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A) La lettura kantiana della tesi empirista
Per Hume il giudizio "A è causa di B" - che verte su dati di fatto, matters of fact (e non su percezioni private appartenenti ad un singolo individuo) - si risolve, quando venga analizzato, 1) nelle tre asserzioni elementari: "A e B sono contigui nello spazio", "A è anteriore a B" e "Vi è una congiunzione costante tra A e B"; 2) nel corrispondente belief . Ma la lettura kantiana non tiene conto del ruolo che il belief e il custom (si noti che Hume dice "custom" e non "habit") svolgono nella formazione del giudizio causale. Tuttavia, è proprio via questa omissione, che Kant, nella Seconda analogia dell'esperienza, costruisce la sua spiegazione antiempirista e trascendentale della relazione causale. Secondo gli empiristi, interpreta Kant, il dire che A è causa di B si riduce alla semplice e ripetuta constatazione che A viene prima di B, ossia che A e B si dispongono in una successione. Si tratta allora di mostrare (a) che sul piano della semplice percezione non riusciamo a distinguere le successioni reali da quelle semplicemente soggettive; (b) che la suddetta distinzione presuppone la legge causale, ossia il lavoro dell'intelletto, il quale, anziché limitarsi a registrare quanto la percezione gli presenta più volte, interviene attivamente cercando e formulando la regola che vincola A a B.
B) Sul piano della semplice percezione non riusciamo a distinguere le successioni reali da quelle semplicemente soggettive
Se " nella sintesi dei fenomeni il molteplice delle rappresentazioni è sempre disposto secondo la successione", osserva Kant, allora "in base a tale successione, identica in tutte le apprensioni, non ha luogo alcuna distinzione di una cosa dall'altra" (B 243).
L'apprensione, ad esempio, degli stati di una casa non differisce da quella degli stati di una nave che scende lungo un fiume o dell'acqua che congela: tutte sono ugualmente successive. Tuttavia, quando vedo una nave scendere lungo la corrente, la mia percezione della sua posizione più in giù, segue alla percezione del posto che occupava più su nel corso del fiume, e non è possibile che nel percepire questo fenomeno la nave possa apparire prima giù poi su. Qui l'ordine della successione delle percezioni è determinato, mentre nell'esempio della casa, le mie percezioni potevano cominciare dal comignolo e finire al suolo, ma anche cominciare dal basso e finire in alto o procedere da destra verso sinistra e viceversa.
Senonché, quando formulo un giudizio empirico nel quale intendo esprimere la mia conoscenza di un evento, di qualcosa, cioè, che realmente avviene (di qualcosa o di uno stato che sorge e che prima non c'era), io penso la successione in cui quell'evento consiste, come appartenente all'oggetto - ossia come costituita da un fenomeno che ne presuppone nel tempo un altro, al quale esso segue necessariamente (B non può se non seguire A nell'apprensione, mentre la percezione A non può seguire B, ma soltanto precedere). Altrimenti, se posto l'antecedente, l'evento non ne seguisse necessariamente, allora la successione non mi apparirebbe che un gioco soggettivo (come la successione delle percezioni nell'esempio della casa) di immagini o forse soltanto un puro sogno.
Ma il criterio empirista, nella versione un po' semplificata di cui Kant fa qui uso, non è in grado di distinguere questi due tipi di successioni (quelle che appartengono alla cosa e quelle che ci si presentano nella forma di un gioco soggettivo).
"La semplice percezione, dice Kant, lascia indeterminata la relazione oggettiva dei fenomeni che si succedono." Essa, cioè, non mi consente di "concepire la relazione tra i due stati in modo che risulti determinato necessariamente quale dei due debba precedere e quale seguire, senza equivoco" (B234).
C) Per identificare le successioni oggettive dobbiamo fare riferimento alla legge causale.
Secondo l'empirismo, data questa sua interpretazione riduttiva, un giudizio causale non farebbe altro che "ridire", in una forma più sintetica, ciò che l'esperienza ci ha già detto ripetutamente: l'esperienza ci presenta una data successione con una certa frequenza e in noi si produce la convinzione che le cose debbano andare sempre così. Il giudizio causale non farebbe altro che dare una veste necessaria a ciò che, in realtà, non sarebbe che un'abitudine indotta dal semplice empirico accadere insieme di certe cose.
