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D:
Buongiorno. Sono una ragazza che frequenta l'ultimo anno del Liceo.Dal momento che all'esame di maturità avevo intenzione di portare l'argomento della "Peste nei secoli" volevo domandarvi se potevate darmi alcuni informazioni sul piano medico a proposito di questo bacillo.
la ringrazio dell'ascolto.
Cristina
R:
cara Cristina,
La peste, a nostro avviso, è un'ottima scelta da portare alla maturità e senz'altro ne otterrà degli ottimi giudizi dal corpo docenti. Inoltre se affrontato seriamente è un tema molto vasto e ricco di sviluppi interessantissimi. Quindi incominciamo.
Il batterio responsabile della peste è lo Yersinia Pestis scoperto da Alessandro Yersin nel 1894 durante l'edpidemia di Honh Kong, mentre quasi contemporaneamente, anche il giapponese Shibasaburo Kitasato realizzava la stessa scoperta. Ci furono lunghe polemiche sulla paternità di tale scoperta ma alla fine il merito venne dato allo svizzero Yersin.
Yersin ebbe sì il merito di aver scoperto l'agente eziologico responsabile della peste ma non la causa che ne determinava la diffusione, infatti il vettore di tale batterio era la pulce, e più precisamente la Xenopsilla Cheopis (più marginalmente invece la Ceratopsylla Fasciatus); questa scoperta la fece lo studioso francese L.P. Simond il 2 giugno del 1896.
La ricerca proseguì onde identificare quante e quali pulci erano in grado di trasmettere la peste all'uomo: ufficialmente fu proprio la Xenopsilla Cheopis ad essere indicata come maggiore responsabile del contagio e la Commissione inglese per la peste in India (alla quale va il merito degli studi sulle "pulci libere", ovvero quelle che più facilmente attaccano l'uomo) scoprì che la Xenopsilla era in grado di pungere sia l'uomo che il ratto.
I maggiori responsabili del trasporto delle pulci, e quindi dell'infezione, sono i ratti; il rattus norvegicus, conosciuto volgarmente col nome di ratto grigio o topo di fogna è un eccellente vettore per le pulci dal momento che effettua lunghe migrazioni ed è molto resistente agli agenti esterni. Nel passato chi dettava legge era invece il rattus rattus o topo nero, molto casalingo e poco incline agli spostamenti. Egli abitava prevalentemente le case, i mulini e le fattorie in genere, non temeva più di tanto l'uomo, ed è per questo che la sua presenza in molte abitazioni determinava la rapida diffusione del contagio.
Dal punto di vista fisiologico le Xenopsilla, meglio note come pulci indiane, arrivavano nelle città quasi sempre tramite bastimenti carichi di lane e tessuti ed anche topi infetti. Poteva anche accadere che l'epidemia non scoppiava e ciò era determinato dal tasso di umidità e calore presente nell'atmosfera.
Infatti la pulce indiana per sopravvivere ha bisogno di una temperatura che va dai 15 ai 25°C ed un tasso di umidità del 70-80%; il suo ciclo riproduttivo è qualcosa di impressionante.
Le uova della pulce si schiudono solitamente dai 6 ai 12 giorni dalla loro deposizione, ne fuoriesce una larva dal sorprendente appetito: divora ogni sorta di rifiuto organico per qualche giorno dopo di che fila un bozzolo che la ospita fino al termine della metamorfosi che avviene dopo qualche settimana, quindi è pronta per saltare da un animale all'altro, non ultimo l'uomo. Si presenta con forma appiattita, lunghezza pari a circa tre millimetri ed antenne corte; ha zampe lunghe e forti che le consentono di effettuare salti anche fino ad una trentina di centimetri. La pulce si nutre succhiando esclusivamente il sangue ossigenato delle creature viventi; quando l'ospite muore di peste, il sangue si ferma nelle arterie ed inizia a decomporsi, quindi l'insetto deve trovarsi qualche altro soggetto da cui prelevare il "cibo". Quando una pulce Xenopsilla cheopis sana punge un animale infetto e ne succhia il sangue, all'interno del suo corpo i bacilli trovano un terreno di coltura molto fertile e si riproducono sino ad otturare il preventricolo dell'insetto ostacolandogli la deglutizione e rendendola quindi molto affamata; a questo punto la pulce diventa una portatrice di bacilli che, ad ogni morsicatura rigurgita i bacilli pestosi nella sua vittima.
