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Comunicazione
e mediazione comunicativa

di Contardo Telaretti



Tra i grandi fenomeni che contrassegnano la seconda metà e in specie gli ultimi decenni del secolo XX vi è il grandioso sviluppo della comunicazione. Esso è legato a vari fattori - di natura politica, economica, scientifica, tecnologica - che si tengono assieme concorrendo a definire i caratteri di un'epoca nuova, la quale coincide temporalmente col passaggio di secolo e di millennio.
Di fronte al nuovo che irrompe, l'umanità si attrezza avvalendosi degli strumenti e delle risorse a sua disposizione. Possiamo tuttavia dare per scontato che, nel suo modo di agire e reagire, interessi particolari giochino un ruolo non secondario, e in misura proporzionata all'ordine di grandezza delle parti di cui sono rappresentativi.
Quando si dice umanità, non s'intende già, chiaramente, un soggetto unico, bensì una pluralità di soggetti, legati fra loro da rapporti diversi: di solidarietà, rivalità, conflittualità.
Quale sia la reale situazione del mondo, sfugge al comune osservatore. La realtà globale è estremamente complessa e i più raffinati strumenti di indagine non riescono se non in piccola parte a decifrarne il senso.
In ogni caso, qualunque operazione in tale direzione è sempre un atto conoscitivo e dunque anche un fatto comunicativo.
Quello della comunicazione è il terreno in cui continuamente dobbiamo misurarci. Nella grande maggioranza dei casi, purtroppo, come soggetti passivi, semplici recettori. A tale condizione non è facile e forse è addirittura impossibile sottrarsi. Le ragioni sono evidenti. Fra le tante, una ve n'è che ha un peso particolare, in un sistema di comunicazione che tende ad essere globale. Ci riferiamo alla lingua.

La comunicazione è tante cose: passaggio di conoscenze, di saperi, modi di pensare, sensibilità, credenze, fedi, sentimenti, valori...
Tutto questo movimento, che costituisce la più preziosa peculiarità degli umani, si compie attraverso lo strumento della lingua, che è il veicolo mediante il quale tutte le cose dette dianzi possono "passare". Anzi, spesso è con esse così intimamente legata che il termine strumento appare inappropriato a definirne la natura.
Le lingue, lo sappiamo, sono organismi vivi, delicati, mobilissimi, aderenti ad ogni piega delle società di cui sono espressione. Esse, però, per quanto resistenti, possono anche deperire ed estinguersi. Il loro declino e la loro fine sono probabilmente legati al destino delle società in quanto realtà dotate di identità propria. I due fenomeni, possiamo pensare, sono intrecciati fra loro, essendo l'uno ad un tempo causa ed effetto dell'altro.

Se consideriamo la comunicazione con riguardo non già a ciò che è oggetto di scambio, ma allo strumento dello scambio, ossia alla lingua, vediamo che essa, la comunicazione, non è solo movimento di qualcosa, ma anche passaggio da una lingua ad un'altra.
Ciò avviene oggi con maggior frequenza che in passato, per effetto della caduta progressiva di barriere che tenevano parti di umanità confinate in mondi fra loro meno permeabili di quel che non siano al presente. Per questo possiamo dire che la comunicazione è spesso, sempre più spesso, movimento da una lingua ad un'altra.
Se poniamo attenzione a questo aspetto della comunicazione, rileviamo che il caso più comune è oggi quello del passaggio dall'inglese alle altre lingue.
A cosa sia dovuta tale situazione è molto chiaro. La spiegazione sta nel fatto che gli Stati Uniti sono il punto di riferimento per quasi tutto ciò che avviene nel mondo. E questo, si può dire, a partire dalla conclusione del secondo conflitto mondiale fino ai nostri giorni. Al punto che ormai si parla degli Stati Uniti come dell'unica superpotenza mondiale e di un mondo divenuto unipolare, dopo il crollo dell'Unione Sovietica.