Kant riteneva che queste tesi commettessero l'errore di non cogliere il ruolo specifico e tutt'altro che passivo del lavoro intellettuale, il quale, anzi, elaborando leggi costruisce l'ordine oggettivo del mondo conoscibile. Chiamate a render conto di sé davanti alle leggi dell'intelletto, risulteranno reali solo le percezioni e le successioni di percezioni conformi a quelle leggi.
A titolo d'esempio, consideriamo una legge empirica L, quale potrebbe essere: dato un liquido, l'abbassamento della temperatura al di sotto di certi livelli congela (=causa sempre il congelamento di) questo liquido. Che cosa ci consente di formulare una legge come questa ? Non certo, dice Kant, la semplice constatazione empirica della successione: A (stato liquido della sostanza di cui si osserva il comportamento), B (stato solido). Il fatto che noi vediamo (percepiamo) quella sostanza, per esempio l'acqua, diventare ghiaccio, di per sé, non ci dà alcuna garanzia del carattere necessario di quella successione (un bambino piccolo potrebbe pensare ad una magia o ad una coincidenza fortuita). Al contrario, è la legge a garantirci che il passaggio da A a B sia necessario. La legge, dunque, introduce un qualcosa in più ed è grazie a questo qualcosa in più che noi possiamo ora identificare la successione in questione come oggettiva. In cosa consiste questo qualcosa in più ? Nell'esempio che stiamo utilizzando, lo troviamo nella clausola: "tutte le volte che si abbassa la temperatura ...". Ossia nel riferimento alla temperatura come condizione determinante, data la quale si verifica il passaggio dallo stato liquido allo stato solido. Quando lo scienziato progetta i suoi esperimenti e conduce le sue ricerche, lo fa proprio allo scopo di individuare condizioni di questo tipo. E' la condizione che vincola il verificarsi di A, in un certo tempo, al verificarsi di B in un tempo successivo. Dunque, una legge causale non si limita a enunciare, fissandola, una successione il cui frequente verificarsi abbiamo constatato empiricamente. Piuttosto, essa ci fornisce la regola che lega stabilmente lo stato A allo stato B.
Una regola del genere, ad esempio, nel caso delle palle da biliardo di cui parla Hume, potrebbe essere la legge della conservazione della quantità di moto. E' questa legge, insieme ad altre condizioni, a garantirci davvero il movimento della seconda palla dopo l'urto con la prima.
Ora, questa ricerca della condizione (un fatto specifico, che dipende dalle indagini condotte sul campo ) presuppone, a sua volta, una regola più generale e a priori, che rende possibile identificare e distinguere quelle successioni che rivelano la presenza di una relazione esistente nella cosa. Una regola siffatta, Kant la chiama principio; esso dice: le successioni che possono diventare fondamento di una legge causale devono essere necessarie. Le successioni oggettive, pertanto, non sono semplicemente il frutto di una "registrazione"; esse sono, piuttosto, una costruzione, risultato di un attivo impegno intellettuale.
Senza questa regola (il principio ), la categoria di causa ( ogni evento ha una causa) - che è quanto la regola (il principio ) data, muovendoci ancora più "a ritroso", presuppone - non avrebbe alcuna possibilità di applicarsi all'esperienza.
Il tempo e la causa
Le conclusioni che Kant trae dalla sua riflessione (condotta nella Seconda analogia: Principio della serie temporale secondo la legge della causalità, le cui tesi abbiamo fin qui cercato di riassumere) toccano, inoltre, il problema del rapporto tra il tempo e la categoria di causa. In sintesi:
(*) la possibilità di asserire oggettivamente la relazione "anteriore a", e quindi la possibilità di assicurare e scoprire l'ordine seriale del tempo, presuppone la relazione di causa, dato che solo se x è causa di y, o solo se x e y sono membri di una catena causale, x è anteriore ad y;
Da "Workbook"