L'infezione può essere trasmessa anche per mezzo degli escrementi della pulce penetrati nei fori delle morsicature, ma si tratta di possibilità più che rare.
Una pulce sana vive mediamente più di cinquecento giorni mentre se fosse infetta, ma in un ambiente a lei favorevole, potrebbe sopravvivere oltre cinquanta giorni, anche senza mangiare. La stagione invernale è il periodo del letargo per questi insetti, che poi riprendono la loro normale attività con l'inizio della primavera. Ovviamente se la vittima della pulce è sana e la pulce non è infetta, entrambe le creature vivono; ed a questo punto ci si domanda: ma da dove viene il bacillo della peste? Questa è una risposta che nessuno potrà mai dare con certezza perché lo Yersinia pestis è un agente che affonda le sue origini nella notte dei tempi; potrebbe avere benissimo milioni di anni, risalire all'epoca dei dinosauri od anche prima ma nessuno lo ha ancora scoperto e probabilmente rimarrà sempre un mistero.
Si deve tener presente che un soggetto sospetto in cui siano stati riscontrati alcuni sintomi della, peste non è necessariamente stato infettato da questo bacillo ma da qualche virus od agente diverso. Per stilare una diagnosi si eseguono esami batteriologici di laboratorio sul materiale prelevato dai bubboni o dall'escreato oppure mediante emocoltura. Tali esami si dividono in "presuntivi" e "specifici": i primi si basano su osservazioni di microrganismi trattati con la colorazione di Gram o di Giemsa o di Wayson, i secondi adottano test di immunofluorescenza con antisieri specifici, prove basate su materiale biologico insemenzato in terreni appropriati quali agar, sangue, brodo peptonato mantenuto a 28°C per 48 ore, oppure il test ELISA che consente di rilevare antigeni di Yersinia pestis anche nei campioni di tessuto, vengono anche usate sonde a DNA oppure emoagglutinazione indiretta e fissazione del complemento, però quest'ultimo test offre risultati tardivi per cui si cerca di non utilizzarlo.
Veniamo quindi alle tre forme sotto cui si manifesta l'infezione pestosa:
- Occorrono innanzitutto almeno 24 ore dalla comparsa dei primi sintomi per determinare da quale forma di peste è stato colpito il paziente, mentre l'incubazione è stata ufficialmente fissata in sei giorni dall'inoculazione del bacillo -
1) Peste bubbonica:
La peste bubbonica è la più comune ed universalmente conosciuta; il sintomo classico di tale forma è il bubbone, ovvero una tumefazione delle linfoghiandole localizzata spesso nel punto di inoculazione ed avente forma prevalentemente circolare-ovoidale di dimensioni variabili, dal volume di un cece ad un uovo di gallina ma anche maggiori in taluni casi; molti medici testimoni di alcune pestilenze affermarono di aver visto persone andare praticamente in putrefazione da vive a causa di bubboni tanto estesi da ricoprire ampie parti del corpo. Il bubbone è solitamente presente nella zona inguino-crurale od ascellare, nella zona cervicale o nella faringe, ma non sono stati infrequenti i casi in cui tale sintomo si è presentato altrove. Le zone più fastidiose dove può nascere un bubbone sono la faringe e la glottide a causa del senso di soffocamento che provocano. Quando il bubbone raggiunge il collasso si ricopre di una cute arrossata e si spacca facendo fuoriuscire enormi quantità di pus maleodorante. La forma bubbonica è assai devastante per i tessuti e per le lesioni permanenti che lascia, però è la meno letale in quanto il tasso di mortalità va dal 50 al 90%.
2) Peste setticemica:
La peste setticemica non presenta bubboni o sintomi polmonari caratteristici però ha uno sviluppo immediato che viene caratterizzato da ipertermia, epatosplenomegalia, diarrea, sindrome emorragi-ca grave, demenza e torpore mentale: il decesso soggiunge dalle 24 ore dai primi sintomi alle 48 ore per uremia e collasso cardiaco.