Noi, in Europa come nel resto del mondo, non possiamo che registrare la vittoria riportata dagli Stati Uniti, in particolare nella sfida planetaria contro il blocco comunista. E' stata, bisogna dire, al di là di ogni altra specificazione di tipo ideologico, la vittoria del capitalismo. Ma già solo questo significa tante cose: in sintesi, l'affermazione di un sistema che dall'economia si irradia in ogni direzione e si estende dal centro - gli Stati Uniti - alla più lontana periferia.
Vediamo anche una sempre più scoperta tendenza a considerare obsoleto tutto ciò che resiste a quello che si ritiene essere, oggi, il moto della Storia. Che poi sarebbe, in sostanza, l'applicazione su scala mondiale del modello americano.
Questa è la realtà. La domanda è se e fino a che punto sia giusto che il resto del mondo si conformi a quel modello.
Potrebbe allora avere un senso distinguere il diverso grado di realtà, per così dire, di ciò che accade. Nel senso cioè che non tutto, probabilmente, è "reale" allo stesso modo. Dovremmo forse mettere sullo stesso piano l'alta tecnologia e i costumi alimentari, Internet e i cibi transgenici, il sistema democratico e le mode d'ogni genere che caratterizzano, come qualunque altra, la società americana?

Tornando alla comunicazione e al ruolo e al destino delle lingue, prendiamo atto che alla dimensione di protagonista mondiale degli Stati Uniti, nella attuale fase storica, si accompagna di conseguenza un peso proporzionato anche nella comunicazione.
E' nell'ordine delle cose che il maggior flusso di informazioni vada nella direzione centro-periferia. Come pure è "normale" che la lingua con cui veicolarle sia, al presente, l'inglese.
E' in questa lingua che viene prodotta la maggior mole di materiale comunicativo funzionale al sistema globale. Il fatto che esso sia anche diffuso nella medesima forma linguistica appare dunque del tutto giustificato. Un certo prodotto nasce in inglese, viene "confezionato" in inglese e in tale veste è esportato in tutto il mondo. Quando il centro di produzione dovesse spostarsi altrove, un'altra lingua prenderebbe il posto di quella.

Nella situazione appena descritta sembrerebbe operare una logica inoppugnabile. Ma forse è solo apparente.
Se riflettiamo a ciò che avviene nel passaggio di un contenuto comunicativo C da una fonte F a un ricevente R - nel caso in cui F ed R non facciano uso della medesima lingua -, constatiamo che assai difficilmente riesce a passare tutto: qualcosa sempre si perde per via, nella traduzione. A meno che C non sia rigorosamente codificato, come accade in alcune materie settoriali e specialistiche. Ma è chiaro che non può essere limitata a questo la comunicazione.
La difficoltà potrebbe essere aggirata inserendo tra F ed R un terzo elemento M , noto ad entrambi, per il quale far passare C. M sarebbe una terza lingua, avente la specifica funzione di "mediare", cioè far da ponte, da by pass tra i due termini della relazione comunicativa.
Qualcuno potrebbe obiettare che il risultato sarebbe, in tal caso, una doppia perdita, nei due passaggi da F a M e da M ad R. Ma l'obiezione non sembra reggere, se si tien conto del fatto che la lingua mediatrice M sarebbe nota tanto ad F quanto ad R in misura tale da garantire una comunicazione praticamente senza residui apprezzabili. In più, la presenza di M, ponendo i termini della relazione su un piano di parità, renderebbe loro per ciò stesso possibile lo scambio dei ruoli.
La procedura illustrata è quella in cui, nel rapporto comunicativo, al passaggio diretto da una lingua ad un'altra si sostituisce quello indiretto, ovvero un rapporto che si giova di una terza lingua in funzione di "elemento medio" o "ponte" tra i due termini del rapporto medesimo.
Dei vantaggi connessi alla mediazione comunicativa è già stato detto. Si può aggiungere che, mentre nella relazione F-R (dove F stia per inglese ), il movimento è sostanzialmente nella sola direzione da F verso R, in una relazione F-M-R sarebbe nelle due direzioni, da F ad R e da R ad F.

