto dodici anni prima.
“Si sposti” disse deciso avviandosi
verso la porta.
“Aspetti. Non può entrare così, deve
indossare un camice sterile”.
Vegeta accetto anche quella che gli
sembrava un’assurda mascherata e entrò nella stanza dove sua moglie lottava per
dare alla luce la loro bambina.
La prima cosa che udì entrando fu il
sommesso lamento della donna.
“Coraggio, signora. Sta andando
benissimo. Ancora un piccolo sforzo” la incoraggiava un’infermiera.
Vegeta le si avvicinò
silenziosamente e senza dirle niente strinse la sua mano tra le proprie e la
guardò negli occhi. Con quella mascherina e l’abito verde avrebbe stentato a
riconoscerlo ma i suoi occhi, quelli li avrebbe riconosciuti tra mille.
“Vegeta” bisbigliò sorpresa.
Lui non le disse niente ma accentuò
la stretta.
Bulma pur se esausta e dolorante
riuscì a sorridergli. Ora ne era certa. Sarebbe andato tutto bene, Vegeta era
con lei.
Erano passate dodici ore da quando
era iniziato il travaglio quando finalmente il medico raggiunse i nostri amici
nella sala d’attesa.
“Signori. E’ andato tutto bene. E’
nata una splendida bambina”.
“Ho una sorellina” esultò felice
Trunks.
“E ci dica. Stanno bene tutte e
due?” chiese Videl ansiosa.
“Certamente. Ora la piccola verrà
portata nella nursery, mentre tra un’oretta la madre verrà portata in camera.
Andate pure a casa a dormire un po’. Potrete venire a trovarle domani”.
“Faremo come ha detto. Scusi. Potrebbe
dire a Vegeta di non preoccuparsi per suo figlio. Lo porta a casa con me” gli
disse Goku.
“Certamente”.
Erano le quattro del mattino quando
Bulma si svegliò. Confusa si guardò intorno. Nella penombra distingueva le
apparecchiature tipiche di un ospedale e la flebo che aveva al braccio.
Un’ombra scura era appoggiata alla parete opposta al letto.
“Vegeta?” chiese perplessa.
“Non dormi?” disse l’ombra.
“La bambina sta bene?” chiese lei di
rimando.
Avvicinandosi al letto Vegeta le
disse “Sta benissimo. Non dimenticare che è una saiyan, come suo padre”.
Bulma lo guardò in viso, aveva
l’aria stanca anche lui.
“Dov’è Trunks?”.
“Non preoccuparti è a casa di
Kaharoth”.
La donna annuì. Stava per richiudere
gli occhi quando lui aggiunse lentamente.
“Sono orgoglioso di te. Sei stata
fantastica”.
Lacrime di gioia imperlarono le
sopracciglia della donna.
“Ti amo, Vegeta” bisbigliò.
Lui le posò un lieve bacio sulle
labbra.
“Anch’io”.
Quattro giorni dopo la famiglia
Vegeta al completo usciva dall’ospedale diretta a casa. Qui li aspettavano
tutti gli amici per congratularsi con la coppia. La piccola era il ritratto
della madre. Lo stesso ovale e gli stessi occhi. Trunks aveva occhi solo per la
sorellina.
“E’ una bambina bellissima” disse
Chichi all’amica.
“E’ vero. Adoro la mia piccola Bra”
disse Bulma riprendendo in braccio il fagottino.
“E Vegeta?” le chiese sorniona
l’amica.
Bulma pensò a quando gliela aveva
data in braccio. Le aveva fatto una tenerezza infinita, era rimasto lì impalato
con la piccola tra la forti braccia con uno sguardo confuso e sperduto, come
quello di un bambino. Quando Trunks lo aveva visto lo aveva guardato sorpreso.
Vegeta aveva capito che lui si era sentito trattato in modo diverso così,
ridata la figlia alla moglie aveva avvicinato il ragazzino e lo aveva stretto
rudemente a se bisbigliandogli “Ma non prenderci l’abitudine”.
Bulma guardò Chichi negli occhi e le
disse semplicemente “Lo adoro” e l’amica capì.
- FINE -
By Aresian
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