3) Peste polmonare:
La forma polmonare è la più letale, il tasso di mortalità è infatti del 97-100% e si contrae inalando direttamente i bacilli espulsi nell'aria dai colpi di tosse del malato: in questo caso l'infezione interessa gli organi interni ma si concentra maggiormente nei polmoni. La sintomatologia è caratterizzata da polipnea cianosi, dolori toracici, insufficienza respiratoria. Il contagiato emette piccoli colpi di tosse ed accusa dolori aguzzi al fianco emettendo, poco dopo, un espettorato rosa tendente, mano a mano, al rosso. Spesso coesistono segni di grave compromissione generale dell'organismo, ma la forma polmonare può anche essere dovuta ad una complicazione della forma bubbonica. Un aspetto terribile di questa variante della peste è che il paziente rimane vigile e cosciente fino all'ultimo respiro.
Ad accompagnare le già disastrose tumefazioni cutanee rigonfie di pus spesso insorgono pustole simili a quelle del vaiolo piene di liquami sanguinolenti che prendono il nome di "carboni" o "carbonchi" di cui parleremo più avanti; col passare del tempo la pustola si spacca dando luogo ad un'ulcera circondata da piccole vesciche ed un grosso alone rossastro intorno al carbone che si estende piano piano, inesorabile. Altra complicazione sono le cosiddette "petecchie" che, manifestandosi sempre con emorragie cutanee che dal rosso tendevano al nero e di dimensioni assai variabili, determinavano la necrosi dei tessuti epidermici localizzandosi spesso sulle orecchie, naso, dita delle mani e piedi, avambracci ecc. Questa sintomatologia ha erroneamente condotto i medici del passato a classificarla come una forma a se' di peste chiamandola "morte nera" o "peste nera".
Come ultima complicazione c'era la demenza che sopraggiungeva sempre con l'accrescersi dell'infezione batterica. I pazienti deliranti commettevano ogni sorta di azione, incoscienti ovviamente di quanto facevano, arrecavano danni ad altri pazienti, al personale dei lazzaretti ed a volte riuscivano ad evadere dagli ospedali in cui erano ricoverati.
Nonostante i milioni e milioni di morti che fece la peste solo nel 1935 si scoprì un rimedio parzialmente efficace contro questa piaga: il sulfamidico. Questo antibiotico riusciva però a limitare solo la mortalità nei pazienti e non a debellarla. Si dovette aspettare il 1944, con la scoperta della streptomicina, per affermare con certezza che il rimedio a questa micidiale infezione era stato finalmente trovato. Più recentemente successi analoghi si sono ottenuti con la cloromicetina, la terramicina, la tetraciclina ed altri antibiotici.
Dal momento che dalla sua domanda nell'e-mail mi pare di capire che lei è interessata più che altro all'aspetto biologico ed epidemiologico della malattia le suggerisco di parlare anche delle recenti epidemie di peste avvenute in india nel 1994 e quella scoppiata (in India) il mese scorso. Tenga presente che l'argomento è talmente vasto da affrontare, e comprende tante di quelle informazioni, che non basterebbe una settimana ininterrotta davanti al pc per potergliele fornire tutte. Un aiuto valido lo potrebbe anche ottenere dal libro del frate cappuccino ligure di cui facciamo riferimento nelle News, all'articolo intitolato "La grande Peste"; nell'articolo viene fornito il numero di telefono e l'indirizzo del frate e del convento in cui vive, inviandogli un'offerta o comunque accordandosi telefonicamente direttamente con l'interessato otterrà preziose informazioni ed un ottimo bagaglio culturale.
Le ricordiamo inoltre che se vuole può partecipare all'attività del sito pubblicando gratuitamente articoli di interesse generale in ambito scientifico e non, al fine di ampliare l'estensione del sito stesso.
Grazie
Redazione
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D:
Sono un Tecnico Sanitari di Laboratorio e sto preparando una relazione da presentare ad un convegno della SIMeL TSLB a Roma, sul tema " Esame delle urine; dalla manualità alle nuove tecnologie". La mia relazione ha come tema " L storia dell' esame delle urine ". Ho trovato molto interessante il sito e questo, mi ha spinto a scrivere per chiedere un aiuto a reperire del materiale interessante per il mio scopo.
Luciano
Ringrazio
R:
In passato le analisi delle urine ovviamente non esistevano o per lo meno non erano tecnologicamente sviluppate. Riteniamo a questo punto che le informazioni da Lei richieste (e le uniche in nostro possesso) siano presenti nei due passi che seguono. Spiacenti per non poter fare di più porgiamo distinti saluti.
Francesco degli Alessandri p.42 Trattatto della Peste. Venezia, 1586:
«Essendo donque molti de' predetti segni, communi ad altre infermità, cominciaremo da questi, gli occhi rossi, di crudel sguardo, la febre entro, e fuori, tanto leggiera, che non si pensano haverla, essendo sepolta, e non mancando giamai, con la lingua nera, ardor nelle fauci, con elevatione, e incendio de precordij, & interno, il respirar frequente, ma grande, che solleva il petto focoso fino che la virtù sta salda, spesse volte abbreviato, per sodisfar alla necessità, per mandar fuori il veleno. Il tramortir di core, con l'orine, e sudore, di mal'odore; l'estremità fredde, spasmi, crucij, agitationi di corpo senza trovar loco, o riposo, singhiozzi, e vomito, ò desiderio di vomitar, per il più l'appetito perso, per la putredine alla bocca del stomaco dispersa; gran sete, per il molto calore, e mancamento d'humido, vigile, vaneggiamenti, per le mordaci elevationi, ò inclinatione al sonno, ripieno il cervello di flemme, ulcere in bocca, fiacchezze, li fianchi gonfi, pieni, di vento».
Un'altra prova dell'esame delle urine, sempre di tipo organolettico, potrebbe essere la seguente:
Prospero Borgarucci p.32 Trattato di Peste. Venezia, 1565:
«L'orine non saranno sempre d'una maniera, ma acquose, tenui, biliose, nere, come dice Paolo Egineta al secondo libro a capi trentasei, et turbide, o grosse, puzzolenti, o che simili in tutto sono a quelle de sani, di colore, di grossezza, e di sedimento, che di tutte l'altre l'orine è più dubbiosa; overo che di sopra intorno alla corona si veggono certe cose livide, che poi evanescono, o come tele di ragni intorno distese,, o come se l'olio, o qualche grasso vi fosse dentro sparso; e d'ogni hora che una simil cosa vi si veggia, medesimamente è di gran periglio, come dice Galeno al terzo de presagij per i polsi, al quarto capo».
Redazione
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D:
Salve,
avrei urgentemente bisogno di un aiuto, se possibile.
Per un corso di Fondamenti storico epistemiologi della chimica, dovrei fare dei collegamenti tra l'alchimia e la pressione osmotica, che è il tema che mi hanno assegnato.
Non so cosa rispondere, potete aiutarmi
Grazie, Federica Branchini
R:
Per quanto riguarda l'osmosi si potrebbe proporre un collegamento di tipo filosofico-alchemico: il passaggio delle peculiarità della natura nell'opera finale dell'alchimista. Mi sembra che questo sia l'unico consiglio che possiamo darle dal momento che la pressione osmotica in ambito alchemico trova, secondo me, difficile applicazione nella pratica quotidiana. Oggi i procedimenti osmotici vengono utilizzati in medicina, nella depurazione delle acque marinee e salmastre ed anche dall'industria elettronica: tutte procedure che non mi fanno intravedere alcun collegamento utile da suggerirle.
Distinti Saluti.
Redazione
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D:
vorrei sapere chi della scuola di Ippocrate si e' occupato dell'emergenza,dell'addestrareall'emergenza e al primo soccorso.
cordiali saluti
dr simona curti
R:
Spiacente non poterLe fornire la risposta.
Suggeriamo tuttavia a coloro che non riescono ad ottenere una risposta dalla Redazione di Alchymia et Ars Medicinae, di utilizzare anche la messaggeria presente sull'Home Page del sito, in modo che la richiesta di informazioni venga estesa in tempo reale a tutti coloro che navigano il sito.
Redazione
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