Quali dovrebbero essere i requisiti di una lingua di mediazione discende dalla natura stessa del suo ufficio, che sarebbe quello di assicurare che nel trasferimento da una lingua ad un'altra si perda il meno possibile di ciò che è oggetto della comunicazione.
La prerogativa sua principale dovrebbe essere il massimo di chiarezza e di non ambiguità.
La necessità di soddisfare tale esigenza - sulla cui importanza non mette nemmen conto di spendere parole - esclude che quel compito possa essere svolto da una lingua priva di regole certe relativamente a tutti gli aspetti del suo funzionamento: dalla fonetica alla grammatica, come pure alla stessa formazione del lessico.
Tale requisito sarebbe fondamentale e in un certo senso anche unico, gli altri derivando di conseguenza da quello. Giacché una lingua di questo tipo non potrebbe non caratterizzarsi anche per una maggiore semplicità e facilità di apprendimento rispetto a tutte le altre.
E' chiaro che qui si sta parlando di una lingua non esistente "in natura", e che nemmeno potrebbe esserlo, in ragione della sua particolare specificità. Non impossibile, tuttavia. Anzi, oseremmo dire che è imposta proprio dall'attuale stadio di sviluppo dell'umanità.
Non è infatti pensabile, a ben riflettere, che tutto il resto del mondo sia obbligato a pagare una sorta di "pedaggio", in quello che è oggi il campo in maggior espansione, la comunicazione, a una sola parte: un Paese, o anche un club di Paesi.
Se nell'attuale congiuntura storica è incontestabile il primato di quella parte, nella produzione di "comunicazione utile" (s'intende funzionale al sistema globale), soprattutto perché legato anche a un primato materiale e strutturale, dovrebbe però almeno esserci la garanzia di un'efficace mediazione linguistica, che assicuri a tutti - schematizzando, a produttori e consumatori - le condizioni per il massimo possibile di trasparenza interpretativa.

Da quanto fin qui detto dovrebbe risultar chiaro che, in assenza di mediazione, non ci può essere, sul terreno della comunicazione, che un rapporto sbilanciato e - perché no? - iniquo: di egemonia (discutibile) da parte di privilegiati - signori anche della parola - su tutti gli altri.
Non si vuol dire, con questo, che la mediazione in questione abbia il potere di cancellare la disuguaglianza, diciamo primaria o sostanziale, legata alla diversa distribuzione delle risorse e della ricchezza, ma che almeno possa alleviarla - questo sì - riducendo al minimo quella derivata o aggiuntiva, connessa all'impossibilità di misurarsi ad "armi pari" - lingue pari - nel "mercato" mondiale della comunicazione.
Ma conviene tornare sul concetto di lingua di mediazione, come si è venuto delineando nel discorso precedente. Intanto per precisare che, dicendo che quella lingua non esiste in natura, non si è inteso dire, implicitamente, che le lingue che noi tutti parliamo siano "naturali": esse sono semmai dei prodotti storici, culturali, con tutto quello che di arbitrario e di artificioso ciò può significare, anche se ammantato di spontaneità.
Quella lingua, però, non sarebbe neppure questo: sarebbe qualcosa di meno, ma anche qualcosa di più.
Non avrebbe l'apparente naturalità e la dignità delle cose profondamente radicate nella tradizione, ma avrebbe l'efficienza, la funzionalità delle invenzioni dell'ingegno umano: come il treno, come l'aeroplano, come il computer... La sua adeguatezza allo scopo sarebbe provata dalla capacità di rendere possibile, per suo tramite, la conversione col massimo di approssimazione da una lingua a un'altra; sia pure a condizione che non siano in gioco qualità espressive o poetiche, che sono per loro natura refrattarie a lasciarsi trasferire da quella d'origine ad altra forma linguistica. Ma la poesia o la letteratura non sono tra le cose di "prima necessità" nel mercato mondiale della comunicazione, che invece, con la globalizzazione, è sempre più gremito di nuove cose di vera (o apparente) necessità.

Conviene anche, prima di chiudere, prevenire una probabile obiezione. E cioè che una lingua così efficiente potrebbe finire col soppiantare tutte le altre.
L'obiezione è seria. Quante cose, in natura, sono state poco alla volta e sempre più rimpiazzate dalle macchine. Con le lingue non potrebbe accadere qualcosa di simile?
A tale preoccupazione, forse plausibile, se ne può però contrapporre un'altra: che ne sarà delle lingue se una di esse, più forte delle altre, prenderà il sopravvento su tutte?
Accetteremmo una simile prospettiva come imposta da una "legge di natura"? E questo, proprio quando tali leggi vengono sempre più spesso trasgredite e rese inoperanti - anche in campi in cui sembravano sacre e intangibili - per il crescente potere della scienza e della tecnologia?
Tutt'al contrario, dovremmo dire che quello della comunicazione e della lingua sarebbe uno dei pochi campi residui di applicazione di una legge "di natura", nel senso di una rigorosa e deterministica "selezione naturale".
E questo con molte ricadute, non tutte positive; anzi, in molti casi, certamente negative.
Ciò che possiamo dire di sicuro è:
1) che le lingue deperiscono e muoiono per mancanza di alimento; e
2) che anche alle lingue, come a tutto ciò che è vivo, la morte si può procurarla.


Firenze, marzo 2000


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