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MONDIALISMO & ANTIMPERIALISMO
Il movimento esperantista al tempo della globalizzazione e dell’impero
Per comprendere la funzione di un movimento, non basta conoscerne il programma, occorre anche sapere in quali condizioni di spazio e di tempo esso opera. Nel caso del movimento esperantista lo è abbastanza, per ciò che concerne il programma. Il suo obiettivo è chiaro: la diffusione della lingua esperanto. Per la ragione che essa potrebbe svolgere molto bene, per le sue caratteristiche, la funzione di lingua ausiliaria internazionale, con alcuni innegabili vantaggi: 1) di non recare pregiudizio per nessuno; 2) di potersi applicare al mondo intero, senza che nessuna parte sia favorita, o sfavorita, rispetto alle altre.
Quanto al tempo e al luogo, l’attività del movimento esperantista si è dispiegata un po’ dovunque nel mondo, per tutto il secolo XX. Ma continua ancora oggi, nel XXI.
Riguardo al presente, in particolare, occorre segnalare alcune circostanze che conferiscono al nostro tempo un carattere tutt’affatto speciale. In primo luogo, la situazione che s’è venuta a creare negli ultimi decenni del Novecento e che viene designata col nome di globalizzazione (o mondializzazione ).
Aggiungiamo che la cosa assume un rilievo ancora maggiore, se si tien conto di un fattore che contribuisce in misura determinante a definire la natura di tale globalizzazione. Il riferimento è allo stato di cose seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il fatto che, in conseguenza di ciò, gli Stati Uniti siano rimasti la sola superpotenza mondiale, ha dato luogo a una situazione geopolitica tale per cui sempre più spesso, ormai, parlando degli Usa si fa riferimento a qualcosa che sta diventando d’uso corrente designare col nome di "impero".
Quando infatti avviene che un solo paese si attribuisca il compito, inteso come diritto-dovere, di assicurare con ogni mezzo quello che ritiene dover essere l’ordine mondiale, principalmente in funzione, è da supporre, dei propri interessi planetari, allora possiamo dire di essere, in effetti, in una situazione di tipo imperiale.
La novità di questi anni è appunto che gli Stati Uniti cominciano a venir considerati una potenza non più soltanto egemone, ma imperiale: il solo paese al mondo che possa esser tentato di esercitare un ruolo simile. Con tutto ciò che tale status comporta, per gli Usa e per il resto del mondo. Ma un’egemonia che assuma caratteri propri dell’imperialismo - programma di opporsi alle ricadute linguistiche di una politica imperial-egemonica. In particolare, quando i suoi effetti siano quelli di una progressiva erosione dello spazio delle altre lingue a vantaggio di una sola. Col risultato di una perfetta simmetria fra una superpoptenza e una "superlingua". Diciamo pure una "lingua imperiale" (come lo fu il latino per l’Impero romano).
Quali che siano le ragioni della preminenza dell’inglese, riteniamo che non si possa non considerare, in primo luogo, quella del suo collegamento con l’ "universo imperiale", di cui è lo scontato organo d’espressione. Di ciò è importante già solo il fatto d’esserne consapevoli. Poi, si pone la domanda riguardo a come contrastare un processo altrimenti avviato ad imporsi su tutta la linea.
E qui è opportuno distinguere due ordini di ragioni. L’uno, di segno negativo, è quello che s’è detto del contrasto. E’ di tutta evidenza, nondimeno, che a questo riguardo l’opinione più diffusa è, all’opposto, che non di contenimento si dovrebbe parlare, ma bensì di come agevolare a tutti i livelli la diffusione dell’inglese, a preferenza di ogni altra lingua. Opinione sorretta dalla convinzione dei vantaggi connessi alla conoscenza dell’inglese e dalla sottovalutazione, o addirittura ignoranza, dei danni conseguenti al detrimento e declino delle altre lingue. Per non parlare della non percezione dell’assoluto privilegio derivante all’impero dall’universale diffusione della sua lingua.
Ma v’è un altro ordine di ragioni, di segno positivo. Esse si collegano all’altro grande tema, accanto a quello dell’impero americano: il tema della globalizzazione. Sono due questioni che s’intrecciano assieme, in quanto l’impero mira per sua natura a identificare i propri confini con quelli della globalizzazione. La quale, tuttavia, avanza lo stesso, per forza propria. La globalizzazione infatti, con o senza l’America, è ormai il nostro destino.
Chiediamoci, allora, quale lingua potrebbe legittimamente svolgere la funzione di strumento di comunicazione per un’umanità "globalizzata". Forse la lingua dell’impero? Il risultato sarebbe un decisivo impulso all’estensione all’intero pianeta del raggio d’azione di quello e dunque alla perfetta coincidenza dei termini dell’impero con quelli della globalizzazione.
Un’alternativa, non imperiale ma democratica, potrebbe essere una lingua il cui compito fosse soltanto quello di essere al servizio di uomini e donne che in tutto il mondo sentono il bisogno, il diritto, il gusto di comunicare fra loro. E’ appunto la prospettiva indicata dal movimento esperantista
(Documento dell’Associazione esperantista fiorentina, marzo 